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La sola sinistra unibile è quella che ha scelto di stare fuori dal “recinto”

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , on 22 ottobre, 2011 by ramon mantovani

Bisogna ringraziare Liberazione per il Forum del 9 ottobre con Greco, Landini, Bertinotti e Ferrero. E per aver ospitato il dibattito che ne è scaturito. C’è bisogno di discutere seriamente invece che di “mosse”, slogan e sondaggi. Io penso che la fase attuale si caratterizzi per due aspetti preminenti. Il primo è che c’è una dittatura del mercato e del capitale finanziario, che ha costruito un “recinto” nel campo della politica tale che chi vi si oppone è reso impotente, espulso dalle istituzioni od omologato nei fatti ogni volta che si misura con la funzione di governo. Bertinotti descrive bene il “recinto”. Ma questa situazione non è affatto il prodotto oggettivo della ristrutturazione capitalistica. È il prodotto, invece, di precise scelte politiche attuate da governi, spesso guidati da forze di “sinistra”. Oltre ad esistere due sinistre, una antagonista e un’altra interna al sistema (non una divisa dal “recinto”) esse si distinguono ideologicamente in modo inequivocabile. Una è anticapitalista e l’altra è neoliberista e perfino apologetica del capitalismo. Quest’ultima, qualsiasi siano stati i suoi trascorsi, socialdemocratici o comunisti, è stata protagonista insieme e spesso più della destra delle decisioni “deregolatrici” in favore del capitale finanziario, delle banche, dell’estrema liberalizzazione dei mercati delle merci, delle privatizzazioni, della guerra come funzione permanente di governo del mondo e di una costruzione europea fondata sulla primazia del mercato e del bilancio. Se la politica (ufficiale, istituzionale) negli stati nazionali è recintata dalle compatibilità del sistema è necessaria una potenza capace di rompere il recinto. Solo con l’autonomia culturale ed organizzativa dal sistema egemone è possibile qualificare e produrre una “rivolta” capace di rompere il “recinto”. E non esiste altra sinistra unibile che non sia quella che ha scelto soggettivamente di essere fuori dal recinto. Ma esso non è presidiato solo da contenuti economico-sociali di stampo neoliberistico. Lo è anche da contenuti politici ben precisi. Se il fine della politica recintata è la “governabilità” del sistema e la sua forma è il bipartitismo o il bipolarismo (fa lo stesso) non può esistere nessuna sinistra unibile che non si proponga altri fini e altre forme per la politica. Perché è la crisi della democrazia e della stessa politica ad essere il secondo aspetto preminente della fase. Il movimento degli “indignados” in Spagna grida “no nos representan!” ma, al tempo stesso, pretende una legge elettorale proporzionale pura e la costruzione di nuove forme di democrazia diretta dal basso. Ha capito una cosa che in Italia, anche nel movimento, è totalmente sottovalutata. Le istanze sociali, e le stesse “domande” dei movimenti (di cui ha parlato Burgio) poste alle forze politiche, e capaci di intervenire nelle contraddizioni interne alle stesse e fra queste e la loro base elettorale, per quanto blandite prima delle elezioni sono destinate ad essere misurate secondo le compatibilità del sistema, e quindi derubricate, nel momento della verità. Quello del governo. È questa realtà a generare, nei movimenti sociali e perfino nelle singole persone, una tremenda estraneità nei confronti della politica ufficiale. Estraneità che si traduce in rifiuto, astensionismo o anche nell’accettazione, più o meno consapevole, della logica secondo la quale si vota il meno peggio o addirittura il leader salvifico (Obama per esempio). Così i contenuti diventano variabili dipendenti dai giochi e dagli equilibri del palazzo bipolare, la “cultura di governo” si trasforma in moderazione e pragmatismo fine a se stessi e i contenuti, alla fine, vengono bollati come utopie e/o estremismi. Come se abolire la legge trenta o ritirare le truppe dall’Afghanistan, per fare solo due esempi, non fossero possibili atti di governo, bensì proposte provocatorie destinate a destabilizzare il governo in carica. È un circolo vizioso ben congegnato che bisogna rompere. La scelta tattica di non auto isolarsi accettando di ridurre i contenuti a mere petizioni di principio testimoniali, e di partecipare ad uno schieramento contro la destra, senza entrare nel governo, mi convince pienamente. In altre parole ritengo fondamentale giocare la partita su tutti i terreni possibili, adottando tutte le tattiche necessarie, senza paura di nulla, ma senza abbandonarsi a suggestioni e senza imboccare scorciatoie che portano in vicoli ciechi. Perciò considero la mitica “rivolta” e/o il big bang della sinistra di Bertinotti come pure e pericolose suggestioni. Perciò considero gravemente contraddittorio che Landini, mentre propone giustamente una dura battaglia sulla democrazia, dimentichi che è il bipolarismo ad espellere dalla politica istituzionale e dal governo gli interessi di classe dei lavoratori.

ramon mantovani

pubblicato su Liberazione il 21 ottobre 2011

Genova, la vera storia.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 luglio, 2011 by ramon mantovani

Sono passati dieci anni. Non sono passati invano. Tuttavia troppe cose sono state dimenticate ed altrettante distorte dal vizio provinciale di guardare al mondo attraverso il buco della serratura della politica spettacolo italiana.

Dichiaro esplicitamente l’intenzione, in questo articolo, di far piazza pulita delle semplificazioni, banalizzazioni, esagerazioni, mitizzazioni, che hanno accompagnato il ricordo di Genova 2001. Non per tigna solamente, bensì per riscoprire e riproporre l’anima rivoluzionaria di quelle giornate e soprattutto del movimento mondiale che l’esprime tuttora.

