Archivio per finanziamento pubblico dei partiti

Morte ai partiti? (quarta parte)

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , on 27 luglio, 2012 by ramon mantovani

In questo testo abbiamo sommariamente considerato le mutazioni del contesto sociale e istituzionale nel quale agiscono i partiti, nonché alcune mutazioni della stessa nozione di “politica” prodotte dal maggioritario, dall’elezione diretta di sindaci ecc, dai mass media e dalla spettacolarizzazione della politica stessa.

Se è vero, come è vero, che le istituzioni nelle quali i partiti dovrebbero rappresentare la cittadinanza hanno perso gran parte dei poteri reali sull’indirizzo dell’economia, delle politiche industriali, della politica estera, e i partiti si sono rassegnati e/o adeguati a competere (ed allearsi fra loro) al solo ed unico scopo di conquistare il governo per esercitare la funzione della gestione  dell’esistente rispettando tutte le compatibilità imposte dal sistema economico, dal mercato, ed eseguendo le direttive degli organismi tecnocratici, allora è evidente che c’è un abisso fra la “prima e la seconda repubblica”. Le istanze di cambiamento radicale (radicale nel senso di relativo alla radice e/o alla profondità) per quanto assolutamente coerenti e possibili secondo il dettato costituzionale, sono oggi, con la politica corrente, relegate al ruolo di impotente testimonianza o al ruolo comprimario e parolaio nell’ambito di coalizioni dominate dal mero obiettivo di gestione. Sono cioè tendenzialmente espulse dal dibattito politico ed impossibilitate ad esercitare il ruolo previsto dalla costituzione per i partiti. L’articolo 49 della costituzione recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.” E l’articolo 48 dice che “il voto è personale ed uguale, libero e segreto”.

Al di la della lettera e del valore giuridico del testo, che come tutti i testi simili si può interpretare in molti modi, è evidente che lo spirito della costituzione parla del diritto dei cittadini a determinare la politica nazionale sia con la formazione di partiti sia con il voto “uguale”. La costituzione, infatti, non pone limiti e garantisce l’eguaglianza dei voti e dei partiti. Non è un caso. È l’incarnazione di una precisa concezione della democrazia, fondata sul riconoscimento delle diversità e delle diseguaglianze e sul diritto delle classi a competere e/o ad accordarsi per formare la politica nazionale. È ben altro dalla classica concezione liberale che abbiamo ben visto parlando dei sistemi politico elettorali degli USA e dell’Italia del primo novecento. Basta dare uno sguardo, per esempio, ad altri due articoli, il 2 e il 3, inseriti nella categoria dei PRINCIPI FONDAMENTALI della nostra misconosciuta (quanto impropriamente citata) costituzione. Art 2: La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Art 3: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Vorrei far notare che nell’ultimo capoverso si dice che vanno rimossi gli ostacoli che impediscono l’effettiva partecipazione dei lavoratori (non si usa qui il termine cittadini) all’organizzazione politica, economica e sociale del paese.

È “uguale” il voto dei cittadini nel maggioritario? Dove finisce il principio dell’effettiva partecipazione dei lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese, se non esistono partiti che rappresentano gli interessi dei lavoratori e se il popolo è concepito come un insieme di individui o, peggio ancora, di “cittadini consumatori”?

Abbiamo già visto come la crisi dei partiti della prima repubblica sia stata provocata dalla mutazione dei rapporti di forza sociali che si è concretizzata direttamente nella società con la controffensiva capitalistica degli anni 70 e seguenti. Abbiamo visto come Berlinguer già all’inizio degli anni 80 denunciava la degenerazione della funzione dei partiti. Abbiamo già detto come il PSI prima e il PCI poi sceglieranno di separare il proprio destino da quello dei lavoratori. Perché, e non mi stancherò mai di ripeterlo, non può esistere che una qualsiasi sinistra vinca se i lavoratori perdono nella società. Tantomeno che governi e nel tempo del suo governo i lavoratori peggiorino le proprie condizioni di vita e di lavoro.

In tutta Europa i partiti socialdemocratici e socialisti dismettono l’idea della lotta di classe, della rappresentanza diretta degli interessi dei lavoratori, e governano o stanno all’opposizione accettando come dogmi le compatibilità imposte dal mercato liberalizzato, dal capitale finanziario e così via. Ma almeno mantengono una differenza sostanziale rispetto ai partiti conservatori e democristiani. I diritti civili e la laicità dello stato rimangono obiettivi e principi solidi. La dialettica è ridotta alle differenze fra forze conservatrici e “liberal”. Esattamente come negli Stati Uniti, anche se nell’ambito di sistemi elettorali ed istituzionali diversi. Ma per quante siano le differenze esse non si manifestano sull’accettazione della logica del mercato liberalizzato. Qui non stiamo parlando di un mercato qualsiasi. Stiamo parlando del mercato incontrollato ed incontrollabile politicamente e democraticamente. Come non si manifestano sulla centralità della finanza speculativa. E tanto meno sulla assolutizzazione degli interessi dell’impresa privata. Nel corso degli ultimi due decenni il Labour Party, l’SPD, il PSOE, il PASOK ed anche il Partito Socialista Francese dopo il governo Jospin, solo per citarne alcuni, hanno esplicitamente sposato totalmente l’ideologia neoliberista e promosso dal governo in prima persona privatizzazioni, derubricazioni dei diritti sociali da valori assoluti a variabile dipendente dalle compatibilità di bilancio a loro volta determinate dalle speculazioni finanziarie. Lo hanno perfino fatto inserendo questo principio preciso nei documenti europei e nei trattati di “valore costituzionale”. E quando tali documenti sono stati bocciati nei referendum confermativi li hanno banalmente reiterati con altra veste. A dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, di quale concezione della democrazia siano portatori. In particolare, ma non è cosa assolutamente secondaria, sono soprattutto i partiti socialisti e socialdemocratici in Europa ad elaborare e/o sposare acriticamente la dottrina del “diritto di ingerenza umanitaria” in politica estera. Il paravento ideologico, di cui la destra non ha mai sentito tanto il bisogno, per giustificare diverse guerre. Guerre distruttive e destabilizzanti di diverse aree geopolitiche e soprattutto della stessa possibilità che l’ONU, dopo la fine della guerra fredda, potesse conoscere una riforma tale da farle assumere la funzione, prevista dal suo statuto, di polizia internazionale. E sono principalmente i partiti socialisti e socialdemocratici a sostenere con forza la “nuova missione” della NATO. E sempre loro ad insistere per trattati commerciali ultraliberisti fra l’Unione Europea e paesi di quello che una volta era chiamato terzo mondo.

