Archivio per governo berlusconi

Genova fu un primo passo sulla strada giusta

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 agosto, 2021 by ramon mantovani

Sono passati vent’anni dalle quattro giornate del movimento “no-Global” del luglio 2001 a Genova. Per grandissima parte dell’opinione pubblica che non ne ha perso memoria o che, per motivi d’età, ne ha solo sentito parlare, il ricordo è circoscritto alla violentissima e inusitata repressione che colpì il movimento. E questo, purtroppo, dimostra la potenza dell’operazione repressiva che aveva l’obiettivo di sterilizzare il potenziale critico e antagonista al sistema capitalistico globalizzato, riducendolo a “problema di ordine pubblico”. Vale la pena di partire proprio da qui per tentare di svelare la vera natura del movimento e soprattutto per riportare alla luce ciò che la repressione oscurò e tentò di seppellire.

LA REPRESSIONE

Al contrario di quanto si pensa correntemente la repressione non fu concepita, programmata ed eseguita dall’allora governo Berlusconi. Fu concepita dagli organismi di coordinamento delle polizie e dei servizi di intelligenza dei paesi membri del G7.

Da Seattle nel 99, nel giro di due anni, tutti i vertici dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, del Fondo Monetario Internazionale, del G7, di Davos e così via, vennero contestati da grandi manifestazioni di massa, sempre più partecipate da delegazioni di movimenti sociali, sindacali e politici, provenienti da tutto il mondo. E nel gennaio del 2001 a Porto Alegre in Brasile si era riunito il primo Social Forum Mondiale. La contestazione della globalizzazione capitalistica non era più una pratica di ristrette avanguardie. Aveva conquistato la simpatia dell’opinione pubblica mondiale e cominciava ad essere avvertita come una minaccia seria dai vertici e dagli organismi che implementavano la deregolamentazione dei mercati e la finanziarizzazione dell’economia. Per questo, e solo per questo, l’appuntamento di Genova divenne decisivo. Nell’anno precedente (in Italia c’era il governo Amato e il governo Berlusconi entrò in carica 10 giorni prima delle giornate di Genova nel 2001) ci fu l’episodio di Napoli che fece suonare un campanello d’allarme. Una manifestazione no global fu repressa durissimamente con tecniche mai viste prima. Contemporaneamente il coordinamento internazionale responsabile della sicurezza del vertice G7 elaborò le contromisure per ridurre la portata della contestazione prevista. Venne fatta una campagna allarmista di disinformazione (ci sarà presenza di terroristi, potranno essere lanciati missili, potranno esserci lanci di sangue infetto di AIDS e così via) accompagnata da lusinghe e promesse (i giovani che protestano non hanno proprio tutti i torti, al G7 inviteremo i paesi più poveri del mondo per discutere con loro di aiuti concreti ecc). Venne deciso che Genova sarebbe stata divisa in tre zone: rossa (tutto il centro storico e potranno entrare solo i residenti); gialla (tutto il resto della città tranne la circonvallazione a monte e non potranno esserci né volantinaggi né assembramenti) e verde (la periferia estrema e si potrà manifestare). Solo nei giorni precedenti le manifestazioni il Genoa Social Forum (e in parlamento il PRC) ottenne che si potesse manifestare nella zona gialla, che le amministrazioni locali mettessero a disposizione due scuole per ospitare gli organismi dirigenti della protesta e le centinaia di giornalisti che la seguivano. Se nella giornata di giovedì 19 luglio si svolse una manifestazione con decine di migliaia di persone senza alcun disordine, già il venerdì mattina entrarono in azione i Black Bloc (che erano e sono un movimento estremista internazionale senza direzione politica e dedito ad azioni dimostrative e vandaliche). Al contrario che nelle manifestazioni dei due anni precedenti non vennero isolati ed impediti nella loro azione dalle forze dell’ordine, che anzi evitarono accuratamente di entrare mai in contatto con loro. Fu invece caricato a freddo e senza motivo il corteo dei disobbedienti lungo il percorso autorizzato e che doveva arrivare alla barriera della zona rossa. Così come furono caricati senza motivo gli altri quattro concentramenti prospicenti la zona rossa. Negli incidenti che seguirono, come è noto, perse la vita il giovane Carlo Giuliani. Anche in questo caso il comportamento delle forze dell’ordine fu inusuale giacché polizia e carabinieri si dedicarono ad estendere gli incidenti per ore. Nella giornata di sabato una grande e totalmente pacifica manifestazione di circa trecentomila persone, di cui circa 50mila provenienti dall’estero, fu caricata e spezzata in due. Entrambi i tronconi vennero caricati più volte per ore. Centinaia di feriti ed arrestati furono poi maltrattati ed anche torturati in più centri di detenzione. Nella serata del sabato l’ultimo e gravissimo episodio fu l’attacco ad una delle due scuole sedi del Genoa Social Forum. Con la scusa di effettuare una perquisizione le circa 90 persone che vi si trovavano semplicemente per passare la notte furono tutte arrestate, dopo essere state massacrate senza pietà. 63 infatti finirono in ospedale e più della metà di loro accusarono fratture ossee, alcune gravissime. Altra tecnica repressiva che in Italia si era abbattuta solo nelle rivolte carcerarie ma mai su manifestanti pacifici.

Ovviamente il governo Berlusconi porta la grave responsabilità di aver coperto ed anche rivendicato la repressione ma non di averla decisa ed ideata. I processi che sono stati celebrati hanno portato alla luce diverse responsabilità delle forze dell’ordine, ma senza che si sia potuto indagare e dirimere il ruolo degli organismi di coordinamento delle polizie e servizi segreti dei 7 paesi membri del G7 (la Russia era solo invitata). Lo si sarebbe potuto fare con la commissione parlamentare d’inchiesta che figurò nel programma del governo Prodi del 2006 e che fu invece, guarda caso, affossata dal partito Italia dei Valori e dai Democratici di Sinistra.

La repressione non fermò il movimento, ma riuscì a farlo percepire dall’opinione pubblica come un fenomeno confuso e soprattutto tendenzialmente violento. Le responsabilità di apparati repressivi e di intelligenza italiani spesso più obbedienti agli USA che al proprio governo, e quelle del governo Amato di centrosinistra sparirono in favore di tesi tutte interne alla ben nota logica “antiberlusconiana”, come se la più grande manifestazione mondiale contro la globalizzazione fosse stata un fenomeno meramente provinciale.

