Archivio per G8

Genova, la vera storia.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 luglio, 2011 by ramon mantovani

Sono passati dieci anni. Non sono passati invano. Tuttavia troppe cose sono state dimenticate ed altrettante distorte dal vizio provinciale di guardare al mondo attraverso il buco della serratura della politica spettacolo italiana.

Dichiaro esplicitamente l’intenzione, in questo articolo, di far piazza pulita delle semplificazioni, banalizzazioni, esagerazioni, mitizzazioni, che hanno accompagnato il ricordo di Genova 2001. Non per tigna solamente, bensì per riscoprire e riproporre l’anima rivoluzionaria di quelle giornate e soprattutto del movimento mondiale che l’esprime tuttora.

PRODROMI E NASCITA DEL MOVIMENTO NO GLOBAL

La fase del capitalismo ispirato dall’ideologia neoliberista, e cioè la grande rivincita contro il movimento operaio e tutte le sue conquiste, inizia già negli anni 70. Ma è negli anni 90, dopo la caduta del muro di Berlino, che trionfa su scala planetaria. Il mondo unificato dal mercato grazie agli accordi siglati in sede GATT e poi WTO, la dimensione del capitale finanziario permessa dal superamento di tutte le misure della fase precedente volte ad impedire il ripetersi della crisi del 29, la concentrazione del capitale in enormi società multi e transnazionali, la centralità di organismi tecnocratici e totalmente dominati dagli interessi dei paesi ricchi come il FMI, la Banca Mondiale e l’OCSE, sembrano promettere il sorgere di un’epoca di sviluppo e di progresso illimitati. Dal punto di vista strettamente politico tutto cambia. Al fianco dei teorici neoliberisti e della destra politica i partiti socialdemocratici e socialisti sposano tutte le tesi neoliberiste. I governi si conquistano per gestire l’esistente, senza mettere in discussione nulla degli interessi del capitale e dei meccanismi di mercato, che invece vengono assunti come il centro di tutto. Riservando eventuali correzioni delle storture sociali più evidenti ad un secondo tempo sempre più inafferrabile e soprattutto subordinandole alle compatibilità imposte da trattati assunti come indiscutibili (per esempio Maastricht in Europa) e dai diktat del FMI e Banca Mondiale. Le forze che si oppongono al capitale sono divise e soprattutto chiuse entro confini nazionali. Dedite quasi esclusivamente a difendere le conquiste della fase precedente, che vengono messe sotto attacco una dopo l’altra, inesorabilmente. E’ in questo deserto, però, che si cominciano a vedere negli anni 90, qua e la, scintille, controtendenze, annunci, domande. Come sempre, in modo confuso e a volte perfino contraddittorio, emergono i problemi sociali e culturali prodotti dal capitale e dal suo modello globale. Si comincia a scoprire nel mondo che le promesse di pace e sviluppo sono false. Molte lotte si trovano di fronte un nemico ben più potente e lontano degli apparati repressivi nazionali e dei governi nazionali. Basta una decisione del FMI, a cui i governi dichiarano esplicitamente di non potersi sottrarre pena la bancarotta, per fare carne di porco del welfare duramente conquistato in decenni di lotta. Basta un trattato del WTO e un accordo di cartello delle multinazionali agroalimentari per distruggere la sovranità alimentare di interi paesi e mettere sul lastrico decine di milioni di contadini. Bastano le mire speculative delle borse e del capitale finanziario