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La sentenza del Tribunal Supremo spagnolo contro il movimento indipendentista catalano

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 novembre, 2019 by ramon mantovani

Come era prevedibile, dopo la sentenza di condanna a pene durissime dei membri del governo catalano e dei massimi dirigenti delle due grandi organizzazioni sociali di massa indipendentiste, il conflitto fra Catalunya e Spagna si è ulteriormente aggravato.

Si sono susseguite, dalla sentenza in poi, enormi manifestazioni pacifiche, scioperi e azioni di protesta come blocchi stradali, ferroviari e dell’aeroporto di Barcellona, scontri con la polizia in tutti i capoluoghi di provincia catalani. La previsione è che le proteste continueranno ad oltranza.

Del resto la sentenza è stata denunciata come ingiusta dai partiti indipendentisti o favorevoli al diritto all’autodeterminazione (come Catalunya en Comù e Unidas Podemos), da centinaia e centinaia di associazioni e ONG di tutti i tipi, dai sindacati catalani a cominciare dalle Comissions Obreres de Catalunya (CCOO) e dalla Uniò General de Treballadors de Catalunya (UGT), oltre che da innumerevoli intellettuali, artisti e giuristi.

Questa sentenza, come successe due anni fa con la repressione violenta contro il referendum di autodeterminazione convocato unilateralmente, segnerà un prima e un dopo nel quale nulla rimarrà uguale a se stesso.

Ovviamente non si può spiegare la sentenza e la sua gravità senza fornire, nel modo più sommario possibile, alcune informazioni su due temi: i precedenti politici e le peculiarità del sistema giudiziario spagnolo.

I precedenti politici. Ovvero come si è arrivati ai fatti giudicati dal Tribunal Supremo.

Nella costituzione spagnola non si riconosce, come ai tempi della sua redazione avrebbero voluto tutte le forze democratiche a cominciare dal PSOE e dal PCE, la natura plurinazionale dello stato e tanto meno il diritto all’autodeterminazione per le nazioni basca, catalana e galiziana. I falangisti lo imposero, insieme alla monarchia e alla totale impunità per i crimini del regime fascista, forti del controllo totale delle forze armate, delle polizie e della magistratura.

Quando 30 anni dopo la morte di Franco, il primo governo di sinistra catalano tentò di superare la gabbia costituzionale, segnatamente nella parte imposta dal regime falangista, con un nuovo statuto di autonomia il parlamento spagnolo (a maggioranza socialista) prima e il Tribunal Constitucional poi (addirittura dopo che lo statuto era stato ratificato da un referendum popolare ufficiale) ne abrogarono tutte le parti significative.

È qui che comincia il movimento indipendentista di massa. Dal 2010 si svolgono ogni anno manifestazioni enormi con partecipazione mai vista prima (anche due milioni di persone) e nelle forze politiche ci sono veri e propri terremoti. La destra catalana (liberista ma anche democratica ed antifascista) diventa indipendentista. La sinistra indipendentista storica di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) cresce e nasce un nuovo partito di estrema sinistra indipendentista, la Candidatura de Unitat Popular (CUP). Il Partito dei Socialisti Catalani subisce tre scissioni verso l’indipendentismo. Nasce una nuova formazione (Ciutadans) contro l’uso del catalano come lingua veicolare. Il Partito Popolare in Catalunya crolla nei consensi.

Nel 2014 il parlamento catalano vota una richiesta ufficiale al parlamento spagnolo per poter tenere un referendum di autodeterminazione. La sostengono i partiti indipendentisti, la coalizione della sinistra alternativa ICV-EUIA e tre deputati socialisti dissidenti.

Il parlamento spagnolo la boccia con una maggioranza schiacciante. La sostengono solo i partiti catalani, baschi, galiziani e Izquierda Unida.

Allora il parlamento catalano elabora una legge per poter svolgere una “consultazione non referendaria” (non vincolante). Questa volta, oltre ai partiti che già avevano votato la volta precedente, a sostenerla (con travaglio interno e dubbi) è anche il PSC.

Conseguentemente il governo catalano convoca una “consultazione non referendaria sul futuro politico della Catalunya” ma immediatamente il governo spagnolo presenta ricorso al Tribunal Constitucional che seduta stante sospende gran parte della legge (la dichiarerà incostituzionale anni dopo).

Il governo catalano decide allora di convocare per il 9 novembre del 2014 un “processo partecipativo” gestito da volontari e sostenuto dal governo usando solo le parti della legge non sospese.

Un altro ricorso del governo spagnolo ottiene una sospensione del “processo partecipativo” 5 giorni prima del 9 novembre. Il governo catalano mantiene la convocazione. Il governo spagnolo dichiara che non ha nessun valore e che sarà un fiasco.

Alla fine si svolge la consultazione su due domande:

1) vuole che la Catalunya sia uno Stato?

E in caso di affermazione positiva:

2) vuole che questo Stato sia indipendente?

Il risultato fu di Si e SI 1 milione 897 mila voti pari al 80,91%. Si e No 235 mila voti pari al 10,02%. No 4,5%. Bianche e nulle le altre.

La consultazione si svolge nella più assoluta calma e senza incidenti di nessun tipo.

Per questa consultazione il Presidente ed altri tre membri del governo catalano verranno poi condannati per il reato di “disobbedienza”, alla pena di 2 anni di “inhabilitacion” (decadenza dalle cariche pubbliche e ineleggibilità) e nonostante assolti dal reato di malversazione di fondi pubblici il Tribunale dei Conti li condannerà al pagamento di 5 milioni di Euro.

È a partire da qui che la maggioranza parlamentare indipendentista imbocca la via unilaterale. O, per meglio dire, annuncia una via unilaterale per costringere il governo spagnolo ad aprire un negoziato politico. Visto che non c’è verso di aprire un negoziato politico né per le vie previste dall’ordinamento costituzionale, né con le manifestazioni di massa, né consultando la popolazione informalmente la via unilaterale sembra essere l’ultima risorsa che possa evidenziare di fronte alla opinione pubblica internazionale il problema e costringere il governo spagnolo, e tutte le forze politiche spagnole, ad inaugurare una nuova fase aprendo un dialogo con il quale discutere del diritto all’autodeterminazione della Catalunya, seguendo gli esempi del Quebec e della Scozia.

Ma né il governo del PP né le altre forze spagnole (tranne Podemos e Izquierda Unida che riconoscono la necessità di convocare un referendum di autodeterminazione ma criticano la via unilaterale) rispondono positivamente. “Non si può discutere di cose non previste dalla legge” è la risposta reiterata e lapidaria del governo di Rajoy.

E la via unilaterale comincia a dispiegarsi. E comincia ad incontrare la repressione.

Le peculiarità del sistema legislativo e giudiziario spagnolo.

Mi limito a elencare sinteticamente solo le cose che interessano il tema di cui ci occupiamo.

1) all’inizio egli anni 2000 il governo basco tentò un processo di autodeterminazione. Il Lehendakari (Presidente) del Pais Vasco, Jaun Josè Ibarretxe, elaborò una proposta e annunciò che avrebbe convocato un referendum consultivo. Il governo del PP ottenne dal Tribunal Constitucional l’annullazione del “Plan Ibarretxe” e con la propria maggioranza parlamentare introdusse ad hoc nel codice penale il reato di convocazione illegale di referendum, con pene di carcere fino a 5 anni. Nel 2005 il governo socialista di Zapatero con il sostegno di tutti i gruppi parlamentari tranne il PP abrogò il reato di convocazione illegale di referendum.

2) nell’autunno del 2015 il governo del PP, con il voto contrario di tutta l’opposizione approva in via express una riforma del Tribunal Constitucional attribuendogli poteri esecutivi al fine di far eseguire le proprie sentenze. Il ricorso presentato dai governi basco e catalano viene in breve tempo esaminato e respinto dallo stesso Tribunal Constitucional. La stragrande maggioranza dei giuristi spagnoli esprime un parere contrario alla riforma sia perché fatta su misura contro il governo catalano, sia perché squilibra la separazione dei poteri dello stato.

In altre parole, e facendo un esempio, una cosa è che il Tribulan Constitucional dichiari nulla una legge di un parlamento ed un’altra è che possa prendere provvedimenti contro chi l’abbia reiterata in altra forma disattendendo la giurisprudenza. A maggior ragione ciò vale per le risoluzioni politiche parlamentari che non hanno forza di legge. In questi giorni la maggioranza indipendendista del parlamento catalano ha annunciato che reitererà la discussione sul tema dell’autodeterminazione nel mese di novembre dopo le elezioni generali spagnole. Va detto che sia il parlamento basco sia quello catalano hanno votato numerose risoluzioni analoghe nel corso degli ultimi decenni, tutte annullate o ignorate giacché prive di conseguenze giuridiche. Oggi però è già vigente un avvertimento del Tribunal Constitucional al governo e al parlamento catalano: non si può discutere del tema dell’autodeterminazione pena incorrere in reati penali. Non bisogna essere raffinati giuristi per capire che se un tribunale avverte preventivamente un parlamento di cosa si può e di cosa non si può discutere la separazione dei poteri è compromessa gravemente. Del resto il PSOE in parlamento tuonò contro questa riforma e promise solennemente che l’avrebbe abrogata se avesse conquistato il governo. Non solo non l’ha fatto ma oggi esorta il parlamento catalano di non disobbedire al Tribunal Constitucional per non commettere delitti penali. Come vedremo più avanti questa questione avrà un peso importante nella sentenza di cui ci occupiamo.

3) i reati di “rebelion” e di “sedicion”. Il reato di rebelion è sostanzialmente stato previsto a suo tempo per punire un colpo di stato. Infatti è stato applicato una sola volta per gli esecutori del colpo di stato del 23 febbraio del 1981. Per intenderci quello del Coronel Tejero che sequestrò per molte ore e con le armi in pugno il parlamento spagnolo. Il reato di sediciòn è previsto per chi si “sollevi pubblicamente e “tumulatuariamente” per impedire, con la forza o fuori delle vie legali, l’applicazione della legge”. Non faremo disquisizioni giuridiche ma si può dire che la genericità della norma è tale da permettere interpretazioni estensive che possono pregiudicare principi e diritti fondamentali che dovrebbero essere tutelati in quanto preminenti. Inoltre il termine “impedire con la forza” secondo numerosi costituzionalisti e giuristi spagnoli dovrebbe identificare l’uso di una violenza necessaria e sufficiente ad ottenere il risultato. Lo vedremo bene quando parleremo del processo e della sentenza.

