Genova fu un primo passo sulla strada giusta

Sono passati vent’anni dalle quattro giornate del movimento “no-Global” del luglio 2001 a Genova. Per grandissima parte dell’opinione pubblica che non ne ha perso memoria o che, per motivi d’età, ne ha solo sentito parlare, il ricordo è circoscritto alla violentissima e inusitata repressione che colpì il movimento. E questo, purtroppo, dimostra la potenza dell’operazione repressiva che aveva l’obiettivo di sterilizzare il potenziale critico e antagonista al sistema capitalistico globalizzato, riducendolo a “problema di ordine pubblico”. Vale la pena di partire proprio da qui per tentare di svelare la vera natura del movimento e soprattutto per riportare alla luce ciò che la repressione oscurò e tentò di seppellire.

LA REPRESSIONE

Al contrario di quanto si pensa correntemente la repressione non fu concepita, programmata ed eseguita dall’allora governo Berlusconi. Fu concepita dagli organismi di coordinamento delle polizie e dei servizi di intelligenza dei paesi membri del G7.

Da Seattle nel 99, nel giro di due anni, tutti i vertici dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, del Fondo Monetario Internazionale, del G7, di Davos e così via, vennero contestati da grandi manifestazioni di massa, sempre più partecipate da delegazioni di movimenti sociali, sindacali e politici, provenienti da tutto il mondo. E nel gennaio del 2001 a Porto Alegre in Brasile si era riunito il primo Social Forum Mondiale. La contestazione della globalizzazione capitalistica non era più una pratica di ristrette avanguardie. Aveva conquistato la simpatia dell’opinione pubblica mondiale e cominciava ad essere avvertita come una minaccia seria dai vertici e dagli organismi che implementavano la deregolamentazione dei mercati e la finanziarizzazione dell’economia. Per questo, e solo per questo, l’appuntamento di Genova divenne decisivo. Nell’anno precedente (in Italia c’era il governo Amato e il governo Berlusconi entrò in carica 10 giorni prima delle giornate di Genova nel 2001) ci fu l’episodio di Napoli che fece suonare un campanello d’allarme. Una manifestazione no global fu repressa durissimamente con tecniche mai viste prima. Contemporaneamente il coordinamento internazionale responsabile della sicurezza del vertice G7 elaborò le contromisure per ridurre la portata della contestazione prevista. Venne fatta una campagna allarmista di disinformazione (ci sarà presenza di terroristi, potranno essere lanciati missili, potranno esserci lanci di sangue infetto di AIDS e così via) accompagnata da lusinghe e promesse (i giovani che protestano non hanno proprio tutti i torti, al G7 inviteremo i paesi più poveri del mondo per discutere con loro di aiuti concreti ecc). Venne deciso che Genova sarebbe stata divisa in tre zone: rossa (tutto il centro storico e potranno entrare solo i residenti); gialla (tutto il resto della città tranne la circonvallazione a monte e non potranno esserci né volantinaggi né assembramenti) e verde (la periferia estrema e si potrà manifestare). Solo nei giorni precedenti le manifestazioni il Genoa Social Forum (e in parlamento il PRC) ottenne che si potesse manifestare nella zona gialla, che le amministrazioni locali mettessero a disposizione due scuole per ospitare gli organismi dirigenti della protesta e le centinaia di giornalisti che la seguivano. Se nella giornata di giovedì 19 luglio si svolse una manifestazione con decine di migliaia di persone senza alcun disordine, già il venerdì mattina entrarono in azione i Black Bloc (che erano e sono un movimento estremista internazionale senza direzione politica e dedito ad azioni dimostrative e vandaliche). Al contrario che nelle manifestazioni dei due anni precedenti non vennero isolati ed impediti nella loro azione dalle forze dell’ordine, che anzi evitarono accuratamente di entrare mai in contatto con loro. Fu invece caricato a freddo e senza motivo il corteo dei disobbedienti lungo il percorso autorizzato e che doveva arrivare alla barriera della zona rossa. Così come furono caricati senza motivo gli altri quattro concentramenti prospicenti la zona rossa. Negli incidenti che seguirono, come è noto, perse la vita il giovane Carlo Giuliani. Anche in questo caso il comportamento delle forze dell’ordine fu inusuale giacché polizia e carabinieri si dedicarono ad estendere gli incidenti per ore. Nella giornata di sabato una grande e totalmente pacifica manifestazione di circa trecentomila persone, di cui circa 50mila provenienti dall’estero, fu caricata e spezzata in due. Entrambi i tronconi vennero caricati più volte per ore. Centinaia di feriti ed arrestati furono poi maltrattati ed anche torturati in più centri di detenzione. Nella serata del sabato l’ultimo e gravissimo episodio fu l’attacco ad una delle due scuole sedi del Genoa Social Forum. Con la scusa di effettuare una perquisizione le circa 90 persone che vi si trovavano semplicemente per passare la notte furono tutte arrestate, dopo essere state massacrate senza pietà. 63 infatti finirono in ospedale e più della metà di loro accusarono fratture ossee, alcune gravissime. Altra tecnica repressiva che in Italia si era abbattuta solo nelle rivolte carcerarie ma mai su manifestanti pacifici.