PRODROMI E NASCITA DEL MOVIMENTO NO GLOBAL

La fase del capitalismo ispirato dall’ideologia neoliberista, e cioè la grande rivincita contro il movimento operaio e tutte le sue conquiste, inizia già negli anni 70. Ma è negli anni 90, dopo la caduta del muro di Berlino, che trionfa su scala planetaria. Il mondo unificato dal mercato grazie agli accordi siglati in sede GATT e poi WTO, la dimensione del capitale finanziario permessa dal superamento di tutte le misure della fase precedente volte ad impedire il ripetersi della crisi del 29, la concentrazione del capitale in enormi società multi e transnazionali, la centralità di organismi tecnocratici e totalmente dominati dagli interessi dei paesi ricchi come il FMI, la Banca Mondiale e l’OCSE, sembrano promettere il sorgere di un’epoca di sviluppo e di progresso illimitati. Dal punto di vista strettamente politico tutto cambia. Al fianco dei teorici neoliberisti e della destra politica i partiti socialdemocratici e socialisti sposano tutte le tesi neoliberiste. I governi si conquistano per gestire l’esistente, senza mettere in discussione nulla degli interessi del capitale e dei meccanismi di mercato, che invece vengono assunti come il centro di tutto. Riservando eventuali correzioni delle storture sociali più evidenti ad un secondo tempo sempre più inafferrabile e soprattutto subordinandole alle compatibilità imposte da trattati assunti come indiscutibili (per esempio Maastricht in Europa) e dai diktat del FMI e Banca Mondiale. Le forze che si oppongono al capitale sono divise e soprattutto chiuse entro confini nazionali. Dedite quasi esclusivamente a difendere le conquiste della fase precedente, che vengono messe sotto attacco una dopo l’altra, inesorabilmente. E’ in questo deserto, però, che si cominciano a vedere negli anni 90, qua e la, scintille, controtendenze, annunci, domande. Come sempre, in modo confuso e a volte perfino contraddittorio, emergono i problemi sociali e culturali prodotti dal capitale e dal suo modello globale. Si comincia a scoprire nel mondo che le promesse di pace e sviluppo sono false. Molte lotte si trovano di fronte un nemico ben più potente e lontano degli apparati repressivi nazionali e dei governi nazionali. Basta una decisione del FMI, a cui i governi dichiarano esplicitamente di non potersi sottrarre pena la bancarotta, per fare carne di porco del welfare duramente conquistato in decenni di lotta. Basta un trattato del WTO e un accordo di cartello delle multinazionali agroalimentari per distruggere la sovranità alimentare di interi paesi e mettere sul lastrico decine di milioni di contadini. Bastano le mire speculative delle borse e del capitale finanziario per mettere un paese in ginocchio. In particolare in America Latina, dove le politiche neoliberiste sono state applicate intensivamente molto prima che altrove, sorgono grandi movimenti di massa indigeni, contadini e operai, in difesa dell’acqua e delle risorse naturali. Nel 94, lo stesso giorno di entrata in vigore del trattato di libero commercio fra USA, Canada e Messico, compare un movimento guerrigliero indigeno, l’EZLN, che si caratterizza subito per indicare fuori dal proprio paese i veri artefici e responsabili del tentativo di genocidio economico sociale dei popoli indigeni del sud est del Messico e che propone esplicitamente il problema di una lotta globale contro il capitalismo globalizzato. Verso la fine degli anni 90 l’esigenza, ancora intuitiva e teorica, di produrre lotte e mobilitazioni internazionali comincia a materializzarsi. Inizia la stagione delle manifestazioni internazionali di protesta e di lotta. La più famosa e conosciuta è quella del 99 a Seattle contro il WTO. Insieme ai sindacati portuali e metalmeccanici degli USA, che non esitano a perseguire l’obiettivo di tentare di impedire fisicamente, scontrandosi con la polizia, il vertice del WTO, ci sono centinaia di associazioni e movimenti stranieri. Da quel momento nessun vertice del FMI, del WTO, della Banca Mondiale, del G7, si è potuto svolgere senza dure contestazioni di massa. Nel corso delle quali il crescente numero di movimenti globali e locali iniziano a capire che bisogna assolutamente coordinarsi e soprattutto trovare il modo di elaborare un programma di lotte ed un’alternativa. Nel vivo della stagione delle manifestazioni di protesta internazionali nasce, in Brasile, l’idea che si debba promuovere un incontro per discutere, elaborare idee e proposte. L’incontro si fa a Porto Alegre a fine gennaio del 2001, in concomitanza ed alternativa al Forum di Davos (incontro informale tra governanti e manager delle imprese multinazionali), che è uno dei motori della globalizzazione. Più di ventimila persone provenienti da più di 100 paesi partecipano alle giornate nelle quali si discute di alternative e si incomincia a progettare e programmare un lavoro ed azioni comuni. Fra le altre cose si individua la scadenza del vertice del G7 a Genova come centrale per il movimento. È arrivato il momento di mettere in discussione radicalmente il tentativo in corso di trasformare un incontro informale dei 7 paesi più industrializzati in un vero e proprio direttorio mondiale. Il G7 non è retto da alcun trattato e non si prendono decisioni. Tuttavia le discussioni e gli orientamenti che li si fanno e assumono, dato il peso dei paesi partecipanti, assumono un valore politico ben più importante di qualsiasi decisione formale in sede di Consiglio di Sicurezza dell’ONU. È molto recente il ruolo avuto del G7 allargato alla Russia nella conclusione della guerra contro la Yugoslavia. Guerra nemmeno mai discussa in Consiglio di Sicurezza. Per chi ha occhi per vedere è indubitabile che sia in corso il tentativo di uscire dall’ordine bipolare della guerra fredda non già con una democratizzazione dell’ONU e con una implementazione della pace nelle relazioni internazionali, bensì con una dittatura dei paesi ricchi esercitata attraverso vie di fatto a scapito del ruolo della stessa ONU. È su queste basi che il movimento sceglie di puntare su una grande protesta internazionale a Genova.

