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Elezioni catalane del 14 febbraio 2021

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 febbraio, 2021 by ramon mantovani

Il 14 febbraio si sono svolte, in condizioni eccezionali, le elezioni del parlamento catalano.

Prima di elencare i risultati, di proporre una sommaria analisi degli stessi e della nuova situazione politica, è necessaria una premessa.

Un dato spicca su tutti. Ha votato il 53% degli aventi diritto. Alle ultime elezioni del 21 dicembre 2017, convocate d’autorità dal governo del Partido Popular allorquando, dopo le ben note vicende del referendum unilaterale d’autodeterminazione, sciolse il Parlament e commissariò la Generalitat, votò il 79% degli aventi diritto.

L’aumento dell’astensione dal 21 al 46 per cento è un dato enorme ed ha ovviamente spiegazioni non univoche. Ma quella collegata alla pandemia è di gran lunga prevalente e non è meramente oggettiva. Anch’essa è intimamente collegata al conflitto politico tra la Generalitat catalana e lo stato spagnolo. Per questo merita di essere descritta e non ignorata come se fosse un fatto fisiologico.

A queste elezioni catalane si è arrivati in seguito alla ben nota destituzione del Presidente della Generalitat dell’autunno scorso, e la data è stata fissata il 14 febbraio 2021 lasciando trascorrere i tempi di legge nel corso dei quali il Parlament non ha eletto un nuovo presidente e formato un nuovo governo.

Quando a tutti è parso evidente che la nuova ondata dell’epidemia avrebbe posto seri problemi alla celebrazione delle elezioni, dopo discussioni e inevitabili polemiche, alla fine una riunione di tutti i gruppi parlamentari all’unanimità ha dato mandato al governo, in carica per l’ordinaria amministrazione, di spostare la data delle elezioni alla fine di maggio. Ma, sulla base di un ricorso presentato da un cittadino e da alcune forze politiche, che per altro non si erano nemmeno presentate alle elezioni, il tribunale investito della questione ha stabilito, il 29 gennaio (15 giorni prima del voto), che il governo privo di Presidente non era abilitato a spostare la data delle elezioni ed ha mantenuto d’autorità la data del 14 febbraio.

Detto con altre parole, utilizzando cavilli un tribunale spagnolo è passato sopra la volontà unanime del Parlament di posticipare la data elettorale a causa della pandemia ed ha obbligato l’elettorato ad andare alle urne in una data che tutti i partiti catalani avevano indicata come non sicura dal punto di vista sanitario.

Checché se ne dica questo è un fatto politico, che ha inciso fortemente sulla partecipazione al voto e che ha ingarbugliato ancora di più la già pessima relazione della Catalunya con lo stato spagnolo.

Una così bassa partecipazione inficia qualsiasi lettura dei risultati da tutti i punti di vista. Qualsiasi maggioranza si formi nel Parlament potrà essere considerata per lo meno “discutibile”, cosi come l’autorevolezza dello stesso parlamento, a causa dell’astensione non fisiologica.

Detto questo passiamo ai risultati. Che elencherò in percentuali e seggi, tralasciando i voti assoluti che non sono seriamente paragonabili a quelli delle elezioni precedenti. Infatti, nel 2017 votarono 4 milioni 392 mila elettori e il 14 febbraio di quest’anno hanno votato 2 milioni 874 mila elettori.

I risultati

Il Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC) è passato dal 13,86% al 23,04% e da 17 a 33 seggi.

Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) dal 21,38% al 21,30% e da 32 a 33 seggi.

Junts per Catalunya (JxCAT) dal 21,66% al 20,04% e da 34 a 32 seggi.

VOX che si è presentato per la prima volta ha ottenuto il 7,69% e 11 seggi.

La Candidatura d’Unitat Popular (CUP) dal 4,46% al 6,67% e da 4 a 9 seggi.

En Comù Podem (ECP) dal 7,46% al 6,87% ed ha mantenuto gli 8 seggi.

Ciutadans dal 25,35% al 5,57% e da 36 a 6 seggi.

Il Partido Popular dal 4,24% al 3,85% e da 4 a 3 seggi.

Il Partit Democrata Europeu Català (PEDeCAT) nelle precedenti con JxCAT ha ottenuto il 2,72% e nessun seggio.

Altre 14 liste hanno ottenuto tutte meno dello 0,50%.

Per interpretare politicamente i risultati li analizzeremo da tre punti di vista: indipendentisti, anti indipendentisti e sinistra.

Il movimento indipendentista

La somma dei partiti indipendentisti (ERC, JxCat, CUP e PEDeCAT) è 50,73%. I seggi sono 74 è cioè 6 in più della maggioranza assoluta di 68.

È il massimo storico sia in percentuale di voto sia in seggi. Per la prima volta è superata la soglia fatidica del 50% (con altre tre liste piccole il voto indipendentista è del 51,28). Ma non è questo il dato saliente giacché i voti assoluti sono stati circa 600mila in meno sia rispetto alle precedenti elezioni sia rispetto ai SI all’indipendenza nel referendum unilaterale del 1 ottobre 2017.

Le cose veramente significative sono: 1) ERC è diventato il primo partito indipendentista e può ambire ad esprimere il Presidente ed a dirigere il governo. 2) la CUP ha 9 seggi ed è indispensabile per formare la maggioranza di un governo indipendentista. 3) la destra indipendentista si è divisa in 4 liste e JxCAT oltre ad aver perso la guida di un eventuale governo è diventata una formazione troppo eterogenea al suo interno per poterne avere comunque l’egemonia.

In realtà il movimento popolare indipendentista negli ultimi tre anni ha subito una dura e ingiusta repressione e si è diviso. Da una parte ERC che ha prospettato la necessità di allargare la base sociale e le alleanze dell’indipendentismo, che ha permesso nel parlamento spagnolo (insieme ai partiti di estrema sinistra indipendentisti del Paese Basco e della Galicia) la formazione del governo PSOE-Unidas Podemos, che ha puntato sulla necessità di avviare un negoziato bilaterale per ottenere un referendum riconosciuto dallo stato spagnolo e che ha accentuato la propria identità di sinistra. Dall’altra JxCAT e la CUP, che sebbene agli antipodi sui temi sociali ed economici, hanno prospettato l’accentuazione dello scontro frontale con lo stato spagnolo e considerato il nuovo governo PSOE-Unidas Podemos come nemico.

JxCAT nel governo che presiedeva, ha dovuto accettare di promulgare leggi e provvedimenti di sinistra (sfratti e regolamentazione degli affitti, tasse sui ricchi e sulle eredità, sulle scuole private ecc. votati da ERC, dalla CUP e anche da En Comù Podem) che ne hanno minato l’unità interna e provocato la scissione del PEDeCAT. Mentre JxCAT ha dichiarato rotti i legami con la destra storica catalana e virato (a parole) a sinistra dichiarandosi di centro ma anche “socialdemocratico”, il PEDeCAT li ha rivendicati pienamente ed ha accusato JxCAT di essere egemonizzato dalla sinistra e di aver imboccato un vicolo cieco con la ricerca continua dello scontro frontale con lo stato spagnolo. JxCAT è dunque una formazione eterogenea composta da esponenti della destra storica catalana, alcuni dei quali manifestano sempre più una concezione identitaria ed escludente, da esponenti della sinistra moderata (ex socialisti ma non solo) convinti che non sia possibile nessun dialogo con lo stato spagnolo, e da indipendentisti intransigenti.

La CUP, pur mantenendo l’idea dello scontro frontale con lo stato spagnolo e la prospettiva di una rottura fondata esclusivamente sulla mobilitazione di piazza, per la prima volta ha deciso di non escludere a priori un proprio ingresso nel governo.

Va anche ricordato, perché è un fatto significativo, che la formazione indipendentista ma anche xenofoba e di estrema destra, Front Nacional de Catalunya, ha ottenuto lo 0,18% dei voti. A dimostrazione che nessun paragone del movimento indipendentista può essere fatto con la Lega italiana o con altre formazioni di estrema destra europee. Se pur esistono esponenti indipendentisti (in JxCAT e nella società civile) che mostrano concezioni identitarie va sempre ricordato che tutta la destra catalana ha sempre ufficialmente difeso un’idea includente di nazione e si è sempre scontrata con la destra spagnola sulla questione dell’immigrazione votando contro i CIE, disobbedendo alla legge spagnola che impediva di assistere sanitariamente gli immigrati irregolari, dichiarando più volte la disponibilità ad accogliere rifugiati e così via.