Non analizzerò qui la mutazione della natura di questi partiti, della loro composizione reale dal punto di vista organizzativo ed elettorale. Ma sfido chiunque a confutare quanto detto più sopra. E conseguentemente sfido chiunque continui ad usare le parole sinistra, socialista e socialdemocratico per identificare partiti e proposte politiche di questi partiti, in pura continuità con il passato, a dimostrare parlando di contenuti e fatti invece che di suggestioni e parole vuote e cangianti di significato, che questi partiti sono ancora di sinistra e coerenti con i loro nomi e simboli. Ma, come ho già detto, non c’è dubbio che sui diritti civili, sulla laicità dello stato e così via essi sono effettivamente diversi e a volte fortemente alternativi ai partiti conservatori e democristiani.

Vediamo cosa è invece successo in Italia.

Il PDS raccolse le firme per il referendum contro il proporzionale (e fu decisivo il suo contributo). Proprio nel momento di massima crisi della DC, del PSI e degli altri partiti che avevano governato il paese e che nell’ultima fase avevano gestito la cosa pubblica per gli interessi immediati di varie consorterie finanziarie, invece che proporre una politica chiara di alternativa, tutto venne spostato sul terreno della legge elettorale. Non mancavano militanti e anche dirigenti del PDS che credevano fermamente che il maggioritario avrebbe finalmente prodotto una alleanza progressista, e tendenzialmente un grande partito socialdemocratico, capace di governare il paese. Peccato che il paese era in crisi, che i lavoratori erano sconfitti e che, come se non bastasse, il sindacato schiavo del quadro politico aveva accettato la politica della concertazione e la sua filosofia. Ad ogni crisi del sistema dovevano corrispondere i sacrifici dei lavoratori. Peccato che il senso comune era scivolato a destra pesantemente, per effetto del modello sociale affermatosi negli anni 80. Peccato che il paese era sempre più diviso in due tra nord e sud e che gli egoismi e le paure che il modello sociale aveva implementato nel nord erano interpretati perfettamente dal nuovo partito della Lega. Peccato che l’abbandono della tradizione comunista aveva reso il PDS un partito come gli altri e che la destra aveva buon gioco con il suo violento anticomunismo.

Insomma l’assenza di una sera analisi del paese e delle sue contraddizioni, la sottovalutazione degli effetti del modello sociale che era stato trionfante per un quindicennio, la concezione della politica come un tecnica elettorale, produssero una sonora sconfitta della alleanza dei progressisti che si presentò alle elezioni maggioritarie del 94.

Se si accettano come oggettivi gli interessi dell’impresa, se si partecipa al coro del “privato è bello e il pubblico è corrotto ed inefficiente”, se si propongono riforme di portata costituzionale per passare alla democrazia liberale indicando apertamente il modello statunitense come il massimo della democrazia, si partecipa (consapevolmente o inconsapevolmente non fa alcuna differenza) al trionfo della destra. Una destra nuova, libera degli impacci più o meno democratici propri dei partiti della prima repubblica, apparentemente meno in continuità con il recente passato nonostante la presenza di riciclati di ogni tipo, direttamente in sintonia con l’egemonia dell’impresa e del privato fino al punto di essere diretta e agglutinata da un grande imprenditore “non politico”, capace di sfruttare fino in fondo la logica del maggioritario con lo sdoganamento dei fascisti e con la costruzione della duplice alleanza con due forze allora nettamente incompatibili, il MSI e la Lega.

I dirigenti del PDS non si capacitavano che il “partito di plastica” dal ridicolo nome di “forza italia” del volgare e demagogo Berlusconi potesse riuscire a vincere alleato con due partiti che si odiavano, l’uno ipernazionalsta e centralista e l’altro secessionista. Dopo aver essi stessi proclamato la morte del comunismo ed essersi cosparsi il capo di cenere si meravigliavano che la propaganda anticomunista tipo anni 50 potesse funzionare. Paradossalmente loro che non avevano mai governato erano chiamati a rispondere del malgoverno democristiano. Loro che erano appena stati sfiorati da tangentopoli erano accusati di essere gli unici eredi del sistema di tangentopoli proprio da uno dei maggiori protagonisti di tangentopoli, implicato come corruttore in numerosi casi, soprattutto nel nord.

Insomma, i cambiamenti strutturali e culturali del ventennio di rivincita capitalistica incontrarono un ceto politico proveniente da sinistra che si illuse di poter contemporaneamente fare tre cose assolutamente inconciliabili tra loro.

1) sposare le tesi liberali in politica istituzionale e liberiste in economia per poter accedere finalmente al tanto agognato governo.

2) conservare i consensi operai e popolari in virtù di una presunta eredità e allargarli ad una parte della classe dominante.

3) sconfiggere la destra immaginando che essa si sarebbe organizzata secondo uno schema astratto ed immaginato a tavolino, sottovalutandone completamente l’egemonia.

La sconfitta era dunque inevitabile, e per molti versi proprio il prodotto del nuovismo e delle “invenzioni” simboliche e politiche del PDS.

Era necessario dire queste cose per collocare nel giusto contesto le mutazioni organizzative e del rapporto fra partiti ed elettori che si instaurò con l’elezione diretta dei sindaci e con il superamento della repubblica democratica e parlamentare.

Il PDS è, infatti, l’unico partito della prima repubblica a conservare qualche continuità organizzativa con il passato. La Lega Nord, che è un partito a tutti gli effetti nato nel sistema proporzionale, pur conservando un impianto organizzativo tipico dei partiti di massa, conosce il suo sviluppo soprattutto dopo l’avvento del maggioritario, risentendone fortemente. Analogamente il MSI, anche se al momento della sua trasformazione in Alleanza Nazionale la rottura con la concezione del partito di massa è in realtà più marcata. Tutti gli altri, a cominciare da Forza Italia, sono nuovi di zecca, sia nei nomi e simboli sia nella concezione del partito. Per il PRC faremo ovviamente un discorso a parte.

