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Afghanistan: una proposta contro l’imbroglio demagogico

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , on 13 ottobre, 2010 by ramon mantovani

Noi proponiamo il ritiro unilaterale delle truppe italiane, la fine della guerra della NATO, un cessate il fuoco e un negoziato politico interno e internazionale (con il concorso del Pakistan e dell’Iran) garantiti dal presidio del territorio da parte di una forza di Caschi Blu (con l’esclusione dei paesi attualmente belligeranti). Altre “soluzioni” sono semplicemente la prosecuzione della guerra o, peggio ancora, l’ennesimo imbroglio demagogico, cinicamente giocato sulla pelle degli afghani e degli stessi soldati italiani. Il governo italiano, se avesse una propria politica estera, dovrebbe proporre in sede NATO il ritiro e l’apertura di una nuova fase gestita dall’ONU, dai paesi dell’area e dai belligeranti afghani. Ma una simile proposta, per quanto sia l’unica pragmatica e realistica, si scontrerebbe con la vera natura della guerra e con i suoi veri obiettivi (che non sono cambiati solo perché dall’unilaterale “Enduring Freedom” siamo passati al “multilateralismo occidentale” della NATO), e contro gli interessi dell’industria bellica USA. Quindi il governo italiano dovrebbe ritirare unilateralmente le proprie truppe, seguendo l’esempio olandese, proprio per esercitare l’unica pressione seria e possibile in sede NATO e verso gli USA, al fine di mettere fine ad una guerra che mai potrà essere vinta sul piano militare. L’opposizione (parlamentare), se avesse una propria politica estera diversa da quella degli USA e quindi diversa da quella del governo Berlusconi, presenterebbe immediatamente una mozione in parlamento per il ritiro unilaterale, sia per mettersi in sintonia con l’opinione pubblica sia per sfruttare le evidenti contraddizioni fra Lega e PDL. Ma non lo farà. Continuerà a vagheggiare “ridiscussioni della missione”, non meglio precisate “exit strategy” senza proporre nulla di concreto e così via. Finirà inevitabilmente con il discutere, anche dividendosi, delle false piste proposte dal governo (come quella di La Russa sulle bombe), utili solo a rappresentare, nella politica spettacolo, come unica dialettica possibile quella interna ai favorevoli alla guerra, e a far apparire come estremistica, irrealistica e velleitaria qualsiasi idea o proposta che sia contraria alla guerra come soluzione del problema afghano. Noi abbiamo mille ragioni per essere contro questa guerra. Sono politiche ed anche etiche. La principale delle quali è quella per cui siamo contro la costruzione di un nuovo ordine mondiale, conseguente alla globalizzazione capitalistica, nel quale i paesi “occidentali” dominano e “governano” il mondo sconvolto dalla crisi, attraverso la “guerra permanente” e la riduzione dell’ONU ad “ente inutile”. Perciò siamo contro la NATO e contro il governo USA. Perciò pensiamo che su questo punto corra un confine fra ciò che è di sinistra e ciò che è di destra.

Il resto sono chiacchiere e pagliacciate buone solo per i talk show.

ramon mantovani

Pubblicato su Liberazione il 12 ottobre 2010

sulla proroga delle missioni militari

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , on 9 marzo, 2007 by ramon mantovani
La dichiarazione di voto di Rifondazione comunista
 