4)la Audiencia Nacional. Si tratta di un tribunale direttamente ereditato dal franchismo. Istituito nel 1940 con il suggestivo nome di “Tribunal Especial para la Represión de la Masonería y el Comunismo” nel 1964 viene trasformato in “Tribunal de Orden Publico” e infine nel 1977 in Audiencia Nacional. Giudica delitti di terrorismo ed altri gravi di ambito statale. Possiamo definirlo come un “tribunale speciale” analogo a quello fascista italiano. L’Audiencia Nacional ha un lunghissimo elenco di precedenti da far impallidire qualsiasi giurista. L’ultimo dei quali è una recentissima condanna per terrorismo a un gruppo di giovani coinvolti in una rissa in un bar con due agenti della Guardia Civil, durante una festa in un paesino vicino a Pamplona. La lesione più grave è una frattura di una caviglia. Le pene comminate arrivano ai 13 anni e mezzo.  

5) il Tribunal Supremo.  Si tratta di un tribunale superiore a tutti gli ordini inferiori ed equiparato allo stesso livello degli altri due poteri dello stato, quello legislativo e quello esecutivo. Ovviamente le sue sentenze fanno giurisprudenza. Per il tema che ci interessa va detto che i processi celebrati in questo tribunale sono definitivi. Gli imputati non hanno diritto ad un processo di appello ma solo ad un ricorso presso la corte costituzionale che però funziona in questo caso da cassazione intervenendo unicamente sulle procedure e non sulla sostanza del giudizio. Membri del governo, parlamentari dello stato ed alte autorità centrali sono giudicati esclusivamente dal Tribunal Supremo. Le autorità locali da un tribunale superiore locale.

6) il giudice naturale.

Nel caso che ci interessa gli imputati avrebbero dovuto essere processati dal Tribunale Superiore di Giustizia di Catalogna con sede a Barcellona perché tutti i fatti giudicati si sono svolti in luogo. È un tribunale del sistema giudiziario statale spagnolo, non dipendente dalla comunità autonoma. Ma essendo stati imputati per il delitto di “rebelion” le conseguenze dei fatti avrebbero inciso sullo stesso ordine costituzionale e sull’integrità territoriale dello stato. Perciò è stata fissata la competenza del Tribunal Supremo. Se fossero stati accusati di “sedicion” la competenza sarebbe stata del tribunale superiore locale. Ed avrebbero avuto diritto ad un secondo grado di giudizio.

In altre parole, ed oggi si può dire a ragion veduta visto che la “rebeliòn” è stata esclusa categoricamente nella sentenza del Tribunal Supremo, è evidente che l’accusa di “colpo di stato”, giudicata da centinaia di giuristi come assolutamente infondata, è stata utilizzata unicamente allo scopo di trascinare gli imputati di fronte al Tribunal Supremo. Violando il loro diritto al giudice predeterminato per legge e il diritto ad un ricorso in appello.

Dette queste cose necessarie a comprendere meglio ciò che è successo in Catalunya nell’autunno del 2017, passiamo ad esaminare i fatti e come sono stati trattati nel processo.

La convocazione del referendum di autodeterminazione unilaterale.

Visto che il dialogo, innumerevoli volte sollecitato, è rifiutato dal governo centrale il governo catalano imbocca la strada della unilateralità. Ma sempre insistendo sulla disponibilità a sospenderla in caso di apertura del dialogo e poi del negoziato.

Nel febbraio del 2017 la Presidenza del Parlamento catalano vota a maggioranza per ammettere all’ordine del giorno del plenario una risoluzione che impegna il governo a convocare un referendum unilaterale. È composta dalla Presidentessa Carme Forcadell, da altri 3 indipendentisti del gruppo Junts per Catalunya, da un socialista, da un membro di Ciutadans e da un membro, Joan Josep Nuet, del gruppo della sinistra alternativa composta da diversi partiti. Nuet è il coordinatore di Esquerra Unida i Altenativa nonché segretario dei Comunisti Catalani. Nuet pur non essendo indipendentista né d’accordo sulla via unilaterale vota a favore dell’ammissione della risoluzione. Viene aperto un procedimento giudiziario contro i votanti a favore della risoluzione ma inusitatamente la fiscalia (procura) propone di prosciogliere Nuet in quanto “non voleva disobbedire alle avvertenze del Tribunal Constitucional” giacché “la sua traiettoria politica come deputato dimostra che non aveva la volontà di partecipare al progetto politico di rottura istituzionale unilaterale”. Immediatamente Nuet denuncia questa decisione come contraria a qualsiasi parvenza di diritto e come prova che non si perseguono fatti bensì posizioni politiche. Se 5 membri della Presidenza votano a favore di una cosa che viene considerata delitto penale come si può distinguere in un procedimento penale a seconda delle posizioni politiche degli accusati? Alla fine il tribunale incriminerà anche Nuet. Ma la volontà da parte della procura di perseguire l’indipendentismo in quanto tale é dimostrata inequivocabilmente.

Nel settembre del 2017 la maggioranza indipendentista del parlamento catalano, facendo diverse forzature del regolamento della camera, i giorni 6 e 7 in sedute fiume, con l’ostruzionismo delle forze “costituzionaliste”, approva due leggi: la convocazione del referendum di autodeterminazione per il 1 ottobre e una legge di “transitorietà giuridica” che stabilisce, in caso di vittoria dei si all’indipendenza, il passaggio dei poteri e del quadro giuridico dall’autonomia alla piena indipendenza. Tutto viene fatto in modo che la scontata reazione del governo e del Tribuna Constitucional (TC) non possano evitare la immediata pubblicazione delle leggi sul bollettino ufficiale della Generalitat e la promulgazione del decreto del governo catalano che convoca ufficialmente il referendum. Ma, come tutti sapevano sarebbe successo, le leggi rimangono in vigore pochissime ore perché vengono sospese dal TC.

Ovviamente vengono presentate denunce, un giudice istruttore del Tribunale Superiore di Giustizia di Catalogna inizia un procedimento e pochi giorni dopo emette un ordine affinché Guardia Civil, Policia Nacional, e Mossos de Esquadra (polizia catalana competente per l’ordine pubblico in Catalunya e che svolge anche funzioni di polizia giudiziaria) operino per impedire il referendum dichiarato illegale. Le forze dell’ordine cercano con perquisizioni presso fabbriche le urne, presso tipografie materiale di propaganda e schede elettorali, sequestrano decine di migliaia di manifesti, svariati milioni di lettere, volantini e schede elettorali, ma non trovano una sola urna. In alcuni casi le perquisizioni suscitano proteste che comunque mai impediscono lo svolgersi delle attività giudiziarie.

La “sedizione” dei giorni che precedono il referendum.

Il 20 settembre, una data fondamentale insieme al 1° ottobre nel processo, comitive giudiziarie protette da Policia Nacional e Guardia Civil, irrompono di prima mattina in decine di palazzi e uffici della Generalitat con mandati di perquisizione e mandati d’arresto per diversi alti funzionari della Generalitat. Immediatamente si concentrano davanti ai palazzi perquisiti manifestanti che protestano. In tarda mattinata in una conferenza stampa rappresentanti dei partiti politici indipendentisti e della sinistra alternativa, di tutti i sindacati indipendentisti e non, e di decine di associazioni di massa denunciano quella che considerano una operazione contro l’autogoverno catalano e invitano ad una manifestazione di massa sotto il palazzo della Conselleria de Economia (la Conselleria equivale a un ministero nell’ordinamento catalano) in pieno centro di Barcellona dove è in corso una delle perquisizioni.

È davanti e nelle zone limitrofe alla Conselleria de Economia (il cui titolare è Oriol Junqueras, Presidente di Esquerra Republicana de Catalunya e vicepresidente del governo) che si consuma uno dei fatti più importanti del processo.

La comitiva giudiziaria, con agenti della Guardia Civil addetti alle perquisizioni e alla sicurezza della comitiva stessa, entra nel palazzo. Si tratta di una trentina di persone in tutto, che lasciano incustodite di fronte alla porta principale del palazzo due jeep della Guardia Civil. Nel corso della mattinata, e soprattutto dopo la convocazione della manifestazione che abbiamo citato più sopra, si concentrano decine di migliaia di persone. Nel primissimo pomeriggio nell’adiacente incrocio stradale (molto ampio) le due associazioni indipendentiste più grandi (Omnium Cultural e l ANC, Asamblea Naciona Catalana) fanno montare un palco dove fin verso mezzanotte si alterneranno discorso politici e spettacoli musicali. Davanti alla porta principale della Conselleria si alternano, a turni, due agenti della Guardia Civil. Ovviamente davanti a questa porta ci sono slogan, grida, canti dei manifestanti ma mai, nel corso di tutta la giornata, aggressioni o tentativi di invasione. Già in tarda mattinata le due Jeep che erano state lasciate incustodite, sono gravemente danneggiate. Piene di adesivi, finestre rotte e soprattutto decine di persone si alternano sui loro tetti. Ma queste persone sono quasi esclusivamente giornalisti, operatori tv e fotografi.

Dentro la Conselleria la perquisizione si svolge ordinatamente. Senza alcun problema.

In tardo pomeriggio la comitiva giudiziaria annuncia che terminerà il proprio lavoro in serata. C’è il problema dell’uscita della comitiva giacché tutta la zona è circondata da migliaia di manifestanti. Circa 40 mila secondo i vigili urbani di Barcellona.

