Archivio per errejon

A Madrid vince la destra nella sua versione più Trumpista

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 maggio, 2021 by ramon mantovani

Si sono svolte il 4 maggio le elezioni (anticipate) della Comunità Autonoma di Madrid i cui risultati avranno importanti conseguenze per la politica in tutta la Spagna.
Prima di descrivere i risultati è necessario sapere che essendo la regione composta da un’unica provincia il sistema è integralmente proporzionale ma con sbarramento del 5%. E che le elezioni, secondo quanto previsto dalla legge elettorale della regione, valgono solo per completare la legislatura vigente, che terminerà nel maggio del 2023. Il parlamento (Asamblea) la cui composizione numerica varia secondo l’ultimo censimento in questa legislatura è composto da 136 seggi.

I RISULTATI DEL 4 MAGGIO 2021

La partecipazione, nonostante la pandemia, le relative misure di sicurezza e la data feriale, è notevolmente aumentata passando da 3 milioni 251 mila voti pari al 64,27% del 2019 a 3 milioni 644 mila pari al 76,25% del 2021.

Il Partito Popolare passa da 720 mila voti (22,23% e 30 seggi) a 1 milione 620 mila voti (44,73% e 65 seggi)
MAS MADRID da 475 mila voti (14,69% e 20 seggi) a 615 mila voti (16,97% e 24 seggi)
Il PSOE da 884 mila voti (27,31% e 37 seggi) a 610 mila voti (16,85% e 24 seggi)
VOX da 287 mila voti (8,88% e 12 seggi) a 330 mila voti (9,13% e 13 seggi)
Unidas Podemos da 181 mila voti (5,60% e 7 seggi) a 261 mila voti (7,21 e 10 seggi)
CIUTADANOS da 629 mila voti (19,46% e 26 seggi) a 129 mila voti (3,57% e 0 seggi)
Le altre 14 liste hanno ottenuto meno del 0,5% dei voti.

ANALISI DEI DATI

Prima di altro è importante conoscere la storia elettorale recente della regione, al fine di poter valutare correttamente i risultati. Per esempio per capire la vera dimensione del successo del PP, della sconfitta del PSOE e del risultato delle due formazioni della sinistra alternativa MAS PAIS e UP.
Dalle prime elezioni della Comunità Autonoma di Madrid del 1983 si sono succeduti 12 governi. I primi tre (dal 1983 al 1995) monocolori del PSOE, i successivi 8 (dal 1995 al 2019) monocolori del PP e l’ultimo (dal 2019 al 2021) di coalizione.
Segnatamente dal 2015, con la crisi del bipartitismo, il PP che aveva avuto dal 1995 sempre maggioranze assolute di seggi, è diventato dipendente da appoggi di altri partiti per la formazione del governo. Nel 2015 appoggio esterno di CIUDADANOS e nel 2019 con il governo di coalizione PP – CIUDADANOS e appoggio esterno di VOX.
Quindi, in realtà nelle ultime elezioni del 4 maggio il PP, che ha ottenuto 65 seggi su 136, sarà dipendente dai voti di VOX o per formare un governo monocolore di minoranza o per formare un governo di coalizione con VOX. Ed è del tutto chiaro che l’avanzata del PP si è nutrita soprattutto dei voti che nel 2019 erano andati a CIUDADANOS e da voti provenienti dall’astensione. E che i voti di VOX del 2019 si sono confermati e, con un lieve aumento, si sono consolidati.
In altre parole dal 2011 il blocco di destra passa dai 72 seggi del PP (su 129 seggi totali del parlamento) ai 65 su 129 (48 del PP e 17 di CIUDADANOS) del 2015, ai 68 su 132 (30 del PP, 26 di CIUDADANOS e 12 di VOX) del 2019, ai 78 su 136 (65 del PP e 13 di VOX) del 2021. Le percentuali di voto del blocco passano dal 51,73% del 2011 al 46,93% del 2015, al 50,57% del 2019 e al 57,43% del 2021.
Per quanto il successo del PP sia indiscutibile non si tratta né di qualcosa di inaspettato né di uno stravolgimento storico dei rapporti di forza fra destra e sinistra nella comunità di Madrid.
Se si analizza questo successo con i criteri del marketing elettorale e con la descrizione della campagna elettorale che nel corso degli anni è diventata sempre più presidenzialista di fatto (nonostante il sistema sia proporzionale e si voti solo per liste di partito) si rischia di non capire alcune cose a mio avviso fondamentali.