Ovviamente il governo Berlusconi porta la grave responsabilità di aver coperto ed anche rivendicato la repressione ma non di averla decisa ed ideata. I processi che sono stati celebrati hanno portato alla luce diverse responsabilità delle forze dell’ordine, ma senza che si sia potuto indagare e dirimere il ruolo degli organismi di coordinamento delle polizie e servizi segreti dei 7 paesi membri del G7 (la Russia era solo invitata). Lo si sarebbe potuto fare con la commissione parlamentare d’inchiesta che figurò nel programma del governo Prodi del 2006 e che fu invece, guarda caso, affossata dal partito Italia dei Valori e dai Democratici di Sinistra.

La repressione non fermò il movimento, ma riuscì a farlo percepire dall’opinione pubblica come un fenomeno confuso e soprattutto tendenzialmente violento. Le responsabilità di apparati repressivi e di intelligenza italiani spesso più obbedienti agli USA che al proprio governo, e quelle del governo Amato di centrosinistra sparirono in favore di tesi tutte interne alla ben nota logica “antiberlusconiana”, come se la più grande manifestazione mondiale contro la globalizzazione fosse stata un fenomeno meramente provinciale.

IL MOVIMENTO AVEVA RAGIONE

La repressione che colpì il movimento a Genova riuscì, come abbiamo visto più sopra, a ridurlo ad un problema di ordine pubblico per gran parte dell’opinione pubblica. Ma non a cancellarne le regioni di fondo, né a fargli assumere il terreno dello scontro di piazza come luogo privilegiato e simbolico della propria azione politica.

Senza quel movimento e senza le giornate di Genova non ci sarebbe stato il potentissimo movimento per la pace degli anni seguenti. Né ci sarebbero state le vittorie di governi latinoamericani che esplicitamente e dichiaratamente si ispirarono alle elaborazioni dei Social Forum Mondiali di Porto Alegre.

“Un altro mondo è possibile” non fu solo uno slogan fortunato e comunicativamente efficace. Riassume in sé l’antagonismo al sistema dominante. Indica la necessità di un sistema alternativo capace di abbracciare tutte le contraddizioni e i conflitti sociali, culturali e politici. Soprattutto parla della possibilità di costruire un altro mondo.

Si potrà dire che la strada è lunga e piena di ostacoli e trappole. Che le forze antagoniste sono ancora troppo divise, deboli e in molti casi inefficaci. Che su molte questioni sono necessarie discussioni approfondite e non superficiali. Che a vent’anni da Genova, passando per la crisi finanziaria della fine del primo decennio del secolo, le cui conseguenze si sono intrecciate con la crisi della pandemia dei giorni nostri, molte cose sono cambiate in peggio. Tuttavia il movimento, per quanto non più al centro dell’attenzione dei mass media, non è finito. Per alcuni versi le sue tesi di fondo e previsioni si sono dimostrate valide ed utili sia sul piano della critica dell’economia politica neoliberista sia sul piano sociale ed ambientale.

E in tutto questo l’esperienza di Genova fu decisiva. Perché a Genova si unirono tutte le voci critiche del mondo che già si erano incontrate poco prima a Porto Alegre. Se da alcuni paesi europei vennero delegazioni di migliaia di persone, da tutti gli altri continenti vennero delegazioni poco numerose ma che rappresentavano sindacati e movimenti di decine di milioni di persone. E nonostante le differenze culturali e politiche poterono tutte sentirsi a casa propria. Il modello di funzionamento del Genoa Social Forum (ed è un orgoglio rivendicare che fu su proposta del PRC) permise a tutti di spiegare le proprie analisi e proposte. Ed ottenne da tutti l’impegno a riconoscere come proprie tutte le pratiche di lotta e di piazza degli altri. Cosa che permise perfino di rafforzare l’unità del movimento di fronte ad una repressione che l’avrebbe altrimenti diviso fra “buoni e cattivi”.

La stessa critica del G7 come “direttorio” informale dei paesi più ricchi alternativo alla democratizzazione e riforma dell’ONU è e rimane del tutto vigente.