I Mossos, richiesti di aiuto dalla Guardia Civil, portano nelle vicinanze reparti antisommossa ed inviano gli agenti specializzati in mediazionati identificati da una pettorina) affinché la comitiva possa

ione con i manifestanti dentro la Conselleria. L’ANC organizza su richiesta dei Mossos un corridoio con due cordoni di servizio d’ordine (parliamo prevalentemente di pens

uscire protetta dagli agenti antisommossa dei Mossos. Per organizzare tutto questo i presidenti delle due associazioni, Jordi Cuixart (Omnium) e Jordi Sanchez (ANC) entrano nella Conselleria e dialogano lungamente e tranquillamente con la Guardia Civil. Non esitano nemmano a far proteggere dal servizio d’ordine le due Jeep quando, con loro sorpresa, il responsabile della Guardia Civil dice loro che nelle Jeep ci sono armi lunghe e munizioni. Ma la funzionaria del tribunale, responsabile della comitiva, si rifiuta di uscire e sostiene di essere terrorizzata. Alla fine sono i Mossos che le propongono di uscire da un cortile interno adiacente a un teatro dove è in corso uno spettacolo. Per farlo dovrà superare un muretto alto 1 metro e 20 centimetri. Lei accetta e alla fine se ne va in questo modo. Ormai si è fatto tardi e la manifestazione viene conclusa. Dentro la Conselleria c’è ancora il resto della comitiva perché la Guardia Civil vuole andarsene solo quando potrà recuperare i mezzi danneggiati. È a questo punto che mentre il grosso dei manifestanti se ne vanno ne rimangono una o due migliaia davanti all’ingresso della Conselleria. Allora, su richiesta delle forze dell’ordine, i due presidenti delle associazioni con un megafono (a causa dei canti e degli slogan e della direzione nella quale era disposto il palco non si era nemmeno sentita la sconvocazione della manifestazione) salgono sulle Jeep della Guardia Civil e sconvocano la manifestazione. Qualche centinaio di irriducibili non accettano di andarsene e alla fine gli agenti antisommossa dei Mossos con una breve carica li disperdono. E tutto finisce.

Nel processo l’accusa sostiene che la manifestazione era stata in realtà un “tumulto violento”. Che c’erano stati tentativi di ingresso nella Conselleria al fine di impedire la perquisizione. Che i presidenti delle associazioni avevano orchestrato un assedio violento. Che i Mossos prendevano ordini da loro due e non dalla comitiva giudiziaria. Che erano saliti sui mezzi della Guardia Civil per arringare i manifestanti in segno di rivolta.

Tutto questo è costato ai due Jordi una condanna a 9 anni di carcere, giacché nella sentenza questo episodio è indicato come una delle prove principali della “sedizione”.

Non un ferito, non un arresto o denuncia posteriore a nessun manifestante per atti di violenza di qualche tipo, perquisizione effettuata con notevole sequestro di materiale, responsabile della comitiva uscita indenne e mai venuta a contatto con manifestanti, nessun tentativo di ingresso nella Conselleria da parte dei manifestanti, piena collaborazione delle due associazione per non far degenerare la manifestazione, piena collaborazione del servizio d’ordine della ANC per tenere sgombro l’ingresso della Conselleria. Tutte queste cose vengono dimostrate nel processo inequivocabilmente.

Del resto sarebbe abbastanza stravagante che chi voglia con violenza impedire una operazione di polizia giudiziaria lo comunichi previamente all’autorità. Sarebbe stravagante che nei luoghi dei “tumulti insurrezionali” si monti un palco e si tengano comizi e spettacoli musicali, che non ci siano feriti o arrestati, che bar e negozi (comprese gioiellerie) a pochissimi metri dall’ingresso della Conselleria abbiano funzionato tutto il giorno, compresi i tavolini all’aperto. Che i presunti tentativi di ingresso violento nella Conselleria non abbiano provocato nemmeno una rottura di un vetro e non siano mai stati ripresi da nessuna tv che pure aveva telecamere sulle Jeep davanti alla porta.

La stragrande maggioranza dei mezzi di informazione spagnoli durante i fatti, e durante la celebrazione del processo, hanno raccontato un’altra storia. La responsabile della comitiva giudiziaria sarebbe dovuta fuggire “attraverso i tetti” (letterale). Le immagini dei due Jordi sui tetti delle Jeep con il megafono in mano trasmesse senza audio e descritte come dimostrazione della rivolta. E si potrebbe continuare a lungo.

Dopo il 20 settembre cominciano ad arrivare in Catalunya, per ordine del governo del PP, migliaia di agenti della Guardia Civil e della Policia Nacional. Sono partiti da diverse città della Spagna salutati da manifestazioni al grido di “a por ellos!” che in italiano si può tradurre in “dategli addosso”. Dai mezzi delle colonne agenti rispondono sventolando bandiere spagnole. Vengono alloggiati soprattutto su due traghetti appositamente noleggiati. I portuali di Barcellona scioperano e si rifiutano di fornire servizi alle due navi.

Il referendum del 1° di ottobre 2017.

Nei giorni precedenti il governo invia un colonnello della Guardia Civil con il compito di coordinare le tre polizie in Catalunya al fine di impedire il referendum illegale, come ordinato dal tribunale. Si tratta di Diego Perez de los Cobos, distaccato presso il ministero degli interni. Un signore del quale subito i mass media catalani ricordano un passato discutibile. Figlio di un noto fascista (candidato nelle liste di Fuerza Nueva) e fratello di un magistrato del Tribunal Constitucional che aveva negli anni deliberato più volte contro decisioni del parlamento catalano, nel 1981, giovane e convinto militante fascista si era presentato alla caserma della Guardia Civil della sua città vestito in uniforme falangista per arruolarsi e partecipare al colpo di stato di Tejero.

I Mossos protestano formalmente per questa nomina che praticamente toglie competenze che la legge assegna a loro, ma si adeguano e partecipano immancabilmente a tutte le riunioni alle quali vengono convocati.

L’ordine della magistratura è di impedire il referendum, di chiudere le sedi di votazione e sequestrare i materiali.

Intanto la macchina preparatoria del referendum va avanti. Il governo catalano, come si dimostrerà nel processo, insiste nel dire che il referendum si terrà, che ci saranno le urne e le schede elettorali, ma contemporaneamente scioglie tutti gli organismi ufficiali dedicati alla votazione le cui funzioni passano ad essere svolte da volontari, non spende un’euro di denaro pubblico e soprattutto ordina ai Mossos di fare il loro lavoro e di eseguire gli ordini della magistratura in ottemperanza del ruolo di polizia giudiziaria.

Il movimento indipendentista si organizza e si prepara per celebrare il referendum analogamente alla precedente consultazione del 9 novembre 2014. Ma questa volta c’è un ordine preciso per impedirlo e per sequestrare i materiali. E da un mese oramai le forze di polizia cercano le urne senza trovarle.

Come si era fatto nel 2014 il governo chiede a direttori scolastici e centri sociali pubblici e privati di mettere a disposizione le aule dove collocare i seggi elettorali assumendosi le responsabilità e sollevando i funzionari pubblici da qualsiasi responsabilità. Nel 90 % circa dei centri di votazione si costituiscono i Comitati di Difesa del Referendum che, insieme ad associazioni di studenti, insegnanti e genitori convocano a partire dal venerdì sera precedente la votazione attività di svariato tipo, praticamente occupando gli edifici. Va detto che le scuole catalane sono normalmente aperte molti fine settimana per attività sociali, ricreative e culturali autogestite dalle entità di paese, quartiere ecc.

Del resto l’ordine giudiziario è di impedire l’apertura dei seggi fin dalle 6 del mattino del 1° ottobre. E le attività che nelle scuole si svolgono sono autorizzate e legali fino alle 6 del mattino.

Il dispositivo per impedire il referendum assegna ai Mossos il compito di mandare una coppia di agenti in tutti i centri. È quanto possono fare dato il numero di effettivi che possono mettere a disposizione (circa 5mila) per chiuderli tutti. E sono 2243. E sono i Mossos, che saranno presenti in tutti i centri di votazione, a poter chiedere l’invio di altri agenti, che dovrebbero agire di rinforzo, nei centri dove fosse necessario.

Inoltre va ricordato che l’ordine giudiziario dice chiaramente che bisogna impedire il referendum, chiudere i collegi elettorali, sequestrare i materiali ma dice anche testualmente “sin afectar la normal convivencia ciudadana” e cioè “senza compromettere la normale convivenza civica”.

Nel processo le difese dimostreranno che era impossibile materialmente impedire il referendum. Per precintare e presidiare tutti i duemila e duecento centri di votazione e/o sgomberarli sarebbero stati necessari circa 90 effettivi delle forze dell’ordine. E in tutto le tre polizie ne avevano a disposizione circa 12mila, da dividere per altro in almeno due turni.

I Mossos in 400 seggi circa alle 6 del mattino non trovano nessuno e li sigillano. In un altro centinaio convincono le persone già presenti ad allontanarsi e li sigillano. In tutti gli altri trovano decine e più spesso centinaia di persone che comunicano loro che faranno resistenza passiva. Pur valutando che per il numero di persone, per il profilo delle stesse (persone di tutte le età in atteggiamento totalmente pacifico) non consentono un uso della forza “senza compromettere la convivenza civica”, in decine di centri di votazione chiedono l’intervento delle altre due polizie. Non c’è un unico centro operativo delle tre polizie, come avevano chiesto i Mossos, perché il coordinatore Perez de los Cobos non l’ha voluto predisporre. Ma i reparti della Guardia Civil e della Policia Nacional non soddisfano le richieste del Mossos. Hanno cominciato ad intervenire con cariche e notevole violenza per conto loro senza nemmeno informare i Mossos. Dal primissimo mattino fino alle due del pomeriggio intervengono in circa un centinaio di centri di votazione nel modo che tutti conoscono perché le immagini e i video delle cariche contro gente indifesa e pacifica hanno fatto il giro del mondo.

Ma il referendum non viene impedito. Le urne e i materiali arrivano in tutti i centri di votazione e la chiusura di circa 500 centri su 2mila e duecento non impedisce la votazione perché è stato predisposto un censo universale e si può votare in qualsiasi centro vicino se il proprio è stato chiuso dalla polizia.

Nonostante le immagini della violenza poliziesca che fin dal primo mattino trasmettono tutte le televisioni (che certamente non sono un incentivo per andare a votare) l’effetto è che votano 2milioni e 300mila persone su 5milioni 300mila aventi diritto. Il 90% vota si all’indipendenza, ma ci sono anche 180 mila voti per il no e 45mila schede bianche. Ed è logico perché oltre ai Comuns capeggiati dalla Sindaca di Barcellona, che hanno al loro interno sia indipendentisti sia federalisti, molti cittadini contrari all’indipendenza vanno a votare per protestare contro lo stato spagnolo che non riconosce il diritto all’autodeterminazione e contro la violenza che hanno visto abbattersi sulla popolazione catalana.