La Comunità Autonoma di Madrid è in realtà la provincia di Madrid, e cioè della capitale spagnola. E i governi del PP hanno implementato una politica ultra neoliberista. Questa comunità ha la spesa in sanità ed istruzione rispetto al PIL più bassa di tutta la Spagna. Basti sapere che il 50% degli ospedali della comunità sono privati e che negli indici europei PISA sulla segregazione scolastica per regioni è la penultima. Ha l’indice di differenza fra il 20% più ricco della popolazione e il 20% più povero più alto di tutta la Spagna pur avendo il reddito medio per abitante più elevato. Ha fortemente ridotto la già scarsa industria manifatturiera ed incrementato in modo abnorme il numero di imprese finanziarie e dei servizi giacché, con un pesante dumping fiscale, ha attratto migliaia di sedi centrali di imprese che operano in tutte le altre Comunità Autonome.
Tutto questo, ed altro ancora, ha prodotto un modello sociale altamente competitivo ed individualistico, ed una fortissima differenziazione di classe dei quartieri della città e dei paesi dell’hinterland. E insieme a un relativo basso tasso di disoccupazione e ad un alto tasso di lavoro precario ha consolidato una egemonia del modello sociale.
Sulla minaccia (presunta) a questo modello proveniente dal governo PSOE – Unidas Podemos sostenuto dalle sinistre indipendentiste catalane e basche il PP, e in particolare la Presidenta uscente e candidata di fatto alla rielezione Isabel Diaz Ayuso, ha impostato la campagna elettorale. “L’alternativa è fra libertà e comunismo” è stato lo slogan più ripetuto. E nel tempo della pandemia l’egoismo sociale e l’assenza di coscienza collettiva prodotta dall’individualismo dilagante si è tradotto in misure sanitarie ridotte al massimo e in “libertà” di uscire a “bere birre”, anche scontando i massimi di contagio e mortalità. Diaz Ayuso ha convocato elezioni anticipate all’improvviso, nonostante non ci fosse nessuna crisi interna alla coalizione di governo, con la scusa che temeva che CIUDADANOS avrebbe fatto un ribaltone in combutta con il PSOE, visto che aveva tentato di farlo nella regione di Murcia. Ed ha virato a destra erigendosi a opposizione al governo centrale di PSOE-UP. Ha indicato in Madrid il modello da seguire per il resto della Spagna propugnando una sorta di nazionalismo madrileno dentro il nazionalismo spagnolo. “Madrid è la Spagna e la Spagna è Madrid” nel senso che, essendo l’unità della Spagna minacciata dal governo centrale condizionato dai comunisti e alleato con eredi dell’ETA e con separatisti catalani, è necessario unire la destra e cacciarlo. Se VOX ha catturato i voti franchisti, sciovinisti estremi, xenofobi, antifemministi e omofobi che fino ad ora erano stati interni al PP è necessario impedire ulteriori emorragie di voto abbracciando VOX e facendo propri molti dei contenuti di estrema destra di VOX. È cosí che Diaz Ayuso è la prima esponente del PP a dire esplicitamente che “Cuando te llaman fascista sabes que lo estás haciendo bien y que estás en el lado bueno!”. Nemmeno gli ex ministri di Franco diventati dirigenti del PP avevano osato dire qualcosa del genere. Insomma, se c’è una chiave per capire il successo del PP a Madrid sta nel modello sociale liberista imperante, nella risposta reazionaria e sciovinista alla crisi catalana, nella bandiera della “libertà” di stampo Trumpista e nella contiguità con Vox. Tutto ciò è effettivamente un modello di strategia politica per il futuro del PP. Del resto, dalla formazione del governo centrale PSOE-UP il PP, che ha dalla sua parte i vertici della magistratura e degli apparati militari dello stato, ha dichiarato il governo illegittimo, ha bloccato (da più di due anni) il rinnovo dei vertici della magistratura, ha difeso a spada tratta la monarchia investita da continui scandali e così via. Resta da vedere se nel resto della Spagna, anche nelle Comunità autonome governate dal PP, che vedono emigrare verso la capitale le imprese maggiori a causa del dumping fiscale, dove l’economia è in netta recessione e la disoccupazione in crescita, questo modello possa funzionare efficacemente.

