Archivio per congresso

sassata n° 3

Posted in sassate with tags , , , , , , , on 13 maggio, 2008 by ramon mantovani

Dopo il Comitato Politico Nazionale il quotidiano Liberazione che fa? Intervista Nichi Vendola (tutta la seconda e parte della terza pagina, richiamo in prima e due foto) facendogli domande del tipo: Ferrero dice Ferrero propone, in modo che possa rispondere, travisare, mentire.

Sabato si era discusso di politica, ma Vendola non ha sentito il bisogno di dire la sua.

Però si è “candidato” alla segreteria del partito in una conferenza stampa.

E Liberazione lo intervista per questo.

Così i lettori, questo è il giochetto sporco, hanno l’impressione che ci sia un candidato del partito e che gli altri siano dissidenti. Così hanno l’impressione che ci siano già due candidati, uno osannato dal popolo e l’altro frutto di un complotto. Così che non si discuta di cosa è successo negli ultimi due anni e di cosa bisogna fare, bensì di presunte identità statiche e di meravigliose capacità suggestive, innovative e comunicative.

E’ la prima volta, lo dico per i lettori che non lo sanno, che nel Partito della Rifondazione Comunista, qualcuno annuncia che si candida alla segreteria del partito. Ben sapendo che non sarà il congresso ad eleggerlo bensì il nuovo comitato politico nazionale eletto democraticamente sulla base dei consensi dei diversi documenti.

In un partito democratico bisogna prima decidere una linea politica e poi un segretario, non scegliere una persona che poi detterà in modo monarchico la linea che vuole lui.

Ciò che ha fatto Vendola è un’altra ferita inferta ad un partito che è stato troppo malato di leaderismo e che così rischia di scivolare nel Veltronismo più bieco.

Non a caso Vendola gode già, da diverse settimane, dell’appoggio esplicito del Partito Democratico e di tutto il suo sistema informativo.

Vendola, nella conferenza stampa, ha parlato moltissimo di se stesso ed ha detto che salverà il partito, la Puglia e la sinistra in generale.

Va bene che ha un filo diretto con Padre Pio e con Dio ma mi sembra un tantino esagerato. O no?

Io confido nell’intelligenza delle compagne e dei compagni, nella loro voglia di ragionare, capire, decidere.

Evidentemente Vendola confida nella paura del futuro, nell’istinto ad essere rassicurati da un leader o da un falso profeta.

SANSONETIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII…..

Ti comunico che nella mozione che ho firmato, come tutti in ordine alfabetico, siamo tutte e tutti candidati alla segreteria del partito ed abbiamo diritto allo stesso spazio di Vendola. E non chiediamo un giornalista inginocchiato, coma Anubi D’Avossa Lussurgiu, per essere intervistati.

Non ne abbiamo bisogno.

ramon mantovani

Secondo Giordano sono un golpista, dalla cultura antica e nefasta, e lui è una vittima innocente. Mah!!!

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , on 9 maggio, 2008 by ramon mantovani

I compagni Franco Giordano e Roberto Musacchio hanno risposto alla mia intervista pubblicata su Liberazione del 3 maggio. Potete leggere su Liberazione di domenica 4 maggio a pagina 6.

www.liberazione.it/a_giornale_index.php?DataPubb=04/05/2008

A parte il tono vagamente insultante, che comunque mi lascia indifferente, vediamo gli scarsi argomenti usati contro di me.

Giordano dice che non ha mai proposto di sciogliere rifondazione comunista. Ha ragione. Nessuno l’ha proposto. Infatti non mi risulta che qualcuno abbia l’idea di fare ciò che fecero prima il PSIUP e poi Lotta Continua. Cioè sciogliersi e lasciare che ogni militante andasse per la propria strada. Ma avrei dovuto vivere in Australia, non leggere la stampa italiana e non guardare la televisione per non sapere che da un anno è in discussione il “superamento” di Rifondazione Comunista. Ci sono decine, dico decine, di articoli e dichiarazioni, oltre che di interventi pubblici, di Bertinotti e tanti altri dirigenti di Rifondazione, oltre che del direttore di Liberazione, che lo propongono. Che Giordano abbia usato cautela non proponendo mai il partito unico bensì la formula del “soggetto unitario e plurale”, frutto di un compromesso (da me non condiviso) per tenere insieme una maggioranza nella quale c’era chi voleva la federazione e chi il partito unico, è vero. Anche se ogni tanto ha parlato di soggetto unico o si è dichiarato d’accordo con chi ha proposto il partito unico. Ricordo un’intervista di Giovanni Berlinguer che lo proponeva esplicitamente e un commento di Giordano che si dichiarava completamente d’accordo. Non mi risulta che abbia mai nemmeno tentato di confutare ciò che diceva esplicitamente Bertinotti. L’ho sempre visto scagliarsi, secondo me giustamente, verso Diliberto e verso le proposte del Pdci, ma mai verso Mussi e tanti altri esponenti di Sinistra Democratica, che hanno sempre, e lo stanno facendo anche in questi giorni, detto che per loro l’unità della sinistra si fa facendo un partito unico e di ispirazione socialista. Insomma, a sentire Giordano, e Musacchio, che qualcuno volesse “superare” rifondazione è un’invenzione mia e di altri visionari prodotta allo scopo di dividere la maggioranza del partito. Per fortuna non tutti sono in malafede. Ed ecco che nella riunione della commissione politica del congresso di settimana scorsa, il compagno Peppe De Cristofaro ha detto che se ci fosse stato un buon risultato per la Sinistra Arcobaleno lui avrebbe proposto lo scioglimento (ha usato la parola scioglimento) di rifondazione comunista. Del resto era di pubblico dominio che decine di dirigenti e candidati di rifondazione avevano questa proposta da avanzare all’indomani delle elezioni. E milioni di telespettatori ricordano le affermazioni di Bertinotti sul partito unico e sul comunismo “corrente culturale” nel nuovo partito. Per giunta la costituente avrebbe dovuto partire subito, anche organizzativamente, e agli iscritti di rifondazione sarebbe spettato il diritto di decidere se ratificare o meno quanto già fatto. E vorrei ricordare che Giordano il giorno dopo le elezioni, sempre in televisione, quando Diliberto aveva già detto che lanciava la costituente comunista, ha ancora insistito dicendo che la Sinistra Arcobaleno “è un processo irreversibile”.