Gli atti del Parlamento e del Governo nei giorni e settimane che seguono il referendum sono fatti in modo che non abbiano conseguenze giuridiche. Il Parlamento non vota la dichiarazione di indipendenza e il governo che la dichiara ne sospende immediatamente gli effetti. Non c’è alcun provvedimento che tenti di prendere il controllo dei luoghi strategici né con la polizia catalana e nemmeno con la popolazione civile. Non viene nemmeno ammainata la bandiera spagnola dai palazzi del governo catalano. Tutto è stato un puro atto politico e simbolico. 

Tutto questo viene trattato nel processo in modo molto discutibile, per usare un eufemismo.

La fiscalia sostiene l’accusa per rebeliòn e dovrebbe nel corso dell’interrogatorio dei testimoni provare che ci sia stato un colpo di stato e la violenza connessa.

I massimi responsabili del governo, il primo ministro Rajoy e il Ministro degli Interni Zoido oltre a decine di “non so” e “non ricordo” non sanno spiegare alla difesa degli imputati e al tribunale come mai, in presenza di un colpo di stato, non abbiano adottato nessuna misura adeguata a reprimerlo. Né lo stato di emergenza nazionale, né la legge di sicurezza nazionale che avrebbe fatto assumere il controllo dei Mossos direttamente al Ministero degli interni ecc. Come mai né il governo centrale né qualsiasi altra autorità dello stato, come per esempio il delegato del governo in Catalunya (diciamo Prefetto in italiano) durante i fatti né nei giorni seguenti abbiano parlato di “rebeliòn” e nemmeno di “sediciòn” per descrivere gli avvenimenti connessi al referendum.

I dirigenti del Ministero degli Interni responsabili dell’ordine pubblico non riescono a dimostrare la “mancata collaborazione dei Mossos”, né una loro “connivenza” con gli obiettivi politici del referendum, né una loro inadempienza agli ordini del tribunale. E soprattutto non possono giustificare l’intervento della Guardia Civil e della Policia Nacional nei centri di votazione al di fuori di quanto previsto dal piano operativo concordato nel coordinamento delle tre polizie.

I circa duecento agenti dei reparti protagonisti delle violenze contro la gente indifesa e pacifica il 1° ottobre sfilano dicendo tutti le stesse cose, perfino usando le stesse frasi e parole. Ma non possono dimostrare nessuna violenza da parte della popolazione. Infatti parlano soprattutto di “sguardi d’odio come non ne avevo mai visti!”, di insulti, di grida minacciose, e di pochissime aggressioni fisiche, in realtà tutte reazioni istintive ai colpi subiti dai cittadini pacifici. Nel processo rimane certificato dagli attestati sanitari ufficiali che i feriti civili sono più di mille. Gli agenti feriti sono qualche decina, nessun ricoverato e nessuno che abbia abbandonato il servizio in conseguenza delle lesioni. Rispondendo alle domande della difesa gli agenti devono ammettere che le “ferite” sono piccoli ematomi, graffi, lussazioni delle dita, evidentemente provocate dalle loro stesse azioni violente. Ma le difese non possono sviluppare la prova processuale confrontando le loro testimonianze con i materiali audiovisivi che pure sono accreditati al processo. Il Presidente del Tribunal Supremo ha disposto che sarebbero stati esaminati solo alla fine del processo. Così, per fare solo un esempio, il comandante del reparto che entra nel cortile di una scuola e abbatte per terra il sindaco del paese che è andato incontro al reparto con le mani alzate, e che ha dichiarato che il sindaco aveva tentato di impedire con la forza l’ingresso del reparto, se ne va dal processo senza essere incriminato per falsa testimonianza.

Analogamente i circa 200 testimoni della difesa che descrivono le vessazioni subite non possono avere il conforto di veder dimostrate le loro affermazioni dalla visione dei materiali allegati.

Nei tribunali catalani (ricordo ancora che si tratta di tribunali del sistema spagnolo) un centinaio di agenti sono oggi imputati per gravi reati contro i cittadini indifesi, e diversi di questi sono comparsi nel processo del Tribunal Supremo come testimoni d’accusa.

Il Tribunal Supremo, nella sentenza, ha escluso di considerare prove valide tutte le testimonianze degli agenti e dei cittadini vittime delle violenze “perché le loro testimonianze erano viziate dall’emotività del loro coinvolgimento nei fatti”.

Potremmo continuare a lungo descrivendo le irregolarità del processo e l’evidente parzialità del tribunale. Ma è impossibile in questa sede.

La sentenza

La sentenza alla fine ha sconfessato totalmente la tesi dell’accusa della fiscalia che aveva chiesto la condanna per “rebeliòn” parlando esplicitamente nella requisitoria finale di colpo di stato. La sentenza dice due cose fondamentali: non c’è stata rebeliòn perché non c’è stata la violenza sufficiente a sovvertire l’ordine costituzionale. In realtà, dice sempre la sentenza, gli imputati non si sono mai proposti di separare realmente la Catalunya dal regno di Spagna. Si proponevano di obbligare il governo a cedere e a concedere un negoziato avente come oggetto un referendum di autodeterminazione.

Se l’Avvocatura dello Stato, dipendente dal governo, non avesse sostenuto l’accusa per sediciòn, il Tribunal Supremo avrebbe dovuto condannare gli imputati per disobbedienza. Un reato che non hanno mai negato di avere commesso e che avevano messo nel conto promuovendo il referendum. E che prevede pene irrisorie e comunque non di carcere. Ma proprio il governo del PSOE aveva dato indicazione all’Avvocatura, che in fase istruttoria aveva sostenuto anch’essa per indicazione del governo del PP l’accusa per rebeliòn, di mutarla in sediciòn. E quella che era apparsa come un decisione moderata si è poi rivelata necessaria per ottenere una condanna esemplare.

Come ho cercato di dimostrare né il 20 settembre né il 1° ottobre c’è stata nessuna insurrezione violenta e tumultuosa tale da giustificare la condanna per sedizione. E nemmeno il Tribunale sostiene che ci sia stata violenza in grado da compromettere seriamente l’ordine pubblico. Quel che fa è trasformare in atti sediziosi tutti i comportamenti dei manifestanti e votanti, tipici della resistenza passiva e della prassi di lotta non violenta.

In altre parole, il Tribunal Supremo sostiene che il governo catalano non ha promosso nessun colpo di stato, non ha usato la polizia catalana come corpo armato per controllare il territorio al fine di separare la Catalunya dal regno di Spagna, ma ha tentato di obbligare il governo centrale a negoziare un referendum di autodeterminazione organizzando, insieme alle due grandi associazioni indipendentiste, atti sediziosi tali da raggiungere il risultato. Gli atti sediziosi sarebbero, come dice la sentenza, le grandi manifestazioni di massa degli ultimi anni e soprattutto quella del 20 settembre per la quale i due presidenti delle associazioni sono condannati a 9 anni di carcere. Altro atto sedizioso è la celebrazione di un referendum unilaterale illegale che non si proponeva realmente di ottenere l’indipendenza, e che seppur depenalizzato e tolto dal codice penale, ha perseguito lo scopo di obbligare il governo ad una trattativa politica. E sono atti di sedizione tutti quelli connessi alla resistenza passiva e alle forme di lotta non violente che si proponevano di impedire che le forze dell’ordine potessero eseguire i mandati giudiziari.

I membri della Presidenza del Parlamento catalano saranno giudicati per disobbedienza in dicembre in Catalunya. Ma la Presidentessa del Parlamento, Carme Forcadell, giudicata nella causa di cui ci siamo occupati, è stata condannata a 11 anni e sei mesi per sedizione, pur avendo fatto esattamente le stesse cose degli altri membri della presidenza, con l’argomento che era in collegamento con gli altri rei data la sua funzione istituzionale e per essere stata dal 2012 al 2015 la Presidentessa dell’Asamblea Nacional Catalana.

Tutti gli altri imputati sono stati condannati a pene che vanno dai 10 anni e mezzo ai tredici anni.

La sentenza, oltre che infondata ed ingiusta, come del resto dicono decine di organizzazioni internazionali che si occupano di diritti umani e di giustizia, ha due conseguenze gravissime. Ipoteca negativamente ed esacerba un conflitto politico che dovrebbe essere invece ricondotto nella dialettica democratica con un negoziato politico. Cristallizza esattamente un ordine costituzionale che è sul tema dell’esistenza o meno di nazioni diverse nello stato spagnolo il frutto dell’imposizione diretta dei costituenti franchisti. Apre la strada, giacché il Tribunal Supremo è il massimo produttore di giurisprudenza, per catalogare come sedizione tutte le forme di lotta pacifiche che si propongano di impedire ingiustizie, come è il caso del potente movimento contro gli sfratti che negli ultimi anni in Spagna e soprattutto in Catalunya ha impedito 100mila esecuzioni di sfratto ordinate dai tribunali.

La reazione popolare alla sentenza è in corso. Le manifestazioni si susseguono ogni giorno e continueranno ad oltranza. Con tutta probabilità ci saranno altre risoluzioni parlamentari che disobbediranno agli ordini del Tribunal Constitucional. Già da settimane sono in corso operazioni di polizia che tentano di sostenere che blocchi stradali e ferroviari sono atti di terrorismo. Come è il caso della piattaforma digitale anonima “Tsunami Democratic” che è riuscita a bloccare, mobilitando in un’ora ventimila persone, l’aeroporto di Barcellona per circa 16 ore. Continueranno le indagini contro 700 sindaci catalani e contro altre centinaia di persone arrestate e rilasciate con denunce o altre decine di persone detenute in carcere in questi giorni. Saranno emessi di nuovo, dopo essere stati ritirati perché rigettati dai paesi europei interessati, ordini di cattura contro gli esponenti politici e di governo che si sono esiliati in Gran Bretagna, in Belgio e Svizzera.

Fra pochi giorni si voterà in Spagna. Oggi si comprende meglio perché il PSOE abbia rifiutato di fare un governo con Unidas Podemos e con il sostegno esterno dei partiti baschi e catalani, e preferito produrre elezioni anticipate. Per Pedro Sanchez, come lui stesso ha dichiarato più volte, era impossibile giacché Unidas Podemos non era affidabile avendo sempre sostenuto il diritto all’autodeterminazione dei catalani.

Ovviamente la sentenza ha già sulla campagna elettorale in corso e avrà sul voto pesanti conseguenze.