In ultima analisi la necessità di un movimento mondiale contro il capitalismo globale è ineludibile per la lotta in ogni paese ed in ogni continente. Siamo ancora lontani, molto lontani, dal soddisfare questa necessità vitale. Ma su questo almeno non partiamo da zero. Perché a Genova nel 2001 facemmo un passo decisivo nella giusta direzione. Che nessuna repressione potrà mai cancellare ne fermare.

ramon mantovani

pubblicato sulla rivista “su la testa!” il 28 luglio 2021

4 Risposte a “Genova fu un primo passo sulla strada giusta”

  1. enrico gentile Says:

    Caro compagno, ancora grazie per i tuoi articoli. Non si riesce più in questa italietta opportunista ad avere un confronto costruttivo. Sono seriamente preoccupato per la mancanza di una linea comune della sinistra in Italia. Non so neanche se esista più una sinistra rappresentativa nel “Belpaese”. Un abbraccio.

  2. hola enrico. sono io che ti ringrazio visto che leggi le mie modeste cose. effettivamente la situazione è pessima. specialmente in italia. ma anche in generale nel mondo. non esiste una sinistra rappresentativa soprattutto perché non c’è più la repubblica parlamentare della costituzione. il 99 per cento dei votanti non votano un partito o una coalizione che ne rappresenti gli interessi, gli ideali e il programma. dopo 30 anni di maggioritario tutti sono indotti a votare per vedere chi “vince” e forma il governo. il risultato è che si vota il meno peggio affinchè non vinca il peggio. si votano i “leader” (nei comuni e nelle regioni i sindaci o i presidenti che vengono chiamati “governatori”). peccato che sulla poilitica economica, estera, sociale, ambientale e così via le differenze fra il peggio e il meno peggio non ci sono. basterebbe questa consapevolezza per capire che la sinistra vera insieme a quel che resta del sindacalismo di classe, ai movimenti e comitati di lotta e così via, dovrebbero unirsi senza settarismi e senza l’illusione che si possa contare su alleanze tipo centrosinistra e sapendo che bisogna resistere e ricostruire i legami sociali e fare una lunga lotta contro il pensiero dominante e l’ideologia ultraindividualista dominante.
    va beh. sono cose che richiedono approfondimenti e discussioni serie.
    intanto un abbraccio

  3. daniele sordi Says:

    Buon giorno compagni. Bene Ramon ,leggerti e’ sempre un piacere ed ancor meglio e’ leggerti sulle cose che riguardano il nostro paese e le sue miserie, anzi le nostre macerie. Anch’io , come mi pare anche per Enrico, mi sento sempre piu’ solo e sempre piu’ abbandonato. La sinistra , e con questo ne intento il significato etimologico , e’ inesistente e non piu’ solo dispersa , non esiste un ragionamento ideologico ma solo opportunistico , l’oggetto di discussione e’ sempre lo stesso: ” voto PD e tolgo un voto a questa destra sciovinista e razzista o voto Potere al popolo per sferzare ed incoraggiare quanti ancora si sentono d’opposizione? ” Voto un partito che comunque mette degli argini alla negazione dell’accoglienza e sostiene la legge Zan o nego l’appoggio viste le continue contraddizioni ed annacquamenti che fano ribollire il sangue? Solo ad esempio la squallida passerella alla sinagoga di Roma senza dire nulla di quello che stava brutalmente accadendo? o ad esempio la condanna del pensiero comunista el parlamento EU ? ecc ecc . Ma forse io sono solo uno snob benestante e quanti invece vivono detenuti nei centri accoglienza la pensano in modo diverso. Per quanto riguarda il futuro la vedo anche peggio, c’e’ stato qualcuno che aveva correttamente sintetizzato la sovrastruttura come inevitabile propagazione della struttura. Non voglio essere noioso ma forse i nostri ragazzi non vengono educati e nutriti con mezzi d’informazione monocratici ? parliamo dei bisogni , delle speranze e delle ambizioni? Qual’e’ la struttura dominante e governante nel mondo? Ho sempre pensato che fosse meglio Trump con i suoi eccessi e le sue follie mussoliniane perche’ la reazione dei popoli c’e’ stata ed avrebbe potuto portare veramente a qualcosa di nuovo , ovvero la lotto contro il pensiero ( dell’uomo mi interessa poco) fascista . Invece no, l’immobilismo del mite ed inquadrato Biden sopisce qualsiasi cosa perche’ avvicina tutti e tutto rimane immobile.
    Scusate lo sfogo. Vi abbraccio.