IL MOVIMENTO AVEVA RAGIONE

La repressione che colpì il movimento a Genova riuscì, come abbiamo visto più sopra, a ridurlo ad un problema di ordine pubblico per gran parte dell’opinione pubblica. Ma non a cancellarne le regioni di fondo, né a fargli assumere il terreno dello scontro di piazza come luogo privilegiato e simbolico della propria azione politica.

Senza quel movimento e senza le giornate di Genova non ci sarebbe stato il potentissimo movimento per la pace degli anni seguenti. Né ci sarebbero state le vittorie di governi latinoamericani che esplicitamente e dichiaratamente si ispirarono alle elaborazioni dei Social Forum Mondiali di Porto Alegre.

“Un altro mondo è possibile” non fu solo uno slogan fortunato e comunicativamente efficace. Riassume in sé l’antagonismo al sistema dominante. Indica la necessità di un sistema alternativo capace di abbracciare tutte le contraddizioni e i conflitti sociali, culturali e politici. Soprattutto parla della possibilità di costruire un altro mondo.

Si potrà dire che la strada è lunga e piena di ostacoli e trappole. Che le forze antagoniste sono ancora troppo divise, deboli e in molti casi inefficaci. Che su molte questioni sono necessarie discussioni approfondite e non superficiali. Che a vent’anni da Genova, passando per la crisi finanziaria della fine del primo decennio del secolo, le cui conseguenze si sono intrecciate con la crisi della pandemia dei giorni nostri, molte cose sono cambiate in peggio. Tuttavia il movimento, per quanto non più al centro dell’attenzione dei mass media, non è finito. Per alcuni versi le sue tesi di fondo e previsioni si sono dimostrate valide ed utili sia sul piano della critica dell’economia politica neoliberista sia sul piano sociale ed ambientale.

E in tutto questo l’esperienza di Genova fu decisiva. Perché a Genova si unirono tutte le voci critiche del mondo che già si erano incontrate poco prima a Porto Alegre. Se da alcuni paesi europei vennero delegazioni di migliaia di persone, da tutti gli altri continenti vennero delegazioni poco numerose ma che rappresentavano sindacati e movimenti di decine di milioni di persone. E nonostante le differenze culturali e politiche poterono tutte sentirsi a casa propria. Il modello di funzionamento del Genoa Social Forum (ed è un orgoglio rivendicare che fu su proposta del PRC) permise a tutti di spiegare le proprie analisi e proposte. Ed ottenne da tutti l’impegno a riconoscere come proprie tutte le pratiche di lotta e di piazza degli altri. Cosa che permise perfino di rafforzare l’unità del movimento di fronte ad una repressione che l’avrebbe altrimenti diviso fra “buoni e cattivi”.

La stessa critica del G7 come “direttorio” informale dei paesi più ricchi alternativo alla democratizzazione e riforma dell’ONU è e rimane del tutto vigente.

In ultima analisi la necessità di un movimento mondiale contro il capitalismo globale è ineludibile per la lotta in ogni paese ed in ogni continente. Siamo ancora lontani, molto lontani, dal soddisfare questa necessità vitale. Ma su questo almeno non partiamo da zero. Perché a Genova nel 2001 facemmo un passo decisivo nella giusta direzione. Che nessuna repressione potrà mai cancellare ne fermare.

ramon mantovani

pubblicato sulla rivista “su la testa!” il 28 luglio 2021

Genova, la vera storia.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 luglio, 2011 by ramon mantovani

Sono passati dieci anni. Non sono passati invano. Tuttavia troppe cose sono state dimenticate ed altrettante distorte dal vizio provinciale di guardare al mondo attraverso il buco della serratura della politica spettacolo italiana.

Dichiaro esplicitamente l’intenzione, in questo articolo, di far piazza pulita delle semplificazioni, banalizzazioni, esagerazioni, mitizzazioni, che hanno accompagnato il ricordo di Genova 2001. Non per tigna solamente, bensì per riscoprire e riproporre l’anima rivoluzionaria di quelle giornate e soprattutto del movimento mondiale che l’esprime tuttora.