Le destre chiedano mano dura contro i catalani e il governo del PSOE difende a spada tratta la sentenza e si rifiuta perfino di parlare con le autorità catalane. Se i numeri parlamentari lo permetteranno è altamente probabile che ci sarà un accodo di governo fra il PSOE e il PP e/o Ciudadanos.

Non sono e non saranno tempi facili né per la Catalunya né per la Spagna.

ramon mantovani

pubblicato il 30 ottobre 2019 da TRANSFORM ITALIA

 

Il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano.

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Quel che è successo il 1 ottobre in Catalunya non lascerà nulla uguale a se stesso.

La violenza gratuita e brutale della Policia Nacional e della Guardia Civil contro la popolazione inerme che difendeva i seggi del referendum con la sola resistenza passiva, è l’ultimo atto di un processo sociale, politico ed istituzionale lungo ormai anni. Per quanto grave e ripugnante, questa violenza di stato, non è tanto importante in sé quanto perché vi si condensano numerose e pesanti ingiustizie secolari e più recenti.

Si tratta di qualcosa che insiste su ferite aperte e mai rimarginate, che tocca nel profondo i sentimenti e non solo le ragioni di un intero popolo, che evoca i periodi più bui della storia della Spagna, che non sono pochi.

Solo così si può spiegare il perché decine di migliaia di persone comuni abbiano presidiato per due giorni e due notti i circa 2300 collegi elettorali per impedire che fossero occupati e chiusi dalla polizia prima del voto. Solo così si può capire come mai alle 6 del mattino (due ore prima dell’inizio delle operazioni di voto) del 1 ottobre davanti ai seggi ci fossero moltissimi elettori pronti a frapporre i propri corpi indifesi per impedire l’annunciato arrivo della polizia. Solo così si può intendere la decisione dei portuali catalani di non fornire nessun servizio, nei porti di Barcelona e Tarragona, alle navi noleggiate dal ministero degli interni per collocarvi i circa 10mila agenti della Policia Nacional e della Guardia Civil mandati in Catalunya dal resto della Spagna. Solo così si può comprendere perché il corpo dei pompieri catalani si sia schierato dalla parte della popolazione subendo, in divisa, le cariche e le manganellate. Solo così si spiega il perché la polizia catalana (Mossos d’Esquadra), che pure è titolare dell’ordine pubblico in Catalunya e che svolge anche la funzione di polizia giudiziaria si sia, nei fatti, rifiutata di aggredire la popolazione, con tanto di Mossos spintonati e maltrattati dalla Guardia Civil e di altri in lacrime fraternizzare con quelli che avrebbero dovuto reprimere. Solo così si capisce perché tutti i teatri catalani hanno sospeso le rappresentazioni del 1 ottobre per protesta e perché la squadra di calcio del Barcelona ha chiesto di rinviare la partita del 1 ottobre e dopo aver ricevuto il diniego e la minaccia di essere sanzionata ha deciso di chiudere lo stadio al pubblico e disputarla a porte chiuse per mostrare al mondo la propria protesta.

Ho citato queste cose, e potrei continuare a citarne molte altre, perché osservarle dal punto di vista meramente politico sarebbe riduttivo.

Ma veniamo ai fatti politici.

Sulla storia della Catalunya pesano almeno tre secoli, compreso il quarantennio fascista, lungo i quali in più riprese sono stati cancellati i diritti, le libertà e le istituzioni catalane. Lungo i quali più volte la lingua, la letteratura e la cultura catalane sono state proibite.

Non è questa la sede per trattare queste vicende storiche, ma è bene almeno citare la loro esistenza.

Per trovare una radice più recente anche se ormai decennale, per capire i fatti odierni bisogna parlare della Costituzione post franchista del 1978.

Quella Costituzione, tutt’ora vigente, fu redatta in continuità con lo stato franchista, con la pistola puntata alla tempia da parte delle forze armate che ottennero, oltre alla propria impunità, con un negoziato parallelo (come è ormai assodato pienamente in sede storica) che non si mettesse in discussione la natura monarchica e unitaria dello stato.

Se da una parte i militari spingevano per avere il massimo di continuità con lo stato franchista dall’altra i partiti che uscivano dalla clandestinità e che sedettero nel primo parlamento postfranchista erano invece favorevoli al riconoscimento dell’esistenza di diverse nazioni, dotate del diritto all’autodeterminazione, nel seno dello stato spagnolo. Oltre ai partiti nazionalisti catalani e baschi lo erano fortemente i comunisti e, anche se meno fortemente, i socialisti. Infatti in Catalunya non c’erano né il PCE né il PSOE, bensì partiti fratelli catalani, il PSUC e il PSC.

Lo scontro che si consumò nella redazione della costituzione è ben visibile nell’ambiguità di alcune formulazioni che parlano di “popoli” e “nazionalità” nel preambolo e nell’art. 2.

Li cito senza tradurli perché sono perfettamente comprensibili:

Nel preambolo: “Proteger a todos los españoles y pueblos de España en el ejercicio de los derechos humanos, sus culturas y tradiciones, lenguas e instituciones.”

E nell’art. 2: “La Constitución se fundamenta en la indisoluble unidad de la Nación española, patria común e indivisible de todos los españoles, y reconoce y garantiza el derecho a la autonomía de las nacionalidades y regiones que la integran y la solidaridad entre todas ellas.”

Non c’è bisogno di essere raffinati giuristi costituzionalisti per vedere che se da una parte si riconosce l’esistenza di POPOLI e NAZIONALITA’, dall’altra non li si nomina e tanto meno si riconosce loro il diritto all’autoderterminazione o il diritto ad avere uno stato proprio nell’abito di una federazione o di una confederazione.

I partiti antifranchisti e nazionalisti catalani e baschi, di destra e di sinistra, accettarono malvolentieri questa e molte altre ambiguità costituzionali. Ma lo fecero perché i rapporti di forza dei tempi e la minaccia di un sanguinoso scontro con l’intatto apparato militare e repressivo franchista non permettevano alternative.

Ho insistito su questo punto perché nei fatti odierni il concetto di “legalità costituzionale” del referendum catalano ricorre continuamente.

È evidente che l’origine, diciamo bastarda, della costituzione del 78 è piuttosto discutibile per essere utilizzata oggi come se fosse un monumento democratico al fine di negare il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano. O per sostenere che nulla al di fuori della sua lettera, interpretata restrittivamente, possa essere fatto.

È così vero ciò che sostengo che lo stesso governo del franchista Suarez nel 77, un anno prima della Costituzione, con un semplice decreto governativo restaurò, al di fuori di qualsiasi legalità vigente allora, la Generalitat de Catalunya (la massima istituzione catalana che era stata a sua volta restaurata dalla Repubblica Spagnola e poi sciolta dal fascismo) e permise il ritorno dall’esilio del suo Presidente Josep Tarradellas.

Insomma, la cosiddetta transizione alla democrazia, toccò uno dei suoi punti più ambigui e controversi proprio sulla questione catalana. Oggi si vede bene quanto la transizione, 40 anni dopo, sia incompleta.

Dopo l’approvazione nel 79 del primo Estatut de Autonomia de Catalunya postfranchista, che ovviamente non si auto attribuì il diritto all’autodeterminazione, si può dire sinteticamente che le forze antifranchiste confidarono che con il tempo e le modificazioni che la democrazia parlamentare e le libertà politiche avrebbero portato con se, sarebbero state la base sulla quale fondare equilibri più avanzati e, nella fattispecie, maggiore autonomia di Catalunya e Paese Basco fino all’ottenimento del riconoscimento al diritto all’autodeterminazione.

In Catalunya i comunisti del PSUC continuarono un lavoro sociale e culturale di lunga lena, già cominciato nella clandestinità fra mille difficoltà, di ricostruzione di una identità catalana aperta ed includente. Ne parlo più diffusamente non solo perché credo possa interessare maggiormente i lettori di questo modesto scritto ma soprattutto perché penso sia un esempio notevole di come si possano bene intrecciare questioni nazionali e sociali. Ho detto ricostruzione dell’identità perché, come spiega bene lo storico marxista Josep Fontana nel suo saggio “La formaciò d’una identitat – Una historia de Catalunya”, la natura aperta ed includente della società catalana nei confronti delle ondate migratorie è il frutto di alcuni fattori storici strettamente intrecciati fra loro. Fra questi i più importanti sono: un sistema di proprietà terriera nel medio evo diverso dal grande latifondo castigliano, una grande propensione commerciale e di attività artigianali connessa all’espansione nel mediterraneo del Regno di Aragona, di cui il Principato catalano era il cuore e il motore, e più avanti la rivoluzione industriale. Questa struttura economica produsse ondate migratorie verso la Catalunya dal resto della penisola iberica e la struttura sociale conseguente per secoli è stata meticcia. È la struttura sociale composita alla base del diritto e delle istituzioni catalane, all’epoca fra le più avanzate in Europa, che conservarono la loro vigenza per circa due secoli dopo l’unificazione delle corone nel Regno di Spagna. Fino alla Guerra di Successione, nella quale i catalani si schierarono dalla parte della corona austriaca che riconosceva le costituzioni catalane, e che si concluse l’11 settembre del 1714, con la caduta di Barcelona sotto il dominio assolutistico borbonico. Con la conseguente eliminazione di tutte le istituzioni catalane, chiusura delle università, proibizione della lingua in ambito pubblico e così via. Per questo la festa nazionale catalana rievoca l’11 settembre del 1714, e per questo il PSUC clandestino la rivendicava quando era proibita sotto il fascismo, anche riempiendo con la bandiere catalane “Senyera” (esporre le quali poteva costare il carcere) soprattutto le città operaie strapiene di immigrati dell’Andalucia e dell’Extremadura. Il PSUC clandestino sapeva che la questione nazionale catalana e la lotta di classe dovevano intrecciarsi e non dividere i lavoratori. C’è poi un altro fattore storico che i comunisti comprendono e fanno proprio. La storia della Catalunya, essendo la sua base economica e sociale diversa dal resto della Spagna, è piena di lotte, insurrezioni, rivolte. Non si possono qui elencare e analizzare una per una. Ma originate dalle rivolte contadine o da quelle operaie (egemonizzate dagli anarchici fino alla fine della guerra civile) dalla rivoluzione industriale in poi, sono pienamente integrate nella memoria, nell’identità e nei simboli catalani. Un terzo fattore è la resistenza che offre la società ai reiterati tentativi di cancellazione della lingua, della cultura e delle tradizioni catalane. Tutte cose che vengono difese e conservate nel corso del tempo spontaneamente dalla società organizzata in una miriade di associazioni e collettivi che, anche in clandestinità quando è necessario, le mantengono vive. I comunisti del PSUC, senza essere nazionalisti né indipendentisti, sono strenui difensori e ricostruttori della identità catalana aperta ed includente, di un modello sociale denso di autorganizzazione e che tende a funzionare prevalentemente dal basso in modo assembleare, di un patrimonio culturale e linguistico prezioso, oltre che in sé anche per essere stato difeso dal popolo nella storia e segnatamente sotto i 40 anni di dittatura franchista. Significativo il fatto che già in clandestinità e per tutta la prima fase della cosiddetta transizione sono i comunisti ad organizzare e dirigere le lotte affinché il catalano sia la lingua preminente nell’istruzione scolastica, proprio per salvare la lingua ed impedire che sia fattore di divisione nel seno delle classi subalterne.

