Archivio per congresso del PRC

“Al congresso troppe semplificazioni. Si riparta dalla lotta di classe invece”. Intervista a Ramon Mantovani

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , on 24 dicembre, 2013 by ramon mantovani

Al di là della disputa sul segretario e il gruppo dirigente “che ha sbagliato” hai sentito e visto un congresso Prc che ha ragionato sulle sconfitte per trovare un modo per andare avanti o no? Se sì, cosa ti sembra sia emerso con maggior forza?

Come credo sia noto io non penso affatto che il gruppo dirigente abbia sbagliato. La “disputa” sul segretario e sul gruppo dirigente, al contrario, ha rischiato di mettere in ombra e di sottovalutare le vere difficoltà che il PRC ha incontrato negli ultimi anni. Cerco di spiegarmi nel modo più chiaro possibile. In diversi interventi del 3° Documento e della corrente di Essere Comunisti è affiorata la semplificazione, per me completamente inaccettabile per dei marxisti ed invece molto in voga nella politica spettacolo, secondo la quale i cattivi risultati elettorali sarebbero da attribuirsi al minoritarismo e settarismo del gruppo dirigente e in particolare di Ferrero (Essere Comunisti) o all’ambiguità della linea circa il rapporto da avere col centrosinistra (3° documento). Due posizioni opposte ed inconciliabili che però hanno avanzato un’unica e suggestiva soluzione magica: il cambio del gruppo dirigente. Queste due posizioni (per brevità tralascio quella della Mozione 2 che considero estremista ed astratta ma che non ha usato la demagogia strumentale sul gruppo dirigente) non sanno fare i conti con la natura specifica del sistema elettorale ed istituzionale della cosiddetta Seconda Repubblica. Anzi, a loro modo ne sono un prodotto diretto. Infatti propongono di fatto due linee che appaiono tanto più chiare ed efficaci in quanto totalmente interne alla stessa logica del bipolarismo. Da una parte il dialogo e l’unità con SEL e il Pdci tralasciando il piccolo dettaglio del rapporto con il centrosinistra e con il PD. Dall’altra l’idea illusoria che la “chiarezza” della totale separazione con il centrosinistra, dal più piccolo comune al parlamento, possa produrre una vera connessione con le lotte e garantire maggiori consensi elettorali in futuro. Insomma, tutte le esperienze del PRC di entrambi i segni (con le relative 7 scissioni!) degli ultimi venti anni non sembrano aver insegnato nulla.

Sì è parlato di errori ma non si è approfondita la natura di una fase che ha imposto, diciamo così, scelte obbligate…

Il punto importante, per me, non è la qualità del gruppo dirigente, che ovviamente ha una sua specificità, bensì il dover avere a che fare, al contrario che in altri paesi europei, con un sistema politico e massmediatico ultra americanizzato ed ostile a qualsiasi forza di classe che tenti di veicolare nelle istituzioni contenuti di lotta e un programma di trasformazione del paese. Senza questa consapevolezza si finisce per attribuire al gruppo dirigente colpe che non ha e, conseguentemente, per propugnare un “rinnovamento” come soluzione magica del problema. Inoltre c’è la nefasta tendenza a far finta, in sede di bilancio delle scelte fatte, che agli “errori” ci fossero valide alternative. È giusto dire che, per esempio, Rivoluzione Civile era stata improvvisata, composta in modo verticistico ed era ambigua sul centrosinistra? Si! È giusto! E sarebbe giusto dire che il gruppo dirigente che l’avesse presentata come la soluzione ideale andrebbe fucilato. Ma le cose non stanno così. Il CPN che decise di partecipare a Rivoluzione Civile (con una scarsissima opposizione) discusse ben sapendo che PdCI e IDV erano orfani del centrosinistra e che l’unico modo di comporre le liste era un metodo ultraverticistico. Dato l’insuccesso è facilissimo parlare di “errore” e certamente lo è stato. Ma le alternative quali erano? Senza rispondere a questa domanda, e cioè senza fare i conti con la realtà, parlare di “errore” soggettivo del gruppo dirigente può essere suggestivo ma è e rimane una fuga dalla realtà. Nei fatti c’erano solo due alternative. Il Prc poteva dar vita ad una lista con Cambiare si Può, contrapposta a quella di Ingroia e nella quale avrebbe dovuto essere invisibile giacché questa era la condizione posta dagli animatori di Cambiare si Può. Insomma due liste in concorrenza tra loro fuori dal centrosinistra e senza alcuna visibilità del PRC. Oppure il PRC avrebbe potuto presentarsi da solo, certamente in alternativa alla lista capitanata da Ingroia e forse anche ad una lista di Cambiare si Può. Senza contare il Partito Comunista dei Lavoratori. Insomma, due o tre liste fuori dal centrosinistra. Se il gruppo dirigente del PRC avesse fatto una di queste due scelte di quali “errori” staremmo parlando oggi? O qualcuno pensa davvero che una di queste due scelte avrebbero pagato dal punto di vista elettorale e messo il PRC al riparo da accuse di settarismo, autosufficienza ed elettoralismo sfrenato? Nella politica, come nella vita, a volte è necessario fare scelte obbligate. Basta farle ad occhi aperti e soprattutto fare tesoro delle esperienze che hanno poi prodotto. Far finta che non siano state scelte obbligate e immaginare che basti cambiare le persone che sono state costrette a farle è, lo ripeto, un fuga dalla realtà.

