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Dopo le ennesime elezioni in Spagna avremo un governo di sinistra?

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 novembre, 2019 by ramon mantovani

In Spagna si è votato 4 volte, negli ultimi 4 anni, per le elezioni politiche generali. 6 volte se contiamo anche le elezioni europee e il turno delle elezioni regionali e comunali.

In questo tempo sono successe molte cose che non possiamo elencare e commentare esaustivamente in questo articolo. Ma possiamo dire che la situazione è di estrema incertezza ed instabilità. Con altre parole possiamo dire che la Spagna è precipitata in una profonda crisi democratica. La crisi del bipartitismo PSOE PP è un dato certo ma il suo sbocco, lungi dall’essere definito e concluso, è e sarà oggetto di una lotta aspra. Alla vigilia di una crisi economica annunciata sono in gioco due cose fondamentali intrecciate fra loro: la politica economica e sociale del paese e la stessa concezione dello stato e del sistema politico.

Questo è il contesto nel quale leggere i risultati del 10 novembre. Leggerli, solamente o prevalentemente, come successi e sconfitte dei singoli partiti o peggio ancora dei loro leader, sarebbe superficiale e fuorviante. Leggerli alla luce delle tattiche e delle tecniche di marketing, ormai imperanti nelle campagne elettorali e nei posizionamenti politici dei partiti, impedirebbe di comprendere i problemi di fondo della crisi.

Fatta questa premessa passiamo ai risultati.

La partecipazione è scesa, dalle precedenti elezioni del 28 aprile 2019, di due milioni di voti. Da 26 milioni 300mila voti a 24 milioni 300mila voti. Dal 75,75% al 69,87%.

PSOE

Ha ottenuto 6 milioni 750mila voti (28,0% e 120 seggi) contro i 7 milioni 500mila voti (28,8% e 123 seggi) delle precedenti.

PP

5 milioni di voti (20,82% e 88 seggi) contro 4 milioni 350mila voti (16,7 e 66 seggi).

VOX

3 milioni 650mila voti (15,09% e 53 seggi) contro 2 milioni 670mila voti (10,26% e 24 seggi).

Unidas Podemos

3 milioni 100mila voti (12,84% e 35 seggi) contro 3 milioni 700mila voti (14,31% e 42 seggi).

Ciudadanos

1 milione 600mila voti (6,79% e 10 seggi) contro

4 milioni 400mila voti (15,86% e 57 seggi).

Vi sono poi altri 11 partiti che si sono presentati solo in una parte delle circoscrizioni e che hanno ottenuto rappresentanza parlamentare. Per brevità citiamo solo i più significativi politicamente.

MAS PAIS

Scissione di Podemos, si è presentato per la prima volta e solo in 18 circoscrizioni su 52. 550mila voti (2,3% e 3 seggi).

I tre partiti indipendentisti catalani (che ovviamente si sono presentati solo nelle 4 circoscrizioni catalane) sommati ottengono 1 milione 630 mila voti (6,81% e 23 seggi) contro 1 milione 630mila voti (6,23 e 22 seggi). Nel dettaglio in Catalunya: ERC (sinistra) 22,56% e 13 seggi; JxCAT (destra) 13,68% e 8 seggi, CUP (estrema sinistra) 6,35% e 2 seggi).

I due partiti baschi: PNV (centro) 380mila voti (1,57% e 7 seggi) contro 390mila voti e (1,51% e 6 seggi); EH BILDU (estrema sinistra) 280mila voti (1,15% e 5 seggi) contro 260mila voti e 4 seggi).

Nel dettaglio del Paese Basco il PNV ha ottenuto il 32,07% e HB BILDU il 18,70% e 4 seggi. HB BILDU si è presentato anche nella Comunità della Navarra ed ha ottenuto il 16,96% e 1 seggio.

Ed ora passiamo all’analisi dei risultati.

Il bipartitismo, prodotto di un sistema elettorale senza collegio unico nazionale e profondamente radicato nell’idea stessa di “politica” della stragrande maggioranza della popolazione, è entrato in crisi ma non è morto. Non lo è perché i due partiti maggiori PSOE e PP, seppur passati dall’80% dei consensi al 50%, grazie al sistema istituzionale che permette governi di minoranza, hanno fino ad oggi governato con esecutivi monocolore. Ed anche perché, come si è visto nelle ultime due tornate elettorali, i due partiti che precedentemente sembravano poterli superare o comunque eguagliare in peso elettorale e politico, sono stati o ridimensionati (Unidas Podemos) o quasi eliminati dalla scena (Ciudadanos). In particolare Podemos e Izquierda Unida, che si presentarono divisi nel 2015 a causa del rifiuto categorico di Podemos di dar vita ad una lista unica, e che ottennero due punti percentuali e 600mila voti più del PSOE, ora hanno il 12,84% (16 punti percentuali e 1milione e 600mila voti in meno del PSOE). E Ciudadanos che solo nell’aprile di quest’anno aveva un punto percentuale e 200mila voti in meno del PP oggi è crollato al 6,69% (14 punti percentuali e 3 milioni e 400mila voti in meno del PP). Di VOX parleremo più avanti perché non si può dire che possa svolgere la stessa funzione di Ciudadanos.