per mettere un paese in ginocchio. In particolare in America Latina, dove le politiche neoliberiste sono state applicate intensivamente molto prima che altrove, sorgono grandi movimenti di massa indigeni, contadini e operai, in difesa dell’acqua e delle risorse naturali. Nel 94, lo stesso giorno di entrata in vigore del trattato di libero commercio fra USA, Canada e Messico, compare un movimento guerrigliero indigeno, l’EZLN, che si caratterizza subito per indicare fuori dal proprio paese i veri artefici e responsabili del tentativo di genocidio economico sociale dei popoli indigeni del sud est del Messico e che propone esplicitamente il problema di una lotta globale contro il capitalismo globalizzato. Verso la fine degli anni 90 l’esigenza, ancora intuitiva e teorica, di produrre lotte e mobilitazioni internazionali comincia a materializzarsi. Inizia la stagione delle manifestazioni internazionali di protesta e di lotta. La più famosa e conosciuta è quella del 99 a Seattle contro il WTO. Insieme ai sindacati portuali e metalmeccanici degli USA, che non esitano a perseguire l’obiettivo di tentare di impedire fisicamente, scontrandosi con la polizia, il vertice del WTO, ci sono centinaia di associazioni e movimenti stranieri. Da quel momento nessun vertice del FMI, del WTO, della Banca Mondiale, del G7, si è potuto svolgere senza dure contestazioni di massa. Nel corso delle quali il crescente numero di movimenti globali e locali iniziano a capire che bisogna assolutamente coordinarsi e soprattutto trovare il modo di elaborare un programma di lotte ed un’alternativa. Nel vivo della stagione delle manifestazioni di protesta internazionali nasce, in Brasile, l’idea che si debba promuovere un incontro per discutere, elaborare idee e proposte. L’incontro si fa a Porto Alegre a fine gennaio del 2001, in concomitanza ed alternativa al Forum di Davos (incontro informale tra governanti e manager delle imprese multinazionali), che è uno dei motori della globalizzazione. Più di ventimila persone provenienti da più di 100 paesi partecipano alle giornate nelle quali si discute di alternative e si incomincia a progettare e programmare un lavoro ed azioni comuni. Fra le altre cose si individua la scadenza del vertice del G7 a Genova come centrale per il movimento. È arrivato il momento di mettere in discussione radicalmente il tentativo in corso di trasformare un incontro informale dei 7 paesi più industrializzati in un vero e proprio direttorio mondiale. Il G7 non è retto da alcun trattato e non si prendono decisioni. Tuttavia le discussioni e gli orientamenti che li si fanno e assumono, dato il peso dei paesi partecipanti, assumono un valore politico ben più importante di qualsiasi decisione formale in sede di Consiglio di Sicurezza dell’ONU. È molto recente il ruolo avuto del G7 allargato alla Russia nella conclusione della guerra contro la Yugoslavia. Guerra nemmeno mai discussa in Consiglio di Sicurezza. Per chi ha occhi per vedere è indubitabile che sia in corso il tentativo di uscire dall’ordine bipolare della guerra fredda non già con una democratizzazione dell’ONU e con una implementazione della pace nelle relazioni internazionali, bensì con una dittatura dei paesi ricchi esercitata attraverso vie di fatto a scapito del ruolo della stessa ONU. È su queste basi che il movimento sceglie di puntare su una grande protesta internazionale a Genova.