PRODROMI E NASCITA DEL MOVIMENTO NO GLOBAL

La fase del capitalismo ispirato dall’ideologia neoliberista, e cioè la grande rivincita contro il movimento operaio e tutte le sue conquiste, inizia già negli anni 70. Ma è negli anni 90, dopo la caduta del muro di Berlino, che trionfa su scala planetaria. Il mondo unificato dal mercato grazie agli accordi siglati in sede GATT e poi WTO, la dimensione del capitale finanziario permessa dal superamento di tutte le misure della fase precedente volte ad impedire il ripetersi della crisi del 29, la concentrazione del capitale in enormi società multi e transnazionali, la centralità di organismi tecnocratici e totalmente dominati dagli interessi dei paesi ricchi come il FMI, la Banca Mondiale e l’OCSE, sembrano promettere il sorgere di un’epoca di sviluppo e di progresso illimitati. Dal punto di vista strettamente politico tutto cambia. Al fianco dei teorici neoliberisti e della destra politica i partiti socialdemocratici e socialisti sposano tutte le tesi neoliberiste. I governi si conquistano per gestire l’esistente, senza mettere in discussione nulla degli interessi del capitale e dei meccanismi di mercato, che invece vengono assunti come il centro di tutto. Riservando eventuali correzioni delle storture sociali più evidenti ad un secondo tempo sempre più inafferrabile e soprattutto subordinandole alle compatibilità imposte da trattati assunti come indiscutibili (per esempio Maastricht in Europa) e dai diktat del FMI e Banca Mondiale. Le forze che si oppongono al capitale sono divise e soprattutto chiuse entro confini nazionali. Dedite quasi esclusivamente a difendere le conquiste della fase precedente, che vengono messe sotto attacco una dopo l’altra, inesorabilmente. E’ in questo deserto, però, che si cominciano a vedere negli anni 90, qua e la, scintille, controtendenze, annunci, domande. Come sempre, in modo confuso e a volte perfino contraddittorio, emergono i problemi sociali e culturali prodotti dal capitale e dal suo modello globale. Si comincia a scoprire nel mondo che le promesse di pace e sviluppo sono false. Molte lotte si trovano di fronte un nemico ben più potente e lontano degli apparati repressivi nazionali e dei governi nazionali. Basta una decisione del FMI, a cui i governi dichiarano esplicitamente di non potersi sottrarre pena la bancarotta, per fare carne di porco del welfare duramente conquistato in decenni di lotta. Basta un trattato del WTO e un accordo di cartello delle multinazionali agroalimentari per distruggere la sovranità alimentare di interi paesi e mettere sul lastrico decine di milioni di contadini. Bastano le mire speculative delle borse e del capitale finanziario per mettere un paese in ginocchio. In particolare in America Latina, dove le politiche neoliberiste sono state applicate intensivamente molto prima che altrove, sorgono grandi movimenti di massa indigeni, contadini e operai, in difesa dell’acqua e delle risorse naturali. Nel 94, lo stesso giorno di entrata in vigore del trattato di libero commercio fra USA, Canada e Messico, compare un movimento guerrigliero indigeno, l’EZLN, che si caratterizza subito per indicare fuori dal proprio paese i veri artefici e responsabili del tentativo di genocidio economico sociale dei popoli indigeni del sud est del Messico e che propone esplicitamente il problema di una lotta globale contro il capitalismo globalizzato. Verso la fine degli anni 90 l’esigenza, ancora intuitiva e teorica, di produrre lotte e mobilitazioni internazionali comincia a materializzarsi. Inizia la stagione delle manifestazioni internazionali di protesta e di lotta. La più famosa e conosciuta è quella del 99 a Seattle contro il WTO. Insieme ai sindacati portuali e metalmeccanici degli USA, che non esitano a perseguire l’obiettivo di tentare di impedire fisicamente, scontrandosi con la polizia, il vertice del WTO, ci sono centinaia di associazioni e movimenti stranieri. Da quel momento nessun vertice del FMI, del WTO, della Banca Mondiale, del G7, si è potuto svolgere senza dure contestazioni di massa. Nel corso delle quali il crescente numero di movimenti globali e locali iniziano a capire che bisogna assolutamente coordinarsi e soprattutto trovare il modo di elaborare un programma di lotte ed un’alternativa. Nel vivo della stagione delle manifestazioni di protesta internazionali nasce, in Brasile, l’idea che si debba promuovere un incontro per discutere, elaborare idee e proposte. L’incontro si fa a Porto Alegre a fine gennaio del 2001, in concomitanza ed alternativa al Forum di Davos (incontro informale tra governanti e manager delle imprese multinazionali), che è uno dei motori della globalizzazione. Più di ventimila persone provenienti da più di 100 paesi partecipano alle giornate nelle quali si discute di alternative e si incomincia a progettare e programmare un lavoro ed azioni comuni. Fra le altre cose si individua la scadenza del vertice del G7 a Genova come centrale per il movimento. È arrivato il momento di mettere in discussione radicalmente il tentativo in corso di trasformare un incontro informale dei 7 paesi più industrializzati in un vero e proprio direttorio mondiale. Il G7 non è retto da alcun trattato e non si prendono decisioni. Tuttavia le discussioni e gli orientamenti che li si fanno e assumono, dato il peso dei paesi partecipanti, assumono un valore politico ben più importante di qualsiasi decisione formale in sede di Consiglio di Sicurezza dell’ONU. È molto recente il ruolo avuto del G7 allargato alla Russia nella conclusione della guerra contro la Yugoslavia. Guerra nemmeno mai discussa in Consiglio di Sicurezza. Per chi ha occhi per vedere è indubitabile che sia in corso il tentativo di uscire dall’ordine bipolare della guerra fredda non già con una democratizzazione dell’ONU e con una implementazione della pace nelle relazioni internazionali, bensì con una dittatura dei paesi ricchi esercitata attraverso vie di fatto a scapito del ruolo della stessa ONU. È su queste basi che il movimento sceglie di puntare su una grande protesta internazionale a Genova.

LE GIORNATE DI GENOVA

Nei mesi precedenti la mobilitazione si era formato un comitato preparatore delle mobilitazioni previste per il vertice del G7. Il Genoa Social Forum. Da comitato locale si era trasformato rapidamente in comitato nazionale. Erano state battute le posizioni isolazioniste e localiste che avrebbero voluto caratterizzare solo localmente la mobilitazione e che pretendevano di escludere forze politiche organizzate e presenti in parlamento (sostanzialmente il PRC). Le adesioni piovono a centinaia e poi a migliaia dall’Italia e da tutto il mondo. Nel frattempo il G7 si trasforma in G8, con l’inclusione permanente della Russia. Non è un dettaglio, perché non è più il PIL ad essere il criterio con il quale si partecipa al vertice, bensì la “importanza” dei paesi. È evidente che non si tratta dell’importanza data dalle dimensioni demografiche o territoriali dei paesi, ma dalla loro potenza economica e militare. Il G8 si prepara ad essere veramente un direttorio del mondo. La consapevolezza di questa realtà è cresciuta enormemente. Nella stessa opinione pubblica mondiale è forte la convinzione che paesi ricchi e multinazionali governino il mondo nei loro esclusivi interessi, che le promesse di sviluppo e redistribuzione del decennio precedente erano un imbroglio, che le ingiustizie e le povertà sono aumentate ed hanno dei responsabili precisi ed individuati. Nei mesi precedenti il vertice è il governo di centrosinistra di Giuliano Amato a partecipare alla preparazione del vertice come paese ospitante. Berlusconi vincerà le elezioni quando tutto ormai sarà già deciso e preparato. Bisogna sapere che a presiedere alla sicurezza del vertice lavora un coordinamento fra servizi e polizie dei paesi partecipanti, ovviamente dominato dagli USA. Formalmente la sicurezza è appannaggio del paese ospitante, ma il coordinamento è decisivo ed è quello che prende le vere decisioni. In quel periodo succedono due precise cose, senza conoscere le quali non si può poi capire cosa sia successo a Genova dal punto di vista dell’ordine pubblico. La prima è che nel corso della preparazione si afferma fra i paesi membri la consapevolezza del momento di grave impopolarità del vertice. E quindi si stabilisce che il giorno precedente il vertice si riceveranno diversi paesi poveri per ascoltare le loro richieste e che si darà vita ad un fondo speciale per combattere l’AIDS in Africa (una delle più popolari campagne del movimento è contro le multinazionali farmaceutiche e la loro politica dei brevetti e dei prezzi). La seconda è che si decide che la città di Genova sarà militarizzata. Una zona rossa presidiata militarmente dove nemmeno i non residenti potranno entrare, una zona gialla (quasi tutta la città) dove non si potrà manifestare e nemmeno distribuire volantini, una zona verde (la periferia estrema) dove sarà relegata la manifestazione. Parte una campagna di stampa ben orchestrata dai servizi e dall’esercito di pennivendoli sempre disponibili a propalare il contenuto delle veline della CIA. La sostanza della campagna si può riassumere così: riconosciamo che molte domande dei bravi giovani che contestano hanno un fondamento, ed infatti noi parleremo coi paesi poveri e li aiuteremo come mai abbiamo fatto prima, ma nelle manifestazioni si annida il terrorismo e la violenza, e perciò bisogna prepararsi. E giù notizie sui possibili missili, sullo spargimento di sangue infetto e così via. Nel Genoa Social Forum nessuno, nemmeno le associazioni più moderate, accetta la logica della zona rossa. Si rivendica il diritto a manifestare dovunque ed anche a tentare di impedire pacificamente il vertice. Come del resto è stato fatto in occasione di tutte le mobilitazioni dei due anni precedenti. Oltre a contestare la legittimità stessa del G8, al quale per questo non si chiede nessuna interlocuzione, si contesta la costituzionalità delle zone rosse e gialle. Nel Genoa Social Forum si prepara un programma di iniziative e di manifestazioni. Ovviamente non tutti vogliono fare le stesse cose e c’è il rischio che il movimento si divida sulle pratiche. Saranno soprattutto i rappresentanti del PRC e dei Giovani Comunisti/e a proporre un metodo, questo si veramente nuovo nelle pratiche di movimento e di piazza, capace di tenere tutto insieme senza costringere nessuno a rinunciare alla propria peculiarità. Ci saranno due manifestazioni di tutti. Il giovedì una dedicata al tema delle migrazioni e una sabato, conclusiva. Il venerdì ci saranno 5 diverse manifestazioni, costruite per affinità politiche e di pratica di piazza, ma nella diversità ognuna riconoscerà le altre come legittime e arricchenti il movimento nel suo insieme. Nel frattempo Berlusconi ha vinto le elezioni e il nuovo governo accetta, al contrario del precedente, di dialogare con i promotori delle manifestazioni. Viene mantenuta la zona rossa ed eliminata la zona gialla. Si potrà manifestare in tutta Genova tranne che nella zona rossa. Anche questo non è un dettaglio giacché gli apparati di servizi e polizia italiani che con la CIA hanno preparato i “piani” per la sicurezza del G8 sono gli stessi e non sono cambiati con il nuovo governo. Sono loro ad aver dettato la linea al governo di centrosinistra (forti dell’autorevolezza che emana dall’essere parte del coordinamento internazionale) e sono loro adesso a dover gestire una situazione nuova, mantenendo la linea decisa precedentemente.