Ma se il bipolarismo non è morto non si può dire che sia in buona salute o che sia uscito dalla crisi. Perché la tornata elettorale di aprile ha dimostrato che governi monocolore non sono più possibili, a meno che uno dei due partiti maggiori, come ha fatto il PSOE nel 2016, non si astenga per permettere il governo in minoranza dell’altro. O a meno che si formi un governo di grande coalizione, la qual cosa segnerebbe comunque la fine del bipolarismo.

La questione del governo è, quindi, più importante del fatto in sé perché potrebbe segnare, in caso di governo di coalizione fra PSOE e UP, una svolta storica nel sistema politico spagnolo.

L’annuncio di un “preaccordo” per un governo di coalizione è un fatto importante ma è ancora lungi dall’essere un fatto scontato. Ne parleremo più avanti in questo articolo.

Ora ci occupiamo delle due grandi questioni che hanno influito nelle elezioni degli ultimi anni e segnatamente in queste del 10 novembre.

Le questioni economiche e sociali.

La Spagna ha conosciuto, più di qualsiasi altro paese europeo analogo per grandezza demografica ed economica, grandi lotte sociali organizzate e permanenti nel tempo. La crisi economica affrontata dai governi prima del PSOE di Zapatero e poi del PP di Rajoy con tagli selvaggi alla spesa pubblica, con due riforme del mercato del lavoro una più precarizzante dell’altra, con indici di disoccupazione e impoverimento della popolazione enormi, ha visto succedersi lotte e movimenti di protesta di grandi dimensioni. Lo stesso movimento degli “indignados” lungi dall’essere stato una fiammata episodica ha sedimentato organizzazioni di lotta che hanno continuato ad agire fino ai giorni nostri. Sono nate le “maree” dei lavoratori della sanità, della scuola e università, dei minatori, dei lavoratori pubblici, dei settori industriali più colpiti, insieme ad una crescita di auto organizzazione della popolazione nel movimento contro gli sfratti (che ne ha impediti più di 100mila), nelle lotte femministe, in quelle ambientali, in quelle del mondo artistico contro la tassazione esorbitante delle produzioni culturali, in quelle delle associazioni di abitanti contro le speculazioni immobiliari e contro la “gentrificazione” delle città turistiche, e potremmo continuare. Da tutto ciò, e non da qualche leader magico o da qualche formula neopopulista, è scaturita la crisi del bipartitismo spagnolo. Ma, come il bipartitismo non è morto nemmeno la crisi è finita. Anzi, alla vigilia di una nuova crisi, la partita contro le politiche neoliberiste resta la partita principale. E questa partita si può vincere solo nella combinazione della continuazione delle lotte sociali e i risultati che si possono ottenere con la rappresentanza politica. Se queste due cose si separano, se appaiono i famosi due tempi, se le lotte si fanno disperate e le rappresentanze politiche si limitano, per colpa di un sistema istituzionale che non permette di incidere realmente, ad essere coerenti a parole ma impotenti nei fatti o, peggio, a subordinare gli obiettivi di lotta alle compatibilità del sistema, la sconfitta è certa. E comincia ad apparire una deriva, questa si veramente populista e di destra estrema, che fomenta la lotta fra poveri e che denigra e attacca la pur difettosa “democrazia” per sostituirla con un sistema violentemente classista ed autoritario.

Se in Italia abbiamo visto dispiegarsi pienamente tutto ciò in Spagna, grazie e solo grazie alle lotte di cui sopra, è ancora agli albori. Ma VOX incombe.

I risultati elettorali di VOX sono preoccupanti, non tanto e non solo per la loro dimensione, quanto per due ulteriori motivi.

Il primo è che in realtà VOX raccoglie un voto reazionario e sciovinista, nostalgico del franchismo, profondamente ostile ad ogni diritto delle donne e delle persone omosessuali, che è sempre esistito, ma dentro il PP, che del resto è stato fondato a suo tempo da altissimi dirigenti della dittatura franchista a cominciare da ministri dei governi di Franco. Questa parte della Spagna, che sembrava dovesse scomparire con il tempo per motivi anagrafici, si è risvegliata, più grande e più giovane di quello che molti pensavano, e pretende di tornare a contare.

Il secondo è che VOX, come è accaduto in molti altri paesi europei e non, con un abile trasformismo non si presenta come fascismo tradizionale e, nel tempo della crisi, con la demagogia più efficace egemonizza tutta la destra politica tradizionale ed anche parte dell’elettorato del PSOE.

Unidas Podemos ha giustamente detto, criticando il PSOE che gridava contro il “pericolo dell’estrema destra” proponendo un cordone sanitario, che l’unico cordone sanitario efficace è costituito da politiche sociali redistributive e dalla difesa degli interessi dei lavoratori.

Insomma, come si vede le questioni economico sociali sono davvero decisive, sia per comprendere i risultati elettorali, sia per le prospettive politiche e sia per combattere la destra estrema.

Ma in Spagna è venuto al pettine un nodo storico irrisolto.

La questione catalana

La concezione dello stato spagnolo, monarchico e fondato sul nazionalismo sciovinista spagnolo, imposta nella cosiddetta transizione dai franchisti che scrissero la costituzione insieme agli antifranchisti tornati dall’esilio, poteva evolvere negli anni, con le dovute riforme e referendum, in una concezione repubblicana e in una federazione di nazioni diverse storicamente, culturalmente e linguisticamente. Così, del resto, volevano tutti i partiti democratici che accettarono un compromesso con i fascisti che controllavano totalmente esercito, giudici e polizia.