Il PDS resta un partito di massa, con un forte insediamento territoriale, una fitta struttura orizzontale e verticale, centinaia di migliaia di iscritti e decine di migliaia di militanti. Ma non è più il PCI. Nemmeno nella concezione organizzativa del partito. La convivenza del passato con il nuovo danno origine ad un amalgama nel quale il “vecchio” è costituito dalla parte del partito, progressivamente sempre meno rappresentata al vertice, che, per dirla semplicisticamente, è il PCI che ha solo cambiato nome. E il “nuovo” è costituito dai nascenti leader locali e nazionali, dalle loro carriere vere e proprie, dai loro legami esterni con organismi come la Lega delle Cooperative, le banche, le imprese e i media. Il nuovo partito non è portatore di un progetto, di un’idea di società alternativa al modello individualistico e liberista che si è affermato. Non si propone affatto di portare i lavoratori e il loro punto di vista al governo del paese. Esso ha un unico obiettivo: il governo. A qualsiasi condizione, per fare qualsiasi cosa e alleandosi con chiunque sia utile per andare al governo. La provenienza e la storia del PCI sono utili per incassare una rendita di posizione e per lasciare intendere agli elettori che comunque il PDS ha nelle corde i “valori” della sinistra. Ogni scelta contraddittoria con quei “valori” (che appunto sono valori proprio perché sono generici e aleatori e non impegnativi politicamente) è presentata come “necessaria”. Come prova di “realismo”. Ma la storia e gli stessi valori sono anche piombo nelle ali del PDS. Che è così esposto agli strali anticomunisti e che risulta certo meno affidabile per la casta finanziaria e per i soggetti economici italiani e globali che suonano la musica con la quale tutti devono ballare. Così il PDS tenta un’operazione mimetica inglobando una serie di micro partiti e di personaggi al fine di apparire sempre più lontano dalle proprie origini e sempre più affidabile per le classi dominanti e, non va dimenticato, per il Vaticano. A questo fine smette di chiamarsi partito. È però evidente che non basta. E allora la coalizione dell’Ulivo viene indicata come la base della formazione di un vero e grande partito democratico. Esplicitamente il modello è quello statunitense. Qui sta la prima e grande peculiarità italiana. Perché, al contrario dei partiti membri dell’internazionale socialista in tutta europa, nell’ulivo prima e nel PD poi ci saranno tanto progressisti (ma solo sui diritti civili perché oramai il termine riformista indica il liberismo più sfrenato) quanto conservatori democristiani. È di questi giorni la polemica sorta nel PD sui matrimoni fra persone dello stesso sesso. Ma è tragicamente ridicola. Del resto con i governi dell’Ulivo non si è nemmeno riusciti ad accorciare il tempo del divorzio da tre anni ad un anno. Per il semplice motivo che, come sulla fecondazione assistita, i cattolici dell’Ulivo e poi del PD restano fedeli alle indicazioni del Vaticano e votano immancabilmente con la destra.

Questa è la dimostrazione patente che il partito che si propone il governo come fine e non come mezzo per realizzare un progetto è un mostro nel quale si cerca di conciliare cose inconciliabili.

E così il paese laico che, con la legge proporzionale, partoriva maggioranze parlamentari laiche già alla fine degli anni 60, e che produceva divorzio e aborto e verificava nei referendum indetti dalla DC quale fosse la volontà del popolo italiano, da ormai venti anni non ha più una maggioranza laica in parlamento.

Insisto, questa è una peculiarità unicamente italiana, perché in Europa non c’è partito socialista o socialdemocratico che pur essendo passato al liberismo in economia abbia abbandonato anche l’idea dei diritti civili come metro di civiltà.

Intanto con questo processo, con l’elezione diretta dei sindaci e l’orgia delle preferenze, con i necessari rapporti con gli imprenditori – speculatori, con la politica spettacolo, alla base del PDS – PD si sviluppa una mutazione antropologica. Nascono e crescono personaggi e personaggini locali e nazionali che dominano il partito, che si alleano fra di loro, che cambiano corrente alla velocità della luce secondo le convenienze del momento. Per la stessa base militante c’è una involuzione propriamente ideologica per cui i contenuti non contano assolutamente nulla e qualsiasi cosa è buona per vincere e andare al governo. Più ancora che i vertici del partito è la base militante ad odiare (letteralmente) qualsiasi cosa si muova a sinistra. Perché insidia la falsa coscienza secondo la quale ciò che fa il partito è realisticamente la cosa più progressista in assoluto (cioè possibile, non in astratto bensì nel contesto del maggioritario e della politica spettacolo). Il PD, prima ancora che per una posizione ultraliberale favorevole al maggioritario e possibilmente al bipartitismo, è contrario al proporzionale per un motivo di semplice sopravvivenza. Con il proporzionale, infatti, non avrebbe senso un partito che tiene insieme gay e cattolici integralisti, sindacalisti e imprenditori reazionari, garantisti e forcaioli, persone che si considerano di sinistra e persone che si considerano democristiane o di centro o liberali. La qualità richiesta ai dirigenti del PD è fare manovre e manovrette, accordicchi di potere. E’ produrre posizioni abbastanza generiche da poter essere vendute sul mercato elettorale come allusive di cose buone e progressiste e contemporaneamente “moderate” e “realistiche”. I capi e capetti locali devono avere le proprie clientele, le proprie relazioni con poteri forti, e su questa base possono competere fra loro per diventare sindaci, assessori, presidenti di qualcosa. Spesso nelle grandi città i candidati alle primarie assumono i “consulenti d’immagine” che gli dicono come vestirsi, come pettinarsi, come sorridere davanti alla telecamera, come parlare senza dire nulla di impegnativo, come bisticciare con l’avversario di turno e così via. E gli iscritti possono fare il tifo per uno o l’altro, ma non intervenire nella stesura di un programma o nelle scelte politico amministrative più importanti. Si intende che per votare le allusioni ad un tipo di programma o ad un altro bisogna sostenere e votare una persona. Poi questa persona, il leader, farà ciò che vuole presentandolo come ciò che è “possibile”, ciò che è “realistico”. I funzionari di partito, che saranno circa un decimo di quanti ne aveva il PCI, non sono più lo scheletro organizzativo del partito, non sono abilitati a produrre studi, analisi, proposte di lotta e di governo, non svolgono più una funzione pedagogica implementando una discussione seria e democratica nel partito. Sono persone in carriera. Scelte per la fedeltà ad uno o all’altro leader locale o nazionale. Appartengono a cordate e saranno premiati o esclusi in conseguenza delle fortune del loro leader. Non rivoluzionari di professione bensì politicanti, portaborse, faccendieri. In perenne attesa di una candidatura o di una nomina a consulente o in un consiglio di amministrazione.

I partiti della destra, oggi unificati nel PDL, non hanno apparentemente nessun passato che non sia quello vissuto negli ultimi 16 anni. Forza Italia non ha mai fatto un congresso degno di questo nome. Le kermesse berlusconiane non c’entrano nulla con la democrazia. Nemmeno con quella distorta della competizione fra leader e correnti e cordate. Forza Italia (ed anche il PDL anche se leggermente più complesso) è un partito aziendale e monarchico. Nessuno può mettere in discussione il proprietario, il leader, il capo. Chi osa farlo, è il caso di Fini, è immediatamente scaraventato fuori. Le strutture locali sono nominate dall’alto e se insorgono divergenze queste vengono risolte con le scelte del capo o di un suo fiduciario inviato sul posto. Il personale politico del partito, inizialmente costituito direttamente da manager e funzionari del gruppo Mediaset, si è evoluto inglobando, tranne qualche eccezione, ex socialisti, radicali e democristiani che nella prima repubblica erano portaborse e piccoli faccendieri da quattro soldi. Assomiglia più ad una corte dei miracoli che a una struttura politica. Sul territorio il PDL è interamente in mano a personaggi che fanno i comodi loro e che però, alla bisogna, danno prova di fedeltà al leader. Non c’è nessuna dialettica politica. Al massimo ci sono trame e complotti di palazzo. Scontri feroci risolti da una scelta definitiva ed inappellabile del capo.