LA REPRESSIONE

I fatti sono ormai molto conosciuti. Ma l’interpretazione degli stessi è stata purtroppo fortemente deviata e distorta. Mi limiterò quindi a sostenere alcune tesi precise e a confutare quelle che via via si sono affermate nel corso del tempo.

La mobilitazione di Genova 2001 era internazionale. Lo è stata più di tutte le altre, sia perché era stata indicata dal Social Forum di Porto Alegre come scadenza centrale sia perché in Italia si era costruito un fronte unitario amplissimo e coeso. Furono decine di migliaia i partecipanti stranieri e tra questi migliaia e migliaia di militanti di partiti presenti nei parlamenti nazionali. La decisione di reprimere è stata presa molto prima dalle elezioni italiane e dell’avvento del governo Berlusconi, in sede di coordinamento dei servizi e polizie dei paesi del G8. Nella vulgata che si è affermata sembra ormai che Genova 2001 sia stato un episodio di politica interna e che tutte le responsabilità siano da attribuire al governo Berlusconi. Ovviamente il governo Berlusconi ha la grave responsabilità di aver coperto ed anche rivendicato la repressione. Ma dimenticare e sottovalutare le responsabilità internazionali e del governo precedente è totalmente fuorviante. È, in qualche modo, una pesante sottovalutazione della gravità di quanto avvenuto e una sua riduzione agli eccessi di un governo di destra. Inoltre le tecniche repressive adottate erano nuove e sconosciute in Italia. Tranne che in occasione, guarda caso, della manifestazione no-global di Napoli dell’anno precedente, quando i manifestanti vennero spinti in un vicolo cieco e duramente massacrati e quando nelle caserme i fermati vennero torturati da agenti inneggianti al fascismo. Peccato che c’era il centrosinistra e che il Ministro degli Interni Enzo Bianco coprì totalmente l’operato delle forze dell’ordine. Mai, come invece è accaduto a Genova, una manifestazione autorizzata ufficialmente era stata caricata per ore e con una tecnica atta ad allargare gli scontri invece che a contenerli. Ed è l’estensione degli scontri ad opera di reparti dei carabinieri a creare le condizioni dell’uccisione di Carlo Giuliani. Mai gruppi violenti erano stati lasciati liberi di fare qualsiasi cosa per più di 48 ore. Ridurre il fenomeno Black Bloc alle infiltrazioni è un’altra stupidaggine tutta italiana. Chiunque abbia partecipato alle manifestazioni di Seattle, Praga, Amsterdam, Nizza ecc sa bene che è un fenomeno reale. Ma a Genova, al contrario che nelle altre città testé citate, i black bloc sono stati volutamente ignorati al doppio scopo di inquinare l’immagine del movimento e di reprimere, invece, immediatamente i manifestanti pacifici. Mai in Italia una manifestazione pacifica di 300mila persone era stata attaccata senza motivo e repressa per più di 3 ore con centinaia di fermi ed arresti. Mai la polizia, con la presenza di funzionari di altissimo livello, era entrata in una sede politica (il Genoa Social Forum l’aveva ottenuta ufficialmente dal Comune) ed aveva operato un massacro. Solo nella repressione delle rivolte carcerarie è possibile trovare un bilancio di persone con fratture come alla Diaz. Più di 90 arresti dei quali più di 60 ospedalizzati. Tutte queste cose le hanno fatte Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza con la regia degli apparati dell’ordine pubblico che avevano partecipato al famoso coordinamento. Il governo le ha apprese sempre a cose fatte. Le ha coperte e rivendicate ma non progettate e indicate. La vulgata, fortemente voluta dai giornali e dai santoni televisivi del centrosinistra, vuole invece che le sane forze dell’ordine con qualche mela marcia e qualche reparto di irresponsabili siano state spinte alla repressione dal governo e segnatamente dal vicepresidente del consiglio Fini. Perché presente per due ore in una sala operativa dei carabinieri. Tesi suggestiva e molto buona per dimenticare l’importanza internazionale della mobilitazione, le responsabilità del governo precedente e soprattutto dei vertici dell’ordine pubblico, a cominciare dal Capo della Polizia. Se ce ne fosse bisogno la riprova è che se le cose fossero andate così la famosa commissione d’inchiesta prevista dal programma del governo Prodi sarebbe stata istituita per inchiodare Fini e soci alle loro responsabilità. Mentre invece IDV e soprattutto alcuni esponenti di primo piano dei DS (a suo tempo responsabili della nomina di De Gennaro a Capo della Polizia) l’hanno affossata. I processi hanno svelato molto più di quanto fosse possibile sperare. Ma, essendo processi costruiti su reati commessi da persone, non dovevano ne potevano indagare sulle responsabilità politiche. Solo in una commissione d’inchiesta parlamentare si sarebbe potuto approfondire, con precise domande alle quali nessuno avrebbe potuto sottrarsi, circa la progettazione dell’ordine pubblico in sede di governo e soprattutto di coordinamento dei servizi e polizie del G8.