VOX
VOX sembra aver interrotto una irresistibile ascesa in consensi. Ma non è così. I suoi cavalli di battaglia contro l’immigrazione, contro il femminismo e i diritti civili, contro baschi e catalani, hanno funzionato perfettamente perché hanno egemonizzato il PP ed anche una parte dell’elettorato delle classi subalterne. Che molti voti si siano concentrati sul voto “utile” (anche se non lo è affatto concretamente in un sistema proporzionale), non significa che VOX sia in declino. Anzi. Infatti i dirigenti di VOX hanno mostrato grande soddisfazione e si sono subito dichiarati disponibili ad appoggiare il governo del PP o a parteciparvi direttamente.

CIUDADANOS
Anche per questa forza politica bastano poche righe giacché la sua crisi è patente e probabilmente irreversibile. Per il partito di “centro”, liberale nel senso di liberista estremo, nazionalista spagnolo, e propenso ad allearsi sia con il PP sia con il PSOE, nella radicalizzazione dello scontro non c’è spazio. Alle ultime politiche è passato da 57 a 10 seggi. E nelle elezioni catalane da 36 a 6. Ha avuto ed ha una emorragia inarrestabile di deputati e dirigenti nazionali e locali verso il PP.

PSOE
Il Presidente del governo centrale Pedro Sanchez, costretto solo dall’aritmetica parlamentare al governo di coalizione con Unidas Podemos e a firmare un programma di governo che contiene la abrogazione delle leggi sulla precarietà del lavoro, la regolamentazione degli affitti, l’apertura di un negoziato politico con il governo catalano, e diverse altre cose praticamente antitetiche con il suo programma, ha tentato continuamente e senza esito di allargare, almeno su provvedimenti parziali, la maggioranza a CIUDADANOS. Ha tentato di far cadere il governo della regione di Murcia (PP e CIUDADANOS con appoggio esterno di VOX) in combutta con la direzione centrale di CIUDADANOS. Ma l’operazione, che avrebbe potuto estendersi ad altre Comunità Autonome creando un nuovo quadro politico generale, è miseramente fallita allorquando i deputati murciani di CIUDADANOS sono usciti dal partito e hanno continuato a governare con il PP. Come se non bastasse per Sanchez e per gli “strateghi” del PSOE questa operazione ha fornito su un piatto d’argento al PP di Madrid l’occasione per sciogliere il governo e convocare le elezioni anticipate. Mentre dal canto suo Unidas Podemos ha alzato la voce e si prepara ad una controffensiva per l’applicazione del programma di governo, con il sostegno dei sindacati (compresa l’UGT di ispirazione socialista) e dei movimenti sociali di lotta interessati dai provvedimenti annunciati nel programma, a cominciare dalla questione della casa.
La campagna elettorale del PSOE di Madrid è stata semplicemente disastrosa. Il capolista, indicato per la Presidenza del governo, è stato capace di dire che non voleva formare un governo con Unidas Podemos, che il suo interlocutore privilegiato era CIUDADANOS mentre CIUDADANOS ripeteva che voleva rifare il governo con il PP, che non avrebbe messo in discussione il sistema fiscale del PP, per poi dire che il suo interlocutore era Unidas Podemos e che bisognava evitare il governo delle destre a tutti i costi. Tutto nel giro di pochi giorni. Ma non si tratta di imperizia, di errori di marketing e di confusione mentale. O non solo. Si tratta di un partito che, come tutti gli altri partiti socialisti e socialdemocratici europei, continua a pensare di poter governare il modello neoliberista vincente temperandolo e accompagnandolo con un profilo progressista sui diritti civili. Come se per le classi subalterne (che in buona parte continuano a votare il PSOE) i problemi sociali e quelli inerenti ai diritti civili possano essere separati. E come se la guerra fra poveri promossa da VOX ed anche dal PP della signora Diaz Ayuso possa essere evitata senza mettere mano alla precarietà e agli elementi strutturali del modello sociale neoliberista. I 24 seggi del PSOE di Madrid sono il minimo storico del partito nella Comunità economicamente e politicamente più importante. L’insuccesso è molto più grave di quel che dicono le nude cifre. Perché allude alla prospettiva politica di lungo periodo del partito. Costretto ad una alleanza di governo con Unidas Podemos con sostegno esterno degli indipendentisti catalani e baschi alla quale non c’è alternativa, avversata esplicitamente dalla vecchia guardia di Felipe Gonzales e da diversi “baroni” regionali, attaccata esplicitamente dagli apparati della magistratura e militari, invisa alla tecnocrazia europea e alla Confindustria spagnola. Inoltre, dulcis in fundo, il PSOE a Madrid è stato superato, anche se di pochissimo, dalla formazione della sinistra alternativa MAS MADRID, i cui voti sommati a quelli di UP sono di 7 punti percentuali e 10 seggi superiori a quelli dei socialisti.