LE GIORNATE DI GENOVA

Nei mesi precedenti la mobilitazione si era formato un comitato preparatore delle mobilitazioni previste per il vertice del G7. Il Genoa Social Forum. Da comitato locale si era trasformato rapidamente in comitato nazionale. Erano state battute le posizioni isolazioniste e localiste che avrebbero voluto caratterizzare solo localmente la mobilitazione e che pretendevano di escludere forze politiche organizzate e presenti in parlamento (sostanzialmente il PRC). Le adesioni piovono a centinaia e poi a migliaia dall’Italia e da tutto il mondo. Nel frattempo il G7 si trasforma in G8, con l’inclusione permanente della Russia. Non è un dettaglio, perché non è più il PIL ad essere il criterio con il quale si partecipa al vertice, bensì la “importanza” dei paesi. È evidente che non si tratta dell’importanza data dalle dimensioni demografiche o territoriali dei paesi, ma dalla loro potenza economica e militare. Il G8 si prepara ad essere veramente un direttorio del mondo. La consapevolezza di questa realtà è cresciuta enormemente. Nella stessa opinione pubblica mondiale è forte la convinzione che paesi ricchi e multinazionali governino il mondo nei loro esclusivi interessi, che le promesse di sviluppo e redistribuzione del decennio precedente erano un imbroglio, che le ingiustizie e le povertà sono aumentate ed hanno dei responsabili precisi ed individuati. Nei mesi precedenti il vertice è il governo di centrosinistra di Giuliano Amato a partecipare alla preparazione del vertice come paese ospitante. Berlusconi vincerà le elezioni quando tutto ormai sarà già deciso e preparato. Bisogna sapere che a presiedere alla sicurezza del vertice lavora un coordinamento fra servizi e polizie dei paesi partecipanti, ovviamente dominato dagli USA. Formalmente la sicurezza è appannaggio del paese ospitante, ma il coordinamento è decisivo ed è quello che prende le vere decisioni. In quel periodo succedono due precise cose, senza conoscere le quali non si può poi capire cosa sia successo a Genova dal punto di vista dell’ordine pubblico. La prima è che nel corso della preparazione si afferma fra i paesi membri la consapevolezza del momento di grave impopolarità del vertice. E quindi si stabilisce che il giorno precedente il vertice si riceveranno diversi paesi poveri per ascoltare le loro richieste e che si darà vita ad un fondo speciale per combattere l’AIDS in Africa (una delle più popolari campagne del movimento è contro le multinazionali farmaceutiche e la loro politica dei brevetti e dei prezzi). La seconda è che si decide che la città di Genova sarà militarizzata. Una zona rossa presidiata militarmente dove nemmeno i non residenti potranno entrare, una zona gialla (quasi tutta la città) dove non si potrà manifestare e nemmeno distribuire volantini, una zona verde (la periferia estrema) dove sarà relegata la manifestazione. Parte una campagna di stampa ben orchestrata dai servizi e dall’esercito di pennivendoli sempre disponibili a propalare il contenuto delle veline della CIA. La sostanza della campagna si può riassumere così: riconosciamo che molte domande dei bravi giovani che contestano hanno un fondamento, ed infatti noi parleremo coi paesi poveri e li aiuteremo come mai abbiamo fatto prima, ma nelle manifestazioni si annida il terrorismo e la violenza, e perciò bisogna prepararsi. E giù notizie sui possibili missili, sullo spargimento di sangue infetto e così via. Nel Genoa Social Forum nessuno, nemmeno le associazioni più moderate, accetta la logica della zona rossa. Si rivendica il diritto a manifestare dovunque ed anche a tentare di impedire pacificamente il vertice. Come del resto è stato fatto in occasione di tutte le mobilitazioni dei due anni precedenti. Oltre a contestare la legittimità stessa del G8, al quale per questo non si chiede nessuna interlocuzione, si contesta la costituzionalità delle zone rosse e gialle. Nel Genoa Social Forum si prepara un programma di iniziative e di manifestazioni. Ovviamente non tutti vogliono fare le stesse cose e c’è il rischio che il movimento si divida sulle pratiche. Saranno soprattutto i rappresentanti del PRC e dei Giovani Comunisti/e a proporre un metodo, questo si veramente nuovo nelle pratiche di movimento e di piazza, capace di tenere tutto insieme senza costringere nessuno a rinunciare alla propria peculiarità. Ci saranno due manifestazioni di tutti. Il giovedì una dedicata al tema delle migrazioni e una sabato, conclusiva. Il venerdì ci saranno 5 diverse manifestazioni, costruite per affinità politiche e di pratica di piazza, ma nella diversità ognuna riconoscerà le altre come legittime e arricchenti il movimento nel suo insieme. Nel frattempo Berlusconi ha vinto le elezioni e il nuovo governo accetta, al contrario del precedente, di dialogare con i promotori delle manifestazioni. Viene mantenuta la zona rossa ed eliminata la zona gialla. Si potrà manifestare in tutta Genova tranne che nella zona rossa. Anche questo non è un dettaglio giacché gli apparati di servizi e polizia italiani che con la CIA hanno preparato i “piani” per la sicurezza del G8 sono gli stessi e non sono cambiati con il nuovo governo. Sono loro ad aver dettato la linea al governo di centrosinistra (forti dell’autorevolezza che emana dall’essere parte del coordinamento internazionale) e sono loro adesso a dover gestire una situazione nuova, mantenendo la linea decisa precedentemente.