Tutto questo, e non un torbido complotto, ha prodotto la rottura della maggioranza del partito e gli esiti dell’ultimo Comitato Politico Nazionale. Sarebbe bene, anche per lui, che Giordano se ne facesse una ragione.

Ma io sarei anche colpevole di avere una cultura del sospetto, di tentare di demolire gli avversari con calunnie.

Francamente non saprei cosa rispondere a simili accuse. Tutta la mia vita testimonia il contrario. Mi sembra solo frutto della coda di paglia di Giordano. Dovrei pensare che sia un cretino se non si è accorto, dalla posizione privilegiata di segretario del partito, di cosa è accaduto nell’ultimo anno e durante la campagna elettorale. Ma non lo penso. Penso, invece, che Giordano avrebbe dovuto risparmiarsi nelle conclusioni al CPN le allusioni secondo le quali ci sarebbero stati veti al ritiro della delegazione di governo. Nelle riunioni alle quali ho partecipato non ho sentito nulla del genere e posso, al contrario, testimoniare una cosa. Nella riunione del gruppo alla camera, che fu la prima sede nella quale si discusse del voto di fiducia sul welfare, io proposi il voto contrario e fu Pegolo (della corrente dell’Ernesto) a proporre di votare la fiducia ritirando al contempo la delegazione del PRC dal governo. Giordano sedeva alla presidenza e una ventina di minuti dopo l’intervento di Pegolo fece un discorso conclusivo nel quale si disse contrario alle due proposte. Non so chi telepaticamente abbia potuto porre veti visto che non ricevette né fece telefonate. Mi permetto di avanzare un dubbio. Non credo che rifondazione potesse ritirare la delegazione di governo. Ma non per problemi interni. Bensì per il veto che sarebbe venuto da Mussi Pecoraro Scanio e Diliberto. Ma forse anche questo dubbio mi è stato suggerito dalla cultura del sospetto che si è improvvisamente impadronita della mia mente!

Quanto alle critiche sulla proposta di svolgere un congresso a tesi posso rispondere senza problemi.

Pensavo e penso che la cultura politica innovativa di rifondazione non si possa né si debba usare strumentalmente per metterla al servizio di una proposta politica, qualsiasi essa sia. Non capisco perché chi è d’accordo sulla nonviolenza dovrebbe essere per forza d’accordo sulla costituente di sinistra e viceversa. Del resto fra i più convinti sostenitori del superamento di rifondazione ci sono compagni che al congresso di Venezia votarono la mozione dell’Ernesto e contro la nonviolenza. Cosa farà Giordano al prossimo congresso? Espellerà Valentini dalla mozione, visto che teorizza che ci deve essere coerenza fra cultura politica e proposta? Mah!

In realtà, e mi spiace dirlo, Vendola e Giordano, invece che sugli errori degli ultimi due anni, vorrebbero che il congresso discutesse sulla cultura politica dividendosi fra innovatori e conservatori. Vendola lo ha detto esplicitamente più volte. Perciò, e solo perciò, hanno respinto una proposta di buon senso. E cioè di dividersi su una questione controversa come la costituente di sinistra e di discutere liberamente sull’analisi del voto, sulle modificazioni sociali, sulle lotte da fare e anche sulla cultura politica. Questo si sarebbe potuto fare con tesi emendabili, che inoltre avrebbero dato, ma forse sarebbe meglio dire ridato, la parola agli iscritti.

Invece andremo a un congresso a mozioni contrapposte. Ma in molti ci batteremo affiché siano emendabili.

ramon mantovani

In risposta all’intervista di Nichi Vendola sul Manifesto.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , on 27 aprile, 2008 by ramon mantovani

L’intervista di Nichi Vendola di venerdì

www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/25-Aprile-2008/art56.html