Purtroppo, la transizione invece che punto di partenza è stata, per principale responsabilità del PSOE che ha governato molto più a lungo del PP, trasformata in punto di arrivo. E, quando Paese Basco prima e Catalunya poi hanno tentato di andare oltre la concezione borbonica e franchista dello stato spagnolo affinché fossero riconosciute le nazioni basca e catalana, la risposta è stata negativa nel caso del PSOE e involutiva nel caso del PP.

Il movimento indipendentista catalano di massa nasce come risposta a ripetuti attacchi all’autogoverno catalano, che non rievocheremo qui per brevità. Senza questi attacchi da parte del governo spagnolo gli indipendentisti (storicamente solo di sinistra) sarebbero rimasti al massimo al 14% dei voti. Ma l’involuzione centralista e lo sciovinismo nazionalista spagnolo, con tanto di attacchi alla lingua catalana, lo hanno fatto crescere fino al 50%. Ed hanno fatto crescere fino al 70% – 80% il numero di catalani che in tutte le inchieste demoscopiche dicono di considerare la Catalunya come una nazione e che bisogna celebrare un referendum di autodeterminazione.

Negli ultimi 9 anni tutti i numerosi tentativi di ottenere un referendum legale e accordato con il governo centrale hanno trovato un diniego secco e nessuna controproposta che non fosse un minaccioso richiamo al rispetto della costituzione e della legge.

Si può dire quel che si vuole della strada unilaterale imboccata dal governo indipendentista catalano nel 2107. Non ne parleremo qui. Ma è fuor di dubbio che è stata la prima vera spallata al regime, ancora oggi intriso di franchismo, della cosiddetta transizione.  

Per questo negli ultimi anni la questione catalana è stata centrale nella politica spagnola. Ed è importante anche perché i partiti indipendentisti catalani e baschi, nel parlamento scaturito dalle elezioni del 10 novembre, saranno decisivi per la formazione del governo.

A dimostrazione che la Spagna è per davvero uno stato plurinazionale basta vedere i risultati elettorali, che oramai sono inequivocabili.

Per esempio possiamo vedere i risultati di VOX, che ha usato la questione catalana come cavallo di battaglia in campagna elettorale, arrivando a proporre ufficialmente l’immediata incarcerazione dell’attuale governo catalano, lo stato di emergenza nazionale e l’intervento dell’esercito.

Se è vero, come dicono VOX, PP e Ciudadanos, che la metà della popolazione in Catalunya è perseguitata e discriminata, che gli indipendentisti sono totalitari, che nelle scuole si indottrinano i bambini, che è pregiudicata la convivenza civile (questo lo dice anche il PSOE), che c’è il terrorismo e così via delirando, questi partiti dovrebbero avere almeno i voti dei perseguitati in Catalunya.

Analizziamo brevemente i dati comparando le più grandi regioni e città.

Vediamo i voti di VOX: in tutto lo stato ottiene il 15%, in Catalunya prende il 6,3% e nel Paese Basco il 2,43%. Nella regione di Madrid il 18,35%, in Andalucia il 20,39%. Nella città di Barcellona il 5,32%, nella città di Madrid il 16,03%, nella città di Siviglia il 17,47%.

I tre partiti della destra in Catalunya prendono 2 deputati ciascuno. 6 su 48. Nel paese basco zero su 20. Nella regione di Madrid 20 su 37. In Andalucia 30 su 61.

Il PSOE nel paese basco e il PSC in Catalunya ottengono, con una lieve perdita in entrambi i casi, gli stessi voti e seggi del 2011.

Ma se è vero, come dice il PSOE e purtroppo anche esponenti di Unidas Podemos, che il movimento indipendentista catalano è egemonizzato dalla destra come mai i risultati dicono cose diverse?

Consideriamo tutto il periodo nel quale nasce e cresce il movimento indipendentista.

Nel 2011 la destra catalana (allora CiU) era il primo partito con il 29,35% dei voti e 16 seggi su 47. Il PSC il 26,66% e 14 seggi. ERC (partito indipendentista di sinistra spesso alleato di governo del PSC) il 7,07 e 3 seggi. Nel 2019 la destra catalana indipendentista (JxCAT) ha il 13,68% e 8 seggi su 48, ERC il 22,56 e 13 seggi, la CUP (estrema sinistra indipendentista) il 6,35 e 2 seggi.

I dati parlano da soli.

E’ poi abbastanza difficile sostenere la tesi secondo la quale l’indipendentismo catalano sarebbe paragonabile a movimenti xenofobi ed egoisti di altri paesi europei quando tutti i partiti indipendentisti (compresa la destra) difendono lo ius soli, si sono opposti ai CIE, hanno disobbedito al governo centrale garantendo l’assistenza sanitaria catalana agli immigrati irregolari, hanno manifestato in piazza per accogliere rifugiati. Difficile dire che siano egemonizzati dalla destra identitaria quando nelle grandi manifestazioni canti e slogan più eseguiti sono quelli dei cantautori anarchici e comunisti, o quelli antifascisti della guerra civile, o perfino “bella ciao” cantata in italiano.