LA SINISTRA ALTERNATIVA
È necessario chiarire, per i lettori italiani di sinistra, alcune cose in parte o del tutto sconosciute.
Nel febbraio del 2017 si tiene il secondo congresso di Podemos. Si confrontano due linee politiche alternative fra loro. Quella neopopulista di sinistra avversa alla unità strategica con Izquierda Unida sostenuta da Iñigo Errejon (fino ad allora considerato il numero due della formazione) e quella di sinistra radicale favorevole ad un accordo strategico con IU sostenuta da Pablo Iglesias. Vince con due terzi dei consensi la linea di Iglesias che viene rieletto segretario anche con i voti di Errejon. Iglesias estromette Errejon e gli altri sostenitori della linea sconfitta dai posti importanti di direzione. La divisione si cristallizza. Non è in questa sede il caso di descrivere approfonditamente la natura leaderistica di Podemos, la sua organizzazione interna e il suo scarso insediamento sociale.
Nel dicembre del 2017 si consuma una rottura nel governo del comune di Madrid, in carica da più di due anni, nella lista lista unitaria AHORA MADRID e presieduto dall’indipendente Manuela Carmena. La Sindaca accetta i diktat del ministro dell’economia del governo centrale del PP relativi a pesanti tagli della spesa sociale. L’Assessore (Consejal) dell’economia del municipio Carlos Sanchez Mato (dirigente nazionale di Izquierda Unida) si rifiuta di accettare l’applicazione dei tagli e viene sostenuto in questa posizione da IU nazionale. La Sindaca Carmena rifiuta che si faccia un referendum fra tutti i militanti della lista Ahora Madrid e toglie gli incarichi di governo agli esponenti di Izquierda Unida. Podemos di Madrid, nel quale la linea di Errejon ha la maggioranza alla fine sostiene la posizione della Sindaca. All’inizio del 2019 si consuma la scissione di Podemos ed Errejon, con il pieno sostengo di Manuela Carmena, fonda il nuovo partito MAS PAIS e alle municipali di Madrid del maggio 2019 si presentano due liste: MAS MADRID (con la sindaca uscente capolista) e Izquierda Unida – Madrid en Piè (composta da IU e forze minori di estrema sinistra). Podemos non partecipa direttamente alle elezioni e solo all’inizio della campagna elettorale da indicazione di voto per la lista di IU. Il risultato è che la lista MAS Madrid praticamente conferma i voti del 2015 di AHORA MADRID (passa dal 31,84% al 30,99%) e la lista di IU ottiene uno scarso 2,63%.
MAS PAIS alle ultime elezioni generali del novembre 2019 ottiene l’1,32% dei voti e 2 seggi, entrambi nella circoscrizione di Madrid dove ottiene il 5,64%. Mentre Unidas Podemos ottiene il 13% e 35 seggi in tutta la Spagna e il 13% e 5 seggi a Madrid.
Questo breve riassunto degli antecedenti al voto del 4 maggio serve per capire la complessità dello stato della sinistra alternativa in Spagna sulla quale bisognerebbe riflettere maggiormente in un altro articolo. Ma è indispensabile per comprendere il risultato delle ultime elezioni madrilene.
Con la convocazione delle elezioni anticipate Pablo Iglesias, con un vero colpo di teatro, annuncia le sue dimissioni dalla Vicepresidenza del governo e dal parlamento nazionale, dichiara che al prossimo congresso di Podemos non si ripresenterà alla carica di Segretario Generale. Tutto per guidare la lista di Unidas Podemos o, se MAS MADRID accetta, per partecipare in secondo piano ad una lista unitaria della sinistra alternativa madrilena. Secondo Iglesias è vitale impedire che la destra di PP e VOX governi la Comunità Autonoma della capitale. Indica la Ministra del Lavoro Yolanda Diaz (comunista) come sua sostituta alla Vicepresidenza del governo e Ione Belarra (Podemos) come sua sostituta al ministero dei diritti sociali.
MAS MADRID rifiuta la lista unitaria contando sulla popolarità della propria capolista Monica Garcia, ex militante di Podemos e anestesista in un ospedale pubblico, che aveva guidato l’opposizione nel parlamento contro il governo del PP e CIUDADANOS.
Sia Podemos che MAS MADRID decidono di non polemizzare fra loro in campagna elettorale, di concentrare tutte le energie contro le destre e di proporre un governo di sinistra al quale il PSOE non potrà sottrarsi. Ma, in questo scontro i temi sociali per quanto evocati rimangono in secondo piano. Anche perché la stampa e le TV concentrano il dibattito sulle inevitabili polemiche provocate dalle affermazioni filofasciste e xenofobe delle destre e sui profili personali dei candidati e candidate alla presidenza. Il bersaglio favorito dei tre quotidiani di destra, e anche del filosocialista (ma ostile al governo con Unidas Podemos) El Pais, è ovviamente Pablo Iglesias.
Come se non bastasse, a metà della campagna lettere anonime contenenti proiettili arrivano al Ministro degli Interni, a Pablo Iglesias, alla nuova direttrice della Guardia Civil nominata da poco dal governo. La campagna si avvelena perché la capolista di VOX mette in dubbio l’autenticità della minaccia. Nei giorni successivi diverse altre lettere con proiettili arrivano ad altri esponenti di sinistra ed anche di destra, compresa Diaz Ayuso. Se i temi sociali erano stati già in secondo piano praticamente spariscono completamente dal dibattito pre elettorale.
Alla fine il risultato elettorale induce Pablo Iglesias a dimettersi immediatamente anche dalla carica di Segretario Generale di Podemos. Sebbene la lista di UP sia aumentata in voti e in seggi Iglesias sostiene che la sua stessa persona è diventata un ingombro in quanto usata come capro espiatorio e come bersaglio dalle destre e soprattutto dalla stragrande maggioranza dei mass media.

Conclusioni

Chi volesse leggere i risultati delle elezioni madrilene come anticipazione inevitabile di quel che succederà alle prossime elezioni generali del 2023 si sbaglia. La partita è ancora aperta. Soprattutto dentro il governo centrale. Come ho già detto più sopra i temi del lavoro, dello stato sociale, della distribuzione dei fondi europei e delle condizioni che porrà la Commissione Europea, della casa, dei diritti civili, del negoziato sulla questione catalana, sono tutti nodi che arriveranno al pettine nei prossimi mesi. Sarà una partita durissima e difficilissima per Unidas Podemos. Ma lo sarà anche per il PSOE che ha perso CIUDADANOS come interlocutore necessario alla sua destra per ridurre il peso e l’influenza di UP e dei movimenti di lotta e sociali che in Spagna sono tutt’altro che sopiti.
Sarà decisivo, anche, il futuro di Unidas Podemos. Lo stesso Pablo Iglesias ha avuto parole autocritiche sul leaderismo, che è stato all’inizio una delle chiavi del successo di Podemos per poi diventare rapidamente il suo limite principale. È altamente probabile che Yolanda Diaz, che ora è Vicepresidente del Governo, possa guidare la coalizione alle prossime elezioni e che Ione Belarra possa diventare la nuova Segretaria Generale di Podemos. Ma la vera questione non è delle persone che guideranno e rappresenteranno la forza politica. Quel che sarà importante sarà lo stato delle lotte e il rapporto fra queste e quel che succederà dentro il governo sui temi che sono incompatibili con la natura e la linea del PSOE. E sul grado e profondità di collegamento strutturato fra i movimenti sociali e UP. E quindi su cosa saranno Podemos, Izquierda Unida, Catalunya en Comù e il Partito Comunista Spagnolo nel futuro. Avremo occasione di ritornarci.

ramon mantovani

pubblicato sul sito http://www.rifondazione.it il 6 maggio 2021

Nuove elezioni in Spagna. La sinistra si unisce.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 maggio, 2016 by ramon mantovani

Podemos, Izquierda Unida e la formazione ecologista Equo hanno raggiunto un accordo per presentarsi uniti alle elezioni anticipate del 26 giugno.

