Rifondazione Comunista non può e non deve avere paura del futuro.

La Direzione del Partito della Rifondazione Comunista ha avviato un importante dibattito, licenziando un documento sulla prospettiva dell’unità della sinistra e del partito.
Condivido il senso e la lettera del documento.
Queste note sono un modesto contributo alla discussione. E sono centrate sulla questione del futuro del partito.

Gli equivoci sulla storia del comunismo italiano.

La storia del movimento operaio italiano, e segnatamente del PCI, è grande e complessa. Lungi da me l’idea di trattarla esaustivamente.
Mi interessa, in questa sede, unicamente tentare di confutare alcune interpretazioni superficiali, unilaterali e/o infondate, che nel corso del tempo si sono affermate producendo danni gravissimi e a tutt’oggi irrisolti. E dalle quali è dipesa e dipende l’illusione che si possa ricostruire il PCI, come se si trattasse di una semplice questione di volontà.
In particolare c’è oggi, nella società e fra gli stessi militanti comunisti e di sinistra, l’idea perniciosa che la “politica” sia unicamente il complesso di attività volte alla conquista del consenso elettorale e che, più specificatamente, consista nel promuovere alleanze e nell’elaborazione di programmi di governo. O consista, me è solo l’altra faccia della medesima medaglia, unicamente nella propaganda di ideali, principi ed obiettivi di lotta.
In realtà è la stessa concezione della “politica” ad essere distorta dalla indebita separazione fra il complesso di attività ed azioni sociali e culturali del Pci e quelle dedicate alla dialettica interna alle istituzioni e alle relazioni fra partiti.
Il “caso italiano” si deve sostanzialmente a tre fattori.
Il primo era la natura prevalentemente e strutturalmente nazionale del mercato e delle imprese capitalistiche.
Il secondo era la natura parlamentare delle istituzioni (dal più piccolo consiglio comunale al parlamento nazionale).
Il terzo era l’esistenza di grandi organizzazioni sociali e di partiti di massa.
Questi fattori, originati dai limiti globalmente imposti allo sviluppo spontaneo del mercato capitalistico e segnatamente del mercato finanziario dopo la crisi del 29 e la guerra, dal peso conquistato dal PCI nella Resistenza e conseguentemente nella redazione della costituzione repubblicana, e dallo sviluppo della lotta di classe possibile in quelle condizioni, sono intimamente intrecciati.
Sul primo fattore mi limito a dire (non è questa la sede per analisi approfondite) che con gli Accordi di Bretton Woods vigenti e con la natura prevalentemente nazionale e produttiva del capitale e del mercato, la società aveva come centro i luoghi della produzione. Le classi sociali erano ben identificate, anche se in un contesto sempre più articolato e complesso. La classe operaia e i suoi strumenti, sindacato e partito, avevano un ruolo fondamentale che influenzava tutta la società.
Il secondo fattore, e cioè la natura parlamentare delle istituzioni a tutti i livelli, permetteva che la lotta di classe ed ogni sorta di lotte sociali e civili, potessero incidere nella realtà consolidando obiettivi di lotta in leggi dello stato attraverso i partiti di massa, indipendentemente dalla loro collocazione di governo o di opposizione.
Parlamento con grandi poteri, governo con scarsi poteri e legge elettorale proporzionale permettevano che le lotte e le rappresentanze di classe potessero, nella dialettica parlamentare e con alleanze precise e mirate, vincere battaglie e conquistare obiettivi.
È così che si chiude un cerchio, un circolo virtuoso. Le lotte, che in quel contesto strutturale potevano essere sempre più avanzate giacché accumulavano potere nei rapporti di forza sociali (basti pensare all’efficacia dello sciopero), attraverso le proprie rappresentanze pagavano e risultavano efficaci e vincenti. La dialettica politica e parlamentare era direttamente legata alle dinamiche sociali e dei rapporti di forza fra le classi. I partiti erano rappresentanti di classi e pezzi di società ed avevano una base ideologica precisa ed identificabile. Votare alle elezioni significava delegare la propria rappresentanza a lottare nelle istituzioni per i propri interessi.
Si tratta di una concezione della politica, della rappresentanza, delle istituzioni ben diversa, per non dire contrapposta, a quella liberale che era ispirata dall’idea dell’elezione diretta del governo e dalla scelta delle persone invece che dei partiti.
Ma veniamo al terzo fattore, che in questa sede ci interessa maggiormente.
C’è tutta una mitologia completamente infondata sulla storia del PCI e sui motivi che ne hanno fatto il più grande partito comunista in occidente.
Secondo i canoni dell’odierno pensiero dominante la grandezza del PCI si deve sostanzialmente alla grandezza dei suoi dirigenti, Togliatti in testa. E segnatamente alla raffinatezza della politica delle alleanze e all’immancabile “cultura di governo”.
Senza nulla togliere all’effettiva statura di Togliatti e di tutto il gruppo dirigente del PCI, mi preme sottolineare che senza l’intreccio dei tre fattori di cui sopra in PCI non avrebbe, in nessun caso, potuto essere quel che è stato.
Infatti, senza un contesto economico nel quale le lotte potevano essere efficaci socialmente, nessuna raffinata politica delle alleanze in parlamento avrebbe potuto strappare risultati concreti e, a lungo andare, la rappresentanza politica avrebbe finito con l’essere avvertita anch’essa come inefficace, inutile e dedita a coltivare interessi di partito (oggi si direbbe di casta), separati da quelli dei rappresentati.
Senza la repubblica parlamentare e il sistema proporzionale tutte le lotte generali che richiedevano riforme legislative non avrebbero mai raggiunto l’obiettivo di codificare in leggi le proprie rivendicazioni. Un partito come il PCI, antagonista ed inviso al potere imperialistico statunitense e perciò impossibilitato a conquistare il governo direttamente, senza la possibilità di allearsi con il PSI e con parti della DC sui temi posti dalle lotte sociali e con i partiti laici contro la DC sui temi civili, avrebbe finito con il testimoniare una posizione senza mai raggiungere obiettivi concreti. E conseguentemente non avrebbe mai accumulato il consenso elettorale che invece conquistò esattamente grazie all’utilità ed efficacia della rappresentanza.
Ovviamente a Togliatti e al gruppo dirigente del PCI va attribuito il merito enorme di aver analizzato correttamente le contraddizioni e la natura del capitale dell’epoca e di aver principalmente contribuito a produrre la repubblica parlamentare.
Tuttavia, se per esempio la DC avesse vinto le elezioni della legge truffa nel 53 (le perse per lo 0,2 % dei voti) e l’Italia avesse conosciuto una dialettica politica fondata sulla scelta del governo attraverso alleanze, costruite previamente alle elezioni, per conquistare il famoso premio di maggioranza, il PCI sarebbe stato marginalizzato e mai avrebbe potuto crescere elettoralmente parallelamente alla crescita delle lotte.
Quanto detto finora dimostra inequivocabilmente che il “caso italiano” è dovuto sostanzialmente ad un intimo rapporto fra “sociale e politico”.
Le lotte, di per se efficaci dentro il contesto strutturale del capitalismo dell’epoca, trovavano vittorie e coronamenti attraverso le elezioni, grazie alla possibilità delle rappresentanze di classe di sviluppare una politica efficace, anche se dall’opposizione. Le “alleanze” erano strettamente connesse ad obiettivi generali e parziali, si sviluppavano dopo le elezioni ed erano variabili secondo l’andamento dei rapporti di forza sociali, essendo strette fra partiti e parti di partiti legati a classi e/o parti della società. La “cultura di governo” non era l’idea che bisognasse allearsi con altri, con mediazioni al ribasso, per conquistare il governo per poi gestire l’esistente, bensì il complesso di proposte programmatiche di fase volte a conquistare migliori condizioni di vita per le masse popolari, a democratizzare la società e a consolidare basi per una transizione al socialismo.
Ma il PCI non era, come molti oggi credono e purtroppo dicono, dedito principalmente ad elaborare proposte, programmi e tattiche volte a fornire uno “sbocco” politico alle lotte.
Per quanto visibile, e misurabile con i voti elettorali, il lavoro svolto nella dimensione politica, elettorale ed istituzionale non era affatto la principale attività del PCI. Per quanto importante senza la lotta di classe e senza l’organizzazione sociale non avrebbe mai potuto produrre nessun risultato.
Ma è altrettanto sbagliato pensare che il PCI dirigesse direttamente le lotte come una pura avanguardia.
Un partito comunista serio è tale se è uno strumento complessivo della classe. Può essere clandestino, di quadri, di massa, a seconda delle condizioni in cui opera. Ma se non affonda le proprie radici nella classe, se non ha come bussola la lotta di classe e i rapporti di forza sociali, se non possiede una prospettiva strategica, finirà per snaturarsi trasformandosi in una setta parolaia o in una formazione affetta dal cretinismo parlamentare e dall’elettoralismo più spinto.
Le condizioni particolari di cui abbiamo parlato più sopra sono la base analitica e concreta della svolta che partorisce il “partito nuovo” proposto e voluto da Togliatti.
Non si tratta di un modello astratto migliore di altri o replicabile dovunque, bensì dello strumento meglio capace di sfruttare tutti gli spazi e possibilità che la realtà italiana del dopoguerra, sociale e politico – istituzionale, permette.
In particolare il PCI è il partito che promuove lotte locali a nazionali, costruisce organizzazione sociale e sindacale, produce luoghi di aggregazione culturale, ricreativa e perfino sportiva.
L’idea secondo la quale il partito dirigeva dall’alto sindacato, movimento cooperativo, case del popolo ecc è una bufala di proporzioni gigantesche.
Il partito promuoveva e dirigeva la lotta di classe essendone uno strumento inseparabile e complessivo. Dalla più piccola sezione alla direzione nazionale la principale attività consisteva nell’agire articolatamente e direttamente in tutte le sfere della società. Vale a dire a livello sociale promuovendo le battaglie sindacali, casse di mutuo soccorso, cooperative di produzione, di consumo ed edilizie, associazioni di categoria di commercianti ed artigiani, organizzazioni di donne e così via. A livello culturale luoghi di aggregazione come le case del popolo, l’ARCI con tutte le sue svariate sezioni, organizzazioni di artisti ed intellettuali e così via. A livello politico ed istituzionale partecipando alle elezioni ed eleggendo gruppi consiliari e parlamentari propri ed indipendenti (come la sinistra indipendente), in grandissima maggioranza espressione diretta delle esperienze di lotta più avanzate e composti in modo di essere all’altezza del compito in ogni settore legislativo.
Negli organismi dirigenti a tutti i livelli sedevano quadri politici direttamente impegnati nelle lotte e nelle grandi organizzazioni di massa. Ed era continuo lo scambio di quadri e funzionari fra le diverse attività del partito, sindacali, sociali, culturali e politiche.
Ovviamente non mancavano contraddizioni e problemi, come una notevole burocratizzazione di un partito con migliaia di funzionari. Come la “specializzazione” e tendenziale allontanamento dal sociale di numerosi quadri amministrativi ed istituzionali. Come un alto grado di conformismo e di eccessivo patriottismo di partito. Ed altro ancora. Ma in questa sede non si tenta di analizzare i problemi intrinseci del partito di massa. Si tenta, invece, di sfatare il mito secondo il quale gli organismi dirigenti a tutti i livelli del PCI erano dediti unicamente a formulare “strategie” e “tattiche” politico istituzionali e non a costruire le lotte e gli organismi di massa.
Infatti il PCI lavorava all’unità sindacale e all’unità politica della classe. Perciò Lega delle Cooperative, sindacato, ARCI e cosi via erano organizzazioni aperte ed unitarie. E perciò avevano un alto grado di autonomia. Ma è paradossale pensare che queste organizzazioni siano nate spontaneamente e che il partito le dirigesse in quanto operante nella sfera della politica istituzionale.
Del resto il circolo virtuoso di cui abbiamo parlato più sopra funzionava prevalentemente anche fuori dalla politica istituzionale. Ad ogni vittoria operaia nei contratti sul salario, che non aveva bisogno di alcun intervento legislativo, il PCI guadagnava voti. E con quei voti, grazie alle tattiche ed alleanze parlamentari adeguate, conquistava salario indiretto e diritti attraverso l’implementazione del welfare e di leggi avanzate.
Insomma, solo la lotta di classe era il motore della trasformazione sociale che permetteva, grazie alla repubblica parlamentare e al sistema proporzionale, di conquistare leggi e potere.
L’idea, oggi imperante per effetto della cultura dominante attualmente egemone, che ha cancellato la lotta di classe, secondo la quale le conquiste sociali e democratiche erano il frutto delle avanzate elettorali e non viceversa, è la mistificazione esiziale alla base del grande tradimento.