LE GIORNATE DI GENOVA

Nei mesi precedenti la mobilitazione si era formato un comitato preparatore delle mobilitazioni previste per il vertice del G7. Il Genoa Social Forum. Da comitato locale si era trasformato rapidamente in comitato nazionale. Erano state battute le posizioni isolazioniste e localiste che avrebbero voluto caratterizzare solo localmente la mobilitazione e che pretendevano di escludere forze politiche organizzate e presenti in parlamento (sostanzialmente il PRC). Le adesioni piovono a centinaia e poi a migliaia dall’Italia e da tutto il mondo. Nel frattempo il G7 si trasforma in G8, con l’inclusione permanente della Russia. Non è un dettaglio, perché non è più il PIL ad essere il criterio con il quale si partecipa al vertice, bensì la “importanza” dei paesi. È evidente che non si tratta dell’importanza data dalle dimensioni demografiche o territoriali dei paesi, ma dalla loro potenza economica e militare. Il G8 si prepara ad essere veramente un direttorio del mondo. La consapevolezza di questa realtà è cresciuta enormemente. Nella stessa opinione pubblica mondiale è forte la convinzione che paesi ricchi e multinazionali governino il mondo nei loro esclusivi interessi, che le promesse di sviluppo e redistribuzione del decennio precedente erano un imbroglio, che le ingiustizie e le povertà sono aumentate ed hanno dei responsabili precisi ed individuati. Nei mesi precedenti il vertice è il governo di centrosinistra di Giuliano Amato a partecipare alla preparazione del vertice come paese ospitante. Berlusconi vincerà le elezioni quando tutto ormai sarà già deciso e preparato. Bisogna sapere che a presiedere alla sicurezza del vertice lavora un coordinamento fra servizi e polizie dei paesi partecipanti, ovviamente dominato dagli USA. Formalmente la sicurezza è appannaggio del paese ospitante, ma il coordinamento è decisivo ed è quello che prende le vere decisioni. In quel periodo succedono due precise cose, senza conoscere le quali non si può poi capire cosa sia successo a Genova dal punto di vista dell’ordine pubblico. La prima è che nel corso della preparazione si afferma fra i paesi membri la consapevolezza del momento di grave impopolarità del vertice. E quindi si stabilisce che il giorno precedente il vertice si riceveranno diversi paesi poveri per ascoltare le loro richieste e che si darà vita ad un fondo speciale per combattere l’AIDS in Africa (una delle più popolari campagne del movimento è contro le multinazionali farmaceutiche e la loro politica dei brevetti e dei prezzi). La seconda è che si decide che la città di Genova sarà militarizzata. Una zona rossa presidiata militarmente dove nemmeno i non residenti potranno entrare, una zona gialla (quasi tutta la città) dove non si potrà manifestare e nemmeno distribuire volantini, una zona verde (la periferia estrema) dove sarà relegata la manifestazione. Parte una campagna di stampa ben orchestrata dai servizi e dall’esercito di pennivendoli sempre disponibili a propalare il contenuto delle veline della CIA. La sostanza della campagna si può riassumere così: riconosciamo che molte domande dei bravi giovani che contestano hanno un fondamento, ed infatti noi parleremo coi paesi poveri e li aiuteremo come mai abbiamo fatto prima, ma nelle manifestazioni si annida il terrorismo e la violenza, e perciò bisogna prepararsi. E giù notizie sui possibili missili, sullo spargimento di sangue infetto e così via. Nel Genoa Social Forum nessuno, nemmeno le associazioni più moderate, accetta la logica della zona rossa. Si rivendica il diritto a manifestare dovunque ed anche a tentare di impedire pacificamente il vertice. Come del resto è stato fatto in occasione di tutte le mobilitazioni dei due anni precedenti. Oltre a contestare la legittimità stessa del G8, al quale per questo non si chiede nessuna interlocuzione, si contesta la costituzionalità delle zone rosse e gialle. Nel Genoa Social Forum si prepara un programma di iniziative e di manifestazioni. Ovviamente non tutti vogliono fare le stesse cose e c’è il rischio che il movimento si divida sulle pratiche. Saranno soprattutto i rappresentanti del PRC e dei Giovani Comunisti/e a proporre un metodo, questo si veramente nuovo nelle pratiche di movimento e di piazza, capace di tenere tutto insieme senza costringere nessuno a rinunciare alla propria peculiarità. Ci saranno due manifestazioni di tutti. Il giovedì una dedicata al tema delle migrazioni e una sabato, conclusiva. Il venerdì ci saranno 5 diverse manifestazioni, costruite per affinità politiche e di pratica di piazza, ma nella diversità ognuna riconoscerà le altre come legittime e arricchenti il movimento nel suo insieme. Nel frattempo Berlusconi ha vinto le elezioni e il nuovo governo accetta, al contrario del precedente, di dialogare con i promotori delle manifestazioni. Viene mantenuta la zona rossa ed eliminata la zona gialla. Si potrà manifestare in tutta Genova tranne che nella zona rossa. Anche questo non è un dettaglio giacché gli apparati di servizi e polizia italiani che con la CIA hanno preparato i “piani” per la sicurezza del G8 sono gli stessi e non sono cambiati con il nuovo governo. Sono loro ad aver dettato la linea al governo di centrosinistra (forti dell’autorevolezza che emana dall’essere parte del coordinamento internazionale) e sono loro adesso a dover gestire una situazione nuova, mantenendo la linea decisa precedentemente.

LA REPRESSIONE

I fatti sono ormai molto conosciuti. Ma l’interpretazione degli stessi è stata purtroppo fortemente deviata e distorta. Mi limiterò quindi a sostenere alcune tesi precise e a confutare quelle che via via si sono affermate nel corso del tempo.