Il modello di partito di Forza Italia, del PDL (ed è in corso di preparazione la terza versione) è senza dubbio il prodotto più genuino del maggioritario nell’epoca del modello sociale liberista. Poche idee ma chiarissimamente autoritarie e ultraliberiste. Rapporto diretto leader – popolo sulla base della sintonia con i peggiori istinti sociali egoistici, localistici, maschilisti e corporativi prodotti dall’implementazione del modello sociale dominante. Unica caratteristica ideologica: individualismo e competizione assoluta contro comunismo, sinistra e solidarietà di qualsiasi tipo.

La Lega Nord è il partito che più assomiglia ad un partito di massa della prima repubblica. Assomiglia perché ha una base fortemente identificata in una appartenenza territoriale e nelle rivendicazioni estremizzate legate alla pretesa superiorità del nord. È questo che ha permesso alla Lega di organizzarsi territorialmente in modo capillare. Di avere numerose organizzazioni collaterali e pratiche pseudo comunitarie capaci di consolidare il senso di appartenenza. Ad una inesistente “nazione” sono stati fatti corrispondere miti identitari totalmente inventati. Basti pensare alle liturgie delle ampolle del Po, degli scimmiottamenti dei riti celtici, ai raduni in divisa, e così via. L’egoismo delle zone più ricche del paese e l’insicurezza sociale dei lavoratori e della cittadinanza delle classi subalterne consolidata nella xenofobia estrema sono l’unico vero progetto politico semplificato del partito. Infatti la Lega è stata dal punto di vista ideologico il partito più eclettico e cangiante di tutti. Ultraliberista prima e antiliberista poi. Contro i meridionali prima e contro gli extracomunitari poi (è indimenticabile il Bossi che tuonava contro i terroni e che diceva che i marocchini e i “negri” erano migliori lavoratori di loro). A favore del maggioritario, poi contro, poi di nuovo a favore. Secessionista, poi federalista, poi di nuovo secessionista, poi di nuovo federalista e adesso di nuovo secessionista. Capace di essere secessionista e di votare a favore del rafforzamento delle forze armate italiane. In polemica con il Vaticano e poi capace di difendere i “valori cristiani” nella versione più reazionaria in totale sintonia col Vaticano. E così via. Molti di questi salti mortali sono banalmente il prodotto della collocazione nel quadro politico. Al governo o all’opposizione. Ed esplicitamente il corpo militante ed elettorale della Lega ha sempre vissuto ognuno di questi cambiamenti repentini come la semplice adattazione dei principi e dei veri obiettivi al principio di realismo necessario. Intanto, però, anche la Lega ha conosciuto la crescita dei soliti personaggi e personaggini locali. La dialettica interna non è mai esistita ed ogni divergenza è sempre stata risolta dall’alto dal leader. Tanta è stata la natura monarchica del partito che il leader ha designato un suo figlio a successore e che il vero gruppo dirigente era identificato in un “cerchio magico” di fedelissimi. C’è voluto uno scandalo e una congiura di palazzo per rimettere in discussione il potere assoluto del monarca. Ma l’obiettivo strategico della secessione e l’identità territoriale hanno permesso che con la fine del leader storico non ci fosse una crisi verticale e definitiva del partito.

Il cosiddetto “centro” ha subito infinite peripezie. Le sigle si sono succedute a ritmo tale che bisogna fare enormi sforzi di memoria per ricordarle in sequenza. E in realtà non ha quasi nessuna importanza farlo. Esistono oggi tre formazioni totalmente identificate con il proprio leader. L’UDC di Casini. Il FLI di Fini. E l’API di Rutelli. Sono partiti composti di personaggi locali con le loro clientele e nazionalmente fatti su misura per occupare uno spazio elettorale ex democristiano e di destra conservatrice antiberlusconiana. Non hanno programma che non sia il sostegno acritico a quanto “deciso” dai mercati, dal FMI e dagli altri organismi tecnocratici e dal Vaticano. Con l’eccezione del FLI che ha assunto posizioni più liberali che conservatrici, anche se molto moderatamente. Perennemente presenti sui mass media sembrano essere spesso l’ago della bilancia nel sistema maggioritario. Hanno sfruttato disinvoltamente questa rendita di posizione. Ed oggi propongono una prospettiva di tipo consociativo intorno alla continuità con l’opera del governo Monti.

Potremmo parlare di diverse altre forze minori. Di destra estrema o di incertissima collocazione come il Partito Radicale. Ma per non farla troppo lunga ometteremo di perderci in disamine che in fin dei conti non cambierebbero di una virgola il discorso che stiamo facendo.

Intanto possiamo riassumere che quanto esaminato fino a qui costituisce la gran parte di ciò che i cittadini considerano i partiti e la politica ufficiale. Senza tema di smentita possiamo dire che il PD, il PDL, i centristi ed anche la Lega, per quanto attualmente collocata all’opposizione, sono d’accordo su tutti i fondamentali in economia e in politica estera. Sui diritti civili ci sono differenze ma interne alle compatibilità imposte dal Vaticano. Le differenze sono spesso solo propagandistiche e quando ci sono attengono a sfumature e cose irrilevanti.

Ovviamente se consideriamo le manovre, le dichiarazioni dei leader, le allusioni ai problemi del paese, le prevedibili alleanze elettorali, i sondaggi e soprattutto il ruolo dei leader, il quadro è molto complesso. Perfino pirotecnico. Possono scatenarsi discussioni infinite sul mass media e nei talk show sulla leadership della Lega e sulla probabilità di un suo nuovo accordo con il PDL. O sugli effetti delle dichiarazioni di Casini nel PD. O sull’ingiallimento o meno della foto di Vasto. Sul futuro del FLI nel caso Berlusconi torni a guidare il PDL. Su cosa farà Rutelli e l’API visto che nonostante i sondaggi la diano allo zero virgola continua ad essere trattato come un grande protagonista della politica italiana. E a suo modo lo è, visto che è stato in venti anni radicale, verde, centrista in diverse sigle, del PD ed ora di nuovo centrista.