Per tutto ciò il PCE e il PSUC, come le due coalizioni che a metà degli anni 80 promuovono rispettivamente, Izquierda Unida e Iniciativa per Catalunya, condividono l’obiettivo di completare la transizione dando vita a una repubblica federale che riconosca ai diversi popoli della Spagna l’autogoverno e il diritto all’autodeterminazione.

Posizione che è tutt’ora immutata, nonostante le divisioni del PSUC e la fuoriuscita di Iniciativa per Catalunya dal rapporto federale con Izquierda Unida e la conseguente nascita di Esquerra Unida i Alternativa. Tutti i soggetti politici figli della storia comunista conservano, non senza differenze e sfumature fra loro ed interne alle singole organizzazioni, le posizioni originarie circa il tema dell’autodeterminazione del popolo catalano.

Il Psoe, repubblicano, federalista e favorevole all’autodeterminazione di baschi e catalani all’inizio della transizione con il tempo diventa monarchico e contrario all’autodeterminazione. Il suo partito fratello in Catalunya, il PSC, segue un percorso analogo ma in tempi diversi e con vistose contraddizioni e spaccature.

La destra catalana (che elettoralmente si presenta unita nella federazione Convergencia i Uniò (CiU) e che raccoglie Convergencia Democratica de Catalunya, di ideologia liberale, e Uniò Democratica de Catalunya, di ideologia democristiana) fino agli anni 2000 è nazionalista ma non indipendentista. Seppur nettamente antifascista e favorevole all’integrazione dei vecchi e nuovi immigrati spagnoli ed extracomunitari, nella pratica di governo della Generalitat segue una deriva fortemente neoliberista, con corollario di corruzione. Il suo modello di relazione con il governo centrale è il negoziato continuo, con l’andare del tempo sempre meno efficace, in cambio di appoggio parlamentare sia ai governi del PSOE sia ai governi del PP.

Gli indipendentisti catalani di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) votano il primo Estatut de Autonomia come male minore rispetto al nulla (sotto il franchismo esistevano solo province e la Catalunya non esisteva nemmeno formalmente come regione) e nel corso del tempo, con alti e bassi ottengono discreti risultati elettorali, comunque mai superiori al 15 % dei voti. Si considerano di sinistra moderata, antifascisti, antirazzisti ed ovviamente repubblicani ed indipendentisti.

Il Partido Popular (PP), di cui il PP Català è una pura succursale con scarsi risultati elettorali in Catalunya, che viene fondato nella transizione unificando diverse formazioni e con un personale politico proveniente in buona parte direttamente dalle file franchiste, malsopporta dall’opposizione ai governi del PSOE l’instaurazione di un regime di comunità autonome dotate di parecchi poteri, mantiene sempre posizioni ispirate al nazionalismo spagnolo più retrivo, anche opponendosi alla rimessa in discussione dei crimini franchisti, ed è l’unico partito spagnolo ad avere posizioni nettamente discriminatorie nei confronti degli immigrati extracomunitari. In Italia è descritto dalla stampa, vuoi per ignoranza vuoi per ignavia o malafede, quasi sempre come un partito conservatore e democristiano, simile agli altri partiti del Partito Popolare Europeo. Ma non lo è. E’ un partito nettamente reazionario e sciovinista. Non è un caso che in Spagna le formazioni neofasciste non abbiano mai raggiunto nemmeno l’1 % dei voti. Banalmente perché i nostalgici del franchismo, che dopo 40 anni di regime fascista non possono mancare, votano in massa PP.

Questo di cui sopra è lo scenario politico precedente gli anni 2000.

Nel 2003 le elezioni del parlamento catalano, da sempre dominate da CiU, vedono per la prima volta la formazione di un governo di sinistra. Il governo catalano, formato da PSC, Inciativa per Catalunya – Esquerra Unida i Alternativa (ICV-EUiA) e Esquerra Republicana de catalunya, e diretto dal socialista Pasqual Maragall, storico sindaco delle giunte di sinistra di Barcelona, avvia i lavori per elaborare un nuovo Estatut de Autonomia.

Si tratta di portare a compimento la transizione facendo ciò che era stato impossibile 15 anni prima. Nel nuovo Estatut, alla cui redazione partecipa in parlamento attivamente anche CiU, la Catalunya è definita come Nazione. Si amplia e si sviluppa l’autonomia, ma senza fuoriuscire dal quadro istituzionale e costituzionale vigente. Nel 2004 il Psoe vince le elezioni ed ottiene una maggioranza assoluta di seggi in parlamento. Il primo ministro Zapatero promette solennemente che rispetterà il testo dell’Estatut elaborato dal parlamento catalano e che nel parlamento spagnolo, che dovrà esaminarlo e che ha la facoltà di modificarlo, si limiterà a ratificarne la lettera senza alcuna modifica.

Ma l’Estatut nel frattempo approvato da 120 deputati su 135 (vota contro solo il PP) arriva alle Cortes e viene pesantemente modificato dalla maggioranza socialista, a cominciare dall’abrogazione dai concetti di Nazione e di Stato Spagnolo Plurinazionale. Si tratta, in pratica, di una riscrittura di tutto il testo. Lo stesso numero due del PSOE, Alfonso Guerra, non esita a vantarsi in dichiarazioni televisive di aver “cepillado” (piallato, in italiano) l’Estatut che porta la prima firma del socialista catalano Pasqual Maragall.

Il testo mutilato provoca una crisi nel governo catalano, dal quale esce ERC, e viene sottoposto ad un referendum vincolante in Catalunya. PSC, ICV-EUiA, CiU, danno indicazione di votare a favore secondo la logica del meno peggio, mentre ERC e PP, per motivi opposti, danno l’indicazione di voto contrario. Vota solo il 50,59 % degli elettori. Il SI ottiene il 73,90 %, il NO il 20,76, il resto vota in bianco. Pasqual Maragall parla di una amara vittoria, annuncia che alle successive elezioni non si candiderà e in seguito abbandona il PSOE. Al governo di sinistra di Maragall succede un altro governo di sinistra, diretto da Josè Montilla nel quale rientra ERC.

Ma la vicenda de l’Estatut non finisce qui perché un ricorso del PP, che promuove una raccolta di firme in tutta la Spagna, al Tribunal Constitucional ottiene che quest’ultimo, nel giungo del 2010, gli dia un’altra “piallata”. E così altri 14 articoli vengono abrogati o pesantemente modificati. Di questi, alcuni identici nel testo sono presenti e tutt’ora vigenti in statuti d’autonomia di altre regioni spagnole, contro i quali nessuno ha fatto ricorso.

Insomma, il tentativo di interpretare estensivamente la Costituzione bastarda del 78 per fuoriuscire definitivamente dal franchismo e per mettere le basi di uno stato plurinazionale e tendenzialmente federalista viene sconfitto prima dal PSOE, ormai monarchico e violentemente contrario al diritto all’autodeterminazione di catalani, baschi e galiziani, e poi, nonostante l’Estatut fosse stato approvato dal popolo in un referendum vincolante,   dal PP e dal Tribunale Costituzionale.

In altre parole la Catalunya si ritrova con uno statuto di fatto peggiore di quello del 79, e con l’umiliazione di vedersi cancellare ciò che il popolo aveva ratificato in un referendum vincolante.

Nel luglio del 2010 una enorme manifestazione di un milione e mezzo di persone dietro uno striscione portato dal Presidente Josè Montilla e dai membri del governo di sinistra catalano che recava la scritta “SOM UNA NACIO’ NOSALTRES DECIDIM” attraversa le strade di Barcelona.

A pagare il prezzo elettorale della vicenda dell’Estatut, al quale si aggiunge la crisi economica e la politica liberista del governo Zapatero, è soprattutto il PSC, che in Catalunya passa dal 31 % del 2003 al 18 % del 2010 nelle elezioni catalane e dal 45 % del 2008 al 26 % del 2011 nelle elezioni politiche spagnole.

Dal 2010 ad oggi nel panorama politico catalano si assiste a un grande rimescolamento delle carte, alla fine di forze politiche storiche e alla nascita di nuove.

Irrompe sulla scena prima il Movimento degli Indignati del 2011. Che in questa sede non ho bisogno di spiegare perché credo sia abbastanza conosciuto dai militanti della sinistra italiana.

In Catalunya, però, si caratterizza soprattutto perché mobilita e integra non già semplicemente un’ondata di proteste di piazza, bensì centinaia e centinaia di associazioni, comitati di lotta, movimenti, già presenti su tutto il territorio catalano e segnatamente nella città di Barcelona.

Mentre a livello spagnolo Podemos appare sulla scena elettorale come partito d’opinione e del leader, con un forte profilo ambiguo (“siamo oltre la destra e la sinistra”) e in concorrenza con Izquierda Unida, in Catalunya il processo che porterà alla nascita di Barcelona en Comù, che conquista il governo di Barcelona, ed in seguito a En Comù Podem che si afferma come primo partito nelle due tornate anticipate delle elezioni spagnole, è caratterizzato dall’unità di tutte le forze della sinistra radicale e soprattutto dal coinvolgimento dal basso di una miriade di realtà di lotta.