La mobilitazione di Genova 2001 era internazionale. Lo è stata più di tutte le altre, sia perché era stata indicata dal Social Forum di Porto Alegre come scadenza centrale sia perché in Italia si era costruito un fronte unitario amplissimo e coeso. Furono decine di migliaia i partecipanti stranieri e tra questi migliaia e migliaia di militanti di partiti presenti nei parlamenti nazionali. La decisione di reprimere è stata presa molto prima dalle elezioni italiane e dell’avvento del governo Berlusconi, in sede di coordinamento dei servizi e polizie dei paesi del G8. Nella vulgata che si è affermata sembra ormai che Genova 2001 sia stato un episodio di politica interna e che tutte le responsabilità siano da attribuire al governo Berlusconi. Ovviamente il governo Berlusconi ha la grave responsabilità di aver coperto ed anche rivendicato la repressione. Ma dimenticare e sottovalutare le responsabilità internazionali e del governo precedente è totalmente fuorviante. È, in qualche modo, una pesante sottovalutazione della gravità di quanto avvenuto e una sua riduzione agli eccessi di un governo di destra. Inoltre le tecniche repressive adottate erano nuove e sconosciute in Italia. Tranne che in occasione, guarda caso, della manifestazione no-global di Napoli dell’anno precedente, quando i manifestanti vennero spinti in un vicolo cieco e duramente massacrati e quando nelle caserme i fermati vennero torturati da agenti inneggianti al fascismo. Peccato che c’era il centrosinistra e che il Ministro degli Interni Enzo Bianco coprì totalmente l’operato delle forze dell’ordine. Mai, come invece è accaduto a Genova, una manifestazione autorizzata ufficialmente era stata caricata per ore e con una tecnica atta ad allargare gli scontri invece che a contenerli. Ed è l’estensione degli scontri ad opera di reparti dei carabinieri a creare le condizioni dell’uccisione di Carlo Giuliani. Mai gruppi violenti erano stati lasciati liberi di fare qualsiasi cosa per più di 48 ore. Ridurre il fenomeno Black Bloc alle infiltrazioni è un’altra stupidaggine tutta italiana. Chiunque abbia partecipato alle manifestazioni di Seattle, Praga, Amsterdam, Nizza ecc sa bene che è un fenomeno reale. Ma a Genova, al contrario che nelle altre città testé citate, i black bloc sono stati volutamente ignorati al doppio scopo di inquinare l’immagine del movimento e di reprimere, invece, immediatamente i manifestanti pacifici. Mai in Italia una manifestazione pacifica di 300mila persone era stata attaccata senza motivo e repressa per più di 3 ore con centinaia di fermi ed arresti. Mai la polizia, con la presenza di funzionari di altissimo livello, era entrata in una sede politica (il Genoa Social Forum l’aveva ottenuta ufficialmente dal Comune) ed aveva operato un massacro. Solo nella repressione delle rivolte carcerarie è possibile trovare un bilancio di persone con fratture come alla Diaz. Più di 90 arresti dei quali più di 60 ospedalizzati. Tutte queste cose le hanno fatte Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza con la regia degli apparati dell’ordine pubblico che avevano partecipato al famoso coordinamento. Il governo le ha apprese sempre a cose fatte. Le ha coperte e rivendicate ma non progettate e indicate. La vulgata, fortemente voluta dai giornali e dai santoni televisivi del centrosinistra, vuole invece che le sane forze dell’ordine con qualche mela marcia e qualche reparto di irresponsabili siano state spinte alla repressione dal governo e segnatamente dal vicepresidente del consiglio Fini. Perché presente per due ore in una sala operativa dei carabinieri. Tesi suggestiva e molto buona per dimenticare l’importanza internazionale della mobilitazione, le responsabilità del governo precedente e soprattutto dei vertici dell’ordine pubblico, a cominciare dal Capo della Polizia. Se ce ne fosse bisogno la riprova è che se le cose fossero andate così la famosa commissione d’inchiesta prevista dal programma del governo Prodi sarebbe stata istituita per inchiodare Fini e soci alle loro responsabilità. Mentre invece IDV e soprattutto alcuni esponenti di primo piano dei DS (a suo tempo responsabili della nomina di De Gennaro a Capo della Polizia) l’hanno affossata. I processi hanno svelato molto più di quanto fosse possibile sperare. Ma, essendo processi costruiti su reati commessi da persone, non dovevano ne potevano indagare sulle responsabilità politiche. Solo in una commissione d’inchiesta parlamentare si sarebbe potuto approfondire, con precise domande alle quali nessuno avrebbe potuto sottrarsi, circa la progettazione dell’ordine pubblico in sede di governo e soprattutto di coordinamento dei servizi e polizie del G8.