Insomma, la questione catalana è importante perché attiene alla concezione dello stato, e quindi della democrazia. E credo non sia possibile pensare ad un governo “progressista” che non si proponga di superare il vero nazionalismo escludente ed egemone che è quello spagnolo. Almeno dismettendo la via repressiva ed avviando un dialogo e poi un negoziato con il governo catalano.

L’accordo per il governo fra PSOE e Unidas Podemos

C’è un preaccordo siglato in persona da Pablo Iglesias e da Pedro Sanchez. Prevede un governo di coalizione sulla base di un programma di legislatura di cui sono state fissate le linee generali e che sarà elaborato dettagliatamente prima della seduta del parlamento che eleggerà il Presidente del Governo.

Il primo scritto firmato e diffuso è molto generico e come è d’abitudine aperto a diverse interpretazioni sia sulle questioni economiche e sociali, sia sulla questione catalana.

Per il PSOE non sarà facile scostarsi di troppo dalle posizioni espresse in campagna elettorale, molto influenzate dall’intento, senza successo, di raccogliere voti alla propria destra e da quello più volte esplicitato di rassicurare i poteri forti e la Commissione Europea. Per Unidas Podemos non sarà facile imporre contenuti realmente avanzati e soprattutto ottenere un peso sufficiente nell’esecutivo a garanzia della loro implementazione.

C’è tempo prima che il preaccordo si trasformi in un programma dettagliato e che si componga il governo.

I poteri forti non staranno con le mani in mano e lavoreranno indefessamente o per farlo saltare o per ottenere che non sia loro ostile.

Inoltre PSOE e Unidas Podemos non hanno la maggioranza sufficiente in parlamento e dovranno cercare fra i partiti regionali ed anche fra i partiti indipendentisti i voti favorevoli e le astensioni necessarie.

Ma intanto, almeno per il momento, ciò che era sembrato impossibile ora è perfino probabile.

Vedremo come andrà, anche perché potrebbe essere una inversione di tendenza in Europa.

ramon mantovani

Pubblicato il 13 novembre 2019 sui siti di Transform Italia e Rifondazione Comunista

L’arroganza del PSOE

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , on 30 luglio, 2019 by ramon mantovani

 

La mancata formazione di un governo di coalizione fra PSOE e Unidas Podemos merita di essere analizzata perché può essere un punto di svolta (negativo) per la politica spagnola, e non solo.

Per capire bene cosa è successo, senza incorrere nell’errore di paragonare impropriamente la situazione spagnola con quella italiana, bisogna considerare le profonde differenze tra i due sistemi politico istituzionali. Ed anche sapere cosa è successo nelle due precedenti tornate elettorali del 2015 e del 2016.

Innanzitutto bisogna sapere che in Spagna il sistema elettorale è proporzionale nelle circoscrizioni provinciali ma, non essendoci una attribuzione dei seggi restanti (e cioè non eletti con quoziente pieno nelle province) in un collegio unico nazionale, è stato nei fatti maggioritario ed ha prodotto il bipartitismo PSOE-PP.

A fare le spese di questo sistema è sempre stata la sinistra radicale che non ha mai avuto la possibilità (anche con percentuali di voto superiori al 10%) di eleggere deputati nella stragrande maggioranza delle province (45 delle 52 circoscrizioni).

Questo sistema ha prodotto nel tempo ben quattro effetti distorsivi della volontà popolare: 1) gli elettori potenziali della sinistra radicale sono stati indotti a votare PSOE in gran parte delle province per non disperdere il voto e non far vincere il PP. 2) la contesa elettorale nei fatti ha avuto come oggetto il governo e non già la formazione di un parlamento rappresentativo. 3) il partito più votato ha, anche con percentuali del 40%, ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi ed ha formato un governo monocolore. “Vincere le elezioni” per decenni ha voluto dire banalmente essere il primo partito. 4) Pur non essendoci il presidenzialismo, nei fatti il capolista a Madrid del partito più votato è storicamente diventato il capo del governo e progressivamente le campagne elettorali sono state di fatto presidenzialiste e ultrapersonalizzate sulla figura del candidato a presiedere il governo.

Vi è poi un’altra peculiarità che è indispensabile tenere in conto per capire gli ultimi avvenimenti. In Spagna il Re, dopo consultazioni con i gruppi parlamentari, nomina un candidato ad essere eletto Presidente del Governo. Ma quest’ultimo si presenta al Congreso de los Diputados senza dover indicare la lista dei ministri e può essere eletto con maggioranza assoluta dei membri in prima votazione o con maggioranza semplice in seconda. Se eletto forma il governo che gli pare e piace senza dover ricevere la fiducia del parlamento. In altre parole può governare in minoranza perché con le astensioni dei piccoli gruppi, che rimangono poi all’opposizione, può ottenere più voti positivi che negativi. La maggioranza dei governi, dalla Costituzione del 78 in poi, sono stati governi monocolori di minoranza. E va aggiunto che secondo la Costituzione è lo stesso Presidente del Governo a poter sciogliere le camere e convocare nuove elezioni. Con un considerevole potere di ricatto nei confronti del parlamento e degli altri partiti.