Gli anti indipendentisti, o unionisti, o costituzionalisti che dir si voglia.

Il PSC da anni ormai è un partito contrario al diritto all’autodeterminazione ed è monarchico. Se nel 2012 votava ancora nel Parlament la richiesta ufficiale al Congreso de los Diputados affinché si potesse svolgere un referendum in Catalunya oggi è totalmente contrario. Se prima era un partito che aveva come prospettiva una repubblica federale oggi non vuol mettere in discussione la monarchia e considera definitivo l’assetto delle comunità autonome.

Tutto ciò gli è costato parecchio. Almeno tre scissioni e la perdita di molti consensi elettorali. Come il PSOE, nei confronti del quale nel corso degli anni ha perso l’autonomia storica, propone un “dialogo” fra Spagna e Catalunya ma non un negoziato che abbia come oggetto l’autodeterminazione, giacché sostiene che il “dialogo” si può svolgere solo dentro il quadro costituzionale, segnatamente in osservanza delle parti della costituzione che furono imposte dai ministri di Franco e dagli intatti apparati militari e giudiziari fascisti durante la redazione della costituzione nel 1978.

Per questi motivi, sebbene non si possa certo considerarlo un partito della destra nazionalista spagnola storica, va annoverato fra i partiti unionisti.

Ed infatti è fra questi che ci sono stati evidenti e consistenti travasi di voto.

Basta esaminare i voti di Ciutadans. Partito ultraliberista nato in contrapposizione al governo di sinistra degli anni 2000 che aveva promosso un nuovo statuto di autonomia della Catalunya, la cui manomissione da parte del Tribunal Constitucional ha inaugurato poi l’ascesa irresistibile del movimento indipendentista.

Dal 2012 al 2015 fino al 2017, nelle tre elezioni catalane Ciutadans cresce fortemente alimentandosi di un voto anti indipendentista e sottraendo consensi al PP ed al PSC. Fino ad ottenere 36 deputati e a diventare il primo partito del parlamento.

Nelle ultime elezioni, atteso che gli indipendentisti sono aumentati e che la sinistra radicale di En Comù Podem ha confermato i suoi 8 seggi, si può ben dire che 27 dei 30 seggi persi da Ciutadans sono andati al PSC (16), a VOX (11). E che il voto di opinione di Ciutadans ha ingrossato le fila dell’astensione più di altri.

Certo ci saranno flussi più complessi, di travasi di voto più indiretti, ma il grosso è spiegabile facilmente. Del resto il PSC ha fatto una campagna esplicitamente e duramente anti indipendentista, erigendosi a garante di un eventuale governo senza indipendentisti e VOX oltre ai tradizionali argomenti xenofobi ha rivendicato la repressione ed ha proposto direttamente la liquidazione di ogni autonomia della Catalunya.

Vedremo alla fine dell’articolo le maggioranze di governo possibili sulla carta. Ma intanto per quanto attiene ai partiti contrari al diritto all’autodeterminazione la loro somma è del 40,15% dei voti e di 53 seggi (15 in meno della maggioranza assoluta).

La sinistra.

ERC è una formazione che possiamo definire di sinistra moderata. Moderata nel senso che è keynesiana programmaticamente ma disponibile ad accordi e compromessi sia con forze alla sua sinistra sia con forze liberiste. L’essere il primo partito alla pari (in seggi ma, anche se di poco, inferiore in voti) con il PSC non è una posizione comoda. Ma ha vinto la battaglia per poter guidare il movimento indipendentista, e un eventuale governo, nei confronti di JxCAT. Inoltre è diventato interlocutore necessario (con gli indipendentisti baschi di Bildu con i quali ha stretto un patto di ferro) per la stabilità del governo del PSOE-Unidas Podemos.

En Comù Podem sulle questioni economico sociali ha posizioni nettamente di sinistra, e per questo ha partecipato attivamente, pur essendo all’opposizione, alla redazione ed approvazione di diversi provvedimenti, ed anche della ultima legge di bilancio del governo catalano di JxCAT e ERC. Sulla questione nazionale catalana difende il diritto all’autodeterminazione ma critica la via unilaterale seguita negli ultimi anni dal movimento indipendentista. Ovviamente è repubblicana e al suo interno convivono prevalenti posizioni che propugnano una repubblica federale spagnola con posizioni minoritarie indipendentiste. È chiaramente schierata contro la repressione, chiede la liberazione dei detenuti politici e il ritorno degli esiliati come premessa necessaria per la realizzazione di un negoziato politico. Negli ultimi tre anni ha vissuto divisioni ed ha perso importanti dirigenti e una parte della storica formazione Esquerra Unida i Alternativa. Anche per questo considera un successo aver mantenuto i suoi 8 seggi, al contrario di quanto previsto da quasi tutti i sondaggi pre elettorali.

La CUP è una formazione di estrema sinistra indipendentista che ha condizionato fortemente i governi catalani dall’opposizione e che ha per la prima volta annunciato, non senza qualche polemica interna, di essere disponibile a discutere di un proprio ingresso al governo, ovviamente condizionato dalla discussione programmatica. Sostiene la via della mobilitazione popolare e della disobbedienza civile come l’unica via possibile per ottenere il diritto all’autodeterminazione. Il passaggio da 4 a 9 seggi ne ha aumentato il peso ed ha spostato nettamente a sinistra il baricentro del movimento indipendentista.

Le maggioranze, possibili e impossibili.

Mentre scrivo sono già cominciate le manovre per la formazione della maggioranza di governo.

È necessario ricordare che sia in Catalunya sia in Spagna si può governare in minoranza. Basta ottenere un voto di maggioranza sul Presidente del governo, che una volta eletto può formare un governo di minoranza che cerca sui singoli provvedimenti, compresi quelli più importanti, il sostegno trasversale dei gruppi parlamentari.

Tralasciamo pure quanto proposto circa le alleanze di governo in campagna elettorale da tutti i partiti. Nessuna delle proposte è realizzabile dati i veti incrociati e dati i risultati elettorali.

Le proposte in campo sono le seguenti:

il PSC cha ha già annunciato di avviare le consultazioni per formare la maggioranza, in realtà non potrà guidare nessun governo. Nessun partito indipendentista lo sosterrà con voto favorevole o astensione.

ERC propone un governo di coalizione su due discriminanti: diritto all’autodeterminazione e amnistia. E cioè un governo con JxCAT, CUP e En Comù Podem. Avrebbe una maggioranza solida di 82 seggi. Ma né JxCAT né la CUP vogliono far entrare al governo En Comù Podem, giacché pensano che l’indipendentismo e la via unilaterale siano discriminanti, e dal canto suo En Comù Podem non accetta di stare al governo con la destra di JxCAT.

En Comù Podem propone un governo di sinistra con PSC ed ERC. Avrebbe 74 seggi di maggioranza ma i veti incrociati di PSC ed ERC non sembrano e non sono superabili.

JxCAT propone un governo indipendentista con ERC e CUP. Anche questa maggioranza avrebbe 74 seggi. Ma non è di così facile realizzazione. Lo scontro fra ERC e JxCAT dentro il governo e nel parlamento nell’ultima legislatura è stato durissimo e le relazioni sono pessime. Inoltre JxCAT avrebbe seri problemi di coesione interna con un programma fortemente condizionato dalla CUP, ed ERC anche presiedendo il governo avrebbe problemi ad imporre a JxCAT e alla CUP la via del negoziato con la Spagna, soprattutto in presenza della continuazione della repressione. Questa formula di governo resta comunque la più probabile visto che, per quanto litigiosi e diversi siano i partiti indipendentisti, un fallimento porterebbe a nuove elezioni e sarebbe per tutti e tre i partiti un suicidio politico.

La Catalunya e la Spagna.

Le ultime elezioni catalane hanno e avranno importanti ripercussioni sulla vita politica spagnola e segnatamente sul governo di coalizione fra PSOE e Unidas Podemos.