Il grande tradimento.

All’inizio degli anni 70 comincia la controffensiva capitalistica. Essa è motivata da condizioni strutturali sia a livello globale sia a livello nazionale. Caduta tendenziale del saggio di profitto, potere conquistato dai lavoratori, regole monetarie e finanziarie che impediscono e/o limitano fortemente la vocazione finanziaria del capitalismo, sono fattori decisivi. Richiederebbero una lunga trattazione, sempre che si pensi che l’analisi del capitale e dell’andamento dei rapporti di forza sociali siano fondamentali per capire la realtà.
Ma non è questa la sede per farlo.
Resta il fatto che in Italia ancora negli anni 70 il circolo virtuoso di cui sopra funziona pienamente. Sono gli anni in cui l’accumulazione della forza nei rapporti sociali e in cui nuove e più avanzate rivendicazioni permettono il raggiungimento di grandi conquiste sia sul piano sociale sia sul piano politico. Basti pensare alle crescite salariali, alla scala mobile, alle 150 ore, al servizio sanitario nazionale, all’equo canone, alla chiusura dei manicomi, al divorzio e all’aborto e così via. Ognuna di queste conquiste è il frutto di lotte, scioperi, manifestazioni, senza cui nessuna “politica delle alleanze” e “cultura di governo” avrebbe mai potuto ottenerle. Ma è anche il frutto della possibilità in parlamento di fare alleanze ad hoc su ognuna, indipendentemente dallo schieramento che sta al governo.
Esattamente all’inizio degli anni 70 gli USA denunciano gli accordi di Bretton Woods. Lentamente ma inesorabilmente comincia una modificazione strutturale del capitalismo. Le economie nazionali sono esposte alla libera oscillazione dei mercati valutari, le imprese iniziano ad avere una sempre più accentuata vocazione alle esportazioni, il mercato nazionale perde la sua centralità. Già alla fine degli anni 70 inizia il processo di finanziarizzazione impetuosa dell’economia, di deindustrializzazione, di ristrutturazione e di delocalizzazione. Oltre al concentramento di produzione e commercio nelle mani delle società multinazionali.
Viene meno il primo fattore su cui si fondava la forza del movimento operaio italiano. La principale arma, lo sciopero, inizia a non essere più efficace come prima. E cominciano le sconfitte. La società, come si vedrà bene negli anni 80, ha sempre più al centro il capitale finanziario e speculativo, e quindi si modifica velocemente. Si disgrega e cresce l’individualismo, l’idea del facile arricchimento facendo soldi con i soldi.
Nel breve volgere di pochi anni le sconfitte sono incontenibili. I rapporti di forza sociali diventano sempre più sfavorevoli, le lotte perdenti, le rappresentanze politiche incapaci perfino a difendere le conquiste degli anni precedenti. Si afferma nella società la cultura del mercato, della competizione assoluta. I comunisti vengono descritti sempre più come vecchi, incapaci di capire e quindi governare le meraviglie della modernizzazione. Gli operai come una razza in via di estinzione giacché cresce il “terziario avanzato”. La classe operaia come un concetto obsoleto giacché si dice, anche se si tratta in gran parte di una patente mistificazione, che perfino gli operai sono diventati “rentiers” in quanto “risparmiatori” e possessori di BOT e CCT.
C’è ancora la repubblica parlamentare, c’è ancora una grandissimo Partito Comunista di massa. Ma come si vede, venendo meno rapporti di forza sociali favorevoli, il circolo virtuoso si interrompe. La sconfitta della FIAT del 1980 non si può evitare con nessuna “abilità politica” né alleanza o manovra parlamentare. Al contrario apre una stagione nella quale anche in parlamento arriva una sconfitta dietro l’altra. A cominciare dalla proclamata “indipendenza” dal potere politico della Banca centrale e dai 4 punti di scala mobile tagliati dal governo Craxi.
Il PCI, che con Berlinguer sceglie di non separare i propri destini da quelli della classe, nonostante la sua forza è ormai un partito isolato. Impossibilitato a vincere battaglie sociali e parlamentari difensive. Come dimostra la sconfitta nel referendum sui 4 punti di scala mobile del 1984. Figuriamoci a fare nuove conquiste.
È chiaro o non è chiaro che tra i tre fattori, di cui abbiamo tanto parlato, il principale e decisivo è quello dell’andamento dei rapporti di forza sociali?
O si vuol sostenere che le sconfitte e l’incipiente declino elettorale arrivano per l’incapacità del PCI di capire il “nuovo”? Per l’attardarsi in analisi e descrizioni della realtà con strumenti obsoleti come il marxismo? Per l’abbandono della “cultura di governo? Per la mancanza di un leader forte dopo la morte di Berlinguer? Per un rigurgito di settarismo verso il PSI di Craxi? Per la lentezza elefantiaca del PCI a capire novità e ad adeguarsi ad esse a causa del potere “conservativo” dei suoi apparati burocratici?
Basta rimuovere l’analisi del capitale e dei rapporti di forza sociali per poter dire qualsiasi cosa circa la crisi del PCI. Ovviamente ogni spiegazione ha un piccolo o meno piccolo nucleo di verità. Ma resta il fatto che non si può, o non si dovrebbe, giudicare l’andamento delle fortune di un partito dedito alla lotta di classe rimuovendo la lotta di classe dall’analisi, o riducendola ad una variabile dipendente da fattori assolutamente secondari.
Potevano la repubblica parlamentare e il sistema dei partiti rimanere uguale a se stessi se la struttura dell’economia capitalistica, della formazione sociale conseguente, della cultura e del “senso comune”, diffusi anche fra le classi subalterne, erano così profondamente cambiati?
Evidentemente no.
Lo capisce bene Berlinguer che denuncia una degenerazione del sistema dei partiti già agli inizi del processo. La famosa “questione morale” è stata con il tempo ridotta alla mera denuncia della corruzione e ad una sorta di dimensione etica. Non c’è quasi nessuno, oggi, che non la citi come esempio. Ma in modo strumentale e rimuovendone l’analisi sistemica che l’ispirava.
I partiti cominciano a separare le proprie sorti da quella dei loro rappresentati. Valga per tutti l’esempio del PSI che cambia campo e si trasforma nel più coerente rappresentante del capitalismo finanziario emergente, che propugna il “decisionismo” al posto della mediazione di interessi nelle istituzioni, il leaderismo al posto della democrazia nella vita del suo partito (con tanto di elezioni per acclamazione), l’obiettivo del governo fine a se stesso e quindi contrapposto, dati i rapporti di forza sociali, agli interessi dei lavoratori.
La “politica” intesa come tattica e strategia nella dialettica parlamentare diventa un “gioco” fatto di manovre, scontri personali, “trovate” suggestive. E soprattutto la dialettica governo opposizione diventa uno scontro frontale nel quale è impossibile trovare mediazioni che non incorporino le compatibilità dell’economia vigente. La “vera” ed importante dialettica politica, per esempio, è quella che avviene dentro lo schieramento governativo fra una DC in crisi e un PSI che, nonostante lo scarso consenso, pretende per se la presidenza del governo.
Il PCI è fuori dai giochi. Nonostante la sua forza conta sempre meno giacché i suoi rappresentati cominciano a peggiorare le proprie condizioni di vita. Al suo interno, anche rispondendo ad esplicite richieste esterne, si affermano sempre più posizioni di destra. Una classica che propugna di uscire dall’isolamento con l’unità della sinistra. Con l’unità, cioè, con il PSI di Craxi che sta al governo ed è diventato nei fatti un partito ben più a destra della DC, corrotto ed autoritario. Ed una nuova e molto suggestiva, apparentemente più di sinistra. Quella che dice: “non vogliamo morire democristiani”.
E proprio qui sta il grande tradimento.
I rapporti di forza sociali, cambiati in peggio da fattori oggettivi relativi alla natura del capitale, del mercato e alle conseguenti modificazioni sociali e culturali, non sono più la bussola della politica del partito. L’obiettivo non è più modificarli, anche attraverso una lunga fase difensiva e di resistenza, scontando anche eventuali minori consensi elettorali, bensì assumerli come orizzonte immodificabile della politica.
Il partito che ha conquistato moltissimo dall’opposizione comincia a dire che “solo” dal governo si possono cambiare le cose. E alla contrapposizione di classe nella società si sostituisce la contrapposizione alla DC nel sistema politico.
Va da se che per andare al governo bisogna liberarsi da ogni retaggio relativo alla lotta di classe per diventare un partito “moderno”, “nuovo”, semplicemente di “sinistra”. E va da se che la repubblica parlamentare e il sistema proporzionale non sono idonei allo scopo di “vincere” le elezioni ed andare al governo mentre la propria base sociale perde.
È su queste basi che si scioglie il PCI e che il PDS diventa la punta di diamante del passaggio alla seconda repubblica del maggioritario. Con gran parte del gruppo dirigente che non vede l’ora di diventare finalmente personale di governo e con una base, militante ed anche elettorale, ridotta alla speranza infondata, come si vedrà bene nel corso dei seguenti 25 anni, che la conquista del governo possa cambiare l’Italia e le condizioni di vita delle classi subalterne.