IL MOVIMENTO DOPO GENOVA

La repressione non divide il movimento, per alcuni versi si rivela un boomerang, ma sarebbe sbagliato dire che è stata inefficace. I contenuti della protesta, la radicale contestazione del G8 e della sua legittimità, le proposte di alternativa sono purtroppo messi in secondo piano. Grazie ad una manipolazione scientifica dell’opinione pubblica sembra che una variopinta armata brancaleone, con buoni e cattivi, abbia contestato i potenti e che le sia caduta addosso una repressione eccessiva ad opera del governo Berlusconi. In particolare il circo massmediatico del centrosinistra occulta volutamente i contenuti del movimento e riduce tutto alla litania antiberlusconiana. Perfino dentro il movimento si affermano letture di quanto avvenuto totalmente subalterne ad una visione ultraprovinciale tipica della politica e dei mass media italiani. Come si sviluppano immediatamente i soliti tentativi di egemonizzazione del movimento. Chi lo vuole trasformare in partito, chi lo vuole dividere fra buoni e cattivi, chi lo vuole ridurre a massa di manovra del centrosinistra, chi lo vuole radicalizzare sulle pratiche di piazza. Che la manifestazione fosse internazionale e collegata al nascente social forum mondiale viene rapidamente dimenticato. E i salotti televisivi scelgono loro i “leader” del movimento più adatti, a seconda della bisogna, a dimostrare l’una o l’altra tesi. Bisognerà attendere il Social Forum Europeo di Firenze e soprattutto la mobilitazione mondiale contro la guerra in Iraq, per intravvedere ancora la natura internazionale del movimento. Comunque il coordinamento nazionale italiano si mantiene unito, sia nella promozione delle manifestazioni italiane sia in occasione degli ormai annuali incontri mondiali e continentali. Ma ormai ci sono tutti i sintomi di una divisione totalmente ispirata dalla politica interna. Mentre nei social forum mondiali e continentali crescono le posizioni più radicali, mentre in America Latina le alternative elaborate dal movimento diventano programmi di governo in diversi paesi, in Italia quello che fu un grande movimento si divide sulle pratiche di piazza e soprattutto sulla prospettiva prima e sulla politica poi del governo Prodi. Sarebbe troppo lungo elencare i tanti episodi e scadenze che dimostrano tutto questo. Valga per tutti l’esempio più significativo. Una normale visita del Presidente USA in Italia, invece che l’occasione per una manifestazione unitaria contro la politica statunitense diventa l’occasione per una manifestazione contro il governo italiano da una parte e per una pagliacciata moderata dei partiti presenti nel governo, della Fiom e dell’Arci dall’altra. Da quel momento quel che fu unito a Genova sarà sempre più diviso, irrimediabilmente. Fino al paradosso del G8 dell’Aquila. Dove solo una parte di quelli che lo contestarono a Genova manifesteranno in piazza nel più totale isolamento e boicottaggio massmediatico. Mentre un’altra parte (CGIL in testa) parteciperà alla cosiddetta “coalizione contro la povertà” il cui principale atto sarà la consegna di una lettera al governo Berlusconi con la preghiera di trasmetterlo al G8 (sic). Per fortuna in tutti questi anni, il movimento mondiale è cresciuto enormemente e i suoi contenuti (come la lotta contro la privatizzazione e per la ripubblicizzazione dei beni comuni) sono ben più popolari di dieci anni fa. Le esperienze di governo dei paesi dell’ALBA e di diversi del MERCOSUR in America Latina che si ispirano direttamente al movimento si sono rafforzate ed hanno resistito alle aggressioni USA ed europee. A queste cosa bisognerebbe far riferimento per celebrare il decennale di Genova in modo degno e serio. Ma in Italia sembra un’impresa difficilissima.

ramon mantovani

pubblicato su “SU LA TESTA” nel luglio del 2011

La commedia del G8 è finita? No, continua!

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 luglio, 2009 by ramon mantovani

Il vertice del G8 è finito. C’è chi dice che è stato un fallimento. Chi un successo. C’è chi ha protestato perché lo considera illegittimo e chi ha sperato che assumesse decisioni importanti. Soprattutto, come al solito, in Italia tutto è filtrato attraverso lo stretto buco della serratura della politichetta italiana.

Bisogna andare con un certo ordine per discutere seriamente del G8. Proviamoci.