Il movimento indipendentista e gli avvenimenti degli ultimi anni hanno messo a nudo una crisi profonda dello stato spagnolo. La mancata conclusione della transizione con una repubblica federale, ratificata da referendum di autodeterminazione dei popoli di Catalunya, Euskal Herria, e Galicia, come volevano tutti i democratici al momento della redazione della costituzione, a cominciare dal PSOE e dal PCE, ha prodotto un’involuzione dello stato e dei suoi apparati giudiziari e di polizia, che di fatto hanno assunto un ruolo nettamente politico e reazionario. Con la crisi economica del decennio passato il paese è stato attraversato da enormi conflitti sociali e il sistema bipartitista PSOE e PP è andato in crisi. Il movimento indipendentista delle tre nazioni non riconosciute è divenuto potente e si è consolidato come un dato permanente. La monarchia è totalmente screditata sia per enormi scandali di corruzione sia per aver perso ogni parvenza di neutralità quando il Re ha sostenuto e in sostanza rivendicato una repressione poliziesca e giudiziaria al di fuori di qualsiasi principio dello stato di diritto. È comparso con forza un partito di estrema destra che egemonizza, con la sua visione sciovinista della Spagna, sia il PP che Ciudadanos.

A tutto ciò non può sottrarsi, per quanti equilibrismi faccia, il PSOE. Del resto i poteri economici e i loro mass media attaccano continuamente il governo. I vertici giudiziari, scaduti da più di due anni, restano in carica con la complicità del PP che si rifiuta di nominare i nuovi con la maggioranza qualificata, e continuano a nominare (per molte responsabilità a vita) giudici reazionari e ad avallare veri e propri attacchi al governo.

Unidas Podemos si è schierato con estrema chiarezza, non senza diverse esitazioni, per un vero negoziato con la Catalunya e per la liberazione dei detenuti politici e la fine della repressione, ed ha cominciato ad affrontare i nodi gordiani del programma di governo che il PSOE non vuole applicare: pensioni, mercato del lavoro, regolamentazione degli affitti e così via.

In ultima analisi la questione catalana sarà decisiva anche per la vita del governo spagnolo, che nel suo insieme dovrà scegliere se incamminarsi sulla via di una democrazia progressiva o morire dalla parte sbagliata della barricata.

ramon mantovani

pubblicato sul sito www.rifondazione.it il 16 febbraio 2021

 

 

 

 

Destituito il Presidente catalano

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 5 ottobre, 2020 by ramon mantovani

 

Il Presidente della Generalitat catalana, Quim Torra, è stato destituito e condannato a 18 mesi di interdizione a cariche o funzioni pubbliche, compreso il diritto all’elettorato passivo.

Questo significa che il governo catalano rimane in carica per l’ordinaria amministrazione (per esempio non potrà presentare la legge di bilancio) finché non verrà eletto un nuovo presidente o, esauriti i termini temporali per l’elezione che sono di due mesi, finché non ci saranno nuove elezioni del parlamento, e cioè altri due mesi.

Quale grave reato ha commesso il Presidente della Generalitat?

Per surreale o perfino ridicolo possa apparire il reato è la disobbedienza, per poche ore, verso un’ordinanza della Giunta Elettorale Centrale in occasione delle elezioni generali spagnole dell’aprile del 2019, che gli imponeva di ritirare uno striscione dalla facciata del palazzo della Generalitat che recava la scritta: “libertà per i detenuti politici ed esiliati” e il nastro giallo simbolo della protesta contro la repressione.

Senza addentrarci in una discussione giuridica infinita è necessario spiegare alcune cose:

1) in Spagna non sono, come in Italia, le Corti d’Appello circoscrizionali e la Corte Suprema di Cassazione a gestire le elezioni. Viene nominata una Giunta Elettorale Centrale composta da 8 giudici del Tribunal Supremo nominati dal vertice del potere giudiziario e da 5 giuristi nominati dal parlamento, e cioè di fatto dai partiti maggiori. La Junta Electoral Central (JEC) è un organo amministrativo e non giudiziario.

2) circa un mese prima delle elezioni dell’aprile 2019 la JEC riceve una denuncia del partito di destra Ciudadanos secondo la quale il nastro giallo è un simbolo usato da partiti concorrenti nelle elezioni generali, e ne ordina il ritiro.

3) inizia un contenzioso legale e giuridico. Il Presidente ricorre sostenendo che a) la Jec è un organo amministrativo e non può dare ordini al governo catalano; b) il nastro giallo non è un simbolo di partito e non è strettamente indipendentista (lo espone anche il comune di Barcellona il cui governo non è indipendentista); c) nella Jec siedono diversi magistrati implicati nei diversi processi contro gli indipendentisti; d) nella Jec ha partecipato alla decisione un giurista nominato dal parlamento su proposta di Ciudadanos che ha partecipato alla redazione della denuncia che ha poi accolto come membro della Giunta.

4) la Jec, prima e dopo l’episodio in questione, ha preso anche altre decisioni a dir poco molto controverse, a dimostrazione che non è certo un organismo neutrale.

È il caso delle elezioni europee nelle quali aveva deciso di escludere dalle liste gli indipendentisti in esilio, nonostante questi godessero di tutti i diritti politici, per poi essere smentita dal Tribunal Constitucional.

Ha proibito alla televisione pubblica catalana di usare le espressioni “detenuti politici” e “esiliati” in violazione del diritto fondamentale di libertà di espressione.

Ha sostenuto che gli indipendentisti eletti al parlamento europeo non potevano prendere possesso del seggio in quanto non si erano recati a Madrid a giurare sulla Costituzione spagnola (cosa che non avrebbero potuto fare perché sarebbero stati immediatamente arrestati e che comunque è totalmente impropria per deputati europei), per poi essere smentita da organi giurisdizionali europei e dal parlamento europeo.

Dopo la prima sentenza non definitiva contro il Presidente della Generalitat la JEC ha deciso (7 voti a favore e 6 contrari) che Quim Torra doveva decadere dalla carica di deputato del parlamento catalano e sul ricorso del governo catalano nel gennaio di quest’anno il Tribunal Supremo ha confermato la decisione della JEC. Alla fine dopo molte controversie Torra ha perso condizione di deputato ma non quella di Presidente della Generalitat.

E si potrebbe continuare a lungo.

In realtà questo ultimo non è altro che l’ennesimo episodio di una causa giudiziaria generale contro l’indipendentismo catalano promossa e condotta dagli apparati giudiziari centrali spagnoli, sostenuta dai partiti di destra, e spesso anche dal PSOE, e dal 90% della stampa e televisioni spagnole.

Per la vicenda del referendum e fatti connessi sono in carcere 7 esponenti del governo catalano del 2007, i due presidenti delle associazioni di massa indipendentiste, e numerosi altri sono in esilio giacché i tribunali di Belgio, Germania, Gran Bretagna e Svizzera non hanno concesso mai l’estradizione. Il vertice della polizia catalana attende una sentenza. Circa 2500 fra parlamentari catalani, sindaci, consiglieri comunali e semplici cittadini sono tutt’ora inquisiti, o già imputati, processati e condannati.

Tutto per un referendum dichiarato illegale, ma che nella legislazione spagnola non è reato penale, e per un ciclo decennale di manifestazioni e mobilitazioni totalmente pacifiche, che nei processi sono state catalogate come parti del reato di “rebelion” o “sedicion” e cioè, per tradurlo nel linguaggio giuridico di altri paesi europei, di colpo di stato o insurrezione armata.

È ormai provato, e prima o poi (forse) ci saranno processi e sentenze, che sotto i governi del Partido Popular hanno operato apparati deviati della Guardia Civil e della Policia Nacional per spiare, per costruire false accuse di corruzione contro indipendentisti e contro Podemos, per sottrarre prove e ostacolare indagini nei processi del PP per corruzione e finanziamento illegale.

La monarchia spagnola è in crisi. Sono venuti alla luce gravi casi di corruzione del re emerito che hanno costretto il re in carica a prenderne le distanze. Ma è impossibile che l’istituzione monarchica possa riguadagnare credibilità, sia perché i crimini del re emerito non possono essere giudicati giacché il potere giudiziario lo considera (purtroppo con qualche ragione di ordine costituzionale) totalmente inviolabile, almeno per tutti i reati commessi quando era in carica, sia perché il re in carica compare come titolare, con suo padre, di almeno due fondazioni finanziarie di decine e decine di milioni di euro collocate in paradisi fiscali, sia perché la fuga del re emerito negli Emirati Arabi e la “rinuncia” del re in carica alla eredità patrimoniale (che è una semplice dichiarazione verbale senza alcun effetto giuridico) non possono convincere nessuna persona di buon senso sulla natura democratica e super partes della monarchia spagnola. Se il PP, VOX e Ciudadanos, con i vertici del potere giudiziario, la difendono è solo perché incarna e garantisce “l’unità della patria”, come voluto esplicitamente dal dittatore Franco.