Resta il fatto che questa “politica” e questi partiti sono un mondo separato. Che parla dei problemi del paese per allusioni e sempre e solo per rinfacciarsi colpe e responsabilità, come se i problemi dell’Italia fossero il frutto dell’ultimo o del penultimo governo. Che si occupa prevalentemente di come guadagnare il voto dei cittadini per accomodarsi al governo locale o nazionale, e che pensa che la tecnica della politica, e cioè mediazioni, scontri, polemiche, manovre, mosse, sia in realtà il fine della politica o, se si preferisce, sia la politica stessa.

Ci si può meravigliare se la popolazione pensa che i partiti siano tutti uguali? O che quando pensa che non siano uguali lo pensa per il carisma del leader, per valori generici, per il tasso di contrapposizione nei confronti dell’avversario ecc piuttosto che per la capacità di proporre progetti veramente alternativi fra loro? Ci si può meravigliare se i cittadini considerano la “classe politica” (definizione questa già di per se significativa per identificare la separazione della politica dalla società!) una casta dedita alle proprie liturgie e abusivamente occupante il governo della cosa pubblica? Se i partiti invece che essere rappresentanti di interessi di classe, di orientamenti ideologici ed ideali chiaramente distinti, invece che stare nelle istituzioni per difendere coerentemente i propri elettori ci stanno navigando a vista nell’interesse esclusivo del partito o addirittura dell’apparato di partito e del leader locale o nazionale, perché dovrebbero essere finanziati con i soldi pubblici? Perché si dovrebbe tollerare che parlamentari, consiglieri regionali e giù a scendere, abbiano stipendi esagerati e prebende di ogni tipo? Se i partiti sono diventati luoghi di carriera, territorio di conquista di furbi ed opportunisti di ogni tipo, contenitori di tutto e il contrario di tutto, perché le cittadine e i cittadini dovrebbero iscriversi e partecipare alla loro vita interna?

Già c’è un fatto oggettivo. I partiti non sono quelli di cui parla la costituzione. Sono un’altra cosa. Sono il regno dei politicanti in carriera. Dei demagoghi. Degli imbroglioni che promettono cose che sanno in partenza essere false.

Il sistema economico e sociale affermatosi con la controffensiva capitalistica degli ultimi trenta anni e il conseguente sistema politico istituzionale maggioritario, bipolare e tendenzialmente bipartitico (che io chiamo scherzosamente ma non troppo: bifascista) hanno modellato i partiti come li ho descritti. Posso aver esagerato nella descrizione. Ma non credo affatto si possa confutare la sostanza di quel che ho scritto.

Oggi è in corso un’offensiva mass mediatica e ideologica senza pari contro i partiti. Ovviamente si sfrutta l’impopolarità dei partiti attuali e lo si fa poggiando la vera e propria campagna fatta di mistificazioni e imbrogli, su una base reale. Su una effettiva separazione dei partiti dalla società. Ma per proporre cosa? Un ritorno ad una democrazia parlamentare nella quale i partiti tornino ad avere la funzione che assegna loro la costituzione della repubblica? Una riforma della politica e della rappresentanza che ridia ai cittadini il potere che gli è stato scippato dal voto diseguale del maggioritario, che rimetta al centro della discussione i contenuti invece che le tecniche di potere? Che consideri le persone, e cioè i leader, come secondarie rispetto a principi, idee, organizzazione collettiva e partecipata?

Macché. Basta dare uno sguardo anche distratto a ciò che scrivono i giornali maggiori, a cosa si discute nei talk show, a cosa circola prepotentemente in “rete”, per rendersi conto che semplicemente si vogliono distruggere i partiti in favore di aggregazioni sempre più leaderistiche, il parlamento in favore del governo, i consigli ad ogni livello in favore dei sindaci e presidenti podestà.

Insomma qualsiasi retaggio della costituzione uscita dalla resistenza deve essere cancellato definitivamente.

Ovviamente la retorica della costituzione e dei partiti come se fossero gli stessi degli anni 50 o 60 è totalmente spuntata. Che democrazia è quella organizzata in partiti che non si sa nemmeno se sono laici o cattolici? Quella nella quale i laeder fanno il bello e il cattivo tempo come e quando vogliono? Quella nella quale l’interesse di una classe o anche della popolazione viene sacrificato in favore dell’interesse a breve termine della cordata affiliata al personaggio nazionale o locale?

Viene perfino da ridere sentir parlare di “antipolitica” da parte di chi nella testa ha un solo scopo: quello di governare l’esistente ritagliandosi spazi e poteri da usare per premiare la propria consorteria di interessi inconfessabili. Ed è penoso sentire intellettuali (che furono o credettero di essere prestigiosi) tuonare contro i critici dei partiti e sentenziare che la critica ai partiti corrisponde alla critica della democrazia. Come se i termini e i concetti fossero immutabili nel tempo. Ed è ancor più miserabile il mimetismo con il quale molti si affrettano a dire che “noi siamo un movimento non un partito”. 

Vedremo più avanti gli effetti che tutto ciò ha avuto sulla sinistra (e dintorni). Perché solo da una precisa individuazione del problema del rapporto della società con lo stato e con la politica, e da una spietata critica della stessa politica attuale, può scaturire forse una soluzione del problema.

Intanto non possiamo che constatare che la potentissima campagna contro i partiti ha una natura regressiva per il semplice motivo che i mali prodotti dal modello sociale ultracompetitivo ed individualistico sono attribuiti alla responsabilità dei partiti, e non viceversa. E che dunque l’uccisione dei partiti non può aprire una fase di maggiore democrazia bensì una fase di ulteriore separazione della politica e degenerazione dei partiti in consorterie autoritarie, sempre più coerenti con la dittatura del mercato e con il modello sociale dominante.

Sulla potenza suggestiva della campagna in corso faccio solo due esempi.

Il finanziamento pubblico dei partiti fu introdotto a metà degli anni 70. All’indomani di scandali e ancora nel pieno del finanziamento da parte dell’URSS del PCI e degli USA dei partiti di governo. Come si è visto, e come era prevedibile, non è servito affatto a scoraggiare la corruzione, che nel tempo della finanziarizzazione dell’economia e della rendita fondiaria moderna non poteva che aumentare vertiginosamente. È servito, invece, a “istituzionalizzare” i partiti e a renderli tendenzialmente apparati semipubblici invece che strutture auto organizzate socialmente.

Questa è la mia opinione.

Tuttavia sarebbe un errore madornale fare di tutta un’erba un fascio e sostenere che tutti, ai tempi, utilizzarono il finanziamento nello stesso modo. Il PCI e la nuova sinistra lo utilizzarono correttamente. I partiti di governo, e soprattutto il PSI, no. Ma una dissertazione intorno a questo tema ci porterebbe troppo lontano ed anche fuori tema.