LA REPRESSIONE

I fatti sono ormai molto conosciuti. Ma l’interpretazione degli stessi è stata purtroppo fortemente deviata e distorta. Mi limiterò quindi a sostenere alcune tesi precise e a confutare quelle che via via si sono affermate nel corso del tempo.

La mobilitazione di Genova 2001 era internazionale. Lo è stata più di tutte le altre, sia perché era stata indicata dal Social Forum di Porto Alegre come scadenza centrale sia perché in Italia si era costruito un fronte unitario amplissimo e coeso. Furono decine di migliaia i partecipanti stranieri e tra questi migliaia e migliaia di militanti di partiti presenti nei parlamenti nazionali. La decisione di reprimere è stata presa molto prima dalle elezioni italiane e dell’avvento del governo Berlusconi, in sede di coordinamento dei servizi e polizie dei paesi del G8. Nella vulgata che si è affermata sembra ormai che Genova 2001 sia stato un episodio di politica interna e che tutte le responsabilità siano da attribuire al governo Berlusconi. Ovviamente il governo Berlusconi ha la grave responsabilità di aver coperto ed anche rivendicato la repressione. Ma dimenticare e sottovalutare le responsabilità internazionali e del governo precedente è totalmente fuorviante. È, in qualche modo, una pesante sottovalutazione della gravità di quanto avvenuto e una sua riduzione agli eccessi di un governo di destra. Inoltre le tecniche repressive adottate erano nuove e sconosciute in Italia. Tranne che in occasione, guarda caso, della manifestazione no-global di Napoli dell’anno precedente, quando i manifestanti vennero spinti in un vicolo cieco e duramente massacrati e quando nelle caserme i fermati vennero torturati da agenti inneggianti al fascismo. Peccato che c’era il centrosinistra e che il Ministro degli Interni Enzo Bianco coprì totalmente l’operato delle forze dell’ordine. Mai, come invece è accaduto a Genova, una manifestazione autorizzata ufficialmente era stata caricata per ore e con una tecnica atta ad allargare gli scontri invece che a contenerli. Ed è l’estensione degli scontri ad opera di reparti dei carabinieri a creare le condizioni dell’uccisione di Carlo Giuliani. Mai gruppi violenti erano stati lasciati liberi di fare qualsiasi cosa per più di 48 ore. Ridurre il fenomeno Black Bloc alle infiltrazioni è un’altra stupidaggine tutta italiana. Chiunque abbia partecipato alle manifestazioni di Seattle, Praga, Amsterdam, Nizza ecc sa bene che è un fenomeno reale. Ma a Genova, al contrario che nelle altre città testé citate, i black bloc sono stati volutamente ignorati al doppio scopo di inquinare l’immagine del movimento e di reprimere, invece, immediatamente i manifestanti pacifici. Mai in Italia una manifestazione pacifica di 300mila persone era stata attaccata senza motivo e repressa per più di 3 ore con centinaia di fermi ed arresti. Mai la polizia, con la presenza di funzionari di altissimo livello, era entrata in una sede politica (il Genoa Social Forum l’aveva ottenuta ufficialmente dal Comune) ed aveva operato un massacro. Solo nella repressione delle rivolte carcerarie è possibile trovare un bilancio di persone con fratture come alla Diaz. Più di 90 arresti dei quali più di 60 ospedalizzati. Tutte queste cose le hanno fatte Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza con la regia degli apparati dell’ordine pubblico che avevano partecipato al famoso coordinamento. Il governo le ha apprese sempre a cose fatte. Le ha coperte e rivendicate ma non progettate e indicate. La vulgata, fortemente voluta dai giornali e dai santoni televisivi del centrosinistra, vuole invece che le sane forze dell’ordine con qualche mela marcia e qualche reparto di irresponsabili siano state spinte alla repressione dal governo e segnatamente dal vicepresidente del consiglio Fini. Perché presente per due ore in una sala operativa dei carabinieri. Tesi suggestiva e molto buona per dimenticare l’importanza internazionale della mobilitazione, le responsabilità del governo precedente e soprattutto dei vertici dell’ordine pubblico, a cominciare dal Capo della Polizia. Se ce ne fosse bisogno la riprova è che se le cose fossero andate così la famosa commissione d’inchiesta prevista dal programma del governo Prodi sarebbe stata istituita per inchiodare Fini e soci alle loro responsabilità. Mentre invece IDV e soprattutto alcuni esponenti di primo piano dei DS (a suo tempo responsabili della nomina di De Gennaro a Capo della Polizia) l’hanno affossata. I processi hanno svelato molto più di quanto fosse possibile sperare. Ma, essendo processi costruiti su reati commessi da persone, non dovevano ne potevano indagare sulle responsabilità politiche. Solo in una commissione d’inchiesta parlamentare si sarebbe potuto approfondire, con precise domande alle quali nessuno avrebbe potuto sottrarsi, circa la progettazione dell’ordine pubblico in sede di governo e soprattutto di coordinamento dei servizi e polizie del G8.