L’accordo è stato sottoposto ad un referendum fra gli iscritti delle tre organizzazioni. Approvato con il 87,8 % dei voti in IU, con il 98 % in Podemos e con il 92 % in Equo.

Tutte le forze parteciperanno alla campagna elettorale con i propri rispettivi programmi già presentati alle elezioni di 5 mesi fa. Ma è stato elaborato un programma minimo comune che comprende tutti i punti già simili o identici fra quelli delle singole forze, e che prospetta le linee guida di un eventuale governo. Sia Podemos, che IU, che Equo, che le tre liste unitarie locali autonome di Catalunya, Galicia e Pais Valencià, avranno ampia autonomia e visibilità in parlamento. La formazione di gruppi parlamentari distinti è auspicata ma dipenderà dall’ufficio di presidenza del parlamento.

Izquierda Unida avrà un sesto degli eletti, senza contare le tre liste regionali.

Nella scheda elettorale (in Spagna non c’è un’unica scheda con i simboli di tutti partiti bensì una scheda per ogni partito o coalizione che l’elettore chiude in una busta e depone nell’urna) saranno visibili i simboli di tutte le forze coalizzate nella circoscrizione.

Il nome della coalizione non è ancora stato deciso.

Per comprendere l’importanza e la portata dell’accordo è necessario ricordare gli antefatti.

Alle elezioni del 20 dicembre del 2015, 5 mesi fa, l’accordo non fu possibile.

Nei mesi precedenti Izquierda Unida propose, reiteratamente e apertamente, di fare un accordo elettorale e programmatico di tutte le forze della sinistra alternativa, con l’ambizione di ottenere una vittoria elettorale sufficiente a produrre una svolta nel paese e un governo capace di rovesciare le politiche di austerità imposte dall’Unione Europea, e di avviare un processo costituente per superare la costituzione del 1978, fortemente intrisa di continuità col regime franchista. Indicò nell’esperienza della lista vittoriosa alle elezioni municipali di Barcellona, Barcelona en Comù, l’esempio da seguire come modello di unità.

Podemos rifiutò la proposta sostenendo che non avrebbe proceduto a fare accordi generali con IU per non collocarsi all’estrema sinistra nello schieramento politico, avendo scelto di essere forza legata alla dialettica alto-basso e non alla tradizionale destra-sinistra, e si dichiarò disponibile a produrre liste unitarie solo in alcuni territori dove, oltre alle organizzazioni di Izquierda Unida o federate a IU, insistevano altre consistenti forze di sinistra locali e delle nazionalità catalane e galiziane. Compromis nel Pais Valencià. En Marea in Galicia, comprendente già da anni sia Anova (nazionalisti di sinistra) sia Esquerda Unida. Barcelona en Comù, Iniciativa per Catalunya e Esquerra Unida i Alternativa in Catalogna.

Un appello con centinaia di personalità del mondo della cultura, dell’arte, dei movimenti sociali, e con esponenti locali di Podemos e Izquierda Unida, invocò la necessità dell’”Unidad Popular”. Ma la segreteria di Podemos rispose, anche sprezzantemente, di no. Ed anzi si adoperò con successo affinché Izquierda Unida del Pais Valencià fosse esclusa dalla lista unitaria locale. E mise in pericolo tutte e tre le liste unitarie locali insistendo, senza però riuscirci, affinché nel nome e nella composizione fossero appendici di Podemos e non progetti politici unitari.

Così alle elezioni si presentarono 5 liste. Cosa possibile data la legge elettorale che non prevede un collegio unico statale.

Podemos in tutto lo stato tranne che nel Pais Valencià, Galicia e Catalunya. 3.182.082 voti (12,67% a livello statale comprese le tre regioni dove si è presentato in coalizione) 42 seggi.

Izquierda Unida – Unidad Popular in tutto lo stato tranne che in Galicia e Catalunya. 923.133 voti (3,67% comprese le due regioni dove si è presentato in coalizione) 2 seggi.    

Compromis – Podemos – Es el Moment nel Pais Valencià. 671.071 voti (2,67% a livello statale e 25,09% nel Pais Valencià) 9 seggi di cui 4 di Podemos.

En Marea in Galicia. 408.370 voti (1,63% a livello statale e 25,04% in Galicia) 6 seggi di cui 2 di Podemos e 1 di Izquierda Unida.

En Comù Podem in Catalunya. 927.940 voti (3,69% a livello statale e 24,74% in Catalunya) 12 seggi di cui 1 di Podemos e 2 di Esquerra Unida i Alternativa.

Anche per un osservatore superficiale appare chiaro che il non aver fatto una lista unitaria in tutto lo stato spagnolo è stato un grave errore.

Per diversi motivi.

1) La strategia elettorale di Podemos secondo la quale l’unità con Izquierda Unida avrebbe appannato l’immagine trasversale della formazione non ha funzionato. Al contrario le liste locali unitarie con IU e con forze esplicitamente di sinistra alternativa hanno raccolto percentuali più alte.

2) La somma dei voti di Podemos, di Izquierda Unida e delle tre liste unitarie locali avrebbe collocato una lista unitaria come seconda forza politica del paese, con circa 500mila voti in più del Psoe. Avrebbe incrementato i seggi di una quindicina collocandola come terza forza parlamentare a pochissimi seggi di distanza dal Psoe.