IL MOVIMENTO DOPO GENOVA

La repressione non divide il movimento, per alcuni versi si rivela un boomerang, ma sarebbe sbagliato dire che è stata inefficace. I contenuti della protesta, la radicale contestazione del G8 e della sua legittimità, le proposte di alternativa sono purtroppo messi in secondo piano. Grazie ad una manipolazione scientifica dell’opinione pubblica sembra che una variopinta armata brancaleone, con buoni e cattivi, abbia contestato i potenti e che le sia caduta addosso una repressione eccessiva ad opera del governo Berlusconi. In particolare il circo massmediatico del centrosinistra occulta volutamente i contenuti del movimento e riduce tutto alla litania antiberlusconiana. Perfino dentro il movimento si affermano letture di quanto avvenuto totalmente subalterne ad una visione ultraprovinciale tipica della politica e dei mass media italiani. Come si sviluppano immediatamente i soliti tentativi di egemonizzazione del movimento. Chi lo vuole trasformare in partito, chi lo vuole dividere fra buoni e cattivi, chi lo vuole ridurre a massa di manovra del centrosinistra, chi lo vuole radicalizzare sulle pratiche di piazza. Che la manifestazione fosse internazionale e collegata al nascente social forum mondiale viene rapidamente dimenticato. E i salotti televisivi scelgono loro i “leader” del movimento più adatti, a seconda della bisogna, a dimostrare l’una o l’altra tesi. Bisognerà attendere il Social Forum Europeo di Firenze e soprattutto la mobilitazione mondiale contro la guerra in Iraq, per intravvedere ancora la natura internazionale del movimento. Comunque il coordinamento nazionale italiano si mantiene unito, sia nella promozione delle manifestazioni italiane sia in occasione degli ormai annuali incontri mondiali e continentali. Ma ormai ci sono tutti i sintomi di una divisione totalmente ispirata dalla politica interna. Mentre nei social forum mondiali e continentali crescono le posizioni più radicali, mentre in America Latina le alternative elaborate dal movimento diventano programmi di governo in diversi paesi, in Italia quello che fu un grande movimento si divide sulle pratiche di piazza e soprattutto sulla prospettiva prima e sulla politica poi del governo Prodi. Sarebbe troppo lungo elencare i tanti episodi e scadenze che dimostrano tutto questo. Valga per tutti l’esempio più significativo. Una normale visita del Presidente USA in Italia, invece che l’occasione per una manifestazione unitaria contro la politica statunitense diventa l’occasione per una manifestazione contro il governo italiano da una parte e per una pagliacciata moderata dei partiti presenti nel governo, della Fiom e dell’Arci dall’altra. Da quel momento quel che fu unito a Genova sarà sempre più diviso, irrimediabilmente. Fino al paradosso del G8 dell’Aquila. Dove solo una parte di quelli che lo contestarono a Genova manifesteranno in piazza nel più totale isolamento e boicottaggio massmediatico. Mentre un’altra parte (CGIL in testa) parteciperà alla cosiddetta “coalizione contro la povertà” il cui principale atto sarà la consegna di una lettera al governo Berlusconi con la preghiera di trasmetterlo al G8 (sic). Per fortuna in tutti questi anni, il movimento mondiale è cresciuto enormemente e i suoi contenuti (come la lotta contro la privatizzazione e per la ripubblicizzazione dei beni comuni) sono ben più popolari di dieci anni fa. Le esperienze di governo dei paesi dell’ALBA e di diversi del MERCOSUR in America Latina che si ispirano direttamente al movimento si sono rafforzate ed hanno resistito alle aggressioni USA ed europee. A queste cosa bisognerebbe far riferimento per celebrare il decennale di Genova in modo degno e serio. Ma in Italia sembra un’impresa difficilissima.

ramon mantovani

pubblicato su “SU LA TESTA” nel luglio del 2011

Lacrimogeni e lacrime di coccodrillo

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , on 18 dicembre, 2010 by ramon mantovani

Il 14 dicembre è stato una data cruciale. Un vero incrocio dove si sono incontrate diverse cose nello stesso momento. Come in un appuntamento in parte cercato e in parte casuale. Solo in circostanze simili possono avvenire certe cose.

Intanto vediamo cosa si è incontrato e scontrato per le vie di Roma.

Da un lato un movimento studentesco, con rappresentanze di operai della FIOM e dei comitati di lotta territoriali. Dall’altro il potere nel giorno del voto che avrebbe potuto vedere la defenestrazione del governo Berlusconi. Da un lato i mass media dentro il palazzo e alla manifestazione e dall’altro l’opinione pubblica curiosa di vedere come sarebbe andata a finire dentro il palazzo e disinformata sulla manifestazione.

Fin qui quasi nulla di nuovo. Se parliamo di “cosa” c’era all’appuntamento di Roma.

Ma vediamo bene “chi” c’era all’appuntamento.

Il movimento studentesco (che comprende anche una intera generazione di ricercatori precarizzati e neodisoccupati) è ben diverso da tutti quelli che l’hanno preceduto. Figuriamoci da quello degli anni 70. È un movimento figlio della precarietà, che ha capito che la precarietà è un dato strutturale e fondante il modello sociale vigente e non un “sacrificio” parziale, momentaneo e necessario a rilanciare un modello includente. È un movimento che deve difendere sull’ultima trincea ciò che resta della scuola pubblica. Che sa che sull’ultima trincea si vince o si muore. Per due motivi: il primo è che già molto è stato perso nel tempo in cui i diversi governi, a cominciare dal centrosinistra con Berlinguer ministro, hanno a spizzichi e bocconi eroso non solo cose secondarie ma il cuore stesso della natura pubblica dell’istruzione e il principio dell’indipendenza della ricerca culturale dal mero mercato e dagli interessi immediati del sistema delle imprese capitalistiche. Il secondo è la consapevolezza che non sono le “necessità di bilancio” ad ispirare la “riforma” Gelmini, bensì il disegno preciso di rendere coerente il sistema formativo con il mercato del lavoro deregolamentato e con il modello Marchionne delle relazioni sindacali e dei rapporti di forza sociali.