IL MOVIMENTO DOPO GENOVA

La repressione non divide il movimento, per alcuni versi si rivela un boomerang, ma sarebbe sbagliato dire che è stata inefficace. I contenuti della protesta, la radicale contestazione del G8 e della sua legittimità, le proposte di alternativa sono purtroppo messi in secondo piano. Grazie ad una manipolazione scientifica dell’opinione pubblica sembra che una variopinta armata brancaleone, con buoni e cattivi, abbia contestato i potenti e che le sia caduta addosso una repressione eccessiva ad opera del governo Berlusconi. In particolare il circo massmediatico del centrosinistra occulta volutamente i contenuti del movimento e riduce tutto alla litania antiberlusconiana. Perfino dentro il movimento si affermano letture di quanto avvenuto totalmente subalterne ad una visione ultraprovinciale tipica della politica e dei mass media italiani. Come si sviluppano immediatamente i soliti tentativi di egemonizzazione del movimento. Chi lo vuole trasformare in partito, chi lo vuole dividere fra buoni e cattivi, chi lo vuole ridurre a massa di manovra del centrosinistra, chi lo vuole radicalizzare sulle pratiche di piazza. Che la manifestazione fosse internazionale e collegata al nascente social forum mondiale viene rapidamente dimenticato. E i salotti televisivi scelgono loro i “leader” del movimento più adatti, a seconda della bisogna, a dimostrare l’una o l’altra tesi. Bisognerà attendere il Social Forum Europeo di Firenze e soprattutto la mobilitazione mondiale contro la guerra in Iraq, per intravvedere ancora la natura internazionale del movimento. Comunque il coordinamento nazionale italiano si mantiene unito, sia nella promozione delle manifestazioni italiane sia in occasione degli ormai annuali incontri mondiali e continentali. Ma ormai ci sono tutti i sintomi di una divisione totalmente ispirata dalla politica interna. Mentre nei social forum mondiali e continentali crescono le posizioni più radicali, mentre in America Latina le alternative elaborate dal movimento diventano programmi di governo in diversi paesi, in Italia quello che fu un grande movimento si divide sulle pratiche di piazza e soprattutto sulla prospettiva prima e sulla politica poi del governo Prodi. Sarebbe troppo lungo elencare i tanti episodi e scadenze che dimostrano tutto questo. Valga per tutti l’esempio più significativo. Una normale visita del Presidente USA in Italia, invece che l’occasione per una manifestazione unitaria contro la politica statunitense diventa l’occasione per una manifestazione contro il governo italiano da una parte e per una pagliacciata moderata dei partiti presenti nel governo, della Fiom e dell’Arci dall’altra. Da quel momento quel che fu unito a Genova sarà sempre più diviso, irrimediabilmente. Fino al paradosso del G8 dell’Aquila. Dove solo una parte di quelli che lo contestarono a Genova manifesteranno in piazza nel più totale isolamento e boicottaggio massmediatico. Mentre un’altra parte (CGIL in testa) parteciperà alla cosiddetta “coalizione contro la povertà” il cui principale atto sarà la consegna di una lettera al governo Berlusconi con la preghiera di trasmetterlo al G8 (sic). Per fortuna in tutti questi anni, il movimento mondiale è cresciuto enormemente e i suoi contenuti (come la lotta contro la privatizzazione e per la ripubblicizzazione dei beni comuni) sono ben più popolari di dieci anni fa. Le esperienze di governo dei paesi dell’ALBA e di diversi del MERCOSUR in America Latina che si ispirano direttamente al movimento si sono rafforzate ed hanno resistito alle aggressioni USA ed europee. A queste cosa bisognerebbe far riferimento per celebrare il decennale di Genova in modo degno e serio. Ma in Italia sembra un’impresa difficilissima.

ramon mantovani

pubblicato su “SU LA TESTA” nel luglio del 2011

Un buon congresso

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 novembre, 2010 by ramon mantovani

Senza nasconderne i limiti e i problemi è opportuno sottolineare i passi avanti e i risultati positivi del Congresso della Federazione della Sinistra.