  4. caro daniele, al netto dello sfogo, che contiene eccessi come quel che hai detto su trump, poni diversi problemi che richiederebbero lunghe discussioni. cmq, in estrema sintesi, rispondo solo cercando di indicare almeno quali sono i problemi secondo me:
    1) la sinistra (intesa come anticapitalista perché la sinistra liberale è la sinistra del sistema) è stata sconfitta. sconfitto il tentativo di società senza capitalismo. sconfitto il movimento dei lavoratori nei paesi capitalistici. sconfitte (quasi tutte) le esperienze scaturite dai processi di liberazione dei paesi coloniali. ovviamente parlo non di sconfitte elettorali. parlo del fatto che il capitalismo si è finanziarizzato e globalizzato ed è fuori dalla portata della “politica” intesa come potere degli stati per influire, decidere, condizionare, regolare il mercato e il sistema globale. parlo del fatto che da almeno 40 anni tutte le lotte sociali , che pur ci sono state e ci sono, sono state meramente difensive. negare, sottovalutare, ignorare la sconfitta e la sua portata è un errore esiziale per qualsiasi sinistra degna di questo nome.
    2) queste sconfitte hanno modificato profondissimamente il modello sociale nel quale vivono le persone in carne ed ossa. non è lo stesso vivere in una società dove le classi subalterne hanno coscienza di se e con la lotta modificano le proprie condizioni di vita in positivo o vivere in una società nella quale la lotta non paga o al massimo riesce a ritardare di poco la cancellazione di conquiste e diritti della fase precedente. si tratta di un modello sociale nel quale gli individui sono e si sentono soli di fronte a problemi che come individui non possono affrontare. di un modello sociale fondato sulla competizione. nel quale gli individui pensano spontaneamente in modo individualistico. nel quale la svalorizzazione del lavoro e la solitudine danno vita a incertezza e paura del proprio futuro.
    3) se gli stati non possono controllare, indirizzare, e/o cambiare il sistema dominante e se le classi subalterne spariscono in quanto soggetti sociali e politici e si trasformano in una moltitudine di individui lo stesso concetto di politica e di democrazia cambia radicalmente. ed ecco la politica spettacolo, la personalizzazione assoluta, il presidenzialismo estremo. i mass media non inventano nulla, semplicemente seguono la tendenza all’individualismo e alla competizione assoluta che si è già affermata per via delle modificazioni di struttura del sistema. naturalmente facendolo rafforzano e consolidano l’egemonia del pensiero dominante (che, insisto, non è frutto della propaganda dei mass media, bensì il prodotto delle modificazioni del modello sociale).

    queste tre cose, che come vedi richiederebbero ben altri approfondimenti e dimostrazioni della correttezza dell’analisi, sono comunque ineludibili se si vuole affrontare un serio dibattito sul futuro. e soprattutto se non si vuole cadere nell’errore fatale di confondere cause con effetti e soprattutto errori propri con condizioni oggettive.

    poche cose su questo:

    1) confondare la politica con le elezioni e i sistemi istituzionali è sbagliato. per la sinistra la lotta è sociale e politica al tempo stesso. per i liberali la politica è una tecnica del potere. è l’amministrazione dell’esistente (per esistente parlo del sistema economico e del modello sociale). c’è una differenza abissale fra una cosa e l’altra. la lotta sociale può conquistare obiettivi anche con un sistema politico istituzionale impedente la rappresentanza. un solo esempio: finchè l’economia è stata prevalentemente nazionale lo sciopero in una fabbrica era un’arma vincente. con la finanziarizzazione, la globalizzazione dei mercati ecc lo sciopero è diventato un’arma spuntata. banalmente perché l’impresa può chiudere i battenti e spostarsi dove il costo del lavoro è di gran lunga inferiore. sono 40 anni che ci sono scioperi, manifestazioni, scioperi della fame, salite sui tetti delle fabbriche e così via per impedire chiusura di fabbriche che alla fine chiudono inesorabilmente. da 30 anni non c’è più la scala mobile e il salario dei lavoratori ha perso circa il 30 % del potere d’acquisto. con il trasferimento della sovranità nazionale verso il mercato puro e duro, verso organismi senza alcun controllo politico democratico WTO, FMI, unione europea ecc. i governi nazionali non POSSONO, anche se volessero, fare cose incompatibili con il sistema. possono solo amministrare le conseguenze di decisioni che prendono le multinazionali, i mercati finanziari. dalla denuncia degli accordi di bretton woods gli stati nei fatti non hanno nemmeno la sovranità sulla moneta. perchè dal mercato valutario regolato e con limiti si passò al mercato libero. e la lira passò in dieci anni a valere la metà rispetto al dollaro e in 15 a valere un terzo. cosa che per un paese senza risorse energetiche e fortemente industrializzato è stata esiziale ed ha provocato la deindustrializzazione.