Negli ultimi anni il sistema bipartitista è entrato in crisi. Per effetto della crisi economica, degli scandali di corruzione del PP ma anche del PSOE, della questione catalana, dell’entrata in scena potente di tre nuovi soggetti (Podemos, Ciudadanos e Vox) il bipartitismo PSOE-PP è passato (sommando i voti dei due partiti) dall’83,81% del 2008 al 45,38% di quest’anno.

Nelle elezioni del dicembre del 2015 il bipartitismo aveva ancora il 50,7%. Il PP era passato dal 44,63% e 186 seggi su 350 del 2011 al 28,71% e 123 seggi. Il PSOE dal 28,76 e 110 seggi al 22% e 90 seggi. Podemos, le liste catalane, valenciane e galiziane ad esso collegate, che si presentava per la prima volta, aveva ottenuto il 20,66% e 69 seggi. Izquierda Unida (senza presentarsi in Catalunya e Galicia perché presente nelle liste locali collegate a Podemos) era passata dal 6,92% e 11 seggi al 3,68% e 2 seggi. Ciudadanos che si presentava per la prima volta aveva ottenuto il 13,94% e 40 seggi. Da notare che se Podemos non avesse sdegnosamente rifiutato la proposta di lista unica fatta da Izquierda Unida avrebbe superato in voti il PSOE (6 milioni e 100mila voti contro 5 milioni e 500mila voti) e probabilmente in seggi collocandosi come seconda forza nel paese.

Il PP, nel corso delle consultazioni del Re rifiutò di esprimere un candidato alla Presidenza del governo in quanto incapace ad ottenere sul nome di Mariano Rajoy voti favorevoli ed astensioni sufficienti ad eleggerlo. Per la prima volta il partito “vincitore” delle elezioni non riusciva a formare il governo. Il PSOE, invece propose al Re, ed ottenne, di candidare Pedro Sanchez. Con 90 seggi su 350 Sanchez, dopo lunghe consultazioni, aprì due tavoli separati di negoziazione. Uno con Podemos e Izquierda Unida e un altro con Ciudadanos (che per tutta la campagna elettorale aveva definito partito di destra e perfino di estrema destra). Con i primi avrebbe avuto 161 seggi (15 voti in meno della maggioranza assoluta) ma si sarebbe assicurato facilmente i voti favorevoli e/o le astensioni sufficienti dei partiti catalani e baschi per formare il governo. Con Ciudadanos avrebbe avuto 130 seggi e gli sarebbero serviti altri 46 voti, impossibili da conquistare.

Podemos e Izquierda Unida avendo insieme più voti (anche se meno seggi) del PSOE proposero di eleggere Sanchez e di formare un governo di coalizione. E Sanchez li attaccò con l’argomento che pensavano alle poltrone ministeriali prima che al programma. Mentre era in corso il negoziato fra PSOE, Podemos e Izquierda Unida Sanchez annunciò all’improvviso che aveva raggiunto un accordo programmatico (fortemente neoliberista) di governo con Ciudadanos, senza specificare se dopo l’elezione del Presidente del governo si sarebbe formato un governo con la presenza di ministri di Ciudadanos.

Naturalmente il negoziato con Podemos e IU si paralizzò e da quel momento il PSOE iniziò una campagna martellante (sostenuto da tutti i mass media) affinché Podemos e IU votassero, insieme a Ciudadanos a favore di Sanchez Presidente con il programma concordato fra PSOE e Ciudadanos. Ovviamente questi negarono il voto e vennero convocate nuove elezioni.

Questo comportamento del PSOE può apparire perfino irrazionale. Ma non lo è affatto. Per il semplice motivo che, come affermerà Sanchez stesso in una storica lunga intervista televisiva, enormi pressioni dei poteri forti gli avevano fatto rinunciare anche alla sola ipotesi di formare un governo con Podemos e IU. E non lo è nemmeno perché la seguente campagna del PSOE, anche questa sostenuta dai mass media più potenti, che porterà alle elezioni del dicembre del 2016 incentrata contro Podemos e IU, e segnatamente contro Pablo Iglesias che “irresponsabilmente” e per “eccessive ambizioni personali” avevano negato il voto ad un governo socialista facendo il gioco del PP funzionerà benissimo. Come funzionerà benissimo l’appello sia del PSOE che del PP al voto utile.

Infatti nel giugno del 2016 si ripetono le elezioni. Il PP passa dal 28% al 33% e da 123 a 135 seggi e il PSOE, che nei sondaggi era sceso molto, conferma il 22% e passa da 90 a 85 seggi. Unidos Podemos passa dal 24,33% (sommando Podemos e IU) al 21,1% e mantiene i suoi 71 seggi.

Questa volta il PP presenta la candidatura di Rajoy e non essendoci nessuna alternativa possibile, nel PSOE scoppia il finimondo. Nel partito i vecchi più importanti dirigenti, ministri e primi ministri (quasi tutti ben collocati in consigli di amministrazione di banche e imprese multinazionali) insieme alla maggioranza di dirigenti locali del PSOE defenestrano da segretario Sanchez che non ne vuole sapere di far astenere il PSOE per permettere il governo del PP. Ciudadanos appoggia l’elezione di Rajoy senza entrare al governo e il PSOE alla fine si astiene con qualche dissidente. Sanchez il giorno prima del voto si dimette anche da deputato per non astenersi.