Il governo di coalizione PSOE UP su tutto questo è diviso. E lo è anche il PSOE al suo interno. Dovrà prima o poi decidere se aprire una nova fase della storia della Spagna riconoscendo l’esistenza delle nazioni finora negate e dovrà decidere se completare la transizione, ancorché con un enorme ritardo.

Gli indipendentisti catalani ovviamente vogliono usare le contraddizioni dello stato spagnolo ma sono divisi al proprio interno fra una linea dura di scontro frontale con lo stato e una linea morbida di negoziato e dialogo sostenuto dalla mobilitazione popolare. Tutti uniti però nella richiesta di amnistia per le migliaia di vittime della repressione e per il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione come unica via possibile per risolvere il conflitto.

Il primo vero appuntamento saranno le elezioni catalane fra circa 4 mesi. I tre partiti indipendentisti tenteranno di superare la fatidica soglia del 50% dei voti. Se ci riusciranno si aprirà veramente la via del negoziato o lo scontro si farà più complesso e duro.

È presumibile, quindi, che i prossimi mesi saranno tutto meno che tranquilli.

ramon mantovani

pubblicato il 2 ottobre 2020 sul sito http://www.rifondazione.it

Il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 ottobre, 2017 by ramon mantovani

Quel che è successo il 1 ottobre in Catalunya non lascerà nulla uguale a se stesso.

La violenza gratuita e brutale della Policia Nacional e della Guardia Civil contro la popolazione inerme che difendeva i seggi del referendum con la sola resistenza passiva, è l’ultimo atto di un processo sociale, politico ed istituzionale lungo ormai anni. Per quanto grave e ripugnante, questa violenza di stato, non è tanto importante in sé quanto perché vi si condensano numerose e pesanti ingiustizie secolari e più recenti.

Si tratta di qualcosa che insiste su ferite aperte e mai rimarginate, che tocca nel profondo i sentimenti e non solo le ragioni di un intero popolo, che evoca i periodi più bui della storia della Spagna, che non sono pochi.

Solo così si può spiegare il perché decine di migliaia di persone comuni abbiano presidiato per due giorni e due notti i circa 2300 collegi elettorali per impedire che fossero occupati e chiusi dalla polizia prima del voto. Solo così si può capire come mai alle 6 del mattino (due ore prima dell’inizio delle operazioni di voto) del 1 ottobre davanti ai seggi ci fossero moltissimi elettori pronti a frapporre i propri corpi indifesi per impedire l’annunciato arrivo della polizia. Solo così si può intendere la decisione dei portuali catalani di non fornire nessun servizio, nei porti di Barcelona e Tarragona, alle navi noleggiate dal ministero degli interni per collocarvi i circa 10mila agenti della Policia Nacional e della Guardia Civil mandati in Catalunya dal resto della Spagna. Solo così si può comprendere perché il corpo dei pompieri catalani si sia schierato dalla parte della popolazione subendo, in divisa, le cariche e le manganellate. Solo così si spiega il perché la polizia catalana (Mossos d’Esquadra), che pure è titolare dell’ordine pubblico in Catalunya e che svolge anche la funzione di polizia giudiziaria si sia, nei fatti, rifiutata di aggredire la popolazione, con tanto di Mossos spintonati e maltrattati dalla Guardia Civil e di altri in lacrime fraternizzare con quelli che avrebbero dovuto reprimere. Solo così si capisce perché tutti i teatri catalani hanno sospeso le rappresentazioni del 1 ottobre per protesta e perché la squadra di calcio del Barcelona ha chiesto di rinviare la partita del 1 ottobre e dopo aver ricevuto il diniego e la minaccia di essere sanzionata ha deciso di chiudere lo stadio al pubblico e disputarla a porte chiuse per mostrare al mondo la propria protesta.

Ho citato queste cose, e potrei continuare a citarne molte altre, perché osservarle dal punto di vista meramente politico sarebbe riduttivo.

Ma veniamo ai fatti politici.

Sulla storia della Catalunya pesano almeno tre secoli, compreso il quarantennio fascista, lungo i quali in più riprese sono stati cancellati i diritti, le libertà e le istituzioni catalane. Lungo i quali più volte la lingua, la letteratura e la cultura catalane sono state proibite.

Non è questa la sede per trattare queste vicende storiche, ma è bene almeno citare la loro esistenza.

Per trovare una radice più recente anche se ormai decennale, per capire i fatti odierni bisogna parlare della Costituzione post franchista del 1978.

Quella Costituzione, tutt’ora vigente, fu redatta in continuità con lo stato franchista, con la pistola puntata alla tempia da parte delle forze armate che ottennero, oltre alla propria impunità, con un negoziato parallelo (come è ormai assodato pienamente in sede storica) che non si mettesse in discussione la natura monarchica e unitaria dello stato.

Se da una parte i militari spingevano per avere il massimo di continuità con lo stato franchista dall’altra i partiti che uscivano dalla clandestinità e che sedettero nel primo parlamento postfranchista erano invece favorevoli al riconoscimento dell’esistenza di diverse nazioni, dotate del diritto all’autodeterminazione, nel seno dello stato spagnolo. Oltre ai partiti nazionalisti catalani e baschi lo erano fortemente i comunisti e, anche se meno fortemente, i socialisti. Infatti in Catalunya non c’erano né il PCE né il PSOE, bensì partiti fratelli catalani, il PSUC e il PSC.

Lo scontro che si consumò nella redazione della costituzione è ben visibile nell’ambiguità di alcune formulazioni che parlano di “popoli” e “nazionalità” nel preambolo e nell’art. 2.

Li cito senza tradurli perché sono perfettamente comprensibili:

Nel preambolo: “Proteger a todos los españoles y pueblos de España en el ejercicio de los derechos humanos, sus culturas y tradiciones, lenguas e instituciones.”

E nell’art. 2: “La Constitución se fundamenta en la indisoluble unidad de la Nación española, patria común e indivisible de todos los españoles, y reconoce y garantiza el derecho a la autonomía de las nacionalidades y regiones que la integran y la solidaridad entre todas ellas.”

Non c’è bisogno di essere raffinati giuristi costituzionalisti per vedere che se da una parte si riconosce l’esistenza di POPOLI e NAZIONALITA’, dall’altra non li si nomina e tanto meno si riconosce loro il diritto all’autoderterminazione o il diritto ad avere uno stato proprio nell’abito di una federazione o di una confederazione.

I partiti antifranchisti e nazionalisti catalani e baschi, di destra e di sinistra, accettarono malvolentieri questa e molte altre ambiguità costituzionali. Ma lo fecero perché i rapporti di forza dei tempi e la minaccia di un sanguinoso scontro con l’intatto apparato militare e repressivo franchista non permettevano alternative.

Ho insistito su questo punto perché nei fatti odierni il concetto di “legalità costituzionale” del referendum catalano ricorre continuamente.

È evidente che l’origine, diciamo bastarda, della costituzione del 78 è piuttosto discutibile per essere utilizzata oggi come se fosse un monumento democratico al fine di negare il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano. O per sostenere che nulla al di fuori della sua lettera, interpretata restrittivamente, possa essere fatto.

È così vero ciò che sostengo che lo stesso governo del franchista Suarez nel 77, un anno prima della Costituzione, con un semplice decreto governativo restaurò, al di fuori di qualsiasi legalità vigente allora, la Generalitat de Catalunya (la massima istituzione catalana che era stata a sua volta restaurata dalla Repubblica Spagnola e poi sciolta dal fascismo) e permise il ritorno dall’esilio del suo Presidente Josep Tarradellas.

Insomma, la cosiddetta transizione alla democrazia, toccò uno dei suoi punti più ambigui e controversi proprio sulla questione catalana. Oggi si vede bene quanto la transizione, 40 anni dopo, sia incompleta.

Dopo l’approvazione nel 79 del primo Estatut de Autonomia de Catalunya postfranchista, che ovviamente non si auto attribuì il diritto all’autodeterminazione, si può dire sinteticamente che le forze antifranchiste confidarono che con il tempo e le modificazioni che la democrazia parlamentare e le libertà politiche avrebbero portato con se, sarebbero state la base sulla quale fondare equilibri più avanzati e, nella fattispecie, maggiore autonomia di Catalunya e Paese Basco fino all’ottenimento del riconoscimento al diritto all’autodeterminazione.