è l’ennesima operazione mimetica che nasconde i veri problemi per spostare la discussione su un terreno ideologico, in un’auspicata contesa innovatori contro conservatori. Proprio non ci siamo. Insistere nel dire che ci sarebbe stata un resa dei conti, addirittura violenta, che la proposta del congresso a tesi sarebbe una furbizia, non è un bel modo per discutere. Perché intorpidire le acque in questo modo? Chi non era d’accordo con la realizzazione degli annunci di Bertinotti, di Giordano e dello stesso Vendola, mai discussi da nessuna parte nel partito, che avrebbero reso irreversibile il processo di dissoluzione di Rifondazione, lo ha impedito con un voto e con una posizione limpida. Lo abbiamo fatto per restituire, prima che fosse troppo tardi, la parola agli iscritti e a quanti, nella sinistra, sono interessati ad una discussione di prospettiva. Sarebbe interessante discutere della prospettiva piuttosto che di golpe o di contraddizioni tra i golpisti. Come Nichi sa io mi sono opposto, fin dall’anno scorso, alla scorciatoia politicista dell’unità dall’alto. Mi sembrava e mi sembra un fuggire dal problema del governo in compagnia di forze che hanno sempre fatto, della collocazione di governo, il loro orizzonte strategico. Su questo punto Nichi non dice nulla di nulla ed insiste, invece, a proporre di “ricostruire il campo della sinistra” con l’idea, molto curiosa, che si sa dove si comincia e non si deve sapere dove si finisce, anche nella relazione con il PD. Io non sono appassionato alle formulette organizzative. Mi interessa riprendere il cammino del “fare società” e dello stare “nei” movimenti, da dove è stato interrotto a causa dell’esperienza di governo. E su queste basi trovare l’unità possibile ed efficace della sinistra. In altre parole vorrei che l’idea dell’unità alla base della Sinistra Arcobaleno fosse completamente rovesciata. Non il “mettiamoci insieme”, sorvolando su questioni strategiche come il governo, per poi vedere cosa viene fuori, bensì il ripartiamo dalle lotte, dal nostro insediamento sociale, che c’è ancora, da contenuti chiari, e su queste basi costruiamo l’unità. Per questo il patrimonio di Rifondazione non deve essere disperso. In particolare l’innovazione che ci ha contraddistinti in questi anni non va perduta perché é indispensabile per affrontare il nostro tempo. E’ l’averla ridotta a litania ripetuta, ma non praticata, a fiore all’occhiello da esibire per guadagnare l’apprezzamento di alcuni salotti buoni, che l’ha messa a rischio. Il congresso su tesi emendabili dall’alto e dal basso, con la chiarezza del voto su opzioni politiche riguardanti il partito e la sinistra, e con una discussione libera su molte altre cose, comprese le culture politiche che sono un campo di ricerca e non uno strumento al servizio di questa o quella scelta immediata, è una proposta unitaria, non una furbizia. Sostenere che chi è per la non violenza deve per forza essere per la costituente e che chi vuole mantenere in vita il partito lo vuol fare cancellando la nonviolenza, questo sì è una furbizia. Possiamo davvero fare un congresso utile a noi stessi e a tutta la sinistra proprio se, dopo una catastrofe di queste dimensioni, siamo capaci di rimetterci in discussione anche parlando, dolorosamente, degli errori commessi e di che cosa ci divide e di che cosa ci unisce, piuttosto che cercare una finta unità del gruppo dirigente, alla ricerca di un’autoassoluzione. Bisogna bandire le doppie verità, quelle per il gruppo dirigente e quelle per i militanti, quelle per la tv e quelle per i congressi, quelle per gli amici e quelle per i nemici. E bisogna parlare di politica e non di leader. So bene quanto l’idea del leader salvifico, capace di comunicare in TV e di parlare suscitando emozioni, sia penetrata in un corpo politico confuso e reso impotente, proprio perché largamente espropriato del diritto di decidere del proprio destino. Ma una discussione inquinata da questo elemento, personalizzata fino al parossismo, produrrebbe solo divisioni insanabili e un esodo di proporzioni ancor più grandi di quelle che abbiamo conosciuto nella nostra vita politica. Non si tratta di lapidare nessuno, caro Nichi, e comunque sono i mujaheddin del popolo ad essere lapidati ed impiccati dai seguaci dell’ayatollah che incarna l’unità indissolubile della cultura religiosa e della politica di stato.

ramon mantovani

pubblicato su Il Manifesto il 27 aprile 2008


Rifondazione non deve litigare e dividersi, bensì ragionare e pensare al futuro. Ma senza imbrogliare.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , on 21 aprile, 2008 by ramon mantovani

Due anni di governo hanno cambiato tutto e gli elettori hanno dato un giudizio definitivo su una linea di unità della sinistra che si è rivelata fallimentare e completamente separata dal paese reale.

Presentare il dibattito interno a Rifondazione come una resa dei conti o, peggio ancora, come un golpe per eleggere un segretario invece che un altro è una caricatura vergognosa. Che lo presenti così il Corriere della Sera (che però fa già il tifo per Vendola) o la Repubblica è del tutto normale. Che lo faccia una parte di Rifondazione è irresponsabile e disarmante. Ed è questo che inquina il dibattito, erige steccati e provoca divisioni che rischiano di distruggere tutto e di disperdere un patrimonio collettivo.

Questo è il momento di parlar chiaro. Dovrebbe esserlo sempre, ma questo lo è ancor di più.

Sui motivi che ci hanno portato a questa sconfitta terribile ho già scritto.

Voglio, ora, dire cosa è successo negli ultimi giorni di campagna elettorale e dopo, perchè è fondamentale per capire cosa è successo, dopo, nel Comitato Politico Nazionale del partito.

Il gruppo dirigente del PRC negli ultimi mesi si è retto su un preciso accordo: parlare di “soggetto unitario e plurale della sinistra” e non entrare nel merito di “partito unico” o “soggetto unico”, di “federazione” o altro, per evitare di dividersi, perché la divisione c’è sempre stata, anche se male occultata. Io mi sono chiamato fuori da questo accordo perché lo consideravo un minimo comun denominatore totalmente inadeguato ed anche perché ero e sono convinto che il problema fosse il governo, il come ci eravamo stati e come ci aveva cambiati, e non la suggestione di un’unità a sinistra impossibile perché senza fondamenta. Ma questo non conta, è un’altra storia. Addirittura Giordano aveva proposto di applicare una moratoria, in campagna elettorale, su questo tema.