In seguito Sanchez da battaglia nel partito e con un profilo nettamente di sinistra vince le primarie contro la candidata sostenuta dalla direzione del partito, Susana Diaz, che da Presidentessa del Governo andaluso aveva poco tempo prima rotto il governo con Izquierda Unida per formarne uno con Ciudadanos.

Il PSOE, con un segretario fuori dal parlamento che mantiene a parole un profilo di sinistra, tenta in tutti i modi di resuscitare una dialettica propria del bipartitismo. Lo fa anche accusando il PP di aver provocato la crisi catalana, dicendo che la Spagna è un paese plurinazionale e che i problemi politici non si risolvono attraverso la via repressiva e giudiziaria. Il giorno dopo del referendum di autodeterminazione autoconvocato unilateralmente dal parlamento catalano, e sul quale si abbatte, come è noto, una violentissima repressione, il PSOE annuncia la presentazione di una mozione di censura, che non verrà mai presentata, contro la Vice Presidentessa del governo di Rajoy, responsabile della gestione del problema catalano. Inoltre il PSOE parla apertamente di abrogazione della legislazione sul lavoro promulgata dal PP. Insomma, pare che il PSOE di Sanchez abbia fatto davvero una svolta a sinistra mentre il PP e Ciudadanos si radicalizzano a destra. Ma poi il PSOE appoggia il PP nell’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione che scioglie il parlamento catalano, destituisce il governo indipendentista e commissaria tutte le istituzioni catalane. Su tutto questo Unidos Podemos si oppone. Pur criticando l’unilateralismo degli indipendentisti catalani giudica abusiva l’applicazione dell’articolo 155 e la repressione che ne segue. Considera i detenuti del governo catalano e i profughi inseguiti da mandati di cattura come perseguitati politici e ribadisce la storica posizione della sinistra spagnola favorevole ad uno stato federale e al diritto all’autodeterminazione dei catalani. Nel giugno del 2018, dopo un tentativo fallito di Unidos Podemos, il PSOE presenta una mozione di censura contro il governo di Rajoy a seguito di una sentenza giudiziaria che condanna il PP come partito per numerosi casi di corruzione. Nell’ordinamento spagnolo questa mozione di censura equivale a una mozione di sfiducia costruttiva. Se approvata provoca la caduta del governo ed automaticamente entra in carica un nuovo governo con presidente del consiglio indicato nella mozione stessa. Agli 85 deputati del PSOE si aggiungono, senza negoziare nessuna condizione, quelli di Unidos Podemos e quelli di tutti i partiti catalani e baschi. E’ così che per la prima volta in Spagna si forma un governo di minoranza con soli 85 seggi di supporto e con un Presidente che non è deputato. Sanchez annuncia tre cose che sembrano lasciare ben sperare circa le intenzioni del governo: 1) rimozione entro l’estate della salma del dittatore Francisco Franco dal mausoleo del Valle de los Caidos e rivitalizzazione della legge sulla memoria storica; 2) una serie di provvedimenti sociali per combattere la precarietà e per redistribuire il reddito; 3) avvio di un negoziato politico con il nuovo governo catalano indipendentista scaturito dalle elezioni catalane convocate d’autorità dal governo del PP nel dicembre del 2017.

Unidos Podemos propone ed ottiene dal PSOE la elaborazione negoziata di una serie di misure sociali nettamente di sinistra, sia da promulgare per decreto sia da raccogliere nella prossima legge di bilancio.

Ma le cose si complicano. Franco resta dov’è. Quel che doveva essere fatto in poche settimane a due anni di distanza è ancora in forse. Si verifica così quanto sia intriso di franchismo l’apparato giudiziario e statale. Nell’ultima sentenza del Tribunale Supremo che sospende, su ricorso degli eredi, la rimozione del cadavere del dittatore, si definisce Franco come capo dello stato spagnolo dall’ottobre del 1936. E cioè dall’inizio del colpo di stato contro la legittima Repubblica.

Dei provvedimenti concordati fra PSOE e Unidos Podemos per iscritto vede la luce unicamente l’aumento del salario minimo. Gli altri o rimangono nel cassetto o vengono promulgati come decreti in forma riduttiva. È il caso, per esempio, della regolazione degli affitti. Si prolungano i contratti da 3 a 5 anni ma non si mette nessun limite agli aumenti.

Sulla questione catalana effettivamente il governo di Sanchez avvia conversazioni con il governo catalano. Ma si tratta di un dialogo fra sordi nel quale il governo non fa nessuna proposta concreta per superare in positivo la situazione.

In occasione della discussione della legge di bilancio, che necessita dei voti dei partiti indipendentisti catalani e dei partiti baschi sia moderati come il Partito Nazionalista Basco sia di estrema sinistra indipendentista come EH Bildu, Sanchez si impegna ad avviare un vero negoziato con il governo catalano ed accetta che sia accompagnato da una sorta di mediatore. Ma quando i tre partiti di destra PP, Ciudadanos e Vox convocano una manifestazione nazionale a Madrid, il PSOE torna sui suoi passi e annulla il negoziato con il governo catalano prima ancora che sia cominciato.