In Catalunya i comunisti del PSUC continuarono un lavoro sociale e culturale di lunga lena, già cominciato nella clandestinità fra mille difficoltà, di ricostruzione di una identità catalana aperta ed includente. Ne parlo più diffusamente non solo perché credo possa interessare maggiormente i lettori di questo modesto scritto ma soprattutto perché penso sia un esempio notevole di come si possano bene intrecciare questioni nazionali e sociali. Ho detto ricostruzione dell’identità perché, come spiega bene lo storico marxista Josep Fontana nel suo saggio “La formaciò d’una identitat – Una historia de Catalunya”, la natura aperta ed includente della società catalana nei confronti delle ondate migratorie è il frutto di alcuni fattori storici strettamente intrecciati fra loro. Fra questi i più importanti sono: un sistema di proprietà terriera nel medio evo diverso dal grande latifondo castigliano, una grande propensione commerciale e di attività artigianali connessa all’espansione nel mediterraneo del Regno di Aragona, di cui il Principato catalano era il cuore e il motore, e più avanti la rivoluzione industriale. Questa struttura economica produsse ondate migratorie verso la Catalunya dal resto della penisola iberica e la struttura sociale conseguente per secoli è stata meticcia. È la struttura sociale composita alla base del diritto e delle istituzioni catalane, all’epoca fra le più avanzate in Europa, che conservarono la loro vigenza per circa due secoli dopo l’unificazione delle corone nel Regno di Spagna. Fino alla Guerra di Successione, nella quale i catalani si schierarono dalla parte della corona austriaca che riconosceva le costituzioni catalane, e che si concluse l’11 settembre del 1714, con la caduta di Barcelona sotto il dominio assolutistico borbonico. Con la conseguente eliminazione di tutte le istituzioni catalane, chiusura delle università, proibizione della lingua in ambito pubblico e così via. Per questo la festa nazionale catalana rievoca l’11 settembre del 1714, e per questo il PSUC clandestino la rivendicava quando era proibita sotto il fascismo, anche riempiendo con la bandiere catalane “Senyera” (esporre le quali poteva costare il carcere) soprattutto le città operaie strapiene di immigrati dell’Andalucia e dell’Extremadura. Il PSUC clandestino sapeva che la questione nazionale catalana e la lotta di classe dovevano intrecciarsi e non dividere i lavoratori. C’è poi un altro fattore storico che i comunisti comprendono e fanno proprio. La storia della Catalunya, essendo la sua base economica e sociale diversa dal resto della Spagna, è piena di lotte, insurrezioni, rivolte. Non si possono qui elencare e analizzare una per una. Ma originate dalle rivolte contadine o da quelle operaie (egemonizzate dagli anarchici fino alla fine della guerra civile) dalla rivoluzione industriale in poi, sono pienamente integrate nella memoria, nell’identità e nei simboli catalani. Un terzo fattore è la resistenza che offre la società ai reiterati tentativi di cancellazione della lingua, della cultura e delle tradizioni catalane. Tutte cose che vengono difese e conservate nel corso del tempo spontaneamente dalla società organizzata in una miriade di associazioni e collettivi che, anche in clandestinità quando è necessario, le mantengono vive. I comunisti del PSUC, senza essere nazionalisti né indipendentisti, sono strenui difensori e ricostruttori della identità catalana aperta ed includente, di un modello sociale denso di autorganizzazione e che tende a funzionare prevalentemente dal basso in modo assembleare, di un patrimonio culturale e linguistico prezioso, oltre che in sé anche per essere stato difeso dal popolo nella storia e segnatamente sotto i 40 anni di dittatura franchista. Significativo il fatto che già in clandestinità e per tutta la prima fase della cosiddetta transizione sono i comunisti ad organizzare e dirigere le lotte affinché il catalano sia la lingua preminente nell’istruzione scolastica, proprio per salvare la lingua ed impedire che sia fattore di divisione nel seno delle classi subalterne.

Per tutto ciò il PCE e il PSUC, come le due coalizioni che a metà degli anni 80 promuovono rispettivamente, Izquierda Unida e Iniciativa per Catalunya, condividono l’obiettivo di completare la transizione dando vita a una repubblica federale che riconosca ai diversi popoli della Spagna l’autogoverno e il diritto all’autodeterminazione.

Posizione che è tutt’ora immutata, nonostante le divisioni del PSUC e la fuoriuscita di Iniciativa per Catalunya dal rapporto federale con Izquierda Unida e la conseguente nascita di Esquerra Unida i Alternativa. Tutti i soggetti politici figli della storia comunista conservano, non senza differenze e sfumature fra loro ed interne alle singole organizzazioni, le posizioni originarie circa il tema dell’autodeterminazione del popolo catalano.

Il Psoe, repubblicano, federalista e favorevole all’autodeterminazione di baschi e catalani all’inizio della transizione con il tempo diventa monarchico e contrario all’autodeterminazione. Il suo partito fratello in Catalunya, il PSC, segue un percorso analogo ma in tempi diversi e con vistose contraddizioni e spaccature.

La destra catalana (che elettoralmente si presenta unita nella federazione Convergencia i Uniò (CiU) e che raccoglie Convergencia Democratica de Catalunya, di ideologia liberale, e Uniò Democratica de Catalunya, di ideologia democristiana) fino agli anni 2000 è nazionalista ma non indipendentista. Seppur nettamente antifascista e favorevole all’integrazione dei vecchi e nuovi immigrati spagnoli ed extracomunitari, nella pratica di governo della Generalitat segue una deriva fortemente neoliberista, con corollario di corruzione. Il suo modello di relazione con il governo centrale è il negoziato continuo, con l’andare del tempo sempre meno efficace, in cambio di appoggio parlamentare sia ai governi del PSOE sia ai governi del PP.

Gli indipendentisti catalani di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) votano il primo Estatut de Autonomia come male minore rispetto al nulla (sotto il franchismo esistevano solo province e la Catalunya non esisteva nemmeno formalmente come regione) e nel corso del tempo, con alti e bassi ottengono discreti risultati elettorali, comunque mai superiori al 15 % dei voti. Si considerano di sinistra moderata, antifascisti, antirazzisti ed ovviamente repubblicani ed indipendentisti.

Il Partido Popular (PP), di cui il PP Català è una pura succursale con scarsi risultati elettorali in Catalunya, che viene fondato nella transizione unificando diverse formazioni e con un personale politico proveniente in buona parte direttamente dalle file franchiste, malsopporta dall’opposizione ai governi del PSOE l’instaurazione di un regime di comunità autonome dotate di parecchi poteri, mantiene sempre posizioni ispirate al nazionalismo spagnolo più retrivo, anche opponendosi alla rimessa in discussione dei crimini franchisti, ed è l’unico partito spagnolo ad avere posizioni nettamente discriminatorie nei confronti degli immigrati extracomunitari. In Italia è descritto dalla stampa, vuoi per ignoranza vuoi per ignavia o malafede, quasi sempre come un partito conservatore e democristiano, simile agli altri partiti del Partito Popolare Europeo. Ma non lo è. E’ un partito nettamente reazionario e sciovinista. Non è un caso che in Spagna le formazioni neofasciste non abbiano mai raggiunto nemmeno l’1 % dei voti. Banalmente perché i nostalgici del franchismo, che dopo 40 anni di regime fascista non possono mancare, votano in massa PP.

Questo di cui sopra è lo scenario politico precedente gli anni 2000.

Nel 2003 le elezioni del parlamento catalano, da sempre dominate da CiU, vedono per la prima volta la formazione di un governo di sinistra. Il governo catalano, formato da PSC, Inciativa per Catalunya – Esquerra Unida i Alternativa (ICV-EUiA) e Esquerra Republicana de catalunya, e diretto dal socialista Pasqual Maragall, storico sindaco delle giunte di sinistra di Barcelona, avvia i lavori per elaborare un nuovo Estatut de Autonomia.

Si tratta di portare a compimento la transizione facendo ciò che era stato impossibile 15 anni prima. Nel nuovo Estatut, alla cui redazione partecipa in parlamento attivamente anche CiU, la Catalunya è definita come Nazione. Si amplia e si sviluppa l’autonomia, ma senza fuoriuscire dal quadro istituzionale e costituzionale vigente. Nel 2004 il Psoe vince le elezioni ed ottiene una maggioranza assoluta di seggi in parlamento. Il primo ministro Zapatero promette solennemente che rispetterà il testo dell’Estatut elaborato dal parlamento catalano e che nel parlamento spagnolo, che dovrà esaminarlo e che ha la facoltà di modificarlo, si limiterà a ratificarne la lettera senza alcuna modifica.