    2) se lo stato non può uscire dalla gabbia e il governo può solo amministrare applicando decisioni sovranazionali è inevitabile che alla lunga la “politica” diventi un terreno per conquistare il governo nel quale competono solo coloro che accettano tutte le compatibilità imposte dal sistema. ci sono paesi dove è sempre stato così, come gli USA, paesi dove è bastato che i laburisti diventassero liberisti estremi (tony blair) per avere due partiti identici sulla politica economica in lizza per il governo, e paesi come l’italia dove si doveva eliminare l’anomalia del partito comunista e fare riforme elettorali e istituzionali per rendere il sistema politico compatibile con la nuova realtà economica prodotta dalla globalizzazione ecc.
    lo scioglimento del pci, il presidenzialismo totale in comuni e province, il maggioritario nel parlamento, sono stati necessari per normalizzare la situazione italiana. non sono incidenti casuali.
    se questo è vero illudersi che in questo contesto si potesse e si possa controvertere la situazione e tornare a vincere con le elezioni è una idiozia prima ancora che un errore. e se la sinistra (parlo di tutte le organizzazioni sociali e politiche antagoniste al sistema) pensa di trovare nella disanima dei propri errori la soluzione del problema il disastro è assicurato. ovviamente ci sono errori ed anche colpe. ma non è colpa nostra bretton woods, nè la liberalizzaione dei mercati, nè la finanziarizzazione dell’economia, nè la modificazione dei poteri reali appannaggio di un qualsiasi controllo democratico, nè il cambiamento del sistema elettorale.
    so per esperienza diretta cosa significa trovarsi ad un bivio sapendo che qualsiasi delle due strade che hai davanti portano a disastri. nel maggioritario la gente non vota secondo gli interessi e secondo la propria ideologia. il 99 % vota una delle due opzioni scegliendo il meno peggio. se vuoi rappresentare interessi precisi di classe hai davanti due scelte solamente. la terza non esiste materialmente. o ti allei in una coalizione con una parte del sistema ma senza poter mettere in discussione nessun punto sostanziale della politica economica ed estera, e allora diventi inutile e deludi buona parte dei tuoi elettori o ti presenti da solo e allora diventi oggettivamente un facilitatore della vittoria del peggio. come è successo a rifondazione in italia. o se per caso conquisti tu il governo e provi a mettere in discussione qualcosa di importante, come è successo in grecia, la troika ti ricatta e ti ripresenta il dover scegliere fra il peggio o il meno peggio. o ti buttiamo fuori dall’euro e il giorno dopo i greci che hanno cento euro in banca se ne ritrovano 20 o 30, o obbedisci e fai i tagli alla spesa sociale. in mezzo non c’è nulla.

    3) il vero errore della sinistra è stato non capire la portata della sconfitta sociale e culturale e non capire che nel sistema politico nuovo nel quale o sei una testimonianza ininfluente o sei complice delle peggiori politiche economiche devi muoverti tatticamente senza illuderti. devi sapere che ci sarà una lunghissima fase di resistenza nella quale la cosa principale è e dovrà essere ricostruire lotte e legami sociali e nella quale qualsiasi scelta tu faccia a livello elettorale conterrà contraddizioni.
    se invece ad ogni scadenza elettorale pensi si stia mettendo in discussione la natura di classe e politica, del partito o della lista unitaria fa lo stesso, confondendo la tattica con la strategia puntualmente ad ogni occasione ti dividerai. ed è quello che è successo a rifondazione che ha subito 6 o 7 scissioni sempre collegate alla scelta elettorale.
    e quel che vale per le organizzazioni vale anche per i singoli.
    ci sono moltissime persone che si considerano di sinistra e che pensano che la politica sia la somma di elezioni, talk show e leader, che non leggono, non studiano, che usano semplificazioni quasi sempre personalizzate sui leader, che pensano che partecipare consista nello scrivere slogan, insulti e/o cliccare mi piace sui cosiddetti social media. un vero trionfo dell’individualismo e dell’esibizionismo più sfrenato.

    va beh l’ho fatta lunga. ma la discussione continua. perché nonostante tutto il capitalismo e il modello economico sociale con le ormai ripetute crisi si dimostra incompatibile sia con qualsiasi democrazia (anche quella liberale) sia con lo stesso pianeta.
    socialismo o barbarie diceva rosa luxemburg. la barbarie è molto vicina. ma il socialismo è possibile.
    un abbraccio

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