A questo punto la legge di bilancio viene bocciata perché i partiti catalani votano contro e Sanchez, che ne ha l’autorità, scioglie il parlamento e convoca le elezioni anticipate.

Come si può ben vedere il PSOE di Sanchez tende a presentarsi come partito rinnovato e con posizioni di sinistra, aperto alla collaborazione con Unidos Podemos e al dialogo con i partiti catalani e baschi, ma nei fatti non realizza gli impegni presi e ad ogni passaggio decisivo pretende il sostegno gratuito e senza condizioni al suo governo di minoranza. Se Unidos Podemos o i partiti indipendentisti si permettono di pretendere l’applicazione degli accordi solennemente firmati vengono attaccati come irresponsabili e complici del gioco delle destre. Non si tratta, a mio modesto parere, solo di arroganza, che pure c’è, da parte di Sanchez e del PSOE. Si tratta dei condizionamenti potenti sia dei poteri forti economici contrari alla collaborazione del PSOE con Unidos Podemos, sia degli apparati dello stato, a cominciare dalla monarchia, contrari a qualsiasi ipotesi di soluzione negoziata con il governo catalano.

Non è un caso che siano venuti alla luce recentemente le trame di quelle che in Spagna sono chiamate “le fogne dello stato” e che potremmo definire come apparati deviati, dediti a fabbricare prove false contro Podemos per finanziamenti iraniani e a diversi esponenti dell’indipendentismo catalano per corruzioni e conti esteri inesistenti.

È così che si arriva alle ultime elezioni. I risultati sono noti. Il PSOE cresce fino al 28,68% e 123 seggi. Il PP cala fino al 16,70 e 66 seggi. Ciudadanos sale al 15,86 e 57 seggi. Unidas Podemos cala al 14,31 e 42 seggi. VOX entra in parlamento con il 10,26 e 24 seggi. I due partiti indipendentisti catalani passano da 17 a 22 seggi e quelli baschi da 7 a 10 seggi.

Il risultato del PSOE è un buon risultato, soprattutto se comparato con il precedente, ma non è certo un risultato che gli permette di poter governare da solo. Del resto lo stesso Sanchez in campagna elettorale aveva più volte detto che era apertissimo a formare un governo insieme a Unidas Podemos e aveva nuovamente promesso il dialogo con la Catalunya.

Ciò nonostante, dopo aver ricevuto l’incarico dal Re, Sanchez si comporta nei confronti di Unidas Podemos in modo a dir poco inqualificabile. Rifiuta di aprire un negoziato sul programma e sulla composizione del governo. Secondo Sanchez si deve discutere solo del programma perché poi il governo deve essere coeso e monocolore. Poi propone un governo di “collaborazione”, e cioè un governo nel quale Unidas Podemos può indicare qualche personalità indipendente e gradita ovviamente anche al PSOE. Per giustificare il veto a ministri di UP Sanchez sostiene che su questioni economiche e soprattutto sulla questione catalana UP non è affidabile e potrebbe creare troppo gravi difficoltà al governo. Come a dire che sulle questioni dove le differenze fra PSOE e UP sono consistenti non si può mediare e bisogna applicare la linea del PSOE. Poi, quando accetta di comporre il governo con UP, pone il veto a Iglesias. Poi quando Iglesias annuncia di rinunciare alla personale presenza nel governo il PSOE offre a UP ministeri senza deleghe e senza capacità di spesa consistenti. Quando UP insiste per avere ministeri più importanti Sanchez dice che i ministeri “di stato” (difesa, economia, interni, esteri e giustizia) e altri come lavoro e fisco, non sono negoziabili con UP. Alla insistenza di UP per il ministero del lavoro Sanchez risponde che sarebbe sgradito alla CEO (Confindustria).

Contemporaneamente Sanchez, chiede al PP e a Ciudadanos che si astengano e permettano la formazione di un governo monocolore di minoranza del PSOE. Chiede cioè che facciano ciò che aveva fatto due anni prima il PSOE, e al quale lui si era opposto arrivando a dimettersi da deputato.

La sessione parlamentare di “investidura”, e cioè di elezione del Presidente del governo, viene convocata a negoziati aperti e alla fine si svolge senza alcun accordo previo. Alla prima seduta e votazione, che richiede la maggioranza assoluta, Sanchez insiste con UP affinché vengano accettate condizioni capestro e soprattutto insiste più volte con Ciudadanos e PP, nonostante questi lo accusino di voler formare un governo con populisti, comunisti, golpisti e filoterroristi per distruggere la nazione spagnola, per ottenere il loro appoggio in forma di astensione al fine di evitare elezioni anticipate.

La prima votazione si conclude con 124 voti a favore di Sanchez (uno in più di quelli del PSOE, del Partito Regionalista Cantabrico), 170 voti contro delle destre, indipendentisti catalani ed altri minori, e 52 astenuti di UP e dei due partiti baschi.

I due giorni che separano la prima dalla seconda votazione scorrono con intensi negoziati fra PSOE e UP. Ma si va al voto senza accordo. L’ultimo tentativo di UP in extremis, per ottenere almeno la competenza parziale sulle questioni del lavoro, viene sdegnosamente rifiutato.