Comunque rimborsi elettorali e finanziamento ai partiti, diversamente concepiti, ci sono in tutti i paesi europei.

Sono i radicali, nel 1978 prima e nel 1993 poi, a raccogliere le firme per abrogare la legge che prevede il finanziamento ai partiti. Nel 1978 il si raggiunge il 46 % e il referendum fallisce. Nel 1993, nel pieno di tangentopoli, ottiene il 90 % dei consensi e viene abrogata la legge. Questo referendum fa il paio con quello indetto da Segni (e celebrato solo grazie alle firme raccolte dal PDS) che uccide il proporzionale.

I radicali si prefiggono esplicitamente l’obiettivo di uccidere la democrazia parlamentare e di passare al sistema “americano”. Con due soli partiti. In realtà con due soli grandi comitati elettorali per leader finanziati esplicitamente da tutte le lobbies possibili ed immaginabili. Il furore ideologico del signor Pannella e della signora Bonino vengono premiati e l’opinione pubblica sostanzialmente vota per protesta contro tangentopoli. La gente è furibonda perché i partiti gestiscono il potere in favore di se stessi e delle cordate finanziarie ed industriali loro amiche e sostanzialmente vota implicitamente per un progetto che prevede che i leader possano gestire il potere come vogliono e che le cordate del malaffare consustanziale al sistema economico vincente possano dominare i partiti. Se prima dovevano avere “amici” nel sistema politico per riprodurre i propri affari e conseguentemente dovevano pagare tangenti ora dovranno essere i partiti ad avere “amici” nel sistema finanziario per sperare di esercitare la funzione di governo. È la coronazione del sogno liberale e liberista (liberale e liberista è lo slogan dei radicali dell’epoca) che vuole santificare il dominio del mercato, delle lobbies, sulla politica e che pretende partiti leggeri e solo elettorali a loro volta dominati da leader – padroni.

Ma il parlamento, utilizzando l’esistente e non abrogata legge che prevedeva il rimborso delle spese elettorali, sostanzialmente aggira l’esito referendario e dilatandola salva il finanziamento pubblico ai partiti.

Qui c’è una prima riflessione da fare.

I radicali, che sono contro la pena di morte, per i diritti civili e per uno stato totalmente laico, come tutti i veri liberali, fanno finta di non sapere che negli USA, il loro modello, mai può succedere che un candidato alla presidenza che si proponga di abolire la pena di morte o di abrogare le leggi paradossali integraliste vigenti in moltissimi stati (ce ne sono pure dove per legge è proibito il coito orale fra coniugi) vinca le elezioni. Come succede oggi nel PD per i diritti degli omosessuali, guarda caso, nel PD statunitense ci sono minoranze contrarie alla pena di morte che riescono a malapena ad eleggere qualche deputato o senatore, sapendo benissimo di poter solo testimoniare una posizione senza cambiare nulla della legislazione vigente.

La funzione dei partiti prevista nella costituzione italiana e il sistema parlamentare sono capaci di raccogliere le istanze maturate nella società, di trasformarle in leggi e di spingere in avanti in senso progressista il paese. Non sarebbe stato possibile votare il divorzio in parlamento senza la spinta delle donne che da anni erano riuscite a cambiare il senso comune della società, con lotte individuali e collettive di grandissima portata. Ma, una volta votata quella legge che aveva basi solide nella società, ogni tentativo reazionario di tornare indietro non poteva che fallire. E sono seguiti solo altri importanti avanzamenti nel codice penale e con l’aborto. Perché il parlamento era comunque un passo avanti della società nel suo complesso. Una società complessa ed articolata, ricca di spinte e conflitti sociali, ed un parlamento rappresentativo producono passi avanti. Una società atomizzata, individualizzata, fondata sulla competizione assolutizzata e un parlamento maggioritario producono passi indietro. E non esiste una repubblica parlamentare che non sia fondata sui partiti. Mentre una repubblica presidenziale e/o bipolare e maggioritaria non solo può, ma per molti versi deve, sbarazzarsi dei partiti “pesanti” in favore di partiti del laeder, leggeri ed eclettici dal punto di vista culturale e ideologico.

Al di la della propaganda e perfino delle intenzioni dei radiali e soprattutto degli elettori l’attacco al finanziamento ai partiti, per quanto contenuto negli anni 90 dal parlamento e ritornato in voga oggi in modo prepotente, ha un segno preciso. L’uccisione della democrazia rappresentativa è l’obiettivo.

Oggi l’attacco è furibondo e si avvale di un dato oggettivo. Come abbiamo più sopra detto i partiti sono cambiati. C’è ancora formalmente una repubblica parlamentare. Ma i partiti sono fatti su misura di una repubblica presidenziale, perché il bipolarismo, la preminenza del governo sul parlamento, e le leggi elettorali maggioritarie, in quella direzione spingono. Oggi sono i partiti ad avere bisogno di relazioni “intime” con i poteri forti economici, che infatti, come capita spessissimo negli USA, tendono ad autorappresentarsi politicamente. In un momento di pesanti sacrifici imposti dalla dittatura del mercato ma votati dai maggiori partiti è evidente che la popolazione senta odio per i partiti. Ma il sistema è in grado di trasformare quel giusto sentimento, per quanto primitivo e confuso, della cittadinanza in un punto a suo favore. I cittadini non sono costituzionalisti raffinati, giuristi illuminati, militanti generosi. Sono individui soli, incerti ed insicuri, e sono facilmente manipolabili. La sovranità popolare non è la stessa in una società fondata sul lavoro e sull’organizzazione sociale o in una società atomizzata. Nella prima un referendum suggestivo, magari sulla pena di morte dopo un terribile fatto di cronaca, non riesce a vincere. Nella seconda passa alla grande.

Ed è per questo che oggi, nel pieno della crisi capitalistica e delle sue abnormi conseguenze il furore popolare delle plebi urlanti, magari via internet, ma totalmente subalterne alla cultura dominante si può indirizzare verso facili bersagli riuscendo ad ottenere il passaggio ad una “terza repubblica” totalmente e più coerentemente americanizzata.

Così gli abusi evidenti, valga il famigerato caso Lusi, che dovrebbero dimostrare la degenerazione dei partiti in cordate gestite privatamente diventano l’occasione per attaccare la funzione dei partiti e per mettere ciò che ne rimane in balia dei potentati economici. Unici a poter decidere della sorte elettorale dei partiti nel caso venga abrogato qualsiasi finanziamento pubblico.

È fin troppo evidente che è una stortura un finanziamento dei partiti mascherato da rimborsi elettorali. Tuttavia su questa stortura non si dovrebbe fondare una serie infinita di mistificazioni.