Ma l’Estatut nel frattempo approvato da 120 deputati su 135 (vota contro solo il PP) arriva alle Cortes e viene pesantemente modificato dalla maggioranza socialista, a cominciare dall’abrogazione dai concetti di Nazione e di Stato Spagnolo Plurinazionale. Si tratta, in pratica, di una riscrittura di tutto il testo. Lo stesso numero due del PSOE, Alfonso Guerra, non esita a vantarsi in dichiarazioni televisive di aver “cepillado” (piallato, in italiano) l’Estatut che porta la prima firma del socialista catalano Pasqual Maragall.

Il testo mutilato provoca una crisi nel governo catalano, dal quale esce ERC, e viene sottoposto ad un referendum vincolante in Catalunya. PSC, ICV-EUiA, CiU, danno indicazione di votare a favore secondo la logica del meno peggio, mentre ERC e PP, per motivi opposti, danno l’indicazione di voto contrario. Vota solo il 50,59 % degli elettori. Il SI ottiene il 73,90 %, il NO il 20,76, il resto vota in bianco. Pasqual Maragall parla di una amara vittoria, annuncia che alle successive elezioni non si candiderà e in seguito abbandona il PSOE. Al governo di sinistra di Maragall succede un altro governo di sinistra, diretto da Josè Montilla nel quale rientra ERC.

Ma la vicenda de l’Estatut non finisce qui perché un ricorso del PP, che promuove una raccolta di firme in tutta la Spagna, al Tribunal Constitucional ottiene che quest’ultimo, nel giungo del 2010, gli dia un’altra “piallata”. E così altri 14 articoli vengono abrogati o pesantemente modificati. Di questi, alcuni identici nel testo sono presenti e tutt’ora vigenti in statuti d’autonomia di altre regioni spagnole, contro i quali nessuno ha fatto ricorso.

Insomma, il tentativo di interpretare estensivamente la Costituzione bastarda del 78 per fuoriuscire definitivamente dal franchismo e per mettere le basi di uno stato plurinazionale e tendenzialmente federalista viene sconfitto prima dal PSOE, ormai monarchico e violentemente contrario al diritto all’autodeterminazione di catalani, baschi e galiziani, e poi, nonostante l’Estatut fosse stato approvato dal popolo in un referendum vincolante,   dal PP e dal Tribunale Costituzionale.

In altre parole la Catalunya si ritrova con uno statuto di fatto peggiore di quello del 79, e con l’umiliazione di vedersi cancellare ciò che il popolo aveva ratificato in un referendum vincolante.

Nel luglio del 2010 una enorme manifestazione di un milione e mezzo di persone dietro uno striscione portato dal Presidente Josè Montilla e dai membri del governo di sinistra catalano che recava la scritta “SOM UNA NACIO’ NOSALTRES DECIDIM” attraversa le strade di Barcelona.

A pagare il prezzo elettorale della vicenda dell’Estatut, al quale si aggiunge la crisi economica e la politica liberista del governo Zapatero, è soprattutto il PSC, che in Catalunya passa dal 31 % del 2003 al 18 % del 2010 nelle elezioni catalane e dal 45 % del 2008 al 26 % del 2011 nelle elezioni politiche spagnole.

Dal 2010 ad oggi nel panorama politico catalano si assiste a un grande rimescolamento delle carte, alla fine di forze politiche storiche e alla nascita di nuove.

Irrompe sulla scena prima il Movimento degli Indignati del 2011. Che in questa sede non ho bisogno di spiegare perché credo sia abbastanza conosciuto dai militanti della sinistra italiana.

In Catalunya, però, si caratterizza soprattutto perché mobilita e integra non già semplicemente un’ondata di proteste di piazza, bensì centinaia e centinaia di associazioni, comitati di lotta, movimenti, già presenti su tutto il territorio catalano e segnatamente nella città di Barcelona.

Mentre a livello spagnolo Podemos appare sulla scena elettorale come partito d’opinione e del leader, con un forte profilo ambiguo (“siamo oltre la destra e la sinistra”) e in concorrenza con Izquierda Unida, in Catalunya il processo che porterà alla nascita di Barcelona en Comù, che conquista il governo di Barcelona, ed in seguito a En Comù Podem che si afferma come primo partito nelle due tornate anticipate delle elezioni spagnole, è caratterizzato dall’unità di tutte le forze della sinistra radicale e soprattutto dal coinvolgimento dal basso di una miriade di realtà di lotta.

Sul versante della questione nazionale la nascita di un forte movimento indipendentista popolare non è ascrivibile ai partiti o alle semplici dinamiche politiche. Nasce la “Asemblea Nacional de Catalunya” e viene affiancata dalla storica e grande associazione “Omnium Cultural” che aveva iniziato la sua difesa della lingua e cultura catalana nella clandestinità sotto il franchismo. Queste due entità, che funzionano dal basso e in modo assembleare, organizzano, dal 2012 ad oggi, manifestazioni l’11 settembre di ogni anno. Non sono manifestazioni normali. Sono partecipate da un milione a due milioni di persone (in Catalunya i residenti sono 7 milioni e mezzo). Alcune sono grandi concentramenti di manifestanti ma altre sono state realizzate nella storia solo in Catalunya. Per esempio nel 2013 una catena umana di 400 chilometri, dalla frontiera francese a quella con la Comunidad Valenciana, nel 2014 una grande V con 11 chilometri delle due più grandi arterie di Barcelona sulle cui grandissime carreggiate circa un milione e 800mila persone si sono disposte formando i colori delle 4 barre rosse su fondo giallo della bandiera catalana.

A queste manifestazioni, sebbene nettamente egemonizzate dall’indipendentismo, partecipano sempre migliaia di organizzazioni sociali, culturali e di lotta, oltre che le forze politiche catalane, indipendentiste o meno.

È quindi sulla base di una spinta popolare sempre più indipendentista che nel panorama politico si consumano divisioni, aggregazioni e nascita di nuove forze.

Il PSC subisce due scissioni. CiU, vira nettamente verso l’indipendentismo, si divide e i democristiani di Uniò rompono la federazione con Convergencia, non senza subire una scissione indipendentista del 40 % circa dei gruppi dirigenti. Uniò sparirà alle elezioni del 2015. Si presenta per la prima volta alle elezioni catalane (nelle tornate precedenti lo aveva fatto solo in alcuni municipi) la Candidatura d’Unitat Popular (CUP). Una forza di estrema sinistra, che funziona rigidamente in modo assembleare e che raggruppa almeno 7 organizzazioni politiche e collettivi indipendentisti. Elegge 3 deputati nel 2012 e, triplicando i voti, ne elegge 10 nel 2015. La formazione Ciutadans (C’s) che nasce a metà degli anni 2000 come antagonista al nazionalismo catalano, di destra liberista e fortemente caratterizzata dalla retorica anticasta passa da 3 a 25 seggi nel giro di 4 tornate elettorali, erodendo voti al PSC e al PP.

Nella sinistra radicale nasce il processo di aggregazione noto con il nome di COMUNS di cui ho già detto qualcosa più sopra. Vi aderiscono collettivi indipendentisti, forze federaliste e confederaliste, e si può dire che anche le forze storiche come Inciativa (ICV) ed Esquerra Unida i Alternativa sono attraversate al loro interno da posizioni indipendenstiste e federaliste. Tutte, comunque, accomunate dal riconoscimento del diritto all’autodeterminazione del popolo catalano.

La forza e il ruolo del movimento popolare è indispensabile per capire il percorso degli ultimi anni (noto in Catalunya come PROCES) che ci ha portati ai fatti dell’1 ottobre.

Nel 2010, a causa della debacle socialista la destra di CiU riconquista il governo. È un governo di minoranza che di volta in volta ottiene appoggi esterni, principalmente da parte di ERC man mano che le posizioni indipendentiste crescono dentro CiU. Comincia uno scontro sempre più duro con il governo spagnolo che vara una legge sull’istruzione che attacca il catalano come lingua preminente in Catalunya. Che ricorre contro decine di provvedimenti del governo catalano ottenendone la sospensione automatica in attesa delle decisioni del tribunale costituzionale, e cioè di anni. Fra queste, per fare esempi che hanno indignato i catalani, la legge che proibisce alle compagnie di elettricità, acqua e gas di tagliare il servizio ai clienti morosi in difficoltà economica. Una analoga legge che tenta di impedire gli sfratti alle famiglie alle quali la crisi impedisce di pagare il mutuo o l’affitto. Una legge che ristabilisce in Catalunya il servizio sanitario gratuito e garantito a tutte le persone immigrate indipendentemene dalla regolarità o meno della loro posizione. Anche la chiusura del CIE decisa dal parlamento catalano con il solo voto contrario del PP viene disattesa. E così via.