Che cos’è il G8? Questa può sembrare una domanda superflua. Invece la maggior disinformazione è proprio relativa alla natura e alla funzione del G8. Ci sono decine di giornalisti televisivi e della carta stampata oltre che parlamentari, politici, sindacalisti (anche di sinistra) che non sanno (o fanno finta di non sapere) che cosa sia veramente il G8.

Quindi vale la pena di tornarci.

Il G7 nasce all’indomani della crisi petrolifera del 1973, della decisione statunitense di rendere inconvertibile il dollaro in oro e della conseguente fine del sistema monetario dei cambi fissi. Nasce come incontro informale ed episodico affinché i paesi più industrializzati (cioè quelli con il PIL più grande in assoluto) possano discutere delle diverse instabilità nel campo dei prezzi petroliferi, della finanza e del commercio. Ne fanno parte USA, Gran Bretagna, Giappone, Francia, Germania, Italia e Canada. Ma “ne fanno parte” è un’espressione imprecisa perché il G7 è e resta un incontro informale. Al contrario che per tutte le altre istituzioni internazionali i paesi non firmano nessun trattato che preveda diritti e doveri e, grazie all’informalità, i parlamenti nazionali non hanno nessun diritto da far valere prima o dopo i vertici perché, appunto, si tratta di conversazioni informali. Le “decisioni” che vengono prese (e non possono essere prese che attraverso documenti scritti con il metodo del consenso non essendo prevista nessuna votazione a maggioranza semplice o qualificata) non hanno e non possono avere nessun sistema di sanzioni o controlli circa la loro effettiva applicazione. Tecnicamente, quindi, non si tratta di decisioni bensì di “impegni”, di promesse e di intenzioni delle quali poi i singoli governi possono tenere conto a loro piacimento.

Diciamo pure che fino all’inizio degli anni 90, e cioè fino ad un importante cambio della natura del G7/G8, sebbene esistano istituzioni internazionali (per quanto ademocratiche o antidemocratiche come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) competenti nel campo dell’economia) il G7 si giustifica come riunione informale fra i 7 più ricchi per predeterminare gli orientamenti delle organizzazioni di cui sopra. Sia perché gli USA pur possedendo da soli di fatto il diritto di veto nel FMI sono interessati a costruire consenso intorno a scelte economiche e finanziarie in modo che il FMI non si paralizzi sia per egemonizzare l’altra trentina di paesi ricchi che fanno parte dell’OCSE. Inoltre, sempre negli anni 80, attraverso il G7 si discute, seppur informalmente, in un importante vertice dei paesi più ricchi, associando Giappone, Germania e Italia che non sono paesi membri permanenti e con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Negli anni 90 cambia tutto.

Il sistema del socialismo reale è dissolto e non c’è più angolo del pianeta estraneo al sistema capitalistico. La globalizzazione avanza. Le istituzioni e gli organismi economici e commerciali implementano una potente liberalizzazione dei mercati di beni e servizi, impongono politiche di ristrutturazione dei bilanci allo scopo di privatizzare tutto ed accompagnano ed in parte producono una violenta finanziarizzazione del capitalismo insieme ad una possente concentrazione del capitale. Basti pensare che dall’inizio degli anni 80 alla fine degli anni 90 le società multinazionali da 600 sono diventate 40.000 e che le principali 200 controllano più di un terzo di tutto ciò che si produce in industria, agricoltura e servizi. Questo processo colossale è e rimane in gran parte incompreso soprattutto per le sue conseguenze sociali, culturali e politiche. Ma non è questa la sede per affrontare un simile problema.

Una cosa, però, è certa.

Il G7 quando discute di economia, finanza e commercio assume la funzione di “aiutare” e favorire FMI, Banca Mondiale, OCSE e WTO nel lavoro di implementazione della globalizzazione capitalistica e soprattutto, ed è qui il cambiamento epocale, incomincia a discutere di politica. Il G7, cioè, discute di cose che sono di competenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e di tutte le sue più importanti agenzie.

Proprio quando sarebbe logico, a 50 anni dalla fine della seconda guerra mondiale e alla fine della guerra fredda, riformare l’ONU e soprattutto il Consiglio di Sicurezza, inizia un violentissimo attacco all’ONU (gli USA non pagano nemmeno più le quote loro spettanti). Il G7 inizia a concludere i propri vertici intavolando discussioni, anch’esse informali, con la Russia. Fino all’inclusione della Russia nel G8. Alla fine degli anni 90 il G8, nel corso della guerra contro la Yugoslavia che è iniziata senza nemmeno che il Consiglio di Sicurezza ne abbia discusso, si riunisce e “decide” le condizioni per mettere fine alla guerra. Al Consiglio di Sicurezza non resta che ratificare a posteriori.