Guardate un po’ qui: “Quella comunista in futuro sara’ soltanto ‘una tendenza culturale’ all’interno della Sinistra arcobaleno. Lo ribadisce il presidente della Camera Fausto Bertinotti spiegando di immaginare ‘un soggetto unico, democratico e partecipato, fondato come un’organizzazione politica unitaria con le sue regole, una sua democrazia, un suo gruppo dirigente”. E ancora: “Mentana prova quindi a chiedere se la Sinistra arcobaleno diventerà un vero e proprio partito. Bertinotti spiega: “E’ un processo irreversibile. Se fosse solo un cartello elettorale sarebbe un’esperienza abortita”.

Si tratta di dichiarazioni fatte in televisione ampiamente riprese il giorno seguente da tutti gli organi di stampa. Nel contempo si prepara un appello, di insigni personalità, che il giorno dopo delle elezioni avrebbe chiesto ai partiti di rimettersi alle decisioni di una “costituente” da convocare immediatamente. In altre parole si punta a costituire subito un contenitore unico e a lasciare ai partiti la scelta di dichiararsi superati in questa nuova sinistra o quella di mettersi contro la volontà del “popolo”. E’ così, che sempre negli stessi giorni, il PdCI prepara l’appello per l’unità dei comunisti, che ha visto la luce dopo le elezioni. E’ negli stessi giorni che la parola “irreversibile” riecheggia continuamente nelle dichiarazioni, nei comizi e negli interventi televisivi di Bertinotti come di altri numerosi candidati. Perfino il giorno dei risultati elettorali Bertinotti dichiara: “Sconfitta la Sinistra Arcobaleno, deve rinascere la Sinistra Arcobaleno”. Il percorso passa per “una Costituente partecipata e democratica”.

Scusate la puntigliosità, ma è bene mettere i puntini sulle i, visto che ora si nega che si sia proposto il superamento di Rifondazione Comunista.

Giordano ne ha fatto un punto d’onore. Anche se c’è questa notizia del 14 aprile: “Dopo questo voto la Sinistra Arcobaleno dove andra’? Verso il partito unico o sara’ solo un cartello elettorale? A questa domanda del Tg3 Franco Giordano, segretario del Prc, ha negato l’ipotesi del cartello elettorale. ‘Certamente – ha detto – cartello elettorale no. Il futuro e’ quello del soggetto politico unico”. Che Giordano sia stato più prudente di Bertinotti, Migliore, Vendola e Gianni nelle dichiarazioni è vero. Ma il combinato disposto delle dichiarazioni di tutti dicono una cosa sola e chiara.

Insomma, di fronte a tutto ciò era evidente che l’unità fragile del gruppo dirigente si sarebbe dissolta come neve al sole.

Se Giordano si fosse dimesso subito, non avesse parlato di rimessa in discussione del gruppo dirigente al congresso, non avesse proposto il Comitato Politico Nazionale quindici giorni dopo il voto, ma sarebbe meglio dire una settimana dopo l’assemblea indetta da Ginsborg a Firenze, forse si sarebbe partiti con il piede giusto per fare una discussione più serena, nonostante la catastrofe elettorale.

Ma non è stato così.

Le richieste di dimissioni vere, di garanzie che non si facessero, fuori dal partito, altri atti irreversibili, sono state presentate da Giordano e da altri come un “golpe”, come la ricerca di capri espiatori, e il CPN come la notte dei lunghi coltelli, con grande gioia dei mass media, i cui rappresentanti per malizia o ignoranza non sanno che parlare di leader, di scontri personali e di manovre di palazzo.

Al CPN Giordano ha fatto ciò che i numeri lo avrebbero costretto comunque a fare: a presentare le dimissioni della Segreteria e a passare la mano ad un organismo di gestione unitaria del partito. Ed è stato lui a volere che quell’organismo venisse eletto sulla base dei voti presi da documenti politici contrapposti.

Sulla politica Giordano come gli altri, tranne Alfonso Gianni che ha coerentemente riproposto il superamento di Rifondazione, firmatari del documento che ha poi raccolto 70 voti, hanno tentato di dare ad intendere che si era voluta una resa dei conti ingiustificata visto che nessuno voleva sciogliere il partito, che la proposta del documento dei 98 voti (che io ho contribuito a scrivere) proponeva un ritorno alla rifondazione del 91 e che era un cartello confuso che avrebbe cancellato la migliore storia di Rifondazione.

In particolare Vendola, Giordano ed altri hanno molto insistito su questo presunto ritorno al passato. Evidentemente si vorrebbe che al congresso si discutesse dividendoci fra innovatori e conservatori. E, peggio ancora, fra eredi del PCI o di DP o di chissà che altro. O fra tifosi di Vendola o di Ferrero.

Li capisco. Le responsabilità della linea che ci ha fatto rimanere al governo a tutti i costi, di aver puntato tutto sul progetto fallimentare della Sinistra Arcobaleno passerebbero in secondo piano.

Ma, per quel che potrò, farò di tutto per impedire che si svolga un congresso in questo modo.

Anche perché penso che gli errori di questi ultimi due anni hanno veramente compromesso la partecipazione di Rifondazione al movimento contro la globalizzazione e alle lotte nel nostro paese. Perché penso che la nonviolenza (sulla quale ho scritto a suo tempo come è testimoniato dal blog) è stata ridotta ad una litania moderata. Perché penso che non si possa dire di “criticare il potere” per poi puntare tutto sulla presenza nel governo.

Se serve, io non ho nessun imbarazzo a dire che voglio ripartire dalla Rifondazione che seppe rompere con Prodi nel 98 e che stette alla pari, e rispettata, di comitati ed associazioni nel movimento a Praga come a Genova e in ogni social forum di tutti quegli anni.