I governi di CiU accettano e applicano in Catalunya i tagli alla spesa pubblica e le privatizzazioni previste dal governo spagnolo a partire dalla riforma costituzionale, varata dal governo Zapatero con l’appoggio del PP, che erige il pareggio di bilancio al di sopra del diritto alla fruizione dei servizi sociali come sanità, istruzione ecc.

Ciò provoca dure contraddizioni nel campo politico dell’indipendentismo.

Ma nel frattempo la spinta indipendentista si alimenta della speranza, o se si vuole dell’illusione, che una repubblica catalana possa avere un carattere sociale più avanzato.

Il Presidente della Generalitat dalle elezioni del 2010, Artur Mas esce dalla situazione difficile appena descritta convocando elezioni anticipate. Ne esce un governo che tempera le posizioni neoliberiste di CiU perché necessita dell’appoggio esterno di ERC, e che si impegna a presentare una legge che attribuisce al parlamento catalano il potere di convocare un referendum consultivo  e non vincolante sulla questione nazionale. La legge viene varata con i voti contrari di PP e Ciutadans, l’astensione dei socialisti (che per questo subiscono una scissione) e con i voti favorevoli degli altri gruppi.

Sulla base della legge approvata (alle Cortes l’unico partito spagnolo che la sostiene è Izquierda Unida), viene convocato il referendum consultivo con due domande: “vuole che la Catalunya abbia uno stato proprio? e nel caso di risposta affermativa: vuole che sia indipendente?”.

L’immediato ed immancabile ricorso del governo del PP ottiene la sospensione immediata della consultazione da parte del Tribunale Costituzionale.

Il governo della Generalitat prima della sospensione ha già provveduto alla convocazione che però, in ottemperanza alla sospensione, si trasforma in una mobilitazione politica senza vincoli istituzionali e viene gestita da volontari nei locali che vengono messi a disposizione dalla Generalitat.

Il governo del PP minimizza, parla di una manifestazione senza alcuna rilevanza, prevede un fallimento, e non intraprende nessuna iniziativa per impedirla.

Il 9 novembre del 2014 2 milioni 300mila elettori si recano a votare. Più dell’80 % rispondono due volte si alle domande. Più del 10 % rispondono si alla prima e no alla seconda. Il resto sono un 5 % circa di no alla prima e schede bianche e nulle.

La consultazione non ha valore legale ma evidentemente ne ha uno politico rilevante. Il governo del PP, che prima aveva minimizzato, comincia azioni legali, incriminazioni e si apparecchiano processi contro il Presidente Mas e altri membri del governo. Processi che si concluderanno con la condanna a la “inhabilitacion” (perdita delle cariche istituzionali e del diritto ad essere candidato) e con l’assoluzione per il reato di malversazione di fondi pubblici che prevedeva pene di carcere. Assoluzione che non impedisce al Tribunal de Cuentas di istruire una causa chiedendo agli accusati di depositare subito una cauzione di 5 milioni di Euro.

Come è evidente il governo del PP imbocca la strada della persecuzione giudiziaria di ogni tentativo di esercitare il diritto all’autodeterminazione e oppone un netto rifiuto a numerose richieste di dialogo, anche formulate istituzionalmente dal governo e dal parlamento catalano. La nazione catalana non esiste e non c’è nessun diritto all’autodeterminazione.

  • Di queste due cose non si può né si deve discutere. Punto! –

Nel settembre del 2015 vengono convocate nuove elezioni anticipate della Generalitat.

Le forze indipendentiste (Convergencia Democratica de Catalunya, Esquerra Republicana de Catalunya e diverse altre organizzazioni provenienti da scissioni di Uniò Democratica e del PSC, e molti indipendenti) dopo lunghe e complicate discussioni decidono di formare la lista unitaria “Junts pel Si” (JxSi). La CUP non accetta di fare una lista unitaria con Convergencia e si presenta in proprio. Le due liste indipendentiste sono unite in un punto programmatico che sostanzialmente attribuisce alle elezioni un valore referendario, giacché è stata impedita la consultazione non vincolante.

La sinistra radicale presenta una lista che comprende ICV, Esquerra Unida i Alternativa e Podem (è il nome in catalano di Podemos). Non partecipa il collettivo del COMUNS di Ada Colau.

La Lista si chiama “Catalunya si que es pot”  Nel suo programma è fortemente presente il tema del diritto all’autodeterminazione ma non si accetta che si dia un valore referendario alle elezioni.   

Gli altri partiti, ovviamente disconoscono il valore referendario delle elezioni essendo comunque contrari all’autodeterminazione.

Le due liste indipendentiste ottengono il 39,59 % e 62 seggi (JxSi) e l’8,21 % e 10 seggi (CUP).

Il 47,8 % non è sufficiente per procedere ad una dichiarazione unilaterale di indipendenza. I primi a dirlo sono gli esponenti della CUP. Ma, a detta di entrambe le liste, la maggioranza assoluta dei seggi giustifica che si proceda verso un progetto costituente, che si dovrebbe completare in 18 mesi con una dichiarazione unilaterale di indipendenza. Il referendum è previsto per ratificare o meno l’esito del processo.

Catalunya si que es pot ottiene un risultato deludente. Dopo la vittoria di Barcelona en Comù nel municipio e con l’entrata in scena di Podem era atteso un risultato ben più sostanzioso del 8,94 % e 11 seggi (di un punto e due seggi inferiore alla lista di ICV-EUiA del 2012). Il motivo, a mio avviso, è la debolezza della proposta sul punto dell’autodeterminazione. L’insistenza sulla necessità di ottenere un referendum accettato dal governo del PP o subordinato all’attesa che si possa cambiare la costituzione spagnola è corretta sul piano astratto ma totalmente impolitica. Serve più a tenere insieme militanti ed elettori della lista che sul punto hanno tre posizioni diverse (indipendentista, federalista e confederalista), pur se accomunate dalla rivendicazione del diritto all’autodeterminazione. Inoltre la campagna elettorale della lista denuncia un’egemonia indipendentista di destra che non è, in realtà così forte. L’accusa alla CUP di predisporsi a votare in parlamento un presidente colpevole di aver fatto tagli alle spese sociali e privatizzazioni non funziona. Al contrario molti elettori potenziali della lista scelgono la CUP proprio perché indipendentista e radicalmente di sinistra nei contenuti sociali. E comunque la CUP otterrà la defenestrazione di Artur Mas, rifiutandosi di votarlo fino all’ultimo giorno utile per formare il governo e costringendolo a farsi da parte in favore del sindaco di Girona, oggi ormai famoso, Carles Puigdemont.

La lista di Ciutadans diventa il secondo partito con 25 seggi contro i 9 delle elezioni precedenti. Il PP ne perde 11 e il PSC 4. Entrambe sono al minimo storico. Si tratta, grossomodo, di un rimescolamento delle carte nel campo cosiddetto unionista.

Le elezioni spagnole del 2015 e del 2016 risentono fortemente di questa situazione. Senza ripetere l’analisi dei risultati che io ho proposto in precedenti articoli, è necessario ricordare che l’alternativa al governo del PP, possibile sia dopo le elezioni del 2015 che dopo le successive anticipate del 2016, è stata impedita dall’intransigenza del Segretario del PSOE, Pedro Sanchez, che si è rifiutato di negoziare un appoggio di Podemos, delle tre liste unitarie catalane, valenziane e galiziane, di Izquierda Unida e tanto meno delle forze nazionaliste catalane e basche che chiedevano l’impegno a permettere il referendum catalano.

Alle elezioni generali spagnole del 2015 e 2016 la CUP non si presenta e Convergencia Democratica e ERC si presentano con liste separate. La somma dei loro voti, ma con una prevalenza di ERC, è circa il 30 % in entrambe le consultazioni. Nel fronte unionista il PSC prende il 16 % in entrambe le votazioni e il PP e Ciutadans prendono rispettivamente l’11 % e il 13% nel 2015 ed esattamente l’inverso nel 2016.

Il primo partito è En Comù Podem. Che prende il 25 % dei voti.