Rifondazione comunista.

Rifondazione nasce per effetto del grande tradimento e per tentare di contrastarlo.
Non si può qui fare un’analisi approfondita, tantomeno una ricostruzione storica.
Ma, secondo me, una cosa è essenziale per capire la recente crisi del partito. Ed è l’unica su cui vale la pena di soffermarsi.
Ancora una volta si tratta di qualcosa di fondamentale, di strutturale. Senza capire la quale si finisce inevitabilmente per dare spiegazioni superficiali, sbagliate, ed in ultima analisi utilizzando esattamente le categorie interpretative proprie del pensiero e del senso comune dominanti.
Non è questione di leader, buoni o cattivi. Non è questione di tattiche elettorali, azzeccate o meno. Non è questione di immagine, appropriata o meno. Non è questione di formule organizzative, efficaci o no. Non è questione di unità o divisioni interne.
Ognuna di queste cose esiste, e si può discuterne all’infinito dividendosi all’infinito. Ma in realtà sono tutte effetti di una realtà oggettiva totalmente indipendente dalla volontà del partito e soprattutto di un errore gravissimo, questo si soggettivo.
La finanziarizzazione e globalizzazione del capitale, la perdita di potere degli stati nazionali circa l’economia, la società individualizzata e disgregata, la perdita di coscienza di classe della stragrandissima maggioranza dei proletari, il trionfo dell’ideologia liberista, la trasformazione delle istituzioni operata dal maggioritario e dalla centralità del governo, la degenerazione in spettacolo del dibattito politico pubblico e così via, non sono ascrivibili ad errori del PRC. Sono i frutti velenosi di un trentennio di sconfitte e modificazioni dei rapporti di forza sociali.
Cataloghiamole, per comodità, come cose oggettive.
L’errore soggettivo sta semplicemente nel non aver capito analiticamente e fino in fondo questa realtà oggettiva. Un errore madornale. Secondo me imperdonabile.
Rifondazione ha propugnato per anni giuste posizioni. Non ha mai disertato una sola lotta, spesso in solitudine. Ha visto e denunciato la degenerazione sindacale della “concertazione”. Ha visto giusto sull’Europa dei trattati neoliberisti. Ha capito e propugnato la necessità di conquistare una dimensione internazionale della lotta e dell’alternativa.
Ma essendo un partito politico principalmente dedito alla conquista del consenso elettorale, ed obbligato a giocare la partita sul campo truccato ed ostile del maggioritario, alla fine, con il tempo, è stato plasmato e trasformato dal sistema della politica della seconda repubblica.
Non è la stessa cosa promuovere e partecipare alle lotte, presentarsi alle elezioni per veicolarne gli obiettivi nelle istituzioni raggiungendo risultati concreti anche attraverso mediazioni e compromessi, o finire con l’agitare contenuti di lotta, partecipare ad un gioco di alleanze e contrapposizioni, ad una pseudo discussione spettacolarizzata sui mass media, senza mai raggiungere un risultato concreto per la propria base sociale ed elettorale.
In altre parole, dentro il bipolarismo in alleanza con il centrosinistra o in contrapposizione ad esso non c’era spazio per la conquista di alcun risultato serio e concreto. Ma non a causa di opportunismo o di settarismo, bensì per il semplice motivo che il sistema politico, istituzionale, massmediatico ed elettorale erano totalmente impermeabili a qualsiasi rivendicazione seriamente antagonista. Oggi la situazione è diversa, come vedremo più avanti. Perché è lo stesso sistema politico bipolare ad essere in crisi. E perché la crisi economica e i suoi effetti permettono di pensare di conquistare maggioranze elettorali contro centrodestra e centrosinistra, e nonostante le leggi maggioritarie. Come dimostra l’esperienza greca.
Ma negli anni 90 e 2000 senza questa consapevolezza ad ogni appuntamento elettorale le scelte, invece che meramente tattiche, apparivano come strategiche ed investivano la stessa “identità” del partito.
Non mancava un certo grado di consapevolezza di questa realtà ostile. Tuttavia non se ne sono mai tratte le conseguenze.
Come abbiamo visto nella prima repubblica per i comunisti era possibile accumulare forza sociale, tradurla in forza elettorale, in un partito di massa. Nella seconda si poteva, sulla base della denuncia delle ingiustizie sempre più gravi, conquistare un qualche consenso allusivo di una possibile resistenza. Ma poi quel consenso veniva macinato e digerito nella dialettica del maggioritario che espungeva i contenuti sociali e di lotta e riduceva tutto a scontro fra leader e a interessi elettorali di bottega.
Nella prima repubblica si poteva costruire un partito comunista di massa, nella seconda era impossibile. Non si poteva, cioè, accumulare consenso perché, a causa dei mancati risultati e soprattutto della spettacolarizzazione del dibattito politico, questo era destinato ad essere volatile. Analogamente dentro il partito ad ogni scelta di una certa importanza di manifestava una divisione su posizioni inconciliabili. Governismo ed “alleantismo” contro settarismo e “testimonianza”. Esattamente secondo il copione previsto dal sistema per una forza antagonista. E il dibattito interno invece che crescere nell’analisi della fase, e quindi nella consapevolezza di avere a che fare con un problema strategico e di lungo periodo, virava sempre più in scontri e divisioni astratte nelle cui fazioni si potevano comodamente annidare opportunismi e personalismi di ogni tipo.
Si possono scrivere interi saggi su Rifondazione e più in generale sulla sinistra in Italia. Ma senza centrare il necessario rapporto di una forza antagonista con l’andamento reale dei rapporti di forza sociali, con la cultura egemone e con la natura impermeabile delle istituzioni e del sistema elettorale si finirà sempre con lo scambiare gli effetti per le cause. Aumentando illusioni, confusione e divisioni.

La lezione e il che fare.