UP decide di votare astenuto dopo aver preso in considerazione anche il voto contrario e Esquerra Republicana de Catalunya passa dal voto contrario al voto di astensione. Entrambe le forze lo fanno per evitare (inutilmente) di essere accusati di votare insieme alle destre e soprattutto per segnalare la necessità di continuare la trattativa in vista di una successiva sessione di “investidura” che secondo l’ordinamento si deve svolgere entro due mesi dalla prima votazione, trascorsi i quali il parlamento sarà sciolto automaticamente.

Non dovrebbe essere difficile capire quanto sbagliato sia descrivere questa situazione secondo i canoni italiani, come ha fatto certa stampa italiana, e segnatamente addossando tutta la responsabilità di eventuali elezioni anticipate all’”estremismo” di Unidas Podemos.

Il PSOE e il suo segretario Pedro Sanchez hanno dimostrato ancora una volta di far parte del problema e non della sua soluzione.

Pretendere di governare in minoranza con 128 seggi su 350 contando sull’appoggio esterno di UP e sull’astensione dei partiti baschi e catalani, dopo aver dichiarato inaffidabile UP (che pure ha la metà dei voti del PSOE) per le sue legittime posizioni sulla politica economica e sociale e per la questione catalana senza offrire su questa nessuna soluzione politica,  e/o contare anche sull’astensione di PP e Ciudadanos può significare solo due cose: tentare di ottenere in settembre un governo monocolore di minoranza o puntare nei fatti ad elezioni anticipate.

Sicuramente Unidas Podemos insisterà per un governo di coalizione con un programma di sinistra. Le dichiarazioni di questi giorni del PSOE sembrano escluderlo categoricamente. Ma ci sono due fattori che potrebbero portare il PSOE a mutare di avviso. Tutti i sondaggi successivi alle elezioni hanno dato il PSOE in forte ascesa ma al contempo dicono anche che gli elettori del PSOE vorrebbero un governo di sinistra con UP. Bisognerà vedere cosa dicono i sondaggi che si faranno nei prossimi giorni dopo i due voti falliti in parlamento. Ed in ogni caso bisognerà attendere gli esiti delle pressioni dei poteri forti sul PP e sul recalcitrante Ciudadanos affinché favoriscano un governo di minoranza del PSOE.

Anche in UP Podemos si apre una discussione complicata. Se il PSOE non scende a più miti consigli è meglio permettere un governo di minoranza del PSOE, incalzandolo con la mobilitazione popolare, o è meglio votare contro insieme alle destre, provocando elezioni anticipate nelle quali non si sa cosa potrebbe succedere? Non va dimenticato che le tre destre hanno insieme oggi gli stessi voti di PSOE e UP.

Si tratta del solito dilemma per la sinistra radicale. Qualsiasi cosa si faccia si sbaglia. Nel senso che comunque si paga un prezzo alto. E non esistono scorciatoie né invenzioni miracolose per evitare questo problema. Che è intrinseco a sistemi istituzionali ed elettorali che penalizzano le forze che vogliono mettere in discussione il sistema e non semplicemente amministrarlo accettandone le regole di mercato e i condizionamenti dei poteri forti.

Ovviamente si può discutere degli errori commessi da UP e da Iglesias nel corso del negoziato. Si può farlo all’infinito e si possono avere posizioni contrapposte in merito. Ma discuterne con l’idea che si sarebbe potuto ottenere un buon accordo con questo PSOE o che la rinuncia ad entrare al governo avrebbe salvaguardato la buona immagine di UP come partito disinteressato alle poltrone sarebbe una discussione per fuggire dalla realtà. Né in un caso né nell’altro UP avrebbe conquistato leggi e provvedimenti per le classi subalterne. L’intenzione del PSOE di non mettere in discussione la politica economica dominante, né la monarchia erede della dittatura, né la forma dello stato fondata sul nazionalismo spagnolo escludente verso le altre nazioni che abitano la Spagna è un dato di fatto. Che non si può rovesciare con qualche mossa tattica, o fingendo di aver ottenuto una svolta inesistente, o cercando semplicemente di salvare la propria immagine.

Inoltre in settembre è attesa la sentenza del Tribunal Supremo nel processo ai membri incarcerati del governo catalano, che l’accusa vorrebbe condannati come se avessero organizzato un colpo di stato e un’insurrezione armata.

La sentenza provocherà un terremoto. Il PSOE lo sa. E se la sentenza precederà la nuova sessione parlamentare di investidura dai partiti catalani e da almeno uno dei due baschi, EH Bildu, il PSOE non potrà più aspettarsi nessun voto di astensione.

Allo stato, quindi, la cosa più probabile sono le elezioni anticipate. Con un PSOE che accuserà tutti gli altri di esserne i responsabili, che lancerà continui appelli al voto utile e che proporrà nel programma una riforma costituzionale che garantisca al partito più votato di poter governare comunque in minoranza, come ha già anticipato Sanchez nel recente dibattito parlamentare.

Non è una bella prospettiva né per la sinistra spagnola né per la sinistra europea che ha sperato, con un evidente eccesso di ottimismo, che in Spagna si potesse finalmente aprire una nuova strada per cominciare a rimontare la china.

ramon mantovani

pubblicato su www.rifondazione.it e su www.transform-italia.it il 29 luglio 2019