Il primo documento li fa i conti con la realtà?

Proprio per questo penso che il 1° Documento e le stesse proposte fatte da Ferrero nei suoi interventi abbiano invece fatto davvero i conti con la realtà. Ora non mi dilungo, ma la chiarezza sui rapporti col centrosinistra e l’idea di costruire una forza dal basso, come Izquierda Unida spagnola, senza più fare accordi di vertice fra forze ambigue politicamente è una linea politica che tiene conto sul serio delle sconfitte. Un partito che decide di essere pronto a non presentarsi più alle elezioni, ma solo se si riesce a costruire l’unita vera di tutti quelli che condividono un programma unificante le lotte anticapitaliste e sociali e che propone per se stesso e per questa nuova forza che lo scoglio delle scelte elettorali sia deciso dalla base militante con referendum vincolanti, costituisce una novità o no? Io penso di si. E penso che ora il CPN debba scegliere un progetto di funzionamento del partito e un gruppo dirigente capace di portare avanti queste scelte.

Il bipolarismo sembra morire per consunzione da una parte ma riaffermarsi di fatto per mancanza di unità delle forze di opposizione. Quali sono le tue riflessioni in proposito?

Il bipolarismo è stato presentato come portatore di chiarezza e come possibilità degli elettori di poter scegliere fra opzioni contrapposte di governo. Ma non è mai stato così. L’alternanza fra simili o addirittura identici nelle politiche economiche non può essere l’alternativa fra progetti di società effettivamente alternativi. E riduce ogni interesse e proposta antagonista all’impotenza dentro il governo o fuori di esso. La crisi si è incaricata di svelare questa cosa, che noi denunciammo inascoltati ed incompresi, fin dai primi anni 90. È sotto gli occhi di tutti l’esperienza del governo Monti e di quello Letta. Ed è sotto gli occhi di tutti la definitiva ristrutturazione del PD e di tutto il centrosinistra a cominciare da SEL in senso “americano” con l’avvento di Renzi. Il Movimento 5 Stelle è solo apparentemente una spina nel fianco del sistema perché sta insieme e raccoglie consensi sulla individuazione di un epifenomeno come la cosiddetta “casta” e delle sue convulsioni spettacolari come responsabili della crisi. Temo che tutto ciò possa produrre solo una estremizzazione del peggio del bipolarismo. Del resto basta osservare che nessuno, tanto meno nel circo massmediatico si sogna nemmeno di proporre il superamento del bipolarismo e una legge elettorale proporzionale e che si marcia a tappe forzate verso un bipolarismo presidenzialista e tendenzialmente autoritario.

Un quadro di sostanziale frammentazione delle forze di opposizione

Più che della mancanza di unità delle forze di opposizione io parlerei della mancanza della lotta di classe, giacché il sindacato è sostanzialmente interno al sistema della compatibilità neoliberiste perfino nel tempo in cui queste producono un massacro sociale, e della necessaria consapevolezza nelle lotte dei lavoratori, territoriali e sociali, che pur ci sono anche se in forma dispersa ed isolata, circa la necessità di distruggere il bipolarismo per poter far contare davvero i propri interessi di classe ed obiettivi di lotta. La politica intesa come lotta fra interessi sociali contrapposti, e non come competizione fra leader e tecnica di governo dell’esistente, necessita di una propria idea di stato e di democrazia, altrimenti le lotte finiscono in vicoli ciechi o preda di rivolte plebee ed intrise di ogni tipo di ambiguità, come quella dei cosiddetti Forconi.