3) la campagna elettorale competitiva, con ovvi accenni polemici e progressivi distanziamenti politici fra Podemos e IU, ha senza dubbio deluso una parte dell’elettorato di entrambe le formazioni ed impedito l’effetto trascinamento che avrebbe avuto una lista unitaria. Come le tre liste locali dimostrano ampiamente.

Queste considerazioni appaiono oggi sostanzialmente inconfutabili agli occhi della stragrande maggioranza degli elettori e dei militanti di sinistra in Spagna.

Ma nei quattro mesi di trattative infruttuose fra le forze politiche per formare il governo fino all’inusitato scioglimento delle camere e alla conseguente convocazione di nuove elezioni sono successe altre cose che hanno determinato l’accordo fra Podemos e IU.

Vediamole, anche in questo caso sommariamente.

Appena insediata la legislatura PP, Psoe e Ciudadanos hanno siglato un accordo per eleggere la presidenza della camera precostituendo una maggioranza nell’ufficio di presidenza (uso i termini italiani per essere meglio compreso) allo scopo di impedire che le tre liste locali non collegate ufficialmente né a Podemos né a Izquierda Unida potessero avere gruppi propri. Senza entrare nel complesso regolamento delle Cortes basti dire che c’erano precedenti che lo avrebbero consentito. Come quando fu autorizzato il gruppo del PSC (Partit dels socialistes de catalunya) che pure era parte del PSOE. Podemos, del resto, in tutte e tre le liste aveva accettato che queste in parlamento si sarebbero costituite in gruppi autonomi. Lo stesso ufficio di presidenza ha impedito che IU formasse un gruppo proprio o in condivisione tecnica con altri. Anche in questo caso c’erano precedenti che lo avrebbero permesso.

Le conseguenze sono state molteplici.

La lista del Pais Valencià si è rotta e i 4 deputati di Compromis sono passati al gruppo misto. Le altre due hanno deciso di collocarsi nel gruppo di Podemos dato il suo peso e le prerogative che questo comporta, ottenendo una divisione dei tempi di parola e di iniziativa parlamentare, ma provocando però problemi ai deputati di Izquierda Unida di Galicia e Catalunya. In ogni caso è apparsa molto chiara all’opinione pubblica la natura complessa e plurale del gruppo parlamentare di Podemos.

Ma veniamo alle cose più imporanti.

Senza riferire le lunghe ed estenuanti trattative e i vari colpi di scena che si sono susseguiti, la sostanza era che c’erano in realtà solo due alternative realistiche dal punto di vista dei numeri parlamentari.

Governo di grande coalizione. Proposto dal PP e da Ciudadanos. Ma non accettato dal PSOE. Avrebbe avuto di gran lunga una maggioranza di seggi.

Governo di sinistra. Proposto da Podemos, Izquierda Unida e dalle tre liste locali (da ora le chiameremo Confluencias come fa la stampa spagnola). 161 voti su 176 necessari per la maggioranza assoluta. Si sarebbe dovuto aprire un dialogo con le forze indipendentiste catalane e nazionaliste basche per ottenere la maggioranza o assoluta o almeno semplice. Queste ultime si erano dichiarate disponibili. Il Psoe ha rifiutato.

Ma, ad un certo punto, con un colpo di scena Pedro Sanchez del PSOE accetta il mandato del Re per tentare di essere “investito” dal parlamento. Avvia un dialogo separato con la sinistra e con Ciudadanos e in tempi brevissimi stringe un accordo programmatico di governo con Ciudadanos. E chiede alle forze di sinistra di sostenerlo per impedire che il PP possa continuare a governare. Si sottopone al voto e viene bocciato in entrambe le votazioni.

(In Spagna la fiducia viene accordata dal parlamento al primo ministro e non al governo. Nella prima votazione è necessaria la maggioranza assoluta e nella seconda la maggioranza semplice. Se il primo ministro non viene eletto nelle due votazioni si torna al punto di partenza con nuove consultazioni del Re).

Seguono negoziati ma ormai diventa chiaro che il Psoe preferisce insistere sul suo accordo con una forza di destra (nel corso della campagna elettorale definita da Sanchez “di estrema destra”), ricattando la sinistra che a suo dire avrebbe dovuto sostenerlo nel voto di investitura con l’argomento ben conosciuto in Italia: “altrimenti fate un favore al PP”.

Nel terzo giro di consultazioni il Re verifica che non esistono possibilità per nessun candidato e si va dritti alle elezioni anticipate.

Ora, per quanto irrazionale possa apparire il comportamento del Psoe, ci sono due fattori che hanno fortemente condizionato il tentativo di Sanchez di agglutinare una maggioranza di governo e che nei fatti glielo hanno impedito.

Il primo è che sulla politica economica e sociale, sebbene retoricamente il Psoe abbia dipinto le proprie posizioni come una “svolta” di sinistra rispetto al precedente governo socialista di Zapatero e come antagoniste al programma del PP, in realtà non voleva né poteva (senza spaccarsi verticalmente) mettere in discussione nessun caposaldo delle politiche di austerità e dei tagli sociali.

Il secondo è che sia Izquierda Unida, sia Podemos (anche se con qualche colpevole esitazione) e tanto più le Confluencias ponevano come condizione prioritaria, oltre ad una vera svolta sul terreno economico sociale, anche l’autorizzazione di un referendum di autodeterminazione in Catalogna. E su questo punto il Psoe, che in passato era repubblicano e federalista, negli ultimi anni ha subito un’involuzione che lo ha portato su posizioni monarchiche e nazionaliste spagnole.