Proprio in ragione di quelle scelte di movimento, che modestamente ho contribuito davvero a determinare, mi sono opposto ad un’idea politicista dell’unità della sinistra o dei comunisti.

Proprio per coerenza con le innovazioni che ho condiviso non credo che l’assemblea di Firenze, che rispetto e guardo con interesse, sia il punto da cui ripartire. Un’assemblea dove Ginsborg, che ne è il promotore, ha detto: “La sinistra puo’ rinascere ripartendo e recuperando quel patrimonio ideale politico e umano che ha contraddistinto Riccardo Lombardi e Vittorio Foa”. E dove Tortorella, intervistato, ha aggiunto:E’ vero ricominciamo da tre – dice Tortorella – e ricominciamo dall’idea socialista su cui si fece il congresso fondativo del partito socialista del 1892″.
Insomma superare la scissione di Livorno del 1921?
“Esattamente”, conclude Tortorella per il quale la linea tracciata e’ il “socialismo del 21° secolo di Fausto Bertinotti”.

Sarebbe questa, ahimè, l’ulteriore innovazione!

Un’assemblea dove la partecipazione è ridotta all’applausometro per i presunti futuri leader.

Ricostruiamola sì la sinistra, valorizzando le esperienze e le culture di lotta e di movimento invece che le adunate di ex che gridano unità e che negli anni 90, come Luciana Castellina o il Manifesto sempre pronti a dare lezioni, hanno promosso scissioni per votare (insieme a Vendola) il governo Dini.

E per farlo bene rimettiamo in sesto il nostro partito, e discutiamo di cosa è successo in questi due anni invece che di leader.

ramon mantovani

APPELLO

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , on 10 aprile, 2008 by ramon mantovani

Qui di seguito il testo dell’appello proposto da Tiziano Loreti, Segretario provinciale, e da Alessandro Bernardi, Responsabile movimenti della Federazione bolognese del Partito della Rifondazione Comunista.

Si tratta di una iniziativa molto utile al fine della battaglia congressuale, che si prefigge il dichiarato scopo di costituire una rete aperta per iniziare a discutere dei contenuti e dei modi con i quali affrontare il congresso.

Io ho aderito ed invito tutte/i a fare lo stesso.

Il sito (provvisorio) al quale fare riferimento è:

www.sxm.splinder.com/

La email alla quale far giungere le adesioni è:

ottobresempre@hotmail.it

Siamo compagne e compagni che in questi anni abbiamo lavorato nei conflitti sociali, nei movimenti e in Rifondazione Comunista.

Abbiamo condiviso un percorso, che aveva fatto di Rifondazione Comunista un progetto originale, sia nel campo delle forze politiche italiane che in quello internazionale.

Abbiamo visto nel progetto della Sinistra Europea il tentativo di costruire una soggettività nella quale le identità politico-culturali potevano arricchirsi, contaminarsi, ma anche rilanciarsi senza essere cancellate o dichiarate “fuori corso”.

Abbiamo condiviso la scelta, dopo i grandi movimenti locali e nazionali da Genova in poi, di provare la strada del governo per tentare di invertire le tendenze dell’ultimo ventennio. Ma lo abbiamo fatto consapevoli che era una possibilità e che sarebbe stato necessario lottare per vincere le resistenze dei poteri forti e dei nostri stessi alleati di governo.

Per tutti questi motivi siamo critici sia sul modo con il quale siamo stati al governo e nelle istituzioni sia sulla natura politicista dell’attuale processo di unità della sinistra.

Ormai è chiaro che nell’esperienza di governo abbiamo finito con il praticare la “riduzione del danno” ed abbiamo introiettato l’idea, che mai ci era appartenuta, che non ci fosse la possibilità di rompere. E’ così che nella crescente separazione fra politica e società ci siamo trovati dalla parte sbagliata. Ed è così che di fronte ad un tale fallimento è comparsa la scorciatoia del superamento di Rifondazione Comunista e di un’unità verticistica con altre forze dal chiaro impianto governista ed elettoralista. Proposta che ha finito con inibire maggiormente e definitivamente la possibilità di presentare il conto al governo in occasione del decreto sul welfare e sulle pensioni, come pure avevamo deciso di fare, anche prevedendo un referendum di massa sulla nostra permanenza al governo nell’autunno scorso.

Il ventilato “superamento” di Rifondazione Comunista, la politica dei fatti compiuti senza una discussione partecipata, l’ambiguità, su questioni dirimenti, del processo unitario, hanno gettato nello sconforto molte/i compagne/i dentro e fuori il PRC.

Noi non ci riconosciamo nella formula ambigua “soggetto unitario e plurale”, dietro alla quale si nascondono posizioni diverse e forse perfino contrapposte, con la quale il gruppo dirigente nazionale del partito ha conservato l’apparente unità necessaria a fare, in modo oligarchico, scelte fondamentali senza nessuna discussione.

Siamo, invece, interessati ad una discussione congressuale chiara, senza reticenze, in modo che ogni iscritto/a possa veramente decidere del futuro, della linea strategica del PRC e della sua stessa esistenza.

Non ci proponiamo di dare vita ad una cordata nella maggioranza o ad una ennesima corrente di minoranza.

Pensiamo si possano unire coloro che, avendo condiviso e sostenuto negli ultimi congressi le scelte della maggioranza, sono critici con le scelte del gruppo dirigente di questi ultimi due anni. Vogliamo partecipare al dibattito congressuale con l’esplicito obiettivo di riprendere e rilanciare la rifondazione comunista.