Non è più rinviabile una “lunga marcia” nella costruzione di un blocco sociale capace di riunificare l’antagonismo attraverso una piattaforma chiara. Da dove si deve cominciare questo lavoro e seguendo quale strada?

Hai perfettamente ragione. E mi piace molto il riferimento alla Lunga Marcia di maoista memoria. Perché bisogna avere consapevolezza vera dei rapporti di forza totalmente sfavorevoli e, di contro, averne anche circa la giustezza delle proprie ragioni ed analisi. Il che vuol dire non coltivare illusioni, tipiche della sotto e pseudo politica da talk show, circa “mosse” e “invenzioni” capaci di evitare le dure difficoltà dei rapporti di forza reali. E vuol dire sapere che la lotta di classe ed il conflitto sono l’unico motore capace di cambiare la storia.

Un conflitto che deve sporcarsi le mani, insomma…

Ovviamente penso che non si possa peccare di presunzione pensando che tutto dipenda da noi. Ma per essere parte della storia, anche aspirando ad esserne protagonisti, invece che sperare di tornare a far parte della cronaca nera-rosa della politica spettacolo, bisogna riappropriarsi fino in fondo dell’idea che la lotta di classe ed il conflitto sono il 99 % dell’attività, del pensiero, dello studio e del lavoro politico di un partito comunista degno di questo nome. Non si può partecipare all’unificazione dei conflitti se non si sta dentro di essi fino in fondo, se non li si costruisce direttamente in ogni angolo del paese. Non si può illudersi di contribuire allo sviluppo delle lotte senza un’analisi continua ed approfonditissima del capitale e della formazione sociale che esso produce. Non si può immaginare di indicare obiettivi di lotta generali ed unificanti senza queste due cose o, peggio ancora, illudersi che siano le scadenze elettorali il terreno idoneo per produrre un blocco sociale capace di candidarsi veramente a cambiare le cose. Le esperienze latinoamericane insegnano esattamente questo. Se nei prossimi anni sapremo dare il nostro contributo a questo processo i nostri sacrifici e le stesse nostre frustrazioni di oggi saranno ripagati nel migliore dei modi. Perché solo un blocco sociale unito e determinato può superare qualsiasi ostacolo elettorale. Altrimenti finiremo come certi scissionisti del PRC che hanno dato vita a delle vere sette tanto parolaie quanto impotenti o ad altri che si accomodano nel Partito Socialista Europeo e nel centrosinistra usando cinicamente la “narrazione” delle povertà sociali mentre calcolano la loro meschina carrieruncola nel sistema della politica bipolare.

Intervista realizzata da Fabio Sebastiani e pubblicata sul quotidiano online CONTROLACRISI il 22 dicembre 2013

«Invece di fare il totosegretario uniamo la sinistra vera di questo Paese»

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , on 9 ottobre, 2013 by ramon mantovani

Già parlamentare e membro della direzione nazionale, Ramon Mantovani contesta chi crede che solo un rinnovamento del gruppo dirigente possa portare il partito fuori dalla crisi

Ramon Mantovani è uno dei dirigenti più in vista di Rifondazione comunista. Membro della direzione nazionale e più volte eletto deputato. Anche a lui abbiamo chiesto di esprimersi sui temi salienti che il congresso dovrà affrontare.

Ramon, cominciamo dalla querelle “dimissioni e congresso subito”. In diversi si erano espressi appunto per un rinnovamento, sia pure provvisorio, del gruppo dirigente, e per la realizzazione di un congresso straordinario da effettuarsi poco dopo la sconfitta elettorale. Come arriviamo a dicembre su questo tema e qual è la tua opinione su un punto che ha diviso il partito?
Se avessimo fatto un congresso subito, con le dimissioni irrevocabili della segreteria, avremmo avuto un congresso di scontro al solo scopo di scegliere un nuovo gruppo dirigente. E questa sarebbe stata la fine del nostro partito. Io mi sono vivacemente opposto all’idea che la situazione grave della sinistra antagonista italiana e di Rifondazione si possa risolvere attraverso il cambio di poche persone. E’ stato invece giusto fare una discussione lunga e affrontarla in termini approfonditi. Io non ho nulla in contrario ad un profondissimo rinnovamento del gruppo dirigente. Chiaro? Ma non si possono fare discussioni che alludono a scelte di linea politica parlando di persone e di gruppi dirigenti. Fare così trasformerebbe il Prc in un partito identico agli altri, basti vedere la vicenda di Renzi e del Pd. Prima si parla della politica e poi si scelgono le persone che la possono portare avanti.