Quando c’era il finanziamento dei partiti era previsto anche un relativamente modesto rimborso per le spese elettorali. Quello era il semplice rimborso, per giunta parziale, delle mere spese della campagna elettorale. Una volta abrogato il primo e dilatato il secondo il “rimborso” ha assunto la funzione di effettivo finanziamento pubblico ai partiti.

Come ho già detto io penso sia stato un errore fin dall’inizio accettare anche la sola idea di finanziamento pubblico. Ma una volta accettata bisogna parlarne seriamente e non superficialmente.

La funzione dei partiti prevista dalla costituzione prevede che essi producano progetti, programmi, che abbiano una rete di collegamenti con gli organismi sociali, che producano cultura ed abbiano un’intensa vita democratica. Tutte queste cose concorrono a partecipare alle elezioni essendo il veicolo della rappresentanza di pezzi grandi della società. E tutte queste cose necessitano di apparati e di soldi per essere realizzate.

Un partito della prima repubblica, per fare un solo esempio, deve occuparsi del sistema dei trasporti nel paese. Per farlo non può improvvisare quattro slogan da mettere nel volantino in campagna elettorale. Deve avere una commissione che se ne occupa. Che produce materiali e tiene collegamenti con il sindacato, con le imprese pubbliche e private del settore, con le facoltà universitarie coinvolte, con le proprie organizzazioni territoriali maggiormente coinvolte (basti pensare alle città sedi di grandi cantieri navali o di snodi ferroviari). Ogni tanto deve organizzare un convegno nazionale sul tema. E partecipare a convegni di altri in Italia e all’estero. I parlamentari saranno i terminali di un grande lavoro collettivo e sapranno battersi e mediare a ragion veduta, prendendo decisioni e votando. In parlamento nella commissione trasporti e in aula quando si discuterà un provvedimento la discussione sarà alta, approfondita, seria. Le divergenze saranno chiare e i voti pure. E ciò sarà conosciuto dai lavoratori del settore, dalle imprese e dall’opinione pubblica interessata.

Un partito del leader nella “seconda repubblica” se va bene appalta a qualcuno di fiducia la propria posizione sui trasporti. Magari direttamente all’organizzazione settoriale della confindustria. O anche a un sindacato. Non avendo una ideologia e un progetto serio per il paese per questo partito sui trasporti si può andare a spanne. Avere posizioni dettate non dalla propria analisi ed elaborazione, bensì dalla convenienza politica (nel senso del quadro politico) del momento. Slogan generici e aleatori in un parlamento maggioritario, al momento delle decisioni, diventano l’alibi per fare qualsiasi cosa e giustificare qualsiasi scelta. Il dibattito sarà generico e potranno passare gli emendamenti e le posizioni lobbistiche molto più facilmente.

Per un parlamento fatto così non c’è bisogno di partiti pesanti, organizzati, con apparati e conoscenze, e quindi dagli alti costi. Basta un leader, i suoi amici ai quali appaltare la produzione delle posizioni necessarie, e un parlamentare qualsiasi per ripeterle come un pappagallo, nel caso non sia direttamente il lobbista a diventare parlamentare.

Tornando al famoso caso Lusi, è evidente che un partito come la Margherita (sic) essendo del tipo della seconda repubblica usava il finanziamento pubblico per gli scopi che alla fine abbiamo visto. Il PRC, per esempio, li ha sempre e solamente usati come un partito della prima repubblica. Con l’aggiunta, sempre ignorata dai mass media, dei contributi dei parlamentari che versavano circa il 60 % di tutti gli emolumenti (non della sola indennità) che ricevevano. 

Apro un piccolissima parentesi. Pochi mesi fa ho ascoltato con le mie orecchie il signor Calderoli, al quale il partito pagava un lussuoso appartamento, dire: “ma io verso 2000 euro al partito ogni mese!” Ebbene, i parlamentari del PRC versavano circa 8000 euro ed ovviamente a nessuno veniva pagata la casa a Roma. Chiusa parentesi.

I mass media hanno trattato la vicenda Lusi come se tutti i partiti fossero uguali e soprattutto, ed è questo veramente tanto efficace quanto mistificatorio, come se le spese elettorali fossero la mera produzione di manifesti e iniziative in campagna elettorale. Come se l’attività politica si riducesse alle elezioni e alla stampa dei manifesti con la faccia del leader. In particolare vorrei segnalare la potente mistificazione ulteriore consumata proprio sul caso Lusi. Un vero ed inarrestabile coro si è levato per dire: ma come è possibile che un partito morto continui a incassare il finanziamento pubblico? Sembra la segnalazione di una cosa inconfutabile. Ma non è così. Né politicamente né giuridicamente.

Ho già detto la mia opinione sull’abuso che evidenzia di quale natura fosse il partito della Margherita. Spero di non venir interpretato maliziosamente. Ma la mistificazione è una mistificazione e non si dovrebbe tacere.

Se il “rimborso elettorale” è riconosciuto in quanto tale dalla legge ed erogato ratealmente anno per anno dopo le elezioni, perché un partito confluito con un altro in un partito più grande dovrebbe perdere le rate successive alla confluenza? Se il rimborso fosse stato erogato in una unica soluzione si potrebbe pretenderne la restituzione nel caso il partito in oggetto si unisca con un altro? Anche un bambino capisce che la rateazione e il concetto di rimborso adottati sono in realtà un finanziamento analogo a quello della prima repubblica. E ancora. Si può, come i soliti geni dei talk show hanno detto mille volte in questi mesi, dire che il rimborso avrebbe dovuto essere erogato solo contro fatture? Un partito i cui militanti affiggono i manifesti gratuitamente che fattura presenta? Un partito che negli anni precedenti alle elezioni ha fatto tre convegni nazionali sull’immigrazione o su qualsiasi altro tema, per preparare la propria proposta e per presentarla agli elettori, che fattura presenta?

Queste mistificazioni sono servite, eccome se sono servite!, a considerare il caso Lusi come la punta di un iceberg, mettendo non solo tutti i partiti ma lo stesso sistema parlamentare fondato sui partiti previsti dalla costituzione sotto processo. Non è un caso che sorgano numerosi tentativi di legiferare per imbrigliare i partiti in norme che codifichino e santifichino il modello di partito leggero e dominato da un leader.

Ovviamente tutto ciò  non cancella di una virgola quanto ho scritto sulla degenerazione dei partiti e sull’odio che hanno suscitato nella popolazione. Ma pensare che sia salutare uccidere i partiti in favore di aggregazioni ultrautoritarie e dominate da consorterie più o meno oscure, come è il caso del Movimento 5 stelle (sic) che è l’attuale campione della lotta per uccidere i partiti, è fare un pessimo servizio alla democrazia, comunque aggettivata.