Votiamo ad occhi aperti,
riconoscendo e vedendo
le contraddizioni che esistono
 

Ramon Mantovani
E’ difficile, in Italia e, purtroppo, anche in questo Parlamento, discutere seriamente della politica estera e ancor più della questione spinosa, difficile e complicata delle missioni militari. Viviamo in un paese nel quale si guarda al mondo, troppo spesso, dal buco della serratura della politica interna e viviamo in un Parlamento nel quale, invece di godere del servizio di informazione della stampa, che informa i cittadini delle nostre elaborazioni, delle nostre discussioni e delle nostre decisioni, finiamo per discutere, noi, di ciò che la stampa propina all’opinione pubblica, mentendo e cercando di inquinare il dibattito politico del paese.
Ieri, il segretario del mio partito è stato vittima di una gravissima deformazione giornalistica. Un titolo, sul suo conto, recitava: «Se ci fosse un morto, dovremmo pensare di andarcene»; sottinteso: dall’Afghanistan. Questa frase è falsa e non è mai stata pronunciata. L’intervista verteva su questioni di politica estera ed interna. Poiché la direzione di questo giornale vorrebbe che Rifondazione dicesse questo, in modo tale che il Governo si trovasse in difficoltà. Infatti, un collega, tratto in inganno, ha evidenziato questa posizione, come se fosse effettivamente la nostra.
Signor ministro, il fatto richiede un intervento, non sul giornale in questione ma, in generale, sul problema della politica, del Parlamento (e, credo, anche dei gruppi d’opposizione, anch’essi vittime, in più di una occasione, di questo trattamento) e del Governo. Non possiamo continuare a discutere in questo modo di cose serie e gravi. Sette mesi fa, abbiamo presentato una risoluzione, approvata da questa Assemblea, sulla questione della politica estera relativamente alle missioni militari, che consideriamo una risoluzione di legislatura. Gli impegni indicati al Governo in quell’atto di indirizzo sono, per noi, di legislatura, sono, per noi, importanti e vincolanti, sono, per noi, decisivi.
E’ in ragione di quell’accordo che votiamo ad occhi aperti anche cose che avremmo preferito fossero proposte in modo diverso. Lo facciamo ad occhi aperti, riconoscendo le contraddizioni che esistono nell’attuale politica internazionale del nostro paese e nella natura delle missioni che ci apprestiamo a prorogare.
Non è un mistero per nessuno che abbiamo votato per anni contro alcune missioni e che, nell’ambito di questo accordo, abbiamo deciso – lo ripeto: ad occhi aperti – di accettare di vivere questa contraddizione, perché è cambiata la politica estera del Governo e per noi si è aperta una questione.
Vorrei ricordare che negli anni ’90 troppe volte si è detto, anche da parte di tutti i Governi italiani, che l’Onu aveva fallito e non era in grado di sviluppare azioni di pace o missioni militari capaci di impedire le guerre, che ci doveva pensare la Nato oppure che erano necessarie operazioni militari compiute da coalizioni a geometria variabile. E’ successo così nei Balcani e altrove.
C’è stata, però, una piccola novità: vi è stata una missione comandata dalle Nazioni Unite. So che alcuni colleghi, anche importanti, non sanno quale sia la differenza tra un’autorizzazione fatta ex post e una missione comandata dalle Nazioni Unite. Lo so, mi dispiace per loro, ma io so cosa vuol dire: significa invertire la politica di delegittimazione delle Nazioni Unite e di svuotamento dei suoi poteri, che è stata perseguita dagli anni Novanta.
La missione in Libano non ha fatto solo scoppiare la pace, ma ha aperto una nuova prospettiva: nel mondo, la funzione di polizia internazionale può essere nelle mani esclusive e monopolistiche delle Nazioni Unite e non ci possono essere paesi che, unilateralmente, anche se in coalizione, si arrogano il diritto di fare il bello e il cattivo tempo e di governare il mondo.
Nella risoluzione che abbiamo approvato, abbiamo impegnato il Governo a compiere un ulteriore passo, che sappiamo essere difficile, ma che il Governo deve fare e farà: promuovere, in qualità di membro non permanente del Consiglio di sicurezza, le iniziative volte a costituire un contingente militare di pronto intervento in capo alle Nazioni Unite. Questo elemento per noi è già sufficiente per accettare di vivere la contraddizione di votare per una missione che abbiamo contrastato e sulla quale non siamo d’accordo.
Abbiamo apprezzato anche la posizione del Governo sul Kosovo. Il Governo italiano è stato uno dei pochi Governi europei a dire esplicitamente che non accetterà decisioni unilaterali, né albanesi-kosovare, né internazionali. Infatti, ieri il viceministro Intini ha accettato anche un ordine del giorno dell’opposizione che andava in tal senso.
Abbiamo approvato la posizione del Governo sulla Somalia, per impedire lo scatenarsi di un conflitto, come, invece, è successo per responsabilità soprattutto degli Stati Uniti, in contrasto con il nostro paese dall’inizio degli anni Novanta.
Abbiamo apprezzato tante posizioni del Governo, tra le quali quella di non accedere alle richieste del Segretario generale della Nato e di sei ambasciatori di aumentare le nostre truppe, di impegnarle nella conquista del territorio in Afghanistan e di fornire sistemi d’armi adatti a questo scopo. Capiamo che esiste una contraddizione e che abbiamo posizioni diverse all’interno della maggioranza. Pensiamo della Nato cose diverse da altri partiti della coalizione. Capiamo che non possiamo chiedere al nostro Governo di compiere un gesto unilaterale, che, invece, abbiamo ottenuto per l’Iraq. Sappiamo che esistono dei vincoli, ma poniamo comunque dei problemi che vogliamo che siano riconosciuti come tali, come problemi di tutti, anche dell’opposizione, non solo nostri. In questo decreto-legge che ci apprestiamo a convertire, abbiamo introdotto elementi che erano già contenuti nella risoluzione. La conferenza internazionale di pace costituisce un passo significativo in avanti in questa direzione. La conferenza internazionale è la possibile – sottolineo possibile – soluzione del problema.
La conferenza internazionale è la possibile accensione di un processo che porti alla pace e che metta fine ad una strategia militare che, con ogni evidenza, è fallita e sta fallendo. Lo dico ai colleghi della Lega e a tanti altri che hanno evidenziato questo problema: noi ci sentiamo in pace con la nostra coscienza e coerenti con le nostre convinzioni. Se fosse nelle disponibilità del nostro voto, con un nostro voto contrario sulla missione in Afghanistan, far cessare quella missione ed impedire che si sviluppi ulteriormente la guerra, noi non esiteremmo un solo secondo a farlo, costi quello che costi sul piano della politica interna. Tuttavia, un nostro voto contrario provocherebbe l’effetto opposto ed è per questo che viviamo questa contraddizione, anche faticosamente: la politica è fatta anche di questo.
Noi siamo parte e ci sentiamo parte del movimento pacifista, che è composto da centinaia di milioni di donne e di uomini nel mondo, e non pensiamo di rappresentarlo né con le nostre posizioni né con i nostri atti politici, che giudichiamo in quanto tali per sé stessi. Tuttavia è spiacevole e brutto veder parlare della guerra, dei morti, dei rapimenti, delle stragi di civili, delle bombe ed anche della vita dei nostri soldati – questioni che devono interessare tutti -, ma quando vengono usate retoricamente e demagogicamente per raggiungere miserevoli scopi, trucchi, «sgambetti» di politica interna, non fanno onore a quelli che propongono questa concezione e questa logica.

pubblicato su Liberazione il 09/03/2007