A proposito della politica, leggendo Ferrero e Grassi mi sembra che sui grandi scenari non ci siano grosse differenze. C’è qui da noi una grave crisi della sinistra d’alternativa che non registriamo nel resto d’Europa, dove le cose anzi vanno abbastanza bene. Noi siamo invece in un “cul de sac”, perché da un lato non abbiamo un aiuto dalla sinistra più moderata, come invece è successo in Francia e in Germania, anzi, c’è Sel che si sposta sempre più a destra; dall’altro siamo frammentati e incapaci, almeno per il momento di arrivare a delle conclusioni. Poi ci sono le aspettative riposte in Landini e Rodotà, ma anche qui regna l’incertezza. Qual è la tua analisi a riguardo?
E’ giusto il paragone tra la crisi della sinistra antagonista italiana e, diciamo così, se non i successi il buon stato di salute delle forze omologhe a noi negli altri paesi europei. Come dicevo si tratta di un confronto giusto. Ma se non si paragonano anche i sistemi politici, i sistemi elettorali e quelli istituzionali allora si incorre in un grave errore. E cioè di pensare che sia solo l’inadeguatezza delle persone che dirigono la sinistra in Italia la causa dei suoi insuccessi. E invece le cose non stanno così. Per il banale motivo che in nessun altro paese dove la sinistra d’alternativa ha successo, per esempio Spagna, Portogallo, Grecia, Francia, Germania, c’è il sistema del bipolarismo italiano. Nel quale chiunque si proponga di portare avanti i nostri contenuti, o è condannato all’impotenza fuori dal governo o è condannato all’impotenza dentro il governo. Ed è esattamente questo che ha distrutto la nostra esperienza politica sia quando siamo stati dentro i governi, siamo quando ne siamo stati fuori. Perché sempre ci sono state ad ogni occasione, le scissioni. Esattamente secondo il copione che il bipolarismo italiano prevede. L’Italia si è americanizzata molto più di qualsiasi altro paese europeo. A nessuno viene in mente di dire che è colpa del gruppo dirigente del Partito comunista degli Stati Uniti d’America se non è in Parlamento. Perché c’è un sistema elettorale che non è democratico, e che esclude a priori chiunque proponga certi contenuti. Lo stesso dicasi per la Gran Bretagna. Negli ultimi anni abbiamo provato in tutti i modi a unire la sinistra di alternativa. Ma bisogna guardare in faccia la realtà e spiegare seriamente i fallimenti e le sconfitte, senza demagogia. Se si pensa che sia colpa del segretario del partito e del gruppo dirigente perché, affetti da settarismo e da chissà quali altri difetti, perché non sono stati capaci di dialogare con Sel e con altri, allora la soluzione è semplice. Basta trovare un nuovo “leader” capace di convincere Sel a rompere con il Pd e a non entrare nel partito socialista europeo. Se, invece, i fallimenti si spiegano politicamente prendendo atto che il PdCI ha spaccato la Federazione della Sinistra per tentare di entrare nel centrosinistra, che Rivoluzione Civile si è dovuta improvvisare in pochi giorni esattamente con quelli che sono stati rifiutati dal centrosinistra e che poi hanno fatto tutta la campagna elettorale lagnandosi di questo e parlando solo di legalità, allora la soluzione non può che essere quella di unire la sinistra sui contenuti, in alternativa al centrosinistra perché su quei contenuti è incompatibile, e con il chiaro riferimento alla Sinistra Europea e al Gue. Ovviamente il Prc non può essere così presuntuoso da pensare che proclamare l’obiettivo sia sufficiente. C’è il problema dei gruppi dirigenti dei partiti e delle stesse associazioni, della loro e nostra inadeguatezza, delle divisioni del passato che pesano. Anche a questo problema non c’è che un rimedio. Si costruisca una nuova forza dal basso, con il principio una testa un voto, senza patti né posti né garanzie per nessuno degli attuali gruppi dirigenti. Ma anche questo si può fare se c’è chiarezza politica ed unità d’intenti reale. Altrimenti qualsiasi unità, della sinistra o comunista, che sia di vertice o dal basso, è destinata a saltare alla prima prova elettorale. La manifestazione del 12 apre un percorso di lotta sulla Costituzione e sul lavoro. Bisogna esserci senza riserva alcuna. I promotori hanno detto con chiarezza che non hanno intenzione di fondare una forza politica o una lista. Bisogna prenderne atto. Ma noi pensiamo che questo percorso possa aprire uno spazio politico pubblico dentro il quale può affermarsi l’idea che anche in Italia ci sia chi rappresenti quei contenuti.

