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Settarismo? C’è di peggio!

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , on 6 febbraio, 2010 by ramon mantovani

L’editoriale di Grassi (Liberazione del 3 febbraio 2010) ha il merito si sollevare un problema esistente ma, a mio avviso, sbagliando in parte analisi e bersaglio della polemica. Il settarismo, da sempre, è l’idea che il proprio progetto si alimenti e cresca attraverso la separazione e smascheramento di altri progetti politici. E’ per sua natura debole giacché apparentemente, attraverso proclami e “frasi scarlatte”, predica grandi prospettive e in realtà, invece, teme che qualsiasi rapporto unitario possa far degenerare il proprio progetto e perfino la propria identità. In soldoni, oggi, se si fa un accordo col PD, perfino solo elettorale, c’è chi grida al tradimento e allo snaturamento di Rifondazione. Fin qui, diciamo così, siamo nel classico. Ma questo è solo un aspetto, e non principale, del problema. Il vero centro della questione risiede nella debolezza del progetto e in una concezione della politica totalmente subalterna a quella dominante. Se non si discute seriamente di questo si finisce col dividersi in due partiti contrapposti, che si accusano reciprocamente di settarismo e di opportunismo e che, ed è questa la cosa più grave, sono incapaci di riconoscere le verità interne reciproche. La risposta di Bellotti (Liberazione del 5 febbraio 2010) a Grassi è sintomatica. Entrambe le posizioni assumono le elezioni regionali e gli “accordi e alleanze” come centrali e criticano unilateralmente la posizione avversa assolutizzando la propria. Non è vero, e qui ha ragione Grassi, che il non fare accordi porta più consensi e fa crescere le lotte e il nostro progetto politico. Si tratta di una pura illusione. Ma non è vero, e qui ha ragione Bellotti, che facendo gli accordi ci si rafforza e non si corre il rischio di essere in balìa del progetto del PD. Anche il pensare che le “alleanze” siano in quanto tali più “politiche”, e quindi più efficaci, è una pura illusione. Noi, spero tutti, diciamo che la ricostruzione dei legami sociali, delle lotte, della coscienza di classe, della solidarietà, sono il centro del nostro progetto politico. Il “partito sociale” è l’anima sia del progetto della rifondazione comunista sia dell’unità possibile della sinistra anticapitalista. Non è, o non dovrebbe essere, un accessorio magari propagandistico al servizio della collocazione nel quadro politico e usato strumentalmente per difendere o criticare scelte meramente tattico-elettorali. La forza e la natura del nostro progetto risiede proprio qui e non può derivare dal tipo di rapporto instaurato con altre forze nelle elezioni. Ma ci vorranno anni e anni di duro e silenzioso lavoro sociale per dare corpo e forza alla nostra strategia. E’ qui l’attuale debolezza del nostro progetto. Debolezza di insediamento, di capacità di unificare le lotte e di contrasto culturale dell’egemonia capitalistica sulla società. Ogni illusione “alleantista” o “isolazionista” è una scorciatoia praticata la quale ci fa tornare al punto di partenza, sempre più indeboliti proprio per le divisioni e contrapposizioni che entrambe le illusioni producono. Ma le elezioni, intanto, ci sono e non attendono l’implementazione del nostro progetto. Io dico che vanno vissute con la coscienza che sono un terreno avverso. Sia perché la logica del maggioritario e della personalizzazione della politica ha lavorato a fondo nella concezione che le masse hanno  delle istituzioni. Sia perché qualsiasi scelta si faccia, accordi si accordi no, il livello delle controindicazioni e perfino delle contraddizioni è altissimo. Non si può ignorare, come secondo me fa Grassi, il rischio di essere percepiti “uguali agli altri”. Rischio, secondo me, esistente anche se non si fanno accordi e si è privi di solidi legami sociali. Come non si può ignorare, come secondo me fa Bellotti, l’esistenza del problema della riduzione del danno e della utilità del voto. Non si può, cioè, ragionare come se le istituzioni e la politica corrente fossero fuori dal tempo e dalla storia. Bisogna vivere il problema fino in fondo. Ma un cosa è viverlo come un passaggio tattico necessariamente contradditorio ed un’altra è viverlo facendolo diventare un fatto strategico e addirittura identitario. C’è, infine, una questione che Grassi solleva giustamente, almeno così penso io, ma confondendola con il classico settarismo. Si tratta, ed è molto peggio del settarismo, della subalternità diffusa alla politica dominante che investe anche aree non piccole di militanza. Spesso non si discute correttamente e seriamente, sulla base di accurate analisi dei pro e dei contro, con la consapevolezza delle difficoltà, e si ragiona, invece, in termini di suggestioni superficiali, dividendosi in tifoserie. Come nel caso dei candidati a “governatore”. Ancor più spesso si discute sulla base di illazioni, dietrologie e pettegolezzi dei mass media. Ogni divergenza, magari tattica, diventa un dramma e da luogo a scomuniche e accuse terribili, spesso pubbliche. Ci vuole un gruppo dirigente che non lisci il pelo a questo modo di concepire e praticare la militanza politica e che dia l’esempio.

Ramon Mantovani

Pubblicato su Liberazione il 6 febbraio 2010