Se è vero quanto detto finora, bisogna sapere che è necessario ricostruire rapporti di forza sociali favorevoli per poter pensare di essere anche minimamente efficaci sul piano politico -elettorale. Solo un progetto complessivo e strategico può farlo. Complessivo perché fondato su un’analisi della crisi capitalistica, sui suoi effetti sociali e culturali, e strategico perché teso a costruire un blocco sociale capace di imboccare la fuoriuscita a sinistra dalla crisi e di ottenere il consenso sufficiente a farlo nonostante il sistema elettorale vigente. Senza il progetto non esiste nessuna scorciatoia elettoralistica capace di capovolgere i rapporti di classe e tantomeno di sconfiggere il pensiero dominante ed egemone.
Oggi è possibile, perché ci sono due novità importantissime.
La prima sta nel fatto che la crisi capitalistica attuale, di lunga durata e tesa a precipitare in nuove e più vaste e profonde crisi, è un terreno di scontro che, seppur drammaticamente, fornisce alle posizioni critiche del capitalismo nuove opportunità.
L’altra novità sta nel fatto che il sistema politico si è talmente separato dalle dinamiche sociali che nel tempo della crisi sconta una totale impopolarità, ancorché segnata da una grande confusione. E non bisogna sottovalutare le derive autoritarie che dall’alto (uomo unico al comando) possono riuscire a connettersi all’insofferenza del popolo verso la politica.
È sul combinato disposto di queste due novità che è necessario riflettere bene per trovare la strada giusta.
Vediamole, quindi, più approfonditamente.
La crisi, che a dimostrazione della correttezza delle nostre analisi fin dagli anni 90, era più che prevedibile nel contesto del neoliberismo imperante in Europa, non lascia nulla immutato.
Ormai Rifondazione ha prodotto una messe di analisi serie sulla natura strutturale e “costituente” della crisi capitalistica in Europa. Non c’è bisogno di tornarci in questa sede.
Ma su un punto della prassi (nel senso gramsciano del termine) è necessario un salto di qualità.
Nella società vi sono lotte difensive e di resistenza. Non sono nemmeno poche. Ma non abbiamo lotte che si propongano obiettivi avanzati e nuove conquiste (o riconquiste). Non solo non esiste un coordinamento efficace delle lotte esistenti, ma soprattutto non esiste nessun progetto o programma generale ed unificante che permetta loro di poter esistere al di fuori della sconfitta della loro vertenza specifica, locale o particolare. Eppure il sistema è per sua natura impossibilitato a redistribuire la ricchezza e a rinunciare alla speculazione e alla crescente privatizzazione di tutto ciò che rimane di pubblico. A cominciare dai cosiddetti beni comuni.
Ne deriva che non può esserci lotta di resistenza e/o difensiva che possa strappare risultati efficaci delegando “qualcuno” a mediare od ottenere cose anche parziali nell’ambito delle compatibilità del sistema. Compatibilità strutturali dovute alla natura del capitale e ormai consacrate, cristallizzate in leggi e perfino costituzionalizzate.
Chi pensa sia necessario lottare contro il capitalismo deve (ripeto: DEVE!) principalmente porsi il problema di come far nascere, far sviluppare e crescere, unificare dentro una prospettiva di largo respiro, le lotte e tutte le forme di ricostruzione di aggregazione sociale.
Non deve (ripeto: NON DEVE!) principalmente porsi il problema di come conquistare il consenso elettorale agitando contenuti di lotta in modo propagandistico per farli pesare in relazioni politiche dentro le istituzioni nella speranza che prima o poi, con una mossa o un’altra, con questa o quella alleanza, si possa invertire la tendenza.
Non deve (ripeto: NON DEVE!) illudersi che basti rivendicare un passato glorioso e/o fare l’apologia delle lotte, predicare la rivoluzione e la coscienza di classe e testimoniare con una lista elettorale il proprio grado di purezza, nella speranza che prima o poi arrivino i risultati sperati socialmente ed elettoralmente.
Il problema è molto complesso. Non ha soluzioni semplicistiche. Ma c’è un bandolo della matassa da individuare e tirando il quale si può sperare di dipanarla. È la pratica sociale. Il “radicamento” è un concetto ambiguo che si presta a gravi equivoci. In realtà dovrebbe essere la conseguenza diretta della pratica sociale. Ma se è invece inteso come “parlare dei veri problemi sociali” e/o interloquire, dall’interno della sfera politica dei partiti con comitati e movimenti di lotta, è in realtà impossibile radicarsi veramente. Per il semplice motivo che questo tipo di relazione incorpora e riproduce la separatezza della sfera della politica – istituzionale da quella della realtà sociale. Ed essendo la politica istituzionale impermeabile alle dinamiche sociali i movimenti di lotta percepiranno, se va bene, come puramente strumentali, al fine della conquista di voti elettorali, i tentativi di interlocuzione e adesione ai loro contenuti. O, se va male, continueranno, non avendo coscienza dell’impermeabilità strutturale del sistema alle loro rivendicazioni, ad orientarsi verso illusioni e speranze mal riposte in personaggi vari e schieramenti candidati al governo.
Al di la di questa descrizione astratta è quel che si può verificare ogni giorno parlando con persone che si considerano di sinistra, che partecipano attivamente a lotte, ma che credono all’alternatività di Grillo, di Vendola, e perfino di Renzi. E che, non vedendo l’impermeabilità del sistema ai contenuti sociali credono che il problema risieda nella forma partito o nella bontà o meno del leader di turno.
Insomma, un partito comunista che sia degno di questo nome si organizza ed opera in qualsiasi contesto. Un partito di classe, che pensa prevalentemente all’organizzazione sociale e alla lotta, a seconda delle circostanze può resistere in clandestinità sotto il fascismo per 20 o 40 anni, può sfruttare qualsiasi spazio di una qualsiasi democrazia borghese, può fare mille alleanze diverse o trovarsi isolato in contesti particolarmente ostili. Deve avere la duttilità sufficiente per adeguare la propria forma ed organizzazione, il proprio dibattito e democrazia interna, alla realtà nella quale opera. E deve quindi prestare una speciale attenzione all’analisi della realtà, e non liquidarla con semplificazioni vergognose. Tantomeno può assumere come immutabili le forme della propria organizzazione e quelle della relazione con lo stato e le eventuali elezioni, per poi analizzare e descrivere la realtà in modo che questa coincida con esse.
Se la classe “per sé” di marxiana memoria non c’è bisogna costruirla. E per farlo bisogna essere immersi fino in fondo nella realtà sociale. Punto.
Se il sistema è impermeabile il circolo virtuoso alla base del partito comunista di massa non si può riprodurre né con una propensione “alleantista” né con una “testimoniale”. Punto.
Le contraddizioni prodotte dalla fase capitalistica attuale sono enormi. Se nelle lotte si affermano idee e posizioni subalterne che confondono effetti con cause e confondono amici con nemici, la situazione peggiorerà sempre più. Nessun dio ci salverà. Ulteriori ed inediti peggioramenti della condizione di vita delle masse, come crescenti autoritarismi e criminalizzazione dell’opposizione residuale saranno inevitabili. Ma per poter evitare questa deriva è necessario dedicarsi incessantemente e prevalentemente al lavoro sociale. Punto.
Dentro il lavoro sociale diffuso ed articolato è indispensabile svolgere una funzione egemonica. Ma la funzione egemonica consiste nel lavoro paziente affinché vi sia la conquista da parte delle masse e delle lotte della coscienza necessaria a svolgere esse stesse una funzione egemonica nella società. Unificando fronti di lotta, elaborando programmi di lotte e rivendicazioni e strutturando una prospettiva di lungo periodo. Non certo illudendosi che sventolando bandiere di partito nelle manifestazioni, distribuendo materiali, redigendo interrogazioni o mozioni nelle istituzioni, utilizzando qualche scampolo di spazio nei mass media, si possa sostituire la indispensabile partecipazione diretta alle lotte e ad ogni forma di aggregazione sociale. Punto.
Ne deriva che il partito deve organizzarsi, strutturarsi, formare militanti e selezionare gruppi dirigenti, per ottemperare a questo compito. Al compito di fare la lotta di classe sul terreno sociale come principale attività. Al compito di costruire aggregazioni sociali di ogni tipo contrastando così materialmente la disgregazione sociale prodotta dal sistema. Al compito di svolgere una lotta ideologica e culturale incessante allo scopo di contrastare il pensiero dominante e di minarne l’egemonia.
Come abbiamo già detto, oggi nella crisi che mette a nudo le contraddizioni prodotte da questa fase capitalistica, e in un momento nel quale le condizioni per l’insorgenza di conflitti sono di fatto favorevoli, questo lavoro può essere molto efficace e produrre grandi risultati, nonostante l’esiguità delle forze del partito.
È un lavoro di lunga lena, che avrà fiammate e arretramenti, ma è un lavoro che può accumulare forze consistenti. A patto che, lo ripeto, sia vissuto ed assunto come il compito principale del partito, come il suo modo di essere, come la fonte qualificante della sua stessa identità anticapitalista e comunista. Perché altrimenti, se finalizzato e subordinato ad obiettivi elettorali, finirà inevitabilmente per essere frustrato dall’oggettiva impossibilità di tradurlo in consensi crescenti immediati.
Non sta a me, in questa sede, fare proposte concrete di riforma del partito.
Però è evidente che se la maggioranza dei militanti e dei gruppi dirigenti non si armano della consapevolezza necessaria sulla primazia della battaglia sociale e culturale, rispetto a quella della sfera più propriamente politica ed elettorale (sulla quale torneremo a breve), non c’è proposta di riforma del partito che possa funzionare.
In particolare vi sono due cose da rimuovere per poter anche solo sperare di trasformare il partito in un collettivo dedito alla lotta di classe.
La prima è l’arretramento culturale complessivo di cui è vittima.
Se militanti e perfino dirigenti leggono la realtà secondo le semplificazioni dei luoghi comuni, infondati ma suggestivi, prodotti dal sistema, non c’è speranza.
Se militanti e dirigenti confondono la discussione teorica, la ricerca culturale, per loro natura vivaci e dense di polemiche, ma che richiedono serietà, studio e capacità di ascolto delle regioni altrui, con il chiacchiericcio superficiale dei social network, con gli insulti e le grida, con le affermazioni iperboliche, con le battute, non c’è speranza.
La seconda è la divisione in correnti. Che non ha nulla a che vedere con il pluralismo culturale, che invece è umiliato e ristretto proprio dalle correnti.
Su questo punto è necessario un minimo approfondimento.
Le correnti si sono formate con il tempo, composte e ricomposte più volte, sempre a partire dalle scelte e dagli esiti delle scelte elettorali e di alleanze o meno in schieramenti. Questo frutto velenoso di una malintesa primazia della politica istituzionale, che mi sono sforzato di criticare in questo scritto, ha perfino travolto un principio basilare e fondamentale di un partito comunista. La sua autodisciplina.
Per quanto questo termine possa far arricciare il naso a molti, esso è un concetto consustanziale alla natura di classe del partito. La classe necessita di forza, di unità e di coesione per resistere alle avversità e per battere i suoi avversari, immensamente più forti e potenti di lei. Un partito che voglia essere di classe non sfugge a questa regola. La libertà di opinione e di ricerca arricchiscono il collettivo solo se partecipano alla costruzione di analisi, posizioni e decisioni capaci incidere nella realtà con l’azione. E per fare quest’ultima cosa, che differenzia un partito politico da un’associazione culturale, è necessario che quanto deciso democraticamente possa realizzarsi. Quanto più partecipato è il processo di discussione e di decisione tanto più forte sarà il vincolo ad applicare ciò che si è stabilito. Alla fine di un processo di discussione e decisione è fisiologico che esista un dissenso. Che non va nascosto né minimizzato. Che può essere reso pubblico e mantenuto. Fermo restando che è solo il dissenziente a decidere se renderlo pubblico e mantenerlo, e seconda della rilevanza che egli stesso gli attribuisce. Ma c’è un limite: in nessun modo il dissenso può tradursi in opposizione e in azione volta ad impedire che si realizzi quanto deciso dalla maggioranza del collettivo.
Questo limite è stato superato, soprattutto nei gruppi eletti nelle istituzioni, innumerevoli volte nella storia di Rifondazione. E lo è tutt’ora continuamente. Il superamento di questo limite produce scissioni, divisioni irreparabili e in ogni caso un indebolimento del partito.
Tutto ciò è un riflesso diretto esattamente della concezione secondo la quale è nelle elezioni ed istituzioni che si trova il vertice di tutto.
Infatti, gratta gratta e al netto di roboanti proclami ideologici, le correnti di Rifondazione tutte, compresa la maggioranza, sono diventate partiti nel partito. Gli organismi dirigenti “parlamentini” con una dialettica governo – opposizione. Con l’effetto, risibile e paradossale, ma non per questo meno grave, che le correnti di minoranza nel mentre proponevano che non esistesse nessun vincolo di mandato nemmeno nelle istituzioni, al loro interno praticavano una ferrea disciplina. E con l’effetto che la discussione invece che un approfondimento, e la ricerca di una sintesi, diventa una schermaglia strumentale fra posizioni preconfezionate nelle riunioni di corrente, che in quanto discusse e approvate, dopo aver trovato una sintesi in quella sede, diventano pressoché immodificabili. Il tutto con il corollario di ostruzionismi, giochi sul numero legale, furbizie tattiche, demagogie di ogni tipo. Per non parlare della qualità degli eletti negli organismi decisi dalle correnti, spesso sulla base della fedeltà invece che delle capacità.
Va da se che una simile strutturazione produce una dialettica opposta alla valorizzazione di culture diverse che, infatti, essendo usate strumentalmente per giustificare e spiegare scelte eminentemente politiche, vengono ridotte a caricature.