Non consideriamo l’autonomia politico-organizzativa del PRC come un impedimento o un freno al processo unitario a sinistra. Al contrario vogliamo che il processo vada avanti su solide basi politiche e partecipative, ma senza rimuovere e ignorare le differenze profonde sul piano politico e teorico che esistono su temi fondamentali come il governo e il rapporto con il Partito Democratico.

Siamo consapevoli che il nostro partito vive una crisi e non ne vogliamo ignorare i limiti. Ci era sembrato, con la conferenza d’organizzazione di Carrara, che si fosse imboccata la strada giusta per cominciare ad affrontarli e risolverli. Ma abbiamo visto, con preoccupazione crescente, negare nei fatti quanto deciso a Carrara, in favore di una gestione, da parte del gruppo dirigente, improntata ad un uso strumentale del partito e della militanza per fini decisi da pochi, come si è ben visto in occasione della formazione delle liste elettorali.

Ma sappiamo per esperienza, e per nostra stessa testimonianza, che sempre le compagne e i compagni di Rifondazione, nei momenti più difficili, hanno saputo trovare energie inaspettate e la voglia di esistere collettivamente.

Facciamo appello a tutte/i le compagne/i interessate/i a salvare e rilanciare il PRC, il suo progetto innovativo ed originale, a lavorare per l’unità di una sinistra antagonista ad unirsi dal basso per discutere insieme, liberamente, fuori dalle ristrette logiche delle cordate della maggioranza  e dalle correnti di minoranza che, fino ad ora, hanno impedito una vera e partecipata discussione dentro e fuori il PRC.

L’analisi della globalizzazione capitalistica, la partecipazione alla nascita del movimento mondiale altermondista, l’individuazione di una profonda crisi della rappresentanza e più in generale della politica, la critica del potere, l’idea dei limiti di un partito politico, la critica dello stalinismo e del concetto di formazione di avanguardia, la non violenza e la disobbedienza come pratica del conflitto, ed altre cose ancora, ci hanno arricchiti/e e ci hanno fatto sperare nella possibilità di cominciare a praticare veramente la rifondazione comunista.

Metteremo quindi a disposizione questo sito/forum aperto per riprendere la discussione generale e tematica su questi temi.

Dopo la campagna elettorale, nella quale saremo tutte/i impegnate/i, troveremo insieme i modi e i tempi per continuare la discussione e per preparare la battaglia congressuale.

Chiunque voglia partecipare a questa discussione e alla battaglia può, fin d’ora, sottoscrivere questo appello e iscriversi a questo sito.

Grazie e buon lavoro.

Bertinotti e le scelte irreversibili.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , on 27 marzo, 2008 by ramon mantovani

Liberazione di domenica scorsa ha pubblicato un lungo forum tra la redazione del quotidiano e Fausto Bertinotti.

http://www.liberazione.it/a_giornale_index.php?DataPubb=23/03/2008

Si tratta di un testo denso di posizioni, analisi e proposte, molto interessante, sia per l’esplicitazione di tesi già note ma mai presentate in forma così netta, sia per i silenzi più o meno consapevoli che contiene.

Non pretendo, con queste note, di affrontare tutti i temi proposti da Bertinotti, ma solo iniziare a discutere di alcune questioni, secondo me significative. Ovviamente concentrandomi su quelle cose che non condivido o condivido di meno.

Per comodità di esposizione indicherò, a puntate, parole e concetti che, seppur ricorrenti in diverse parti del testo, costituiscono la spina dorsale del discorso di Bertinotti, e su queste svilupperò le mie modeste riflessioni.

Cominciamo con “irreversibilità”.

Bertinotti apre e chiude, il suo lungo ragionamento, con il concetto di irreversibilità del processo unitario della Sinistra e l’Arcobaleno.

A mio modesto avviso questa insistenza contiene contemporaneamente una debolezza intrinseca del progetto e una potente arroganza intellettuale, che del resto è propria dei progetti deboli.

Come è noto si fonda sulla suggestione secondo la quale la sinistra sarebbe sull’orlo della sparizione e costretta ad un processo unitario senza alternative.

Non c’è alcun elemento analitico, né nel testo preso in esame né nelle precedenti elaborazioni, che dimostri la tesi dell’ultima spiaggia sulla quale si troverebbe la sinistra. A meno che non si esamini solo l’aspetto elettorale. Ed anche da questo punto di vista in Europa esistono molti esempi che dimostrano che le cose non stanno così.

Si può, ovviamente, attribuire un grado di importanza diverso all’elemento elettorale e all’efficacia della rappresentanza nelle istituzioni parlamentari, ma non fino al punto di considerare questa questione come dirimente per la vita della sinistra.

Se, come abbiamo detto per anni, il baricentro dell’attività politica doveva essere la società, se il movimento mondiale altermondista e i movimenti sociali dovevano essere il luogo della collocazione politica della sinistra e di rifondazione in particolare, se bisognava considerare come elementi secondari le istituzioni e lo stesso governo, la suggestione del pericolo di vita per la sinistra appare come una svolta enorme. Per il semplice motivo che i movimenti non stanno affatto male e che è l’esperienza di governo (non solo in astratto ma nel concreto della pratica del governo Prodi, come vedremo meglio più avanti) ad aver messo in crisi Rifondazione e più in generale la sinistra.