Sul versante della questione nazionale la nascita di un forte movimento indipendentista popolare non è ascrivibile ai partiti o alle semplici dinamiche politiche. Nasce la “Asemblea Nacional de Catalunya” e viene affiancata dalla storica e grande associazione “Omnium Cultural” che aveva iniziato la sua difesa della lingua e cultura catalana nella clandestinità sotto il franchismo. Queste due entità, che funzionano dal basso e in modo assembleare, organizzano, dal 2012 ad oggi, manifestazioni l’11 settembre di ogni anno. Non sono manifestazioni normali. Sono partecipate da un milione a due milioni di persone (in Catalunya i residenti sono 7 milioni e mezzo). Alcune sono grandi concentramenti di manifestanti ma altre sono state realizzate nella storia solo in Catalunya. Per esempio nel 2013 una catena umana di 400 chilometri, dalla frontiera francese a quella con la Comunidad Valenciana, nel 2014 una grande V con 11 chilometri delle due più grandi arterie di Barcelona sulle cui grandissime carreggiate circa un milione e 800mila persone si sono disposte formando i colori delle 4 barre rosse su fondo giallo della bandiera catalana.

A queste manifestazioni, sebbene nettamente egemonizzate dall’indipendentismo, partecipano sempre migliaia di organizzazioni sociali, culturali e di lotta, oltre che le forze politiche catalane, indipendentiste o meno.

È quindi sulla base di una spinta popolare sempre più indipendentista che nel panorama politico si consumano divisioni, aggregazioni e nascita di nuove forze.

Il PSC subisce due scissioni. CiU, vira nettamente verso l’indipendentismo, si divide e i democristiani di Uniò rompono la federazione con Convergencia, non senza subire una scissione indipendentista del 40 % circa dei gruppi dirigenti. Uniò sparirà alle elezioni del 2015. Si presenta per la prima volta alle elezioni catalane (nelle tornate precedenti lo aveva fatto solo in alcuni municipi) la Candidatura d’Unitat Popular (CUP). Una forza di estrema sinistra, che funziona rigidamente in modo assembleare e che raggruppa almeno 7 organizzazioni politiche e collettivi indipendentisti. Elegge 3 deputati nel 2012 e, triplicando i voti, ne elegge 10 nel 2015. La formazione Ciutadans (C’s) che nasce a metà degli anni 2000 come antagonista al nazionalismo catalano, di destra liberista e fortemente caratterizzata dalla retorica anticasta passa da 3 a 25 seggi nel giro di 4 tornate elettorali, erodendo voti al PSC e al PP.

Nella sinistra radicale nasce il processo di aggregazione noto con il nome di COMUNS di cui ho già detto qualcosa più sopra. Vi aderiscono collettivi indipendentisti, forze federaliste e confederaliste, e si può dire che anche le forze storiche come Inciativa (ICV) ed Esquerra Unida i Alternativa sono attraversate al loro interno da posizioni indipendenstiste e federaliste. Tutte, comunque, accomunate dal riconoscimento del diritto all’autodeterminazione del popolo catalano.

La forza e il ruolo del movimento popolare è indispensabile per capire il percorso degli ultimi anni (noto in Catalunya come PROCES) che ci ha portati ai fatti dell’1 ottobre.

Nel 2010, a causa della debacle socialista la destra di CiU riconquista il governo. È un governo di minoranza che di volta in volta ottiene appoggi esterni, principalmente da parte di ERC man mano che le posizioni indipendentiste crescono dentro CiU. Comincia uno scontro sempre più duro con il governo spagnolo che vara una legge sull’istruzione che attacca il catalano come lingua preminente in Catalunya. Che ricorre contro decine di provvedimenti del governo catalano ottenendone la sospensione automatica in attesa delle decisioni del tribunale costituzionale, e cioè di anni. Fra queste, per fare esempi che hanno indignato i catalani, la legge che proibisce alle compagnie di elettricità, acqua e gas di tagliare il servizio ai clienti morosi in difficoltà economica. Una analoga legge che tenta di impedire gli sfratti alle famiglie alle quali la crisi impedisce di pagare il mutuo o l’affitto. Una legge che ristabilisce in Catalunya il servizio sanitario gratuito e garantito a tutte le persone immigrate indipendentemene dalla regolarità o meno della loro posizione. Anche la chiusura del CIE decisa dal parlamento catalano con il solo voto contrario del PP viene disattesa. E così via.

I governi di CiU accettano e applicano in Catalunya i tagli alla spesa pubblica e le privatizzazioni previste dal governo spagnolo a partire dalla riforma costituzionale, varata dal governo Zapatero con l’appoggio del PP, che erige il pareggio di bilancio al di sopra del diritto alla fruizione dei servizi sociali come sanità, istruzione ecc.

Ciò provoca dure contraddizioni nel campo politico dell’indipendentismo.

Ma nel frattempo la spinta indipendentista si alimenta della speranza, o se si vuole dell’illusione, che una repubblica catalana possa avere un carattere sociale più avanzato.

Il Presidente della Generalitat dalle elezioni del 2010, Artur Mas esce dalla situazione difficile appena descritta convocando elezioni anticipate. Ne esce un governo che tempera le posizioni neoliberiste di CiU perché necessita dell’appoggio esterno di ERC, e che si impegna a presentare una legge che attribuisce al parlamento catalano il potere di convocare un referendum consultivo  e non vincolante sulla questione nazionale. La legge viene varata con i voti contrari di PP e Ciutadans, l’astensione dei socialisti (che per questo subiscono una scissione) e con i voti favorevoli degli altri gruppi.

Sulla base della legge approvata (alle Cortes l’unico partito spagnolo che la sostiene è Izquierda Unida), viene convocato il referendum consultivo con due domande: “vuole che la Catalunya abbia uno stato proprio? e nel caso di risposta affermativa: vuole che sia indipendente?”.

L’immediato ed immancabile ricorso del governo del PP ottiene la sospensione immediata della consultazione da parte del Tribunale Costituzionale.

Il governo della Generalitat prima della sospensione ha già provveduto alla convocazione che però, in ottemperanza alla sospensione, si trasforma in una mobilitazione politica senza vincoli istituzionali e viene gestita da volontari nei locali che vengono messi a disposizione dalla Generalitat.

Il governo del PP minimizza, parla di una manifestazione senza alcuna rilevanza, prevede un fallimento, e non intraprende nessuna iniziativa per impedirla.

Il 9 novembre del 2014 2 milioni 300mila elettori si recano a votare. Più dell’80 % rispondono due volte si alle domande. Più del 10 % rispondono si alla prima e no alla seconda. Il resto sono un 5 % circa di no alla prima e schede bianche e nulle.

La consultazione non ha valore legale ma evidentemente ne ha uno politico rilevante. Il governo del PP, che prima aveva minimizzato, comincia azioni legali, incriminazioni e si apparecchiano processi contro il Presidente Mas e altri membri del governo. Processi che si concluderanno con la condanna a la “inhabilitacion” (perdita delle cariche istituzionali e del diritto ad essere candidato) e con l’assoluzione per il reato di malversazione di fondi pubblici che prevedeva pene di carcere. Assoluzione che non impedisce al Tribunal de Cuentas di istruire una causa chiedendo agli accusati di depositare subito una cauzione di 5 milioni di Euro.

Come è evidente il governo del PP imbocca la strada della persecuzione giudiziaria di ogni tentativo di esercitare il diritto all’autodeterminazione e oppone un netto rifiuto a numerose richieste di dialogo, anche formulate istituzionalmente dal governo e dal parlamento catalano. La nazione catalana non esiste e non c’è nessun diritto all’autodeterminazione.

  • Di queste due cose non si può né si deve discutere. Punto! –

Nel settembre del 2015 vengono convocate nuove elezioni anticipate della Generalitat.

Le forze indipendentiste (Convergencia Democratica de Catalunya, Esquerra Republicana de Catalunya e diverse altre organizzazioni provenienti da scissioni di Uniò Democratica e del PSC, e molti indipendenti) dopo lunghe e complicate discussioni decidono di formare la lista unitaria “Junts pel Si” (JxSi). La CUP non accetta di fare una lista unitaria con Convergencia e si presenta in proprio. Le due liste indipendentiste sono unite in un punto programmatico che sostanzialmente attribuisce alle elezioni un valore referendario, giacché è stata impedita la consultazione non vincolante.

La sinistra radicale presenta una lista che comprende ICV, Esquerra Unida i Alternativa e Podem (è il nome in catalano di Podemos). Non partecipa il collettivo del COMUNS di Ada Colau.

La Lista si chiama “Catalunya si que es pot”  Nel suo programma è fortemente presente il tema del diritto all’autodeterminazione ma non si accetta che si dia un valore referendario alle elezioni.   

Gli altri partiti, ovviamente disconoscono il valore referendario delle elezioni essendo comunque contrari all’autodeterminazione.

Le due liste indipendentiste ottengono il 39,59 % e 62 seggi (JxSi) e l’8,21 % e 10 seggi (CUP).

Il 47,8 % non è sufficiente per procedere ad una dichiarazione unilaterale di indipendenza. I primi a dirlo sono gli esponenti della CUP. Ma, a detta di entrambe le liste, la maggioranza assoluta dei seggi giustifica che si proceda verso un progetto costituente, che si dovrebbe completare in 18 mesi con una dichiarazione unilaterale di indipendenza. Il referendum è previsto per ratificare o meno l’esito del processo.

Catalunya si que es pot ottiene un risultato deludente. Dopo la vittoria di Barcelona en Comù nel municipio e con l’entrata in scena di Podem era atteso un risultato ben più sostanzioso del 8,94 % e 11 seggi (di un punto e due seggi inferiore alla lista di ICV-EUiA del 2012). Il motivo, a mio avviso, è la debolezza della proposta sul punto dell’autodeterminazione. L’insistenza sulla necessità di ottenere un referendum accettato dal governo del PP o subordinato all’attesa che si possa cambiare la costituzione spagnola è corretta sul piano astratto ma totalmente impolitica. Serve più a tenere insieme militanti ed elettori della lista che sul punto hanno tre posizioni diverse (indipendentista, federalista e confederalista), pur se accomunate dalla rivendicazione del diritto all’autodeterminazione. Inoltre la campagna elettorale della lista denuncia un’egemonia indipendentista di destra che non è, in realtà così forte. L’accusa alla CUP di predisporsi a votare in parlamento un presidente colpevole di aver fatto tagli alle spese sociali e privatizzazioni non funziona. Al contrario molti elettori potenziali della lista scelgono la CUP proprio perché indipendentista e radicalmente di sinistra nei contenuti sociali. E comunque la CUP otterrà la defenestrazione di Artur Mas, rifiutandosi di votarlo fino all’ultimo giorno utile per formare il governo e costringendolo a farsi da parte in favore del sindaco di Girona, oggi ormai famoso, Carles Puigdemont.