Questa è l’ultima trincea perché dietro non ce n’è un’altra da cui condurre la stessa battaglia.

In altre parole c’è la consapevolezza che siamo ad un passaggio di civiltà. Dalla società dei diritti (esigibili e/o teorici) alla società del mercato e degli individui subordinati al comando del mercato e perciò competitivi fra loro.

Ovviamente questa consapevolezza, come in qualsiasi movimento, ha diversi gradi di approssimazione alla vera e propria coscienza. Si presenta come “intuizione”. È spesso mediata e filtrata da “categorie” analitiche diverse tra loro. E’ anche distorta, ma ci ritorneremo, da un rapporto bastardo con la “politica” e con la rappresentazione che i mass media danno del problema.

Ma c’è. Come si può vedere in un nuovo tipo di unità fra gli studenti e gli operai. Nei collegamenti solidali con tante lotte ambientali e sociali. Perché la trincea, rappresentata dal contratto nazionale e dalla difesa dei diritti costituzionali in fabbrica, su cui combatte la FIOM è anch’essa un’ultima trincea, oltre la quale tutto sarà diverso e peggiore di prima, ma soprattutto diverso. Perché il territorio abitato da comunità che difendono il diritto alla salute è anch’esso un’ultima trincea. O è a disposizione di speculazioni e operazioni “imprenditoriali” nocive, legali o illegali fa esattamente lo stesso, senza l’impaccio dei diritti dei cittadini che lo abitano, o è proprietà della comunità, che per viverlo e gestirlo deve scontrarsi con quelle stesse istituzioni, che invece di tutelarlo, come imporrebbe la costituzione, lo vogliono spogliare di qualsiasi vincolo comunitario per renderlo pienamente disponibile al mercato. Ripeto, illegale o legale fa lo stesso.

L’unità fra tutti questi soggetti in una difesa consapevole dei diritti fondamentali sotto attacco non si può spiegare in altro modo. Ed è il dato saliente che rende possibile la lotta sull’ultima trincea.

Gli stessi soggetti erano in piazza il 16 ottobre, insieme. In quella manifestazione c’era più tradizione dal punto di vista “antropologico” essendo prevalentemente composta da lavoratori e da militanti della sinistra. E il nemico non era a pochi metri dalla trincea. Era ancora lontano e sembrava diviso e, dopo tanto tempo, debole ed attaccabile. Fuor di metafora il governo traballava, la CGIL non aveva ancora compiuto certi passi concertativi e Marchionne non aveva ancora rincarato la dose a Mirafiori, la “riforma” Gelmini non era ancora certa. Il 14 dicembre la manifestazione era prevalentemente studentesca, e quindi visivamente diversa per simboli esibiti e per slogan, con una declinazione più chiara e radicale (io direi proprio più di sinistra nonostante le apparenze) degli stessi contenuti della precedente. Non solo per il soggetto studentesco generazionalmente più colpito direttamente sul proprio futuro (ed è importante proprio per la contesa di civiltà in corso), ma anche per le pessime “novità” degli ultimi due mesi.

Chi c’era dall’altra parte? Un governo arrogante, blindato nella zona rossa, dedito all’acquisto dei voti necessari a sopravvivere. Solo il governo? Secondo me no. Bisogna guardare in faccia la realtà. Anche se mette in discussione più o meno antiche certezze. Soprattutto per evitare semplificazioni tali da indurre la più tossica falsa coscienza. E qui il discorso merita di essere, anche se sommariamente, approfondito.

All’appuntamento del 14 c’è solo il solito Berlusconi cattivo che fa cose poco commendabili? Non sarà, per caso, che è l’intero parlamento e l’intero sistema politico a minacciare la trincea nella quale stanno studenti operai e cittadini in lotta? Io dico di si. E aggiungo che seppur dubbioso su molte altre cose su questa sono proprio convinto. La polizia, è stato detto da più parti, difendeva il parlamento, la “culla della democrazia”, non (o non solo) il governo. In fin dei conti, è stato detto da più parti, il governo ha vinto perché ha comprato dei voti ma adesso è debole e non ce la farà a governare, e forse, con questa cosa oscena, perderà anche consensi. (potrei continuare a elencare luoghi comuni di questo tipo, largamente diffusi). Come se fossimo non ad un passaggio di civiltà, bensì ad una qualsiasi dialettica bipolare, e come se il concetto di democrazia fosse invariabile rispetto alla natura delle decisioni che vengono prese da un parlamento. Come se non ci fosse relazione fra cosa si fa e come lo si fa. Come se non ci fosse conseguenza fra la fiducia al governo e la prossima approvazione della “riforma” Gelmini. Per chi ragiona così dovrebbero esserci molti sintomi e fatti da prendere in considerazione per provocare un serio ripensamento. Temo non ci sia l’onestà intellettuale sufficiente per farlo. Ma vediamo i sintomi e i fatti. All’accusa di aver comprato parlamentari i berlusconiani rispondono serafici: l’avete fatto anche voi, più volte, e in ogni caso dovete provarlo, altrimenti è solo il comportamento normale e costituzionale del deputato che è eletto senza vincolo di mandato. Hanno torto? Hanno ragione sia politicamente sia formalmente. Ciò cancella l’evidenza dei fatti? Certamente no, ma la riconduce alla normalità. Alla normalità del bipolarismo, aggiungo io. Il fatto che deputati eletti in un partito la cui bandiera è l’antiberlusconismo salvino Berlusconi è certamente un fatto estremo. Ma è solo la punta dell’iceberg. Perché la transumanza da uno schieramento all’altro di singoli e di partiti è diventata la normalità, guarda caso, esattamente da quando c’è il maggioritario. O no? Solo uno scemo decerebrato può dimenticare la Lega che esce dal governo per appoggiare un governo tecnico, con il corollario delle accuse a Berlusconi di essere un mafioso e la minaccia di “andare a cercare i fascisti a casa, uno per uno”. O dimenticare la mirabile traiettoria politica di Lamberto Dini. Ricordiamola perché è sintomatica. È un po lungo ripercorrerla, ma vale la pena, proprio perché è fantastica.