Più chiaro di così si muore!

Sebbene il G7 continui a riunirsi per discutere di finanza senza la Russia il G8 è ormai diventato un direttorio mondiale che palesemente si sostituisce, svuotandola dei poteri più importanti, all’ONU.

Questo aspetto della mutazione della natura del G8 è imperante tutt’ora.

Negli anni 2000 il G8, oltre a subire durissime contestazioni da parte del movimento no-global e da parte di diversi paesi poveri ed anzi, proprio per questo, tenta operazioni di immagine per contrastare l’impopolarità crescente. Si inizia proprio a Genova dove con una mano (internazionale) si reprime violentemente il movimento tentando di criminalizzarlo e con l’altra si “apre” ai paesi poveri. Ma anche le “aperture” sono ambivalenti. A Genova, per esempio, si “decide” di istituire un fondo per la lotta contro l’AIDS. Ogni paese contribuisce volontariamente (al buon cuore), non si toccano i brevetti dei medicinali, facendo un bel favore alle multinazionali farmaceutiche e soprattutto si assesta un colpo mortale all’Organizzazione Mondiale della Sanità. In altre parole i ricchi si riuniscono, ascoltano le richieste di elemosina dei poveri, e siccome sono efficienti, al contrario dell’ONU, mettono subito mano al portafoglio. Un altro passo per il G8 direttorio mondiale è compiuto. Non importa se poi 5 anni dopo si scopre che i fondi ci sono solo in minima parte e quasi nulla si può sapere di dove sono finiti realmente. Tanto le “decisioni” del G8 non sono mica vincolanti per davvero!

Ma a Genova la manovra riesce solo parzialmente. Nel corso degli anni 2000 il G8 subisce le contestazioni (ed è per questo che non si celebrerà più in una grande città bensì in luoghi sempre più irraggiungibili) e soprattutto il processo di globalizzazione scricchiola. Il WTO non ha più approvato uno straccio di accordo commerciale perché ormai i governi, soprattutto quelli dei paesi cosiddetti emergenti, subiscono l’influenza della contestazione e non possono più firmare accordi capestro senza pagare le conseguenze in termini di consenso. La liberalizzazione del commercio decisa negli anni 80 produce le sue conseguenze sociali in termini di migrazioni bibliche, di precarizzazione e svalorizzazione del lavoro. Soprattutto in America Latina sorgono esperienze di lotta e di governo che cominciano a mettere in discussione con fatti l’egemonia capitalistica. La finanziarizzazione è fuori controllo dal punto di vista della dimensione del capitale speculativo e per le conseguenze delle sue crisi ricorrenti. Le guerre in corso, come prevedibile, non costruiscono stabilità ma al contrario raggiungono il vero obiettivo di distruggere l’ordine internazionale esistente.

Cosa fare di fronte a tutto ciò?

I governi dei paesi ricchi, se vogliono rimanere tali, devono inaugurare una nuova fase politica.

Per rimettere in discussione i capisaldi delle politiche liberiste e della guerra? No, nella maniera più assoluta. Riformando l’ONU e democratizzando il sistema di relazioni internazionali? Macché!

La nuova fase è semplicemente l’allargamento del G8 ai paesi “emergenti”, la celebrazione di G8 o 14 o 20 fa lo stesso di ministri competenti su tutto lo scibile umano assestando un altro colpo mortale alle agenzie dell’ONU e una bella operazione di immagine attraverso altre elemosine (finte o vere fa poca differenza).

Basta leggere i resoconti, per quanto superficiali e apologetici, delle discussioni e delle “decisioni” dell’ultimo G8 in Italia per rendersi conto che la “nuova fase politica” sotto l’egida di Obama è solo l’adattamento dell’immutata strategia di dominio del mondo.