Ma, per essere efficace, questa campagna deve nutrirsi anche della delegittimazione del parlamento.

Ho già cercato di dimostrare che gli strali contro il parlamento dei nominati, pur avendo una base oggettiva relativa alla natura monarchica e liederistica dei partiti, nascondono l’obiettivo di trasformare definitivamente i partiti nel regno dei personaggi dotati di clientele e appoggi dei poteri forti. Curiosamente, ma non troppo, si parla continuamente dei costi esorbitanti della politica e si omette il dettaglio che le campagne individualizzate per le preferenze decuplicano i costi.

Un parlamento bombardato di decreti legge del governo e di voti di fiducia, nel quale i regolamenti sono stati cambiati per impedire l’ostruzionismo e per ridurre l’attività del parlamentare al voto obbediente, nel quale il trasformismo e la migrazione da un gruppo all’altro e dall’opposizione alla maggioranza sono esaltati esattamente dalla natura bipolare del sistema elettorale, non può che apparire delegittimato di fronte agli elettori. Stipendi e privilegi risultano inaccettabili agli occhi di un’opinione pubblica manipolata. La crisi sarebbe così il prodotto dell’inadeguatezza del parlamento e della politica. Non il prodotto della finanziarizzazione dell’economia e della dominanza di precisi interessi capitalistici. Perché mercato e finanza sono oggettivi, sono come le leggi della natura, e se le cose non vanno la colpa è di chi non ha accontentato il mercato e soddisfatto le pretese ideologiche e concrete del sistema capitalistico.

Certo nel momento della crisi qualcuno apre gli occhi. Viene il dubbio che forse ci sia qualcosa di irrazionale nel “salvare” le banche private con o soldi pubblici facendo pagare il conto a chi ha da decenni subisce le conseguenze di una politica economica delinquenziale.

E allora ecco il potenziamento della campagna contro il parlamento.

L’ultimo capitolo di una lunga serie che va avanti da quando c’è il bipolarismo, è la bufala secondo la quale capita che per discutere di cose importantissime ci sia un’aula praticamente vuota.

È capitato di nuovo recentissimamente in occasione dell’iscrizione in aula della famosa riforma del finanziamento pubblico dei partiti.

Tutte le TV, tutti i giornali, centinaia di siti internet, e chi più ne ha più ne metta hanno “informato” gli italiani che l’aula di Montecitorio quando si doveva discutere della cosa oggetto della massima attenzione da parte del popolo italiano, era desolatamente vuota. C’erano si e no una ventina di deputati. E giù giudizi, immagini panoramiche dell’aula vuota, gran spreco di aggettivi. In molti hanno perfino detto che l’aula deserta ha turbato le scolaresche che in quel momento visitavano Montecitorio. Diversi accigliati commentatori hanno parlato di autogol della politica e di enorme favore all’antipolitica di Grillo. E basta dare una scorsa ai commenti sul sito di Grillo per vedere che effettivamente si è andati all’incasso.

Ci può essere una dimostrazione più eloquente del livello infimo raggiunto da parlamento e parlamentari?

Peccato che è tutto falso. Totalmente falso.

I giornalisti parlamentari della carta stampata o delle TV, e moltissimi di quelli che hanno commentato, sanno benissimo che qualsiasi legge venga discussa dall’aula ha diverse fasi di discussione. La prima delle quali è collocata sempre in giornate nelle quali non sono previste votazioni. E sanno benissimo che la discussione generale (questo è il termine esatto) si svolge esclusivamente per dare l’opportunità ai gruppi, anche con diversi interventi per ognuno, di mettere a verbale le proprie posizioni. Poi seguiranno le convocazioni dell’aula per esaminare gli emendamenti e votarli e infine per esprimere il voto finale sulla legge con relative dichiarazioni di voto finali. In discussione generale non essendo previste votazioni non esiste il numero legale. In tutte le altre fasi si, e naturalmente l’aula sarà piena.

Inoltre, capita quasi sempre che durante una discussione generale di una legge le commissioni parlamentari siano riunite, tranne quella che ha istruito la legge in oggetto. Capita cioè che i parlamentari siano presenti e stiano lavorando nelle loro commissioni e discutendo di altre leggi. Del resto ciò che viene detto dagli unici presenti e iscritti a parlare può essere ascoltato in diretta radiofonica, televisiva, e comunque letto mezz’ora dopo in internet o sui resoconti stenografici sulla carta il giorno dopo.

Insomma, perché un parlamentare che non è iscritto a parlare e che nemmeno volendo potrebbe parlare, giacché i tempi sono contingentati, dovrebbe recarsi a Roma un giorno prima o disertare il lavoro della sua commissione, per fare numero in aula?

Ora, i giornalisti parlamentari italiani, spesso pagati più dei parlamentari stessi, in moltissimi casi sono ignoranti. Non sanno che differenza c’è fra un ordine del giorno e una mozione. Non conoscono i regolamenti parlamentari. Loro si non ascoltano le discussioni generali per capire bene le posizioni dei gruppi e per poter apprezzare le vere differenze. Di solito bivaccano in transatlantico cercando di carpire pettegolezzi o conversazioni riservate per poter fare gli “scoop” in concorrenza fra loro. Danno vita a curiose formazioni in forma di grappoli umani al seguito del “leader” di turno che attraversa il transatlantico. Ma, per la miseria!, non possono non sapere che in una discussione generale in aula ci sono solo gli iscritti a parlare.

Eppure regolarmente da almeno venti anni, in alcuni momenti topici, ritirano fuori lo scoop dell’aula vuota. Mentono sapendo di mentire.

E siccome l’opinione pubblica non è certo tenuta a sapere nel dettaglio i regolamenti e le consuetudini dei lavori parlamentari, la manipolano a loro piacimento dando false notizie tese semplicemente a screditare tutto il parlamento.

Anche il parlamento è effettivamente degenerato. Ridotto a curve (con tanto di slogan gridati e cartelli) contrapposte. Teatro di sceneggiate assolutamente finte. Reso impotente dall’abuso dei poteri del governo. Ma lo è per effetto del maggioritario, del bipolarismo.

Con la campagna contro il parlamento, che non esita ad avvalersi di falsi e demagogie di ogni tipo, si spiana sola la strada ad un’ulteriore spettacolarizzazione e separazione della politica e soprattutto a un tendenziale e inarrestabile autoritarismo.

Abbiamo tralasciato di parlare delle formazioni “alla sinistra” del PD. Meritano una analisi più approfondita. Lo faremo nell’ultima parte insieme alle conclusioni.

Continua…

 

ramon mantovani