Le istituzioni e le elezioni

I rapporti sociali sfavorevoli sono stati la base oggettiva delle “riforme” del sistema elettorale ed istituzionale in senso presidenzialista e maggioritario. Quelle riforme incorporano il segno di classe della vittoria capitalistica di lungo periodo e ne blindano gli effetti a livello politico.
È inutile, in questo scritto, tornare a descrivere gli effetti perversi prodotti dal nuovo sistema su una forza antagonista come Rifondazione.
Ma una cosa deve essere chiara.
La dimensione elettorale e politico-istituzionale è importante. Lo è ancor di più in una fase di sconfitta sociale.
Il sistema ha chiuso gli spazi della rappresentanza di classe in quanto essa, anche quando conquista seggi nelle istituzioni, è impedita ad ottenere risultati concreti, o perché interna ad uno schieramento che accetta le compatibilità del sistema o perché isolata e ridotta a testimonianza.
Di fronte a questa realtà, secondo me inconfutabile, due cose non si possono fare.
La prima è essere indifferenti alla dimensione politico istituzionale nell’illusione che le lotte sociali alla lunga produrranno le condizioni per un rovesciamento del sistema.
La seconda è, come abbiamo già detto abbondantemente, partecipare alle elezioni nell’illusione che, nonostante l’impermeabilità del sistema, si possano modificare a partire dalla sede istituzionale i rapporti di forza sociali.
Entrambe queste posizioni sottovalutano il segno di classe del sistema politico elettorale e soprattutto sfuggono al problema del potere, o rimandandolo nel tempo all’infinito o separandolo dai rapporti di forza sociali.
Il sistema è a suo modo coerente con una realtà sociale segnata dal dominio del mercato capitalistico e con il senso comune di massa.
Non è né puro dominio politico né abbastanza neutro da essere permeabile.
Ciò riconduce alla centralità del sociale. Ma il lavoro sociale, le lotte (per dirlo in forma generica), necessitano di intervenire nella sfera del potere politico. Solo in questo modo possono costruirsi una coscienza, un’unità e una capacità di durare nel tempo. Altrimenti restano episodiche e separate fra loro. O, peggio ancora, non ponendosi il problema politico per eccellenza, che è il potere, finiscono con l’essere riassorbite dal sistema, che le usa strumentalmente dentro la falsa dialettica del maggioritario.
Qui vale la pena di fare alcuni esempi concreti.
La Fiom, credo si possa dire così, è l’unica organizzazione realmente di massa che ha mantenuto un qualche collegamento con l’ispirazione di classe del sindacato. Non c’è bisogno di elencare le lotte e le posizioni della Fiom che lo testimoniano.
Ma che succede quando la Fiom incontra il problema della politica, e cioè del potere?
Diventa testimoniale perché non riesce mai ad ottenere niente attraverso, anche quando le ha, persone e perfino forze politiche presenti nelle istituzioni che ne sposano, a parole e solo a parole, i contenuti. O diventa subalterna perché si limita a chiedere che “la politica”, segnatamente il centrosinistra perché è l’unico che potrebbe farlo dal governo, tenga conto delle sue rivendicazioni e contenuti. Peccato che il centrosinistra non può farlo perché quei contenuti sono antagonisti rispetto alle compatibilità del sistema.
Il movimento per i beni pubblici, tanto forte ed articolato nel paese da aver promosso e vinto un referendum sull’acqua e i servizi pubblici, quando sono arrivate le elezioni è stato riassorbito dal centrosinistra, che nella carta d’intenti delle primarie, fatta firmare a tutti i partecipanti, proponeva l’esatto opposto degli esiti del referendum, e dal Movimento 5 Stelle che, sebbene ne abbia propagandisticamente sposato i contenuti, li rende testimoniali e comunque irrealizzabili in quanto privo di un progetto politico anticapitalista e che non sia interno alla concezione liberale del potere politico.
In Italia perfino i movimenti per i diritti civili, come il movimento GLBT, per quanto socialmente ci siano tutte le condizioni per la conquista di risultati legislativi, quando arrivano le elezioni viene riassorbito in un sistema elettorale che ha partorito partiti e schieramenti di governo de ideologizzati, e quindi tutti contenenti sia laici che cattolici integralisti. Mentre nella prima repubblica parlamentare, 44 anni fa con il proporzionale, i partiti operai e quelli borghesi laici potevano, con la DC al governo, conquistare il divorzio per legge, nella seconda repubblica del maggioritario, con il centrosinistra al governo non si è conquistato nemmeno il divorzio breve o la fecondazione assistita.
Affinché le lotte non rimangano del tutto prive di una rappresentanza politica veramente coerente con i loro interessi ed obiettivi, e/o non vengano riassorbite in una dialettica fra forze e schieramenti che le usano negandone i contenuti, è necessario che prendano coscienza dell’impermeabilità del sistema, e che partecipino direttamente alla costruzione di una forza unitaria alternativa a quelle interne alla logica del maggioritario. Devono cioè avere, oltre a contenuti di lotta e rivendicazioni, una idea precisa di come farli pesare realmente. Devono quindi saper criticare la sostanza separata e tendenzialmente autoritaria del sistema, e non gli effetti (come la “casta”) confondendoli con le cause.
Il centrosinistra, o il PD stesso (non fa nessuna differenza), sono nati e si sono plasmati per effetto del maggioritario. Il maggioritario ha tradotto la vittoria capitalistica sociale in assetti istituzionali coerenti ed utili al dominio del mercato e in una concezione della politica come dimensione separata dalla società, i cui problemi sono usati strumentalmente al fine della raccolta di consensi. Per questo il centrosinistra può aspirare solo a conquistare il governo per gestire l’esistente dentro le compatibilità del mercato e del sistema.
Questo è un fatto strutturale, oggettivo. Che non si può controvertere sperando in un leader diverso, o insultando e criticando quelli esistenti al momento, o sognando magici processi partecipativi (come le primarie nelle quali Vendola si proponeva di conquistare la direzione del centrosinistra) fondati sulla passivizzazione e riduzione a tifoserie degli elettori.
Per quanto duro e scoraggiante possa apparire il constatare questo dato di fatto senza questa consapevolezza non si va da nessuna parte. Anzi, a dire il vero si va dritti verso illusioni infondate, delusioni ed immancabili divisioni fra “realisti” e “settari”, fra “governisti” e “testimoni”. Come è sempre successo in Rifondazione e in tutte le formazioni a sinistra del PDS e poi del PD. Questa consapevolezza è l’unico antidoto possibile alla replica infinita di divisioni insanabili. Si può abbandonare il comunismo, si può tentare di apparire nuovi e moderni, si può tentare di sostituire la faticosa partecipazione democratica con le folle inneggianti al leader e con le primarie all’americana, ma alla fine ci si divide sempre fra quelli che rompono e vanno con il PD, facendo salti mortali per giustificare la scelta ed accusando gli altri di aver imboccato una strada testimoniale, e gli altri che li accusano di essere venduti e carrieristi, salvo poi sperare che succeda qualcosa nel centrosinistra che permetta di ricominciare da capo il valzer. È quello che è successo recentemente a SEL.
Ma, e c’è un ma, la crisi sociale è talmente profonda che, per quante suggestioni e nuovismi e demagogie il sistema metta in campo, un profondo sentimento di rabbia e frustrazione si è fatto strada nella popolazione.
Attualmente è visibile un pallido riflesso delle contraddizioni di classe. Nel rifiuto della disperante condizione di disoccupazione, precarietà e povertà. Nella insofferenza verso una ricchezza sempre più concentrata e prepotente.
Ma si tratta solo di un riflesso, perché mancando la coscienza di classe imperano spiegazioni superficiali ed anche fantasiose delle contraddizioni materiali che pur si vivono e si vedono.
Se non c’è l’analisi e quindi la coscienza della natura del capitalismo contemporaneo e della struttura sociale che produce, anche qui si possono tranquillamente scambiare cause con effetti. Privilegi ingiustificati della “casta” di politici e manager, corruzione, degenerazione dei partiti in camarille clienterali, leaderismo esaperato e così via, sono effetti. Certo consolidano e perpetuano il sistema e sono problemi importanti. Ma restano effetti. Bisogna criticarli e combatterli. Ma se non si sa che sono effetti alla fine, dopo aver giustamente “ridotto i costi della politica”, anche se con questa scusa in buona parte si riducono spazi democratici, i problemi sociali non cambiano di una virgola o addirittura peggiorano, cosa succede?