1) la Federazione è stata immaginata, proposta e discussa a lungo per reagire e rispondere a due problemi posti dalla sconfitta del 2008 e all’idea che per unire la sinistra si dovessero cancellare le identità e sciogliere le organizzazioni comuniste. I due problemi sono: la frammentazione e dispersione delle forze politiche della sinistra e la tendenziale subalternità al PD, sia nella versione governista sia in quella testimoniale, entrambe prodotte del bipolarismo. Alla fine è chiaro che la Federazione è un progetto strategico che si propone di unire la sinistra anticapitalista italiana. Non una generica sinistra senza principi e senza confini. Non l’unità comunista con la promozione di una dialettica a sinistra sulla base di discriminanti ideologiche. Per altro non chiare sul versante delle scelte politiche, a cominciare dal rapporto col PD e con la questione del governo. E’ stato molto faticoso in questi due anni superare le spontanee e/o maliziose interpretazioni e proposte di una Federazione come partito unico dei comunisti con l’aggiunta di qualche indipendente, che avrebbero prodotto nuove divisioni e una forza politica tanto capace di esibire una identità astratta e sempre meno attrattiva, quanto incerta e moderata nelle scelte politiche. Il compito della Federazione è chiaro. Costruire, nel vivo delle lotte, un programma di fase per l’uscita a sinistra dalla crisi capitalistica e su questa base partecipare alle elezioni a tutti i livelli. Sono due compiti, collegati intimamente fra loro, che necessitano dell’unità di tutte le donne e gli uomini che pensano che la critica del capitalismo, e del modello sociale conseguente, sia la base indispensabile per rapportarsi con le lotte e per costruire un programma autonomo ed indipendente dal centrosinistra, per sua natura ambiguo o addirittura apologetico nei confronti del mercato e del liberismo. L’unità si deve fare, quindi, sul punto fondamentale di cui necessita la lotta di classe ed ogni movimento di trasformazione, senza che nessuno, collettivamente o individualmente, debba rinunciare ad un grammo della propria cultura politica e soprattutto delle proprie pratiche. Senza egemonismi (che sono sempre stati il contrario dell’egemonia) e senza riduzioni ad uno o semplificazioni che, come insegna l’esperienza, hanno sempre e solo prodotto nuove divisioni. In altre parole la Federazione vuole essere il luogo politico dell’unità dei partiti, delle associazioni e comitati, delle persone che decidono di fare quelle due cose insieme in modo democratico e che continueranno ad avere le proprie differenze culturali, di pratiche politiche e di organizzazione per fare tutto il resto. Ovviamente questo è difficile da capire e digerire per chi pensa che un partito, comunista o meno, debba solo elaborare programmi e liste elettorali e partecipare al “gioco politico” nelle relazioni fra partiti nelle istituzioni. Come è difficile da capire per chi, impegnato in lotte e attività sociali, pensa che la rappresentanza delle stesse possa essere risolta al momento delle elezioni con la scelta di una lista, o peggio ancora di un leader, rifiutando o accettando il ricatto del bipolarismo e del meno peggio con l’astensione o con il voto utile. Ma su questo punto documento e statuto della Federazione sono chiarissimi. Restano nel corpo militante e fra le persone di sinistra molte perplessità ed anche una notevole dose di confusione. Dovute al fatto che i mass media le poche volte che hanno parlato del nostro progetto lo hanno fatto occultando, per ignavia o per malizia fa lo stesso, la vera portata della proposta unitaria per descriverlo, invece, come orticello comunista privo di una proposta politica. Ed anche dovute al fatto, bisogna pur dirlo, che molti militanti sono totalmente disabituati a fare ragionamenti complessi di fronte a problemi complessi. Che non leggono e non studiano nemmeno i documenti politici per poi affidarsi alle semplificazioni dei mass media e/o per discutere sulla base di suggestioni e soprattutto di contrapposizioni astratte e demagogiche. Ma, lo ripeto, essendo chiaro il progetto della Federazione c’è la possibilità, con pazienza e perseveranza, di farlo vivere e crescere. Innanzitutto con il lavoro di allargamento della Federazione, sia a livello locale con collettivi e persone impegnate nelle lotte, sia a livello nazionale ribadendo la necessità di unire davvero tutta la sinistra anticapitalista. La Federazione vuole essere l’unità di tutta la sinistra anticapitalista. Attualmente non lo è affatto, anche se non è poco aver invertito la tendenza alla divisione e unito ciò che fino a ieri sembrava impossibile unire. Sul piano delle forze organizzate permangono profonde divisioni. Sul piano delle persone di sinistra senza partito permangono diffidenze, dubbi e soprattutto contrarietà dovute alle pratiche autoreferenziali, elettoraliste e istituzionaliste dei partiti, Rifondazione compresa. Da una parte alcune formazioni, come Sinistra Critica, PCL ed altri, e dall’altra SEL hanno proposte politiche contrapposte e, lo dico brutalmente, totalmente subalterne al bipolarismo. Da una parte l’idea che la ripetizione ossessiva di slogan radicali e di anatemi ideologici (spesso scagliati contro chi è più vicino) e la fuga dal problema di contribuire o meno alla cacciata di Berlusconi con il sistema elettorale esistente, possa costituire la base per l’accumulazione di forze sufficienti per cambiare qualcosa di concreto. Dall’altra l’idea che cavalcando (con successo) proprio uno degli aspetti più deleteri (e distruttivi di tutte le culture critiche della sinistra) del bipolarismo si possa ottenere una ristrutturazione del centrosinistra che apra le porte ad una svolta di sinistra reale nel paese. Non è necessario ripetere per l’ennesima volta quanto queste idee siano illusorie e quanto siano corrispondenti esattamente al disegno sulla base del quale è fondato il bipolarismo. Ridurre alla testimonianza impolitica le istanze radicali o trasformarle in “speranze”, tanto suggestive in campagna elettorale quanto irrealizzabili in un governo, comunque dominato dai poteri economici e dal vaticano. Non sono differenze sostanziali di contenuto, come la contrarietà alla legge trenta, il ritiro dall’Afghanistan, l’opposizione alle politiche economiche dell’UE ecc a motivare una divisione che persiste. Sono scelte ideologiche e di linea politica che impediscono l’unità. Indulgere all’infinito in discussioni circa il novecento e il nuovismo o fare la gara a chi è più comunista o più radicale è insensato, oltre che inutile. La Federazione deve rispettare i progetti altrui, pretendere il rispetto per il proprio, e soprattutto deve continuare a ribadire, con ostinazione, che permanendo i progetti e le linee diverse, sui contenuti di lotta si può e si deve combattere insieme. E che anche il confronto, su progetti e linee diverse, si può e si deve fare a partire dal riconoscimento della centralità dei contenuti che uniscono. Proprio per misurare l’efficacia dei progetti e delle linee rispetto al rafforzamento delle lotte e al raggiungimento di obiettivi concreti per milioni di italiani. Alla manifestazione del 16 ottobre c’era la sinistra reale di questo paese. I contenuti della piattaforma della FIOM (ben ribaditi nell’intervento di Landini al congresso) per la Federazione possono essere sposati integralmente e possono essere la base per discutere con SEL come con Sinistra Critica e il PCL sul come farli diventare obiettivi concreti, oggi e subito. E’ il modo concreto per rispondere a quella domanda di rappresentanza politica che è salita dalla manifestazione. Mentre citarli strumentalmente per scagliarli contro altri, che pure li condividono, per farli diventare un espediente retorico e demagogico al servizio di proposte politiche che, essendo interne alle logiche bipolari, li riducono a slogan impotenti o a sogni irrealizzabili è il contrario. Per il banale motivo che alla fine, o la piazza e i suoi contenuti saranno in grado di dare una spinta all’unità a livello politico della sinistra o le diverse opzioni della sinistra mortificheranno e divideranno la piazza e il movimento di lotta. E non avrà molta importanza ciò che dicono i sondaggi o diranno gli stessi voti elettorali se la sinistra politica che dice di condividere quei contenuti sarà divisa in tre pezzi in lotta fra di loro. Perciò è giustissimo che la Federazione, ben sapendo le differenze di progetto e di linea che esistono con altri, continui a sfidarli su questo terreno della discussione.