Dati questi condizionamenti il Psoe non poteva che fare come ha fatto.

La convocazione di nuove elezioni ha aperto, in tutta la sinistra spagnola e nei movimenti sociali significativi, un dibattito incalzante sulla necessità di costruire l’unità in un fronte comune, per conquistare i consensi necessari a determinare un’alternativa di governo.

La necessità, ed anche la razionalità politica, è una cosa. Ma come è ovvio la possibilità reale e la realizzabilità di un simile progetto è un’altra.

C’erano diversi scogli da superare.

Ora che l’accordo è fatto sarebbe sbagliato sorvolare sulle difficoltà superate. Sia per comprendere bene la natura dell’accordo, sia per capirne i limiti. E, sia detto per inciso, per poterne trarre lezioni utili a processi unitari in altri paesi europei, e segnatamente in Italia.

La prima difficoltà risiede nella diversità ideologica e programmatica delle forze politiche che hanno dato vita all’accordo. E nelle dinamiche interne ad ognuna di esse.

Dalla sua fondazione Podemos si è dichiarata forza “trasversale” e nel corso del tempo ha abbandonato via via gli obiettivi più radicali del suo programma. Mentre, per esempio, i programmi di Izquierda Unida e di Podemos alle elezioni europee del 2013 erano sostanzialmente identici, quelli delle elezioni del 20 dicembre 2015 sono stati molto diversi su questioni fondamentali. Podemos ha abbandonato l’idea di una rottura con la transizione del 1978 e la conseguente prospettiva di un processo costituente per la Repubblica. Ha abbandonato l’idea della disobbedienza ai trattati europei e della ristrutturazione del debito. Ha abbandonato la contrarietà alla NATO. E così via. Tutto ciò, ovviamente, per occupare uno spazio “centrale” nel mercato elettorale evitando di farsi schiacciare all’estrema sinistra.

Inoltre, le teorie neopopuliste di sinistra che ispirano il suo gruppo dirigente sono state alla base del tentativo, forte della popolarità televisiva del leader e di un assetto organizzativo interno ultraverticistico, di rivendicare la rappresentatività di tutti i movimenti sociali e di assorbire tutti gli interlocutori politici, sia a livello statale sia a livello territoriale.

La moderazione dei contenuti programmatici non ha prodotto gli effetti desiderati giacché secondo tutti gli studi e analisi Podemos è per gli spagnoli una forza inequivocabilmente della sinistra radicale. Nuova nel linguaggio e nello stile si, ma collocata alla sinistra del Psoe. Del resto nel corso delle trattative e dei dibattiti parlamentari la proposta di Podemos per formare un governo di coalizione con il Psoe, con Izquierda Unida e con le Confluencias, per quanto definita “di cambiamento”, “di progresso” ecc da Pablo Iglesias era definita “di sinistra” da tutti gli altri interlocutori politici e da tutta la stampa.

Analogamente il tentativo di assorbire Izquierda Unida è fallito. Nell’autunno 2015 Podemos ruppe all’improvviso le trattative per un accordo elettorale con IU Iglesias disse ai quattro venti che aveva molta stima di diversi dirigenti di IU, a cominciare da Alberto Garzon, e che li avrebbe candidati ed eletti volentieri se questi avessero accettato di entrare nelle liste a titolo individuale e non sulla base di un accordo politico con IU. Naturalmente ottenne un netto rifiuto. La presenza di IU nelle Confluencias di Galicia e Catalunya, oltre al milione di voti conquistati in condizioni difficilissime da IU in competizione con Podemos, hanno dimostrato banalmente che con IU bisogna fare i conti, rispettandone l’identità, la storia e il radicamento sociale. Anche il profilo politico di En Comù Podem, di En Marea e di Compromis, tutt’altro che identico o subalterno a Podemos, ha dimostrato che la omogeneizzazione di tutte le organizzazioni ed esperienze politiche in un Podemos “trasversale” è semplicemente impossibile. E che insistere su questa strada avrebbe condotto ad una implosione dello stesso Podemos.

Nel corso degli ultimi mesi all’interno di Podemos, ancorché in modo sotterraneo e poco trasparente, questi nodi sono venuti al pettine.

In numerose organizzazioni locali di Podemos, sia regionali che cittadine, anche importantissime come Madrid, sono esplosi conflitti interni di vario tipo e natura. Quando Iglesias ha destituito d’imperio (è facoltà del segretario generale di Podemos) il responsabile organizzazione del partito, nel gruppo dirigente centrale di Podemos è emersa una divergenza ben più consistente di quanto potesse apparire. La stampa ha parlato esplicitamente, in diversi casi esagerando volutamente ma senza per questo inventarsi nulla di sana pianta, di una divergenza fra Iglesias e Íñigo Errejón (responsabile della Politica, della Strategia e delle Campagne elettorali del partito ed universalmente considerato il numero 2 di Podemos) sulla natura stessa del partito e perfino sulla scelta o meno di permettere, con un voto favorevole, la nascita del governo Psoe Ciudadanos. I protagonisti della vicenda hanno ovviamente minimizzato profondendosi in attestati di stima reciproca, ma non hanno smentito di avere divergenze.

Insomma, è certo che senza questo bagno di realtà e senza un regolamento di conti interno al gruppo dirigente di Podemos sarebbe oggi difficile parlare dell’accordo unitario.

Anche in Izquierda Unida le cose non sono state facili.