Da direttore della Banca d’Italia a Ministro del Tesoro del primo governo Berlusconi. Propone la controriforma pensionistica, si becca lo sciopero generale, il distacco della Lega dalla coalizione, la crisi di governo. E diventa Primo Ministro del governo tecnico che fa la controriforma pensionistica, con il consenso della CGIL, sostenuto da uno schieramento che va dalla Lega al PDS. Fonda prima una lista, con socialisti e Segni, entra nell’Ulivo e fonda il suo partito: Rinnovamento Italiano. Diventa Ministro degli Esteri e rimane tale in tutti e tre i governi di centrosinistra dal 96 al 2001. Confluisce nella Margherita e diventa vicepresidente del Senato. Nel 2006 diventa Presidente della Comm. Esteri del Senato. Il suo nome viene indicato come candidato unitario alla Presidenza della Repubblica. Dalla Margherita? No, macché, dalla “Casa delle Libertà”. Che dopo averlo descritto a suo tempo come un voltagabbana e un venduto improvvisamente lo vorrebbe Presidente della Repubblica. Nel 2007 è indicato fra i 45 costituenti del PD, ma prima della fondazione del PD esce e fonda un nuovo partito: I Liberaldemocratici. Alla fine del secondo governo Prodi, insieme ad altri tre che cambiano schieramento, fa cadere il governo non votando la fiducia. I Liberaldemocratici si federano al PdL e viene rieletto al Senato e subito dopo, con un ultimo scatto, abbandona i Liberaldemocratici che rompono il patto federativo e (ri)entra nel PdL.

È stato comprato Dini? E se si quante volte?

Domanda: questo zig zag si spiega con il fatto che sarebbe stato sempre ed opportunamente sul mercato? Non è che per caso si spiega meglio con la intercambiabilità di un certo personale politico nell’ambito di politiche simili, se non identiche, da parte di schieramenti che agiscono dentro i confini delle compatibilità del sistema? E che proprio perché simili sui contenuti dispiegano il massimo di scontro sulla contesa della postazione di governo, rubandosi perfino lo stesso personale a vicenda?

Attenzione, perché chi non vuole vedere la transumanza da uno schieramento all’altro, mercanteggiata illegalmente o meno fa lo stesso, come un fenomeno strutturale del bipolarismo, finisce poi, con un salto mortale, per proporre come soluzione del problema una cosa magica: le preferenze. Ma come, dico io, la “nomina” dei parlamentari non doveva essere la garanzia di fedeltà al capo e al partito? E se c’è una forza misteriosa e superiore che provoca la transumanza il rimedio può essere che ognuno sia eletto con i propri consensi personali, indebolendo così i legami col capo e col partito? Non succederà, per caso, che per aumentare i voti del partito si “comprino” candidati che portano un valore aggiunto di preferenze, senza guardare per il sottile in quanto a moralità, principi etici e affidabilità delle persone?

Che rimedio sarebbe questo?

Insomma, come si vede il 14 gli studenti hanno giustamente, magari confusamente ma giustamente, individuato il sistema politico, il palazzo, come impermeabile alle loro istanze. All’appuntamento c’erano corpose minoranze sociali destinate all’esclusione e alla deprivazione di diritti e dall’altra un palazzo strutturalmente incapace di ascoltare. Se persino una vittoria parziale come l’archiviazione della “riforma” Gelmini, attraverso la caduta del governo Berlusconi, è affidata alla “vittoria” di Fini e del FLI che hanno votato e condividono la Gelmini, è evidente il grado di separazione ed incomunicabilità che separa il palazzo dalla società.

Se siamo ad un passaggio di civiltà, reso più rapido e violento dalla crisi, e se il bipolarismo rende il palazzo, e la sua dialettica interna, strutturalmente incapaci di fermare il processo di esclusione sociale in corso, come mai non emerge con la dovuta forza il vero problema politico? Che è, con tutta evidenza, un problema democratico. Chi lo indica come problema preminente? Forse quelli che esaltano il bipolarismo e imputano al solo Berlusconi crimini che essi stessi hanno più volte commesso, anche se con più rispetto del galateo? Forse quelli che “spiegano” con predicozzi vergognosi ai “ragazzi” che non bisogna esagerare, che non bisogna fare cose che sottraggono consenso alla propria stessa causa, perché in “democrazia” quello che conta alla fine è il consenso (elettorale) e andare contro la “pubblica opinione” sfasciando vetrine è controproducente? Eh no! Così lo negano. Così lo nascondono.

Bisognerà pur dire una verità.

In queste condizioni proprio solo gli scontri, con tutti i loro eccessi, indicano l’esistenza di un problema democratico. E, come una cartina di tornasole, svelano i “misteri delle alchimie politiche” degne del piccolo chimico e denunciano le mille ipocrisie e omertà di chi, dal mondo della politica ufficiale, attraverso prediche e pensosi aggrottamenti di sopracciglia (la nonviolenza, la non violenza, dobbiamo capire, dobbiamo capire) dimostra solo di aver separato il proprio destino politico da quello degli esclusi. E per giunta vorrebbe che gli esclusi mantenessero comportamenti ed atteggiamenti coerenti non già con la gravità della situazione, bensì con il destino di un pezzo del palazzo. Per questo si sentono dire cose come: i ragazzi sono bravi (del resto vogliamo che votino per noi) ma i teppisti vanno condannati; non esistono teppisti, sono infiltrati, mandati da chi vuole oscurare le ragioni dei bravi ragazzi; e così via.

Lo ripeto. Se all’appuntamento c’erano minoranze sociali che avvertono di essere e restare escluse nella società e un palazzo chiuso, blindato e sordo, c’è un problema democratico di prima grandezza, non la solita vicenda della politica spettacolo e la solita liturgia della manifestazione radicale ma composta.

Facciamo finta, per capirlo meglio, che non fosse volato nessun petardo e che non ci fosse stato nessuno scontro.

Di cosa si discuterebbe oggi sui mass media? Di cosa discuterebbero dentro il palazzo? Solo ed esclusivamente della vittoria (di Pirro o meno e più o meno scandalosa) di Berlusconi. Solo delle contromosse di Fini e di Casini. Solo delle probabili o meno elezioni anticipate. La manifestazione sarebbe stata, come sempre succede, relegata in trafiletti e comunque descritta come un’appendice dello scontro epico dentro il palazzo.

Se non è vero mi si dica, mi si dimostri il contrario.

Siccome invece è vero, allora bisogna riconoscere che solo attraverso il fatto eclatante degli scontri è emersa la gravità della situazione. E che se c’è qualcosa da condannare è il sistema nel suo complesso. Non chi ha fatto gli scontri.

In particolare c’è un pezzo del sistema, che si è presentato all’appuntamento, diverso dal palazzo ma egualmente contrapposto agli esclusi. I mass media.