2) sebbene non si possa dire di possedere un programma di fase, complesso e articolato, capace di unificare i fronti di lotta e di accumulare le forze per passare dalla resistenza ad una controffensiva del mondo del lavoro e dei movimenti progressisti, il congresso ha chiarito a definito alcune linee di fondo sulla base delle quali costruire un tale programma. E su queste basi ha approvato e sancito una proposta politica chiara ed inequivocabile. C’è nel documento e c’è stata nel dibattito l’idea che alla finanziarizzazione e al mercato senza regole liberista sia necessario assegnare al mondo del lavoro il ruolo di fulcro dell’unità di tutte le lotte. Come è già stato evidente nella manifestazione della FIOM del 16 ottobre. La Federazione ha chiaramente l’idea della costruzione di tale unità sulla base di una alleanza strategica dei movimenti ambientalisti e dei diritti civili con quello dei lavoratori, degli studenti, dei precari e degli immigrati. La Federazione propone cose precise per l’oggi. Sulla base di scelte di fondo che in politica economica sono totalmente controcorrente rispetto agli indirizzi dell’Unione Europea, a cominciare dalla riproposizione dell’intervento pubblico in economia e dalla subordinazione dei bilanci e delle politiche monetarie rispetto ai diritti sociali. Che in politica estera sono contrapposte a guerre e spese militari sostenute da tutti i partiti socialisti, socialdemocratici, e in Italia del PD. Che sulle politiche sociali e dei diritti sono all’opposto dei “patti sociali” di confindustria e alla subalternità al vaticano. E’ su queste basi, e non su altre, che è stata approvata la proposta di dare vita ad una alleanza democratica in difesa dei principi costituzionali, per battere Berlusconi, senza fare un impossibile accordo di governo. Al di la di sfumature, di suggestioni, di ovvie differenze culturali e perfino di propensioni ben visibili sulla stampa e in diverse dichiarazioni e discorsi, questo è quanto è stato deciso ed approvato. Con il dissenso dei compagni di Falce e Martello sul versante di sinistra e con quello del documento di una parte di Rifondazione (primo firmatario Bonadonna) sul versante di destra. Questa proposta politica è stata accettata e difesa, nei loro discorsi, da Salvi, da Patta, da Diliberto, oltre che da Ferrero. Con toni e sfumature diverse? Ovviamente si. Ma senza che sia stata proposta alcuna alternativa. Per altro, voglio dire esplicitamente che io sono d’accordo con Diliberto quando dice che se si fa un accordo senza entrare al governo questo non comporta che il confronto con il PD e con gli altri partiti di centrosinistra, a cominciare da SEL, debba escludere temi sociali e concreti che riguardano milioni di persone. Non fosse altro che è proprio sulla base di quei temi sociali, e non su anatemi astratti, che si misura la distanza e la stessa impossibilità di fare un governo insieme. Come non esclude che si facciano anche proposte e accordi minimi su temi specifici. Esattamente come bisogna sempre fare in qualsiasi istituzione con qualsiasi governo. Infine è chiara l’idea che l’obiettivo di superare il bipolarismo sia prioritario, come è chiara la contrarietà a qualsiasi uscita dalla crisi del centrodestra sulla base di governi tecnici o simili. Questi indirizzi programmatici di fondo e la proposta politica dell’alleanza democratica senza accordo di governo sono la linea politica della Federazione per navigare nella complessa situazione della crisi economica, della offensiva liberista e padronale e della crisi latente del governo Berlusconi. Questa è la linea politica sulla base della quale confrontarsi a tutto campo con chiunque, con il massimo di apertura e di duttilità tattica.