Se esiste questa crisi, ed esiste, non si deve ad una maledizione, ad un accidente, ma a precise scelte che andrebbero indagate autocriticamente invece che ignorate o relegate nel mondo delle scelte obbligate che non si potevano non fare. La svolta consiste proprio nel rimettere al centro la questione istituzionale ed elettorale, nel fuggire dai problemi reali e nel formulare una proposta tanto suggestiva quanto vaga e vuota di contenuti. La nuova sinistra (il concetto di nuova sinistra è per altro vecchio come il mondo) non può nascere, date le premesse, che da un gesto volontaristico di gruppi dirigenti illuminati che lo impongono ai propri diretti, per loro natura arretrati, identitari, recalcitranti e primitivi, facendo appello ad un popolo di “non iscritti” e di “sinistra diffusa” di occhettiana memoria. Un gruppo di illuminati dirigenti, che ha capito tutto e che assume su di se la responsabilità di scelte irreversibili è il massimo dell’arroganza.

E’ come se Bertinotti e i suoi seguaci dicessero: basta, questo partito non va bene, ha troppi difetti, è troppo limitato. Ora ce ne vuole uno alla nostra altezza. Noi costruiamo, con scelte e gesti irreversibili, il luogo nel quale tutti saranno obbligati a confrontarsi. Chi non è d’accordo non capisce, è arretrato, è identitario, è zavorra. Non può essere portatore di una proposta diversa, giacché siamo sull’ultima spiaggia e non c’è alternativa.

Da quando c’è consapevolezza della portata della globalizzazione e dell’importanza del movimento mondiale che vi si oppone, c’è stata un’elaborazione e una pratica di Rifondazione che non ha trovato smentite. Non ci siamo sentiti all’ultima spiaggia, quando nel 99, abbiamo avuto poco più del 4% dei voti, né quando nel 2001 abbiamo eletto 11 deputati (anche a causa delle liste civetta degli attuali partner della Sinistra Arcobaleno). Da allora i movimenti sono cresciuti o no? E noi siamo stati dentro o fuori? La vera svolta innovatrice di Rifondazione è stata la rottura con il governo Prodi e la scelta di collocarsi nella società e nei movimenti.

Anch’io, come Bertinotti, penso che sia stato giusto “tentare” la coalizione e il governo per provare a invertire la tendenza degli ultimi venti anni di liberismo e di guerra. Ma non è vero che l’innovazione arriva con il congresso di Venezia, come rivendicato da Bertinotti. Anzi, sebbene nei testi il tema del governo fosse posto correttamente, già a Venezia si assiste, nella maggioranza del partito, alla rivincita di quelli che parlavano sempre di movimento ma che nei corridoi, ridendo, dicevano: è finita la ricreazione si torna a far politica! O di quelli che esplicitamente citavano la non violenza come rottura con una parte del movimento, in sintonia con il coro proveniente dai salotti buoni che salutava la svolta di Bertinotti come la rottura con l’estremismo e il massimalismo della fase precedente. O di quelli, ancora, che scientemente facevano finta di lottare contro lo stalinismo per rimuovere, invece, ogni dissenso, senza mettere in discussione le forme moderne dello stalinismo a cominciare dal soffocante leaderismo che ha sempre contraddistinto la direzione di Bertinotti.

Io continuo a pensare che il progetto della Sinistra Europea, dell’unità di soggettività politiche e sociali interne al movimento e con un unico referente internazionale, nella quale le identità culturali non erano negate, ma anzi rilanciate in un’effettiva contaminazione reciproca, fosse la strada maestra per superare i limiti del partito politico del 900 e per mettere in campo la forza necessaria a continuare la battaglia contro il capitalismo contemporaneo. Praticamente, pochi mesi di questa sperimentazione devono aver convinto Bertinotti ed altri che non avrebbe prodotto la “massa critica” sufficiente. Così in un battibaleno si è rovesciato tutto. Dai contenuti fondanti l’unità si è passati all’unità senza contenuti per fare subito un partito del 15%. Immersi nella disastrosa esperienza di governo si è promossa l’unità fra forze che hanno esplicitamente il governo come orizzonte della propria esistenza, che si sono sempre orgogliosamente dichiarate altra cosa dai movimenti, considerati spesso estremistici e impolitici, e che, per questo, per anni hanno insultato e attaccato senza tregua Rifondazione.

Non so quale sarà il risultato elettorale della Sinistra Arcobaleno, ma so con precisione che se sarà negativo si dirà che ci si è salvati grazie alle scelte irreversibili, e se sarà positivo si dirà che è un premio per le scelte irreversibili.

Un imbroglio colossale!

Rifondazione ha camminato per anni in solitudine nel quadro politico e dentro tutti i movimenti. L’esistenza di Rifondazione Comunista non è incompatibile con nessun progetto di unità, sempre che l’unità sia coerente con il nostro cammino e non sia, invece, considerata come un impedimento per l’unità stessa. Del resto, a parte l’evanescente Sinistra Democratica, non sembra che i Verdi o il PdCI abbiano molta voglia di sparire. Anzi, altri gesti irreversibili finirebbero solo con il mettere fine a Rifondazione Comunista in favore di una forza di ispirazione socialista e con una crescita del PdCI.

Alla faccia delle meravigliose sorti dell’unità!

Perciò non ci deve essere alcuna scelta irreversibile!

Spetta solo agli iscritti al PRC decidere del proprio futuro senza che nessuno li scippi del diritto di votare su proposte chiare al congresso.

La formula “soggetto unitario e plurale”, dietro alla quale si è celato un accordo oligarchico di vertice fra opzioni completamente diverse, deve essere messa da parte in favore della chiarezza.

Chi vuole andare oltre Rifondazione, chi vuole abbandonare il comunismo, non può pensare di continuare ad imbrogliare le carte praticando scelte irreversibili senza sottoporle al vaglio democratico.