Già ai tempi delle ultime elezioni quando Alberto Garzon, nominato capolista e quindi responsabile politico della campagna elettorale, insisteva per un accordo con Podemos, emersero forti divergenze nel gruppo dirigente di IU.

Vi erano due posizioni che potremmo definire di “diffidenza” e di “contrarietà” ad un processo unitario con Podemos.

La prima era ben spiegabile ed anche comprensibile, data la linea di Podemos esplicitamente vocata all’annessione di IU e alla liquidazione della sua trentennale esperienza, impersonata dallo stesso Coordinatore Federale di IU, Cayo Lara, e da diversi dirigenti nazionali e locali.

La seconda, di netta contrarietà, è quella della destra interna di Izquierda Unida, impersonata dall’ex Coordinatore Federale Gaspar Llamazares e dal partito Izquierda Abierta, di cui lo stesso Llamazares è portavoce.

Nel corso delle ultime settimane la posizione di Cayo Lara è stata di consenso sul tentativo di raggiungere un accordo con Podemos, ma con condizioni di reciprocità e programmatiche precise, mentre Gaspar Llamazares ha espresso più volta la contrarietà.

È evidente che se da una parte il modello di partito di Podemos, la sua natura ultraleaderistica, la sua spregiudicatezza nell’uso dei mass media ecc, per una forza politica anticapitalista e radicata come Izquierda Unida non può che suscitare diffidenza, dall’altra è altrettanto evidente che la crisi del sistema politico spagnolo bipartitico ha messo in questione anche il ruolo e la natura di IU.

Ed è esattamente su questo punto che si annidano le vere divergenze.

Nel sistema bipartitico spagnolo, a causa della legge elettorale senza collegio unico nazionale Izquierda Unida è sempre stata sottodimensionata nei voti rispetto alla sua presenza nelle lotte e sul territorio. Ha sempre pagato il prezzo di essere un “satellite” del Psoe in molti governi locali e nel parlamento quando si è astenuta permettendo al Psoe di governare in solitario, o di essere accusata di favorire il PP quando ha votato contro il Psoe.

Nel corso del tempo si sono sedimentati due modi di essere di IU. Forza interna al sistema dei partiti partecipe di numerosi governi locali, ed in alcuni casi anche alle pratiche di sottogoverno, egemonizzati dal Psoe. Forza orgogliosamente antagonista ed eticamente inattaccabile, ma impossibilitata a influire realmente ed a conquistare obiettivi per le classi subalterne.

La crisi sociale, la crisi politica, la nascita di Podemos e i suoi successi, la spinta all’unità per conquistare il governo nata con le esperienze municipali di Barcellona e Madrid, non potevano non mettere in crisi anche entrambe le propensioni poco sopra descritte. Una sostanziale appartenenza al sistema dei partiti in crisi e una subalternità al Psoe avrebbero condotto Izquierda Unida a una crisi irreversibile. Parimenti l’illusione di poter, con le proprie sole forze, guidare un’alternativa di governo, sul modello di Syriza, avrebbe separato IU da tutti i processi unitari e soprattutto da milioni di persone che vedono oggi per la prima volta la possibilità di tentare di cambiare le cose per davvero. 

Perciò è emersa una posizione politica, ed anche nuovi dirigenti a cominciare da Alberto Garzon, capaci di guidare IU nella mutante realtà politica spagnola. Capaci di mettere a valore l’esperienza e le proprie migliori tradizioni in processi unitari, senza rinunciare alla propria organizzazione e identità. Capaci di cacciare da IU la federazione di Madrid perché aveva deciso di non partecipare alla lista unitaria. Capaci di rinunciare alle lusinghe, in termini di seggi e di certezze, dell’assorbimento in Podemos e di rischiare tutto presentandosi soli alle elezioni, nella completa invisibilità massmediatica senza scadere mai, al contrario di Podemos, nella pratica degli insulti e denigrazioni dei possibili mancati alleati. Va detto che il Partito Comunista di Spagna, i cui militanti sono iscritti individualmente ad IU, nelle prese di posizione del suo gruppo dirigente ha fortemente aiutato e sostenuto la linea che alla fine è prevalsa in IU.

Ora vedremo lo svilupparsi della campagna elettorale e soprattutto i risultati, che con questa operazione unitaria della sinistra radicale potrebbero essere molto diversi dalla tornata precedente.

Se la lista diventasse la prima o la seconda forza politica del paese il Psoe dovrà decidere se appoggiare un governo di sinistra o fare la grande coalizione con PP e Ciudadanos.

Sarebbe scontato l’appoggio delle forze indipendentiste catalane e nazionaliste basche giacché nel programma minimo comune è previsto il diritto all’autodeterminazione per le nazioni interne allo stato spagnolo e un immediato referendum in Catalunya.

In ogni caso, anche se la differenza sarebbe enorme, o dal governo o dall’opposizione questa unità dovrà darsi una prospettiva di più lungo respiro.

Ancora una volta l’esperienza catalana di En Comù Podem, dove già si discute di far funzionare tutto sulla base della partecipazione dal basso con il principio una testa un voto, senza che nessuna delle forze politiche debba rinunciare alla propria organizzazione e identità, può essere un esempio per tutta la Spagna.

A mio parere dovrebbe e potrebbe esserlo anche per l’Italia.

ramon mantovani

Pubblicato il 12 maggio 2016 sul sito http://www.rifondazione.it