3) la vita della Federazione è stata contraddistinta, fino a qui, da una inevitabile logica pattizia fra le forze che hanno partecipato alla sua fondazione. È inutile menare scandalo per questo. Senza quella logica pattizia non ci sarebbe nessuna unità con basi solide per resistere a qualsiasi novità sulla scena politica. Non ci sarebbe la forza organizzata minima per sorreggere e sviluppare nessuna linea politica. La permanenza di divisioni (anche elettorali) avrebbe provocato la definitiva e più che giustificata delusione di altre decine di migliaia di militanti e il totale disorientamento dei potenziali elettori. Lo statuto approvato definisce con chiarezza che il futuro della Federazione sta nelle mani degli iscritti e delle iscritte. Il principio di una testa un voto è inequivocabile. Come lo è quello delle maggioranze qualificate al fine di evitare che chiunque possa sopraffare gli altri. Soprattutto al fine di impedire che coalizioni improvvisate di correnti possano snaturare la Federazione e cambiare la linea sulla base di cordate e di manovre di corridoio. Ma qui comincia la vera sfida. E bisogna avere la consapevolezza che la sfida è persa in partenza se si usa la demagogia e il basismo. A nulla vale il principio di una testa un voto se poi dobbiamo fare il prossimo congresso con una decina di documenti politici in guerra fra loro. A nulla vale il principio delle maggioranze qualificate se provoca solo mediazioni al ribasso. A nulla vale la Federazione con compiti ben precisi sui quali cercare permanentemente l’unità se poi si portano nella federazione discussioni su compiti e contenuti propri dei partiti che la compongono ed estranei a quelli della Federazione. Ma queste cose attengono alla maturità e alla qualità dei gruppi dirigenti e dei militanti. Attengono perfino all’onestà intellettuale con la quale si discute e al principio di lealtà verso chi la pensa diversamente. Non c’è norma statutaria e non c’è declamazione di principio che possano magicamente infondere qualità e buon senso in chi non legge, non studia, non ascolta, e pensa che qualsiasi mezzuccio o manovretta di corridoio sia un mezzo lecito, giustificato dal fine di imporre ciò che vuole agli altri. La democrazia funziona non solo se si vota continuamente su tutto. Funziona se quando si vota i votanti sanno cosa votano sulla base di una conoscenza approfondita e non sulla base di opzioni presentate demagogicamente, che contano proprio sulla ignoranza diffusa e sulle suggestioni da quattro soldi. Funziona se dopo aver votato qualcosa chi è in disaccordo non tenta di impedirne la realizzazione o non tenta ad ogni riunione, su qualsiasi tema sia convocata, di riprodurre sempre la stessa discussione. Funziona se dopo una decisione chi si è dichiarato d’accordo votandola non fa subito un bell’articolo che la contraddice. Magari al fine di marcare la differenza necessaria a giustificare l’esistenza della propria corrente o, peggio ancora, al fine di ritagliarsi uno spazio politico personale fittizio da usare per rivendicare un posticino negli organismi e nelle liste. E potrei continuare. Queste cose affliggono tutti a sinistra. Non esistono scorciatoie leaderistiche e basiste che possano risolvere questi problemi. Al contrario sia il leaderismo sia il basismo alimentano passività, ignoranza e superficialità all’ennesima potenza. Solo la fatica di una lotta culturale e ideologica attiva e permanente, con l’obiettivo di curare la malattia e salvare il malato, può sortire degli effetti positivi. Solo valorizzando le pratiche sociali e culturali ricche, alla lunga, si possono superare le discussioni astratte che sono il terreno privilegiato per le cordate e i personalismi di tutti i tipi.

4) sebbene sia chiaro che la Federazione non è l’unità dei comunisti, tanto che al congresso tutti gli emendamenti che insistevano sul tema sono stati giustamente dichiarati inammissibili, il tema esiste ed è bene discuterne. E’ evidente che proprio nel momento nel quale il PRC e il PDCI condividono lo stesso progetto di unità della sinistra anticapitalista e la stessa proposta politica è necessario affrontare seriamente il tema. Non lo era prima sia perché avrebbe sostituito e fagocitato il progetto dell’unità della sinistra anticapitalista e perché avrebbe subordinato la scelta della linea politica ad una immatura unificazione organizzativa dei due partiti. Oggi il tema dell’unità comunista è da affrontare seriamente. Dico oggi ma è evidente che in caso di elezioni anticipate sarebbe idiota metterlo al centro delle nostre attenzioni. Resta da vedere se si vuole affrontare sulla base di una suggestione e come se le differenze culturali, di concezione politica ed organizzativa del partito, fossero all’improvviso sparite. La demagogia dell’unità, per ricevere applausi, scagliata contro altri implicitamente accusati di non volere l’unità, non produce unità. Bensì diffidenze e nuove divisioni. Nessuna persona dotata di buon senso pensa che due, tre, quattro o cinque partiti comunisti siano meglio di uno. Non fosse altro che per il banale motivo che il numero e l’attività complessiva dei militanti si riducono proporzionalmente al proliferare di sigle e di partiti. Fermo restando tutto ciò bisogna sapere che le differenze e le divisioni esistono. E che possono perfino aumentare con la demagogia e con le semplificazioni. Se, per esempio, Rifondazione dicesse una cosa banale e apparentemente di buon senso come “chi è uscito dal partito ritorni, le nostre porte sono aperte e non chiediamo nessuna autocritica” provocherebbe solo un solco più profondo con gli altri e anche nuove divisioni al proprio stesso interno. Se di unità c’è bisogno e se di unità è opportuno parlare bisogna farlo seriamente e con i piedi piantati per terra. L’unità dei comunisti è innanzitutto un tema ideologico, politico e culturale. Non un tema organizzativo per unificare due o più gruppi dirigenti. L’unità dei comunisti non è un tema sostitutivo dell’unità della sinistra anticapitalista. Ci sono due terreni precisi sui quali fondare la discussione sull’unità dei comunisti. Il primo è quello delle pratiche sociali condivise, è lo stare nelle lotte e nel radicamento sociale insieme, senza egemonismi e stupide competizioni, è quello sul quale avviare con i soggetti sociali l’elaborazione di obiettivi di lotta. Il secondo è quello dell’analisi del capitale e della formazione sociale plasmata dal capitalismo di questa fase storica. È quello della difesa della propria storia dal revisionismo imperante e, al tempo stesso, della critica della propria storia. È quello della critica di un modello organizzativo e di una concezione del partito verticistico, intriso di predominio maschile e di istituzionalismo. Senza che questa critica dia luogo a sette o, peggio ancora, a leaderismi e basismi che di democratico non hanno nulla. Insomma, come si vede i problemi sono seri. E a nulla vale ignorarli unificando due o più partiti per poi tornare a dividersi, in modo lacerante, alla prima occasione nella quale i problemi che si credevano superati si ripresentano violentemente. Comunque non è questa la sede per approfondire questo tema. Penso che il prossimo congresso del PRC debba offrire una proposta e una discussione a tutte le comuniste e a tutti i comunisti di questo paese. Una proposta e una discussione capaci di far scoprire a molti e a molte di essere comunisti. E di far scoprire a molte e a molti che si ritengono comunisti di non esserlo sul serio.

Ma questa è un’altra storia…

ramon mantovani