Per quel che vale la mia opinione penso che il congresso li smentirà e li batterà.

continua….

ramon mantovani

la sinistra che verrà e il congresso

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , on 25 dicembre, 2007 by ramon mantovani

La sinistra che verrà. La sinistra senza aggettivi. La sinistra ecologista. Il partito della sinistra. La federazione. La confederazione. La cosa rossa e la casa rossa. La costituente. L’unità d’azione. Il cartello elettorale. L’unità comunista prima e della sinistra dopo. E potrei continuare…

Possono tutte queste cose essere sintetizzate dalla formula “soggetto unitario e plurale”? Può questa formula essere chiara per permettere scelte consapevoli? E’ l’idea del “soggetto unitario e plurale” capace di guidare un processo o è un espediente per nascondere idee completamente diverse fra loro? La mia risposta è scontata.

Inoltre esiste un contesto nel quale si discute di tutto ciò. Quattro partiti collocati nel governo convocano un processo unitario per darsi maggior forza dentro il governo e per costruire un’alternativa al Partito Democratico. E, indiscutibilmente, la percezione dell’opinione pubblica dell’operazione è che si fa un nuovo partito, come hanno fatto altri. Ma tre di questi partiti e (si può dire?) anche un pezzo di Rifondazione pensano e dicono che con il governo non si può rompere, che bisogna avere una massa critica (elettorale ovviamente) per essere alleati influenti del Partito Democratico. Mi si dirà che il processo unitario provocherà la partecipazione di tanti “senza tessera”. Ma posso porre una domanda, forse proibita? Non avere una tessera è diventata una qualità in se? Chi l’ha è un minus sapiens? Un “militonto” come si sarebbe detto in altri tempi? Chi attacca i manifesti, lavora per le feste, partecipa ad infinite riunioni, ama la dimensione collettiva della politica è peggio di chi non lo fa o lo fa in reti ed associazioni? Sia chiaro, io non penso che chi ha una tessera sia meglio. Conosco i limiti e i vizi dei partiti, a cominciare da quello del leaderismo, del conformismo e del carrierismo che produce. So e vedo bene quanto c’è nella società civile, in basso, come parte indispensabile della trasformazione sociale. Ma vorrei far notare che il politicismo non abita solo le sedi di partito, che il ragionare da “ceto politico” non appartiene solo a deputati e funzionari di partito. E poi siamo sicuri che, al di la di tanta retorica, non arrivi una massa, tanto a livello locale come a livello nazionale, di ex PCI ed ex Rifondazione animati dalla volontà di superare il PRC e con esso l’anomalia di un partito che sta NEL movimento (non che DIALOGA col movimento) e che può rompere con il governo? Del resto, a leggere certi appelli e certi articoli di illustri personalità, è tutto un pullulare di compagne e compagni che ci hanno insultati per la caduta del Governo Prodi, attaccati per la nostra vicinanza allo zapatismo, aspramente criticati per ognuna delle rotture consumate con la tradizione della sinistra e comunista. Io, al contrario di quello che alcuni pensano, non sono un settario e mi interessa discutere, dialogare ed anche fare cose con queste persone. Semplicemente non mi sembrano superati i motivi di fondo delle nostre divisioni per fare un partito insieme. Non ho mai pensato che il PRC fosse immortale né che l’identità comunista fosse fissa ed immutabile. Ma ho creduto, e credo, nel progetto politico di un partito capace di riconoscere i propri limiti, interno al movimento mondiale contro la globalizzazione, innovativo al punto di concepire elezioni e governo come meri luoghi secondari dell’agire politico. L’assemblea degli “stati generali” che si è svolta l’8 e il 9 dicembre va in questa direzione? Una platea che mostra fastidio nei confronti del movimento No Dal Molin si dispone a fondare un soggetto interno ai movimenti? L’applausometro e il leaderismo incombente sono metodi partecipativi dal basso? Le tonnellate di retorica sono un linguaggio nuovo e vicino ai soggetti sociali? La questione del governo è stata affrontata adeguatamente? Perchè nella “carta degli intenti” dell’8 e 9 dicembre c’è scritto “L’ambizione è quella di costituire non una forza minoritaria, ma una forza grande ad autonoma, capace di competere per l’egemonia, influente nella vita della
società e dello Stato, che pesi nella realtà politico-sociale del centrosinistra.”?
Cos’è la “realtà politico-sociale del centrosinistra”? Mi interesserebbe, al prossimo congresso, discutere veramente di tutto questo e di quanto il governo (e non solo quello nazionale) ci ha cambiati. Di come siamo stati negli esecutivi. Di quali errori abbiamo commesso. Di quanto sia reale la nostra internità nei movimenti e nelle lotte, oggi. E mi piacerebbe discutere dell’unità senza che sia presentata come l’ultima spiaggia dell’esistenza stessa della sinistra e senza l’insopportabile retorica della “velocità” e delle “accelerazioni”. Qualche settimana fa Liberazione ha posto una domanda “proibita”. Si può continuare a stare in questo governo? Tutti sanno che se Rifondazione rispondesse negativamente a questa domanda, come io penso sarebbe giusto fare arrivati a questo punto, il processo unitario a sinistra andrebbe immediatamente in frantumi. O no? Forse è per questo che non si è fatta la consultazione di massa in autunno sulla nostra permanenza al governo che pure era stata decisa dal CPN di luglio. Forse è per questo che non si è scelto di provocare subito la verifica annunciando il voto contrario all’inaccettabile provvedimento sul welfare.

Insomma, insisto ed insisterò nelle sedi deputate a decidere, affinché la discussione congressuale sul governo e sull’unità della sinistra sia chiara e per impedire che il progetto politico per il quale abbiamo lavorato tanti anni venga “superato”, diluito o ucciso.

Ramon Mantovani