La lista di Ciutadans diventa il secondo partito con 25 seggi contro i 9 delle elezioni precedenti. Il PP ne perde 11 e il PSC 4. Entrambe sono al minimo storico. Si tratta, grossomodo, di un rimescolamento delle carte nel campo cosiddetto unionista.

Le elezioni spagnole del 2015 e del 2016 risentono fortemente di questa situazione. Senza ripetere l’analisi dei risultati che io ho proposto in precedenti articoli, è necessario ricordare che l’alternativa al governo del PP, possibile sia dopo le elezioni del 2015 che dopo le successive anticipate del 2016, è stata impedita dall’intransigenza del Segretario del PSOE, Pedro Sanchez, che si è rifiutato di negoziare un appoggio di Podemos, delle tre liste unitarie catalane, valenziane e galiziane, di Izquierda Unida e tanto meno delle forze nazionaliste catalane e basche che chiedevano l’impegno a permettere il referendum catalano.

Alle elezioni generali spagnole del 2015 e 2016 la CUP non si presenta e Convergencia Democratica e ERC si presentano con liste separate. La somma dei loro voti, ma con una prevalenza di ERC, è circa il 30 % in entrambe le consultazioni. Nel fronte unionista il PSC prende il 16 % in entrambe le votazioni e il PP e Ciutadans prendono rispettivamente l’11 % e il 13% nel 2015 ed esattamente l’inverso nel 2016.

Il primo partito è En Comù Podem. Che prende il 25 % dei voti.

Non deve ingannare la notevole differenza di voti fra elezioni catalane e generali spagnole perché nelle elezioni del parlamento spagnolo prevale il voto utile per la formazione della maggioranza alle Cortes.

Resta il fatto che in Catalunya per la prima volta una lista di sinistra radicale sorpassa, e di gran lunga, il PSC e che nel campo delle forze indipendentiste la destra perde voti a favore della sinistra. L’assenza della lista della CUP rende più difficile valutare esattamente il risultato, ma è fuori di dubbio che abbia avvantaggiato sia En Comù Podem sia ERC.

Non si può non vedere che, anche alle elezioni spagnole, le forze indipendentiste e quelle favorevoli all’autodeterminazione sono vicine al 60 %.

In un paese minimamente democratico il governo, di fronte a una simile situazione, avrebbe dovuto avviare una politica di dialogo con il governo catalano. Almeno per neutralizzare le spinte indipendentiste, per esempio impegnandosi a restaurare quanto amputato nell’Estatut, negoziando un patto fiscale diverso, come ha fatto più volte col Paese Basco, evitando di ricorrere contro le leggi del parlamento catalano più popolari, impegnandosi a contrastare o dismettere i periodici tentativi di discriminazione nei confronti della lingua, tenendo fede agli impegni di investimenti nelle infrastrutture che invece, negli ultimi 20 anni, sono stati ogni anno disattesi. E così via.

Invece nulla di tutto questo. L’unica risposta alla richiesta di autodeterminazione del popolo catalano è stata la via giudiziaria e repressiva, ed una interpretazione sempre più restrittiva dell’autonomia.

Nei mesi che hanno preceduto il referendum del 1 ottobre in Catalunya c’è stata una operazione politica di grandissimo rilievo.

In Italia sconosciuta.

È stato costituito il Pacte Nacional pel Referendum. Composto da circa 4000 entità. Partiti, sindacati (tutti), istituzioni come comuni (il 90 % a cominciare da quello di Barcelona) e province (tutte), associazioni politiche, culturali, sportive, di immigrati, delle più svariate tradizioni catalane, di piccole e medie imprese, ecc ecc. Non sto parlando di una raccolta di firme bensì di una organizzazione che si è data una struttura e l’obiettivo di interloquire con governo e parlamento spagnolo per insistere circa la necessità di aprire un dialogo al fine di poter celebrare un referendum legalmente riconosciuto.

Il risultato è stato praticamente nullo. La delegazione che avrebbe dovuto incontrare tutti i gruppi parlamentari e il governo non è stata ricevuta se non da Unidos Podemos e dagli altri partiti nazionalisti baschi e galiziani. Il governo non ha nemmeno risposto alla richiesta di incontro.

Per tutti questi motivi la strada dell’unilateralità, per altro fortemente proposta dalla CUP e rallentata il più possibile dalla destra catalana, è diventata l’unica strada percorribile e realistica.

La maggioranza indipendentista ha deciso di rompere con la legalità spagnola e convocare un referendum vincolante. Lo ha fatto forzando il regolamento parlamentare e nel modo più veloce possibile affinché la reazione dello stato e del tribunale costituzionale non potesse impedirne la convocazione. Le forze unioniste, dopo aver praticato l’ostruzionismo, hanno abbandonato l’aula al momento del voto. Il gruppo di Catalunya si que es pot, si è astenuto. Ma come mediazione interna fra le posizioni favorevoli e contrarie.

Sono arrivate le immediate sospensioni delle decisioni del parlamento catalano, l’incriminazione dei membri dell’ufficio di presidenza, fra i quali il segretario dei comunisti e di EUiA Joan Josep Nuet, che avevano votato a favore della messa all’ordine del giorno delle leggi poi sospese, l’incriminazione a più di 700 sindaci per l’annuncio che avrebbero messo a disposizione i locali per celebrare il referendum.

Nei 10 giorni che hanno preceduto il referendum la scalata repressiva ha oltrepassato ogni limite legale. Sono stati arrestati 14 funzionari di nomina politica,  del governo catalano, perquisite diverse sedi del governo, numerose tipografie e aziende alla ricerca di schede elettorali e urne, sedi di giornali. In diversi casi senza mandato di perquisizione. Sono state chiuse numerose pagine web di istituzioni catalane e di privati, a cominciare da quelle governative dedicate al referendum. È stata proibita la messa in onda di spot sul referendum e l’affissione di manifesti sia istituzionali sia di partito o associazione. Conseguentemente sono stati fermati e gli è stato sequestrato ogni materiale decine di attivisti, che ovviamente sono stati denunciati all’autorità giudiziaria.

Le proteste, tutte pacifiche, che si sono immediatamente inscenate, ora sono indagate come atti di sedizione e lo stesso comandante dei Mossos è indagato per sedizione per non aver dato l’ordine di scioglierle.

Potrei continuare. Ma credo sia inutile perché poi le immagini che l’1 ottobre tutti hanno visto sono una sintesi perfetta di tutto quanto è successo.

Non parlerò di cosa prevedo possa succedere nei prossimi giorni. È difficile dirlo e in questa sede è del tutto inutile. Spero solo che queste mie opinioni, corredate il più possibile da informazioni che in Italia sono sconosciute, possano essere utili anche ad interpretare i fatti che verranno, e sui quali magari tornerò a scrivere.

Solo alcune ultime considerazioni.

Molti osservatori insistono su un fatto inconfutabile: la politica del governo Rajoy appare irrazionale. Sordità completa e uso delle leve repressive, giudiziarie e penali, che hanno finito con l’aumentare le file indipendentiste in misura che gli indipendentisti storici non avrebbero nemmeno mai immaginato.  

Questo varrebbe se la Spagna non avesse il problema irrisolto della transizione. Un problema che ha covato sotto la cenere per circa vent’anni dopo la morte di Franco, nei quali gli spagnoli hanno conosciuto una stagione di aumento dei diritti sociali e civili, un buon decentramento di poteri nelle regioni autonome. E i catalani hanno potuto recuperare le loro tradizioni, cultura e lingua senza temere repressione e carcere.

In realtà negli ultimi vent’anni, e soprattutto negli ultimi dieci con il combinato disposto della natura postfranchista, ma non antifranchista, dello stato e gli effetti della crisi il problema è riemerso in tutta la sua evidenza.

Essendo il PP un partito reazionario, sciovinista e difensore strenuo dello stato incentrato sul nazionalismo spagnolo, e conseguentemente negazionista dell’esistenza di altre realtà nazionali, non sa e soprattutto non può fare diversamente da quello che ha fatto e sta facendo.

Il Psoe, che è stato al governo in solitudine, in due riprese, per  più di vent’anni non ha mosso un dito per mettere in discussione la vera natura dello stato spagnolo. Quando l’ha mosso lo ha fatto per tradire l’Estatut redatto dal PSC e dal resto della sinistra catalana.

Il tema dell’autodeterminazione catalana non è un problema solo catalano, e non è nemmeno solo basco e galiziano. È un problema di tutta la Spagna.

La sinistra politica spagnola, che oggi è rappresentata dall’unità fra Podemos e Izquierda Unida, e che è repubblicana, federalista e favorevole al diritto all’autodeterminazione dei diversi popoli spagnoli non può, a mio avviso, che prendere atto del fatto che la prima vera spallata al “regime del 78”, alla monarchia e allo stesso PP è arrivata con la via unilaterale all’autodeterminazione dei catalani.

La Storia non segue linee rette.

Per quanto mi riguarda, non essendo indipendentista, avrei preferito che la transizione si fosse chiusa con l’instaurazione di una repubblica federale. Ma se un popolo, con il massimo clamore e in forme inedite (di solito i processi di autodeterminazione si son fatti con le armi in pugno) e pacifiche, rivendica il diritto a decidere per se stesso e nel contempo mette in difficoltà uno stato non antifranchista e pesantemente autoritario, non gli si può dire che rompere la legalità è un errore, o che deve, dopo 40 anni di delusioni, attenderne non si sa quanti affinché in Spagna si diano le condizioni per un cambiamento reale che gli dia il permesso di esercitare un diritto fondamentale.

Penso che in Spagna sarà la sinistra, se saprà farlo, ad avvantaggiarsi della lotta per l’autodeterminazione del popolo catalano.

Perché, come ho detto all’inizio, dopo il 1 ottobre nulla rimarrà come prima. Né in Catalunya né in Spagna.

Ramon Mantovani

Pubblicato il 4 ottobre 2017 sul sito http://www.rifondazione.it