Per carità, nessun protezionismo! Speriamo che si possa concludere il Doha round del WTO nel 2010! Mettiamo qualche regoletta alle transazioni finanziarie al fine di impedire che il sistema uccida se stesso ma senza (non sia mai!) mettere in discussione la dittatura del mercato. E, dulcis in fundo, elargiamo una ventina di miliardi di dollari di beneficenza (che in grandissima parte erano già stati decisi e mai versati). E tutto questo si fa meglio mettendo da parte l’unilateralismo di Bush, che pretendeva di battere strade che gli atri avrebbero poi dovuto seguire con le buone o con le cattive, e tornando al multilateralismo che piace tanto ad Obama e a quella parte della sinistra che in Europa ha sposato le politiche liberiste.

Intanto, che ne è del movimento che si oppone a tutto questo?

Nel mondo cresce in forza e consapevolezza. Si allarga ed influisce direttamente o indirettamente nelle politiche di un numero sempre crescente di paesi.

Ma in Italia, al netto delle idiozie sui numeri di manifestazioni in luoghi inaccessibili e in giorni feriali, sembra essere in crisi.

E’ passata, da Genova in poi, molta acqua sotto i ponti.

Una parte di coloro che furono a Genova oggi fanno parte della “Coalizione italiana contro la povertà”. Che io chiamo senza credere di esagerare la Coalizione dei servi. Oltre alla CGIL diverse ONG ed Associazioni della cosiddetta società civile, e che vivono però di finanziamenti pubblici, dopo aver per anni denunciato l’illegittimità del G8 ed aver sottoscritto documenti e proclami radicalissimi ai social forum mondiali ed europei, si sono ammucchiati con ACLI, UIL ed altre organizzazioni che ai tempi di Genova attaccavano durissimamente il Genoa Social Forum, con l’obiettivo di “pressare il G8”!

Sul sito di questa coalizione l’ultimo aggiornamento, oggi sabato 11 luglio, è relativo al seguente comunicato:

G8, GCAP:”BERLUSCONI CONSEGNA AI LEADER G8 L’APPUNTO RICEVUTO DALLA COALIZIONE IL 2 LUGLIO”.

“Per la Coalizione questo è un importante traguardo raggiunto, la pressione esercitata sul Governo ha funzionato. Ora il documento è nelle mani di chi ha la possibilità di tradurre le nostre proposte in scelte politiche efficaci. Se ciò non accadesse, sarebbe un ulteriore motivo per sancire l’inefficacia e l’inutilità di vertici come questo”.

Inefficacia? Inutilità?

Solo dei servi consapevoli di esserlo e dei mentitori patentati possono usare queste parole per un vertice che invece è efficacissimo ed utilissimo, anche se per altri scopi.

O credono davvero questi signori, alcuni dei quali per anni hanno detto che il vertice è illegittimo, che facendo una supplica ai potenti si possa ottenere la soluzione dei problemi del mondo?

Ma lasciamo perdere la miseria di chi tenta di legittimare il G8 pur facendo finta di chiedere cose giuste e di criticarlo blandamente.

Abbiamo ben altri problemi.

Il movimento in Italia c’è, se stiamo ai contenuti. Ma è diviso perfino sulle forme e sui tempi con cui manifestare. E’ inutile negarlo.

Oltre alle evidenti piccole logiche egemonistiche di organizzazioni che cercano spasmodicamente la “visibilità” fine a se stessa ed ottenuta con la ricerca del dettaglio che divide rispetto al molto che unisce, abbiamo soprattutto il prevalere dell’assolutizzazione di analisi e progetti incapaci di comunicare fra loro e che portano ad incredibili semplificazioni e alla prevalenza della discussione sui metodi di lotta (impropriamente esemplificativi delle differenze di progetto).

In altre parole pur essendo uniti dall’anticapitalismo e dalla critica del G8 sembra che a dover dividere sia il luogo e il tempo di una manifestazione.

Non è logico che sia così. Ed infatti non lo è.

Non c’è altra strada che unire politicamente e rispettare le pratiche diverse, come fu fatto saggiamente a Genova.

Non c’è altra possibilità se non quella di unire le campagne politiche contro il capitalismo contemporaneo alla lotta sociale quotidiana.

Non c’è speranza di risalire la china se non ritrovando una profonda coerenza tra contenuti anticapitalistici e comportamenti nella sfera istituzionale e nelle relazioni politiche.

Ogni unità della sinistra o dei comunisti che prescinda da questo è una falsa unità, foriera di ulteriori divisioni.

ramon mantovani