Ramon, come ben sai in Italia c’è un problema grosso di rappresentanza dei lavoratori, ormai non rappresentati appunto più da nessun partito, a parte la piccolissima parte che possiamo fare noi, e anche da nessun sindacato a parte la Fiom, vista la deriva della Cgil. Come risolviamo questo problema? E pensi che le iniziative messe in campo da Landini e Rodotà possano essere un punto di partenza?
Sul sindacato dico solo una cosa: che non si occupa dei lavoratori da quando ha firmato la concertazione nel 1993. Si occupa di parlare dei lavoratori, ma non si occupa come dovrebbe fare un sindacato degli interessi di chi dovrebbe rappresentare. Non mi dilungo perché mi pare evidente il perché. C’è un altro punto però, e anche questo fa differenza con gli altri paesi europei e ha a che vedere con il bipolarismo. In Spagna, per esempio, i sindacati, compreso quello di ispirazione socialista, non hanno mai esitato a scioperare contro il governo nazionale dei socialisti. In Italia abbiamo un sindacato, anche la Cgil, che si è dichiarata contro la riforma delle pensioni di Dini quando era ministro del Tesoro di Berlusconi e favorevole alla stessa riforma sempre di Dini quando l’ha fatta con la maggioranza di centro-sinistra. Insomma la Cgil è schiava del quadro politico. E il combinato disposto della filosofia della concertazione e del sistema politico italiano hanno ridotto il nostro sindacato ad una corporazione. La Fiom, per carità, è l’unica organizzazione sindacale di massa che in qualche modo tenta di rimettere al centro la natura conflittuale del sindacato. Anche se con molte oscillazioni è la prima a denunciare l’assenza di una rappresentanza politica del mondo del lavoro, ma non ne trae tutte le conseguenze. Mesi fa, prima delle elezioni, aveva indicato precisi contenuti. Per noi potevano, e possono ancora essere, il programma elettorale della sinistra d’alternativa. Senza confondere il ruolo del sindacato e di una forza politica io penso che moltissimi dei contenuti di lotta della Fiom siano incompatibili con il Pd ed anche col centrosinistra. Basta rileggersi la Carta d’Intenti firmata anche da Sel per rendersene conto. Mi permetto di dire che o se ne rende conto o è destinata ad essere trascinata nella logica compatibilista e subalterna della Cgil.

Torniamo invece al congresso. Abbiamo di fronte un percorso lungo e faticoso per uscire, se riusciremo, da questa situazione di crisi. Nel frattempo come pensi dobbiamo affrontare le inevitabili scadenze elettorali?
La mia posizione è totalmente in accordo con la bozza di documento licenziata dal Cpn. Io penso che alle elezioni europee sarebbe bene si presentasse una lista che però abbia contenuti precisi e che elegga una rappresentanza nell’ambito della Sinistra Europea e del Gue. Non una lista arlecchino i cui deputati eletti possono andare a finire in tre o quattro gruppi diversi. Della proposta più strategica per unire la sinistra alternativa ho già detto. Vorrei solo che il congresso prendesse coscienza, una volta per tutte, che le elezioni oggi sono per noi un terreno nemico e avverso. Da affrontare con coraggio e serietà, ma senza illusioni a buon mercato. Il bipolarismo bastardo italiano è un enorme ostacolo per veicolare nelle istituzioni gli interessi dei lavoratori e una loro rappresentanza. Non vedere l’ostacolo non aiuta a superarlo. Al contrario spinge a sbatterci contro e a farsi male. Ma la crisi è solo all’inizio e tagli, privatizzazioni e stravolgimenti costituzionali daranno purtroppo ragione alle nostre analisi e previsioni. Se ci dedicheremo a discutere di questo, invece che di totosegretari e di liti fra correnti, potremo farcela sia a rilanciare la funzione di un partito comunista degno di questo nome, sia ad unire la sinistra vera di questo paese, sia ad accumulare le forze capaci di superare qualsiasi sbarramento.

Vittorio Bonanni

 

Pubblicato su Liberazione online il 4 ottobre 2013