Ho appena detto che “solo” gli scontri hanno dato conto della gravità della situazione. E cioè del problema democratico preminente. Perché non può esserci democrazia con l’esclusione sociale di una intera generazione. Ma ho messo travirgolette il “solo” perché i mass media, presi nel loro complesso, non informano, non spiegano, non descrivono i fenomeni sociali. E quando lo fanno, male, è solo per poi far dire a santoni, guru dell’economia che negli ultimi venti anni non hanno azzeccato una sola previsione, predicatori televisivi, pseudo opinionisti ed “esperti” di ogni tipo, che si, i “ragazzi” hanno ragione a lamentarsi, ma devono capire che il welfare è finito, è vecchio, è un lusso che non ci può più permettere. O, nella versione di centrosinistra, che i “ragazzi” hanno ragione a lamentarsi, ma è colpa del ministro Gelmini, che è incapace, e non dei diktat dell’Unione Europea, del sistema finanziario, delle banche, della dittatura del mercato, del Fondo Monetario Internazionale, dell’OCSE, del WTO. Secondo questa congerie di imbroglioni basterebbe regolamentare un po meglio la precarietà in modo che torni ad essere quella “flessibilità” indispensabile alle imprese per competere. Basterebbe non esagerare con i tagli al welfare, pur comprendendo la necessità di tagliare molto perché il bilancio…, la spesa pubblica…, gli sprechi…, i parametri dell’UE…, i patti di stabilità…, i patti sociali necessari…, e così via all’infinito. Tanto essendoci gli altri al governo un po di demagogia e di finte promesse si possono fare, ma sempre rassicurando i poteri forti, che non possono sentir dire che la precarietà va eliminata, che l’economia deve essere diretta secondo le esigenze della collettività, che i diritti non devono essere soppressi secondo le esigenze del mercato, che i parametri, i patti di stabilità, i bilanci, sono forche caudine che non vanno bene e che vanno rovesciate. Chi lo dice è estremista, comunista, demagogo, cattivo maestro, massimalista, visionario, velleitario. Bisogna essere realisti, concreti, avere una cultura di governo, e quindi prendere per oro colato i “pareri” delle agenzie di rating, le “indicazioni” del FMI, gli andamenti borsistici, gli articoli del Financial Times. Questa accozzaglia di ripetitori acritici di teorie economiche ridicole e falsificate dalla storia, di dilettanti che si danno le arie da statisti, di personaggi e personaggini alla perenne ricerca di un quarto d’ora di visibilità sulle agenzie di stampa o seduti in un salotto televisivo a ripetere banalità, non hanno alcuna cultura di governo, sono tutto meno che concreti e realisti. È da vent’anni che ripetono sempre la stessa litania. È da vent’anni che prevedono il secondo tempo della redistribuzione, della crescita per tutti, dell’inaugurazione di una nuova stagione per nuovi diritti. E intanto fanno finta di non vedere che il primo tempo è infinito, che la forbice fra ricchi e poveri è aumentata a dismisura, che il mercato e la sua stessa logica intrinseca erode, cancella, e distrugge diritti e coesione sociale. Se sono costretti a prenderne atto dicono che è colpa del governo in carica, mica del sistema economico, e la buttano in caciara. Ovviamente sono pronti in un batter d’occhio a condannare la violenza, e chiamare criminali, teppisti, delinquenti, infiltrati, i manifestanti che fanno gli scontri.

Fanno tutti finta di non sapere che le ragioni di una manifestazione senza scontri scompaiono dai mass media. Un trafiletto e via. Fanno finta di non sapere che anche quando si parla di una manifestazione, magari imponente, invece che i manifestanti, in tv appaiono i leader che camminano in mezzo a grappoli umani di giornalisti (sic) che si contendono uno scampolo di frase, una parola da mettere nel tritacarne dei battibecchi della politica spettacolo.

Possibile che nessuno dica la semplice verità che i mass media e i talk show sono massimamente responsabili del fatto che per “fare notizia” bisogna fare ogni volta cose sempre più eclatanti, scontri compresi? Possibile che non si veda anche qui un problema democratico enorme? E che si finga di indignarsi per le ovvie conseguenze di una simile situazione, in perenne peggioramento? Possibile che i predicatori televisivi strapagati per dire le loro “opinioni”, quasi sempre superficiali e banali, abbiano perfino la faccia tosta di fare prediche ai “ragazzi”, dicendogli di non fare “cazzate”, ben sapendo che senza quelle cazzate spariranno dai mass media? Certo che è possibile, perché solo il guru televisivo potrà così volgere il suo pensoso sguardo verso il basso e descrivere e denunciare le ingiustizie che affliggono una generazione. Una generazione che deve commuoversi ed entusiasmarsi quando sente il guru ma che non può parlare, farsi ascoltare, direttamente e per proprio conto. Una generazione, cioè, le cui sofferenze vengono usate come ingrediente dello spettacolo televisivo e mass mediatico, fanno crescere l’audience e quindi gli introiti pubblicitari e quindi i cachet dei predicatori. Che schifo!

Quando, 12 anni fa, si suicidarono Sole e Baleno, i loro compagni anarchici chiesero che ai funerali non si presentassero televisioni e giornalisti. Che si evitasse la solita sarabanda. Che ci fosse un minimo di rispetto. Dovettero cacciare i giornalisti prendendoli a pedate. Sacrosante pedate! Il diritto di cronaca…, il diritto di cronaca…, e giù condanne per chi li aveva cacciati. Eppure pochi mesi prima la famiglia Agnelli aveva chiesto ed ottenuto che nessuna televisione o giornalista andasse alla cerimonia funebre per Giovanni Alberto Agnelli, morto di tumore a 33 anni. Li c’era il rispetto per la morte e per il dolore, li non c’era il diritto di cronaca.

Basterebbe questo piccolo esempio per qualificare il sistema massmediatico italiano.

In conclusione si può dire, e ripetere, che gli scontri del 14 sono il prodotto della gravità sociale e democratica della situazione, della impermeabilità del palazzo e della enorme mancanza di informazione. A questo è dovuto il consenso evidente della stragrande maggioranza dei manifestanti. A questo è dovuta l’incisività dell’evento e il suo potere comunicativo e politico. Il resto sono chiacchiere pseudo sociologiche, da salotto, quando non veri e propri imbrogli ipocriti.

Ovviamente la lotta continua e continuerà. E dovrà trovare ogni giorno le forme consone al livello dei problemi e ai rapporti di forza. Credo che il movimento sia abbastanza maturo per sapere che gli scontri, più che giustificati il 14 per denunciare e rendere evidente la gravità della situazione, diverrebbero impedenti lo sviluppo della lotta se reiterati ad ogni occasione.

Ma questo lo vedremo presto, credo.

ramon mantovani