Non deve ingannare la notevole differenza di voti fra elezioni catalane e generali spagnole perché nelle elezioni del parlamento spagnolo prevale il voto utile per la formazione della maggioranza alle Cortes.

Resta il fatto che in Catalunya per la prima volta una lista di sinistra radicale sorpassa, e di gran lunga, il PSC e che nel campo delle forze indipendentiste la destra perde voti a favore della sinistra. L’assenza della lista della CUP rende più difficile valutare esattamente il risultato, ma è fuori di dubbio che abbia avvantaggiato sia En Comù Podem sia ERC.

Non si può non vedere che, anche alle elezioni spagnole, le forze indipendentiste e quelle favorevoli all’autodeterminazione sono vicine al 60 %.

In un paese minimamente democratico il governo, di fronte a una simile situazione, avrebbe dovuto avviare una politica di dialogo con il governo catalano. Almeno per neutralizzare le spinte indipendentiste, per esempio impegnandosi a restaurare quanto amputato nell’Estatut, negoziando un patto fiscale diverso, come ha fatto più volte col Paese Basco, evitando di ricorrere contro le leggi del parlamento catalano più popolari, impegnandosi a contrastare o dismettere i periodici tentativi di discriminazione nei confronti della lingua, tenendo fede agli impegni di investimenti nelle infrastrutture che invece, negli ultimi 20 anni, sono stati ogni anno disattesi. E così via.

Invece nulla di tutto questo. L’unica risposta alla richiesta di autodeterminazione del popolo catalano è stata la via giudiziaria e repressiva, ed una interpretazione sempre più restrittiva dell’autonomia.

Nei mesi che hanno preceduto il referendum del 1 ottobre in Catalunya c’è stata una operazione politica di grandissimo rilievo.

In Italia sconosciuta.

È stato costituito il Pacte Nacional pel Referendum. Composto da circa 4000 entità. Partiti, sindacati (tutti), istituzioni come comuni (il 90 % a cominciare da quello di Barcelona) e province (tutte), associazioni politiche, culturali, sportive, di immigrati, delle più svariate tradizioni catalane, di piccole e medie imprese, ecc ecc. Non sto parlando di una raccolta di firme bensì di una organizzazione che si è data una struttura e l’obiettivo di interloquire con governo e parlamento spagnolo per insistere circa la necessità di aprire un dialogo al fine di poter celebrare un referendum legalmente riconosciuto.

Il risultato è stato praticamente nullo. La delegazione che avrebbe dovuto incontrare tutti i gruppi parlamentari e il governo non è stata ricevuta se non da Unidos Podemos e dagli altri partiti nazionalisti baschi e galiziani. Il governo non ha nemmeno risposto alla richiesta di incontro.

Per tutti questi motivi la strada dell’unilateralità, per altro fortemente proposta dalla CUP e rallentata il più possibile dalla destra catalana, è diventata l’unica strada percorribile e realistica.

La maggioranza indipendentista ha deciso di rompere con la legalità spagnola e convocare un referendum vincolante. Lo ha fatto forzando il regolamento parlamentare e nel modo più veloce possibile affinché la reazione dello stato e del tribunale costituzionale non potesse impedirne la convocazione. Le forze unioniste, dopo aver praticato l’ostruzionismo, hanno abbandonato l’aula al momento del voto. Il gruppo di Catalunya si que es pot, si è astenuto. Ma come mediazione interna fra le posizioni favorevoli e contrarie.

Sono arrivate le immediate sospensioni delle decisioni del parlamento catalano, l’incriminazione dei membri dell’ufficio di presidenza, fra i quali il segretario dei comunisti e di EUiA Joan Josep Nuet, che avevano votato a favore della messa all’ordine del giorno delle leggi poi sospese, l’incriminazione a più di 700 sindaci per l’annuncio che avrebbero messo a disposizione i locali per celebrare il referendum.

Nei 10 giorni che hanno preceduto il referendum la scalata repressiva ha oltrepassato ogni limite legale. Sono stati arrestati 14 funzionari di nomina politica,  del governo catalano, perquisite diverse sedi del governo, numerose tipografie e aziende alla ricerca di schede elettorali e urne, sedi di giornali. In diversi casi senza mandato di perquisizione. Sono state chiuse numerose pagine web di istituzioni catalane e di privati, a cominciare da quelle governative dedicate al referendum. È stata proibita la messa in onda di spot sul referendum e l’affissione di manifesti sia istituzionali sia di partito o associazione. Conseguentemente sono stati fermati e gli è stato sequestrato ogni materiale decine di attivisti, che ovviamente sono stati denunciati all’autorità giudiziaria.

Le proteste, tutte pacifiche, che si sono immediatamente inscenate, ora sono indagate come atti di sedizione e lo stesso comandante dei Mossos è indagato per sedizione per non aver dato l’ordine di scioglierle.

Potrei continuare. Ma credo sia inutile perché poi le immagini che l’1 ottobre tutti hanno visto sono una sintesi perfetta di tutto quanto è successo.

Non parlerò di cosa prevedo possa succedere nei prossimi giorni. È difficile dirlo e in questa sede è del tutto inutile. Spero solo che queste mie opinioni, corredate il più possibile da informazioni che in Italia sono sconosciute, possano essere utili anche ad interpretare i fatti che verranno, e sui quali magari tornerò a scrivere.

Solo alcune ultime considerazioni.

Molti osservatori insistono su un fatto inconfutabile: la politica del governo Rajoy appare irrazionale. Sordità completa e uso delle leve repressive, giudiziarie e penali, che hanno finito con l’aumentare le file indipendentiste in misura che gli indipendentisti storici non avrebbero nemmeno mai immaginato.  

Questo varrebbe se la Spagna non avesse il problema irrisolto della transizione. Un problema che ha covato sotto la cenere per circa vent’anni dopo la morte di Franco, nei quali gli spagnoli hanno conosciuto una stagione di aumento dei diritti sociali e civili, un buon decentramento di poteri nelle regioni autonome. E i catalani hanno potuto recuperare le loro tradizioni, cultura e lingua senza temere repressione e carcere.

In realtà negli ultimi vent’anni, e soprattutto negli ultimi dieci con il combinato disposto della natura postfranchista, ma non antifranchista, dello stato e gli effetti della crisi il problema è riemerso in tutta la sua evidenza.

Essendo il PP un partito reazionario, sciovinista e difensore strenuo dello stato incentrato sul nazionalismo spagnolo, e conseguentemente negazionista dell’esistenza di altre realtà nazionali, non sa e soprattutto non può fare diversamente da quello che ha fatto e sta facendo.

Il Psoe, che è stato al governo in solitudine, in due riprese, per  più di vent’anni non ha mosso un dito per mettere in discussione la vera natura dello stato spagnolo. Quando l’ha mosso lo ha fatto per tradire l’Estatut redatto dal PSC e dal resto della sinistra catalana.

Il tema dell’autodeterminazione catalana non è un problema solo catalano, e non è nemmeno solo basco e galiziano. È un problema di tutta la Spagna.

La sinistra politica spagnola, che oggi è rappresentata dall’unità fra Podemos e Izquierda Unida, e che è repubblicana, federalista e favorevole al diritto all’autodeterminazione dei diversi popoli spagnoli non può, a mio avviso, che prendere atto del fatto che la prima vera spallata al “regime del 78”, alla monarchia e allo stesso PP è arrivata con la via unilaterale all’autodeterminazione dei catalani.

La Storia non segue linee rette.

Per quanto mi riguarda, non essendo indipendentista, avrei preferito che la transizione si fosse chiusa con l’instaurazione di una repubblica federale. Ma se un popolo, con il massimo clamore e in forme inedite (di solito i processi di autodeterminazione si son fatti con le armi in pugno) e pacifiche, rivendica il diritto a decidere per se stesso e nel contempo mette in difficoltà uno stato non antifranchista e pesantemente autoritario, non gli si può dire che rompere la legalità è un errore, o che deve, dopo 40 anni di delusioni, attenderne non si sa quanti affinché in Spagna si diano le condizioni per un cambiamento reale che gli dia il permesso di esercitare un diritto fondamentale.

Penso che in Spagna sarà la sinistra, se saprà farlo, ad avvantaggiarsi della lotta per l’autodeterminazione del popolo catalano.

Perché, come ho detto all’inizio, dopo il 1 ottobre nulla rimarrà come prima. Né in Catalunya né in Spagna.

Ramon Mantovani

Pubblicato il 4 ottobre 2017 sul sito http://www.rifondazione.it