Dopo aver cambiato i leader e il personale politico sostituendolo con i “giovani” senza aver risolto nessun problema sociale, cosa succede?
Sono domande retoriche per chi ha coscienza della vera causa dei problemi. Ma sono domande aperte a risposte molto pericolose per chi non ha questa consapevolezza. E cioè per la maggior parte della popolazione.
Il successo del Movimento 5 Stelle porta già questo segno.
Sebbene contenga ed esprima in modo elementare rabbia e rifiuto dell’esistente, e su diversi temi proponga cose giuste e su altri cose ultraliberiste e perfino gravemente ambigue (vedi il tema dell’immigrazione), è un fenomeno incapace di costruire un’alternativa di sistema. Esattamente perché è espressione diretta di un sentimento diffuso di quella impotenza e rabbia provocate dalle contraddizioni sociali, ma indirizzate contro falsi obiettivi. E perché incorpora la concezione della società propria del pensiero dominante, e cioè basata sulla dialettica degli individui – cittadini – consumatori contro la casta dei politici – manager. Con forti venature autoritarie e con ammiccamenti vari al nazionalismo più becero e alle discriminazioni contro i lavoratori stranieri.
Se tutto questo è vero, nella sfera della politica istituzionale, in questa e non in altre inesistenti, è necessario agire con una grandissima capacità tattica ed anche con molto coraggio.
Si può coagulare, sfruttando a pieno gli spazi elettorali possibili, una lista, un fronte, una forza politica che, sulla base di poche ma chiarissime discriminanti, unisca tutto ciò che esiste di antagonista al sistema, anche senza sapere di esserlo fino in fondo. Alternatività al centrosinistra ma anche al sistema elettorale e politico istituzionale vigente. Alternatività alle politiche neoliberiste imperanti e a tutte le scelte conseguenti. Alternatività all’Europa liberista e ai nazionalismi regressivi. Alternatività alla politica – spettacolo, al leaderismo e alla passivizzazione.
Sulla base di queste discriminanti si può costruire un programma di fase che unifichi le lotte, che incontri la rabbia e la protesta diffuse, che trovi una dimensione europea appropriata, che faccia chiarezza della vera causa dei problemi.
Sulla base di queste discriminanti si può costruire un’organizzazione plurale, perché plurali e svariate sono le culture e le forme di un vasto campo di forze politiche, sindacali, sociali, ed anche di centinaia di migliaia di persone. Una forza nella quale valga la democrazia diretta sulla base di una testa un voto.
Questa forza, oggi, nella crisi economica e nella crisi di credibilità del sistema politico può aspirare ad allargarsi velocemente e perfino a conquistare la maggioranza.
Non mi dilungo su questo perché l’idea che Rifondazione ha dell’unità della sinistra e delle sue potenzialità dovrebbe ormai essere chiara.
Ma perché è così difficile da realizzarsi?
È prevalentemente questione di gruppi dirigenti? Di formule organizzative? Di gelosie di partito? Di comunicazione?
Io credo di no.
È questione di consapevolezza della separazione dalla società e dell’impermeabilità del sistema politico istituzionale.
Non solo nelle forze politiche come Sel, il Pcdi ed altre ancora, ma anche nel sindacato più combattivo, compresi sindacati di base, e nei movimenti di lotta, questa consapevolezza c’è poco o non c’è per nulla.
Questa è la causa principale della difficoltà ad unire in un’unica forza tutto ciò che sulla base dei contenuti di lotta ed ideali potrebbe essere unito facilmente.
Mentre le contromisure utili ad impedire una degenerazione in casta separata dei gruppi dirigenti e segnatamente delle rappresentanze istituzionali sono facilmente individuabili, a cominciare da una effettiva democrazia partecipativa fondata sul collettivo e sul principio una testa un voto, senza la consapevolezza di cui sopra tutto ciò che si fa uscire dalla porta è destinato a rientrare dalla finestra alla prima scadenza elettorale o scelta parlamentare decisiva.
Bisogna dunque condurre una battaglia culturale e politica capace di far crescere nel tempo, con pazienza ma anche con fermezza, la consapevolezza necessaria.
Senza nessuna presunzione io credo che questo compito possa essere svolto solo da un collettivo cosciente, radicato e coeso. È questo il compito di un partito comunista.
Onestamente il Partito della Rifondazione Comunista non è oggi all’altezza di questo compito.
Ma se si sciogliesse dentro la nuova forza invece che contribuire a farla crescere e ad assumere coscienza della natura di classe delle contraddizioni finirebbe per rafforzarne una deriva che la porterebbe all’inconsistenza e soprattutto a divisioni ancor più drammatiche.
Oltre alla necessità ineludibile di una forza dotata di una prospettiva che va bel al di la dell’attuale fase, non fosse altro che per il bene dell’unità del campo di forze politiche e sociali antagoniste non ci deve essere nessuna abdicazione né scioglimento.
Rifondazione, anche grazie e a causa della propria esperienza più che ventennale, è in grado di compiere i passi in avanti necessari a svolgere una funzione di coagulo, come abbiamo visto importantissima. Sia sul terreno dei movimenti di lotta sia sul terreno politico – istituzionale.
Ma deve assolutamente superare le incertezze, le confusioni, le approssimazioni superficiali. Soprattutto deve ricostruirsi in modo da svolgere i compiti che le spettano in questo disegno strategico.
In quanto partito deve delegare alla nuova forza unitaria il compito di elaborare un programma di fase, di darsi una organizzazione adeguata e di presentarsi alle elezioni. Saranno i singoli militanti del partito in quella sede, se lo sapranno fare, a svolgere una funzione egemonica.
Questo punto deve essere chiarissimo. Sia perché se il partito dedicasse tempo e forze a discutere anticipatamente e prevalentemente sui compiti e scelte della nuova forza finirebbe con il non svolgere i propri e soprattutto finirebbe con il trasformare la nuova forza in un cartello di partiti e correnti in lotta perenne fra loro. Una cosa è discutere dell’andamento della costruzione unitaria e delle scelte che essa deve fare una volta ogni tanto e producendo proposte e riflessioni utili ai propri militanti come a quelli più numerosi della nuova forza, ed un’altra è cercare di dirigere la nuova forza sulla base di filiere organizzative.
Le opinioni di Rifondazione, nel territorio come a livello nazionale, devono contare per la propria autorevolezza intrinseca e per il peso di una pratica sociale ricca ed articolata, non per la quantità degli iscritti di Rifondazione aderenti alla nuova forza.
Vale la pena di essere più chiari.
È evidente che quando la nuova forza si trovasse a compiere scelte difficili, come per esempio partecipare o meno ad una coalizione in un comune, è più che prevedibile che nascano opinioni diverse anche dentro il partito. Ed in questo caso la vera funzione positiva ed egemonica non starebbe nel compiere una scelta o un’altra bensì nel far capire che comunque di scelta tattica e secondaria si tratta. Non meritevole di divisioni insanabili e risolvibile, per esempio, con un referendum fra gli iscritti, come fa Izquierda Unida in questi casi. E nel battersi affinché gli eletti vengano scelti sulla base del loro radicamento nelle lotte e non con il bilancino delle correnti o, peggio ancora, per l’eventuale capacità di raccogliere consensi personali a scapito della loro fedeltà a principi e contenuti. E nel vincolare i gruppi eletti a comportamenti coerenti con l’antagonismo alla politica spettacolo e a rispettare sempre il volere della base.
Il Partito della Rifondazione deve, se vuole sopravvivere e svolgere una funzione che valorizzi l’intelligenza e i sacrifici delle e dei propri militanti, essere capace di fare oggi il salto di qualità necessario al nuovo compito che deve svolgere.
La pratica sociale nella lotta di classe e la battaglia culturale, non le elezioni e la politica – spettacolo, devono essere le sue ragion d’essere e costituire la sostanza dell’identità comunista.
Tutto il partito, ed ogni singola/o militante, devono cambiare pelle superando le pigrizie intellettuali e le paure che impediscono di essere comunisti in questi tempi così difficili.

ramon mantovani

pubblicato il 5 novembre 2014 sul sito http://www.rifondazione.it

51 Risposte to “Rifondazione Comunista non può e non deve avere paura del futuro.”

  1. Luciano del circolo PRC Bianchini di Genova Says:

    Condivido quasi completamente quanto scritto da Mantovani ma non le conclusioni.
    Cercherò di spiegare il perché, prendendola un po’ alla lontana. Parto da alcune considerazioni sul PCI, per quanto l’ho conosciuto.
    Quando sono entrato nel partito, nel 1968, il quadro dirigente, sia nazionale che locale, era costituito essenzialmente da compagni che avevano partecipato alla Resistenza, alcuni avevano fatto parte della struttura clandestina negli anni del fascismo, molti provenivano dalle fabbriche. Non era ancora stata approvata la legge dei “portaborse” e per molti funzionari di secondo piano il futuro non appariva roseo. Non avevano versamenti pensionistici né assistenza sanitaria mutualistica. Il Partito provvedeva, quando si, a mandarli da c Quando si ammalavano venivano curati gratuitamente da compagni medici. Abitavano nelle zone più popolari, spesso in affitto. Forse molti non erano particolarmente brillanti ma certamente nessuno di loro nutriva malcelate ambizioni per cariche pubbliche. In occasione delle elezioni la propaganda personale era vietata, ancor prima che dallo statuto, da rigide regole morali che impedivano di anteporre la persona al partito.
    Le cose sono poi rapidamente cambiate. Ancor prima della nascita della seconda repubblica, dell’introduzione del maggioritario, vi è stata una prima mutazione antropologia già agli inizi degli anni settanta. Con l’introduzione dell’istituto delle regioni e l’affermazione delle sinistre nelle elezioni locali moltissimi comunisti hanno incominciato a vivere di politica assumendo incarichi istituzionali. Anche nel partito entra e si diffonde la figura del politico di professione (non più del rivoluzionario di professione come solevano considerarsi i vecchi funzionari). Nella maggior parte dei casi si è trattato di ottimi amministratori, onesti, preparati, che devolvevano al partito una quota consistente delle proprie entrate. Ma si era comunque formato un ceto, ormai lontano dalla fabbrica,avvolto da logiche diverse, alleanze, schieramenti, e comunque meno propenso all’ antagonista a livello sociale. Questo fenomeno è coinciso temporalmente con l’entrata nel partito della generazione del dopoguerra, fatta da giovani più preparati culturalmente di quella dei padri, molti diplomati, qualcuno laureato, che ha certamente saputo vivacizzare e arricchire la lotta politica ma che era in qualche modo diversa, molto meno radicata nella fabbrica. Una generazione che, con riferimento al mondo del lavoro,definirei di “impiegati”, con relativi pregi e difetti. Nel contempo la fabbrica fordista perdeva di importanza, anche in seguito alle lotte per una diversa organizzazione del lavoro, e si affermavano nuove figure professionali, i tecnici, non sempre sono consapevoli di essere i nuovi sfruttati. Per la mia esperienza nelle aziende genovesi posso dire che nei luoghi a forte connotazione operaia anche i tecnici si sentivano coinvolti e parte integrante della classe. Ma là dove la maggior parte dei lavoratori aveva inquadramenti impiegatizi, tale consapevolezza diminuiva e si affacciava l’individualismo, il carrierismo. La trasposizione di tale mentalità sul piano della militanza politica di sinistra era rappresentato dal desiderio, certamente positivo, di “voler capire”, di non adeguarsi supinamente a quanto il partito e il sindacato avevano deciso. Atteggiamento certamente auspicabile ma che metteva in discussione fortemente l’autorità del Partito, il suo carattere di organizzazione quasi militarmente inquadrata. Una sorta di riforma protestante, dove ognuno poteva interpretare i sacri testi senza una struttura intermedia. Credo che la “coscienza di classe” del proletariato italiano non ne abbia tratto giovamento proprio nella sua capacità di farsi intellettuale collettivo, di discutere e metabolizzare comunemente gli avvenimenti e trasformarli in sentire comune, in visione del mondo, in proposta condivisa. Ne ha risentito anche il grado di attaccamento al partito e la qualità dei nuovi funzionari (Veltroni ha recentemente confessato tranquillamente di non essersi mai sentito comunista). Ne risente anche l’attuale dibattito, basti vedere il tenore di tanti interventi sui blog di sinistra, intrisi di derisione e sufficienza.
    Ruolo giocato dal comunismo internazionale.
    Uscivano in quegli anni i primi numeri della rivista “Il Manifesto” dove si poneva in discussione il ruolo dell’URSS e nel contempo si sottolineava però necessità di un riferimento internazionalista. L’Urss aveva perso il suo appeal e i compagni del Manifesto proponevano il modello cinese. E ammonivano che senza un riferimento internazionale la deriva socialdemocratica del PCI sarebbe stata inevitabile. Prescindendo dalla giustezza o meno del modello proposto resta il fatto che era considerato molto importante poter proporre una società alternativa al capitalismo. Questa nuova organizzazione sociale doveva avere dei connotati chiari e una sua praticabilità. L’esistenza di Stati socialisti stava a dimostrare che il socialismo non era il frutto di una fervida immaginazione, né il sogno irrealizzabile degli sconfitti che in tal modo rendevano sopportabili le frustrazioni, ma qualcosa di possibile, di raggiungibile. Magari migliorabile da noi perché saremmo partiti da condizioni culturali e di ricchezza materiale ben maggiori, con uno sviluppo delle forze produttive inimmaginabile dalla Cina e anche dall’Urss. D’altronde in quegli anni gli Usa venivano sconfitti in Viet-Nam, le truppe cubane combattevano in Africa, il terzo mondo guardava ad est. Gran parte della popolazione mondiale viveva già in paesi socialisti.

    In Italia la struttura economica era, a ben guardare, più vicina ad un’economia mista che a un’economia liberista. Erano in mano statale la produzione di acciaio, la chimica di base, l’energia – sia a livello di approvvigionamento di materie prime che di produzione di elettricità-, la grande impiantistica, i cantieri navali, il settore dell’elettromeccanica e del nucleare, le ferrovie, compagnie di navigazione marittima e aerea, porti e aeroporti, autostrade e strade. Le maggiori banche del paese. E ’vero che tutto ciò si collocava all’interno di una struttura capitalistica, di mercato interno e internazionale, con ai vertici avidi boiardi di stato che garantivano il controllo da parte dei partiti di governo. Ma si trattava comunque di una struttura economica in grandissima parte pubblica e che poteva costituire un trampolino per il superamento morbido del capitalismo.
    Credo che il grande tradimento sia consistito proprio nel non aver capito fino in fondo che questa doveva essere una base di partenza e anzi averne favorito lo smantellamento. Che continua a tutt’oggi. Tradimento magari in parte legato, come sostiene il compagno Mantovani, al nuovo corso politico maggioritario, al desiderio di accreditarsi verso le classi emergenti e di apparire alla pari coi tempi. Ma anche, forse in misura maggiore, alla perdita di attrattività che nel frattempo ha interessato il campo socialista. Se oggi il capitalismo ha sconfitto lancia in resta il sistema socialista, se anche i pochi paesi che continuano a definirsi socialisti hanno dovuto introdurre al proprio interno riforme economiche che ne hanno profondamente snaturato la struttura e in maniera definitiva, se il capitalismo ha vinto a livello mondiale, questo non poteva che riflettersi pesantemente sulla credibilità della nostra proposta politica. La sinistra di ispirazione marxista si è trovata senza un modello da proporre, per la prima volta nella sua più che centenaria storia. Ai tempi di Marx lo sbocco politico delle lotte pareva in qualche modo garantito scientificamente dalle contraddizioni intrinseche del capitalismo. Con Lenin, ha avuto inizio la grande avventura del socialismo reale al quale guardava gran parte del proletariato mondiale. Ora abbiamo intorno solamente macerie. Certamente rimaniamo tutti convinti della profonda ingiustizia della società capitalistica, della sua insostenibilità anche ecologica, della sua crisi “costituente”. Purtroppo però ci risulta molto difficile dimostrare come dalle ceneri del capitalismo potrà nascere una società socialista robusta, in grado di affrontare le crisi e di superarle. Perché tutti gli esempi che fino ad ora la storia ci ha proposti testimoniano in senso contrario. Per il momento non si riesce a vedere nulla oltre all’orizzonte del capitalismo.
    Abbiamo bisogno di una nuova capacità di analisi e di una nuova progettualità. Per il momento, per apparire credibili, dobbiamo quanto meno essere in grado di fare proposte concrete alle mille crisi che quotidianamente cercano risposte; offrire soluzioni che siano immediatamente praticabili e che, nel contempo, si inseriscano in una prospettiva di superamento del capitalismo. Che generino conflitto ma tratteggino soluzioni praticabili. Nessuna proposta palingenetica è ormai in gradi di avere presa nelle coscienze, specialmente fra i giovani. Ma questo presuppone il possedere, almeno in nuce, la capacità di disegnare una società diversa e alternativa. Altrimenti si finisce con il cavalcare un ribellismo fine a se stesso. Purtroppo questo è l’aspetto sul quale siamo meno preparati, dove le nostre polveri appaiono bagnate dai tanti fallimenti che la storia del socialismo reale ci consegna. Il tema dei beni comuni mi sembra oggettivamente ben poca cosa per chi, come noi comunisti, voleva rivoluzionare il mondo. Dobbiamo ritornare a studiare, a intrecciare pratica e teoria.
    Vengo al punto che meno mi convince del ragionamento di Mantovani. E’ certamente vero che occorre individuare e coagulare un nuovo soggetto sociale che dovrà avere anche una sua espressione politica. Ma fatico veramente molto a immaginare come un tale soggetto possa, anche in via ipotetica, pensare di entrare in coalizione con il PD, seppure a livello locale. Mantovani cerca di sdrammatizzare la cosa (si tratta comunque di “…scelta tattica e secondaria…eletti scelti sulla base del loro radicamento nelle lotte…etc”) ma sappiamo bene tutti che in molti casi le cose non andranno così. Avremo trattative riservate con il PD, vi saranno richieste poltrone e incarichi, i candidati verranno eletti sulla base di voti di preferenza ovviamente incontrollabili a priori. E anche il comportamento degli eventuali eletti sarà incontrollabile. Il caso dei due consiglieri regionali della federazione della Sinistra attualmente eletti nel consiglio regionale della Liguria può insegnare qualcosa a riguardo. Essere alternativi significa, al giorno d’oggi, essere alternativi al PD. Al PD di Renzi ma anche a quello di Bersani, che per primo ha avvallato la riforma Fornero, smantellando lo Statuto dei Lavoratori (quelli proposti da Renzi sono solo piccoli aggiustamenti). E anche ai vari Treu che hanno introdotto in Italia il lavoro precario (la legge Biagi è intervenuta su un terreno ben dissodato). Ma la coerenza, che per i lavoratori non è un optional, richiede che l’alternatività, il totale dissenso, si manifesti a tutti i livelli. Ogni volta che ci presentiamo in una coalizione locale al fianco del PD, siamo costretti a mettere la sordina alla nostra azione di denuncia, a fingere di non vedere malaffare e incompetenza dilaganti, a diventare complici.
    Il compagno Mantovani ci tranquillizza sul domani: “Rifondazione Comunista non può e non deve avere paura del futuro”. Io francamente qualche timore lo nutro. Il mio è naturalmente un osservatorio limitato ma, parlando con giovani e meno giovani, la sensazione è che per i più Rifondazione non venga più percepita come esistente. Eppure vivo in un ambiente potenzialmente di sinistra. Ma, anche tra gli informati, moltissimi sono convinti che Rifondazione Comunista si sia sciolta dopo le ultime debacle elettorali. Ovviamente la maggior parte dei giovanissimi non ne ha mai sentito parlare. A questo punto mi domando: non sarebbe forse il caso di tornare a proporsi con il nostro simbolo e la nostra bandiera? Cercare di modificare questa tendenza, riaffermare che ci siamo ancora? Nelle lotte sociali ma anche nelle schede elettorali.
    Probabilmente non nelle istituzioni, visti gli sbarramenti presenti, ma, considerando i nostri attuali rappresentanti (parlo sempre della Liguria) questo mi sembra proprio il male minore.

  2. Grazie Luciano, il tuo commento è molto interessante. E grazie anche per il tono. Appena mi sarà possibile ti risponderò. Fra qualche giorno e non prima. Scusa e a presto. Un abbraccio

  3. carlo scarfò Says:

    Mi chiamo Carlo Scarfò e anch’io provengo dal Circolo Bianchini di Genova, conosco benissimo Luciano che ha scritto sopra, e condivido tutto quello che ha detto.
    Quello che mi differenzia la Luciano e che io invece comprendo ed apprezzo lo sforzo di Ramon nel ultima parte, di indicare chiaramente che questo partito se non cambia muore, e lo dice quando parlando del partito lo indica come“COLLETTIVO DEDITO ALLA LOTTA DI CLASSE” facendo una auto(critica feroce al correntismo e alla distanza tra gli istituzionali i dirigenti e gli iscritti, così mi pare di capire ed apprezzo questo sforzo, anche se non vuole entrare nel merito di come riformare organizzativamente il partito, ma il fatto che lo dice è importante perché riconosce implicitamente una degenerazione.
    Al contrario di Luciano non mi convince l’analisi storica della sconfitta della sinistra a partire dal PCI continuando fino ai giorni nostri passando per il PRC, questa analisi ben che ben strutturata e molto argomentata è tendente a giustificare i soggetti che hanno operato e facilitato questa sconfitta, cercandogli un capro espiatore “l’oggettività” dicendo che le conquiste del PCI dei primi anni del dopo guerra non erano attribuibile alle capacità soggettive,(senza nulla togliere ,lui dice) ma alle condizioni oggettive, il fatto che erano individuabili le classi, i sindacati, la produzione era relativamente su basi nazionali, la lotta di classe era più evidente e soprattutto perché il sistema riconosceva molta più forza al parlamento che al governo, il sistema elettorale era proporzionale se no, dice RAMON il PCI sarebbe stato isolato, quindi secondo Mantovani, quello che illustra chiaramente Luciano quelle istantanee del quadro PCI, quando descrive(nei primi anni) le condizioni di vita del quadri del partito e dei parlamentari, della sobrietà delle loro vite, che spesso vivevano in simbiosi con la classe che volevano rappresentare, se rapportate alla degenerazione di oggi, agli sfarzi e agli arricchimenti a spese del partito di tanti(non di tutti) dirigenti, non c’entra niente perché le oggettività della storia avrebbero comunque fatto il loro corso. Questo è un evidente tentativo di autoassoluzione del gruppo dirigente.
    Non voglio fare gossip, ma il fatto che dirigenti di questi partito che avrebbero dovuto rappresentare il Cristo erano una sera si a l’altra pure a cena(pubblicamente) con il diavolo, che le mogli di autorevoli “Duci” e “guide supreme” andassero alle feste mondane nei salotti della gente che avrebbero dovuto combattere, le ferie passate su yacht di lusso, assieme a persone moralmente discutibile, mentre si diceva ( anche i ricchi piangano) non hanno avuto una loro funzione nel decostruire senso e consenso,nel creare una distanza abissale tra i militanti la gente e il PRC?,e dov’era il gruppo dirigente di questo partito quando accadevano questa cose? sarebbero riusciti a liberarsi del Tiranno/i senza che si perdesse la guerra della Sinistra arcobaleno? non è successo la stessa cosa (se mi è permesso il paragone) con Mussolini che non è stato sconfitto dalla classe dirigente di questo paese ma dalla perdita della guerra?
    Io credo che nel complesso è una buona analisi, ma quando dice: che se nel 53 la DC avesse vinto le elezione per la legge truffa il PCI sarebbe stato marginalizzato e non ci sarebbe una parallela crescita tra le lotte e le fortune elettorale del PCI dice una cosa sbagliata, ma anche pericolosa.
    E’ sbagliata, perché i fatti dicono che il PCI è cresciuto fino al 1976, ed è iniziato a calare dopo il 76, nonostante il sistema elettorale era identico,(quindi le condizioni oggettive erano identiche) ed allora è facile associare il calo di consenso del PCI , (ma anche del senso in termini culturali e della sua egemonia) con la degenerazione e il “tradimento” della suo compito storico, da parte del gruppo dirigente. Compromesso storico, la scelta atlantista, spinta propulsiva l’eurocomunismo, lo strappo;.con il 50+1% non si governa etc. anche il PRC può marcare come inizio della sua catastrofe, il periodo della rinuncia al suo compito storico, con dichiarazioni che il comunismo è “un nome indicibile” che può solo restare “un tendenza culturale” in un altro contenitore, con il risultato che Rifondazione con il suo Vessillo aveva portato in parlamento quasi cento parlamentari ,ministri e sottosegretari, la terza carica dello stato, salotti mediatici a bizzeffe , poi si presentò, nascondendo e camuffando la sua natura fino ad oscurarla ed ecco il precipizio, ora le condizioni oggettive erano le stesse un ora prima che il partito si chiamava PRC e un ORA dopo quando si Chiamava Sinistra Arcobaleno.
    E’ pericolosa, perché se le cose dipendessero dalla sola oggettività allora basterebbe sedersi e aspettare,mentre io non trascuro il fatto soggettivo, e sono sicuro che nel 1953 anche se fosse passata la legge truffa il PCI avrebbe avuto lo stesso consenso perché a crearglielo erano ancora (Il cannone nel cortile come dice DE ANDRE) i fucili dei partigiane nascosti ed ancora oliate per bene.
    Mi rendo conto che nessun paragone è possibile tra il PCI e il PRC il primo ha avuto una storia gloriosa e degli uomini che erano giganti. Il PRC , un storia ingloriosa fatta da personalismi e narcisismi allo stato puro, con una lotta tra bande per chi controlla il potere tra uomini che sono politicamente dei nani.
    Non potendo fare una controrelazione anche perché buona parte la condivido, ma anche per una questione di luogo, mi preme precisare, che nella foga di elencare il cambiamento delle condizioni oggettive, che secondo Ramon sono state la causa della sconfitta della sinistra , manco sulla sfondo , il chiarore del fuoco dell’ Ottobre, non si è detto chiaramente che i comunisti si scaldavano e si nutrivano di quel calore e nella misura in cui dirigenti di importanti partiti, iniziavano a mettere in discussione e a dubitare se quell’evento avesse ancora la “Spinta Propulsiva” per scaldare ancora i cuori degli scalzi della terra è evidente, che tutte le armi di cui si era dotato il rivoluzionario si spuntavano. quindi caro Ramon un Po’ di autocritica, e meno autoassolvimento

  4. carlo scarfò Says:

    Ancora una cosa. anch’io come Luciano penso che dovremmo presentarci da soli, perché nei due tentativi di uscire dalla crisi che per esemplificare chiameremo il sistema Ferreriano e grassiano, (ma solo per esempio) dove il primo ha un sapore più di sinistra mentre il secondo sembra guardare ad alleanze con la sinistra PD e SEL, penso che tutte due non sono adeguati e sono il prodotto, della crisi di fiducia del Gruppo dirigente, infatti se il tentativo grassiano (Sinistra Lavoro) ha il difetto di essere ancorato al passato, ha pero un respiro nazionale ed è più omogeneo, quello che chiamiamo ferreriano (la continuazione della lista Tsipras) non ha un respiro nazionale se si pensa che il cordinamento nazionale non ha neanche uno statuto, quindi nei territori ognuno si muove in base ai soggetti che prendono le iniziative a Genova per esempio, è egemonizzata da Azione Civile, e ha la puzza sotto il naso quando sente parlare di partiti, dovremmo (secondo quanto ha detto la Giovanna Capello al congresso regionale della Liguria) presentarci a titolo personale.
    Questa soluzione che vorrebbe (anche nelle tue parole) ispirarsi organizzativamente a I.U. ha il limita che questa organizzazione come ha fatto il PRC non gode di molto prestigio come PODEMOS e SIRYZA che vengono percepite come partiti antisistema, in quanto non si alleano mai con nessuno a nessun livello, I.U ha il difetto del PRC e nelle amministrative si allea con quelli che vuole combattere o dice di essere alternativa, questa situazione è sotto gli occhi di tutti in questo momento a Genova dove una parte vuole fare un alleanza con Cofferati(sbagliatissima) ma l’altra parte è un agglomerato disomogeneo e difficile da governare.
    Quindi il PRC dovrebbe prendere una posizione che valga a livello nazionale e dire chiaramente che i partiti in quanto tale non possono essere discriminati e se aderiscono ai programmi che le associazioni si danno devono avere il diritto di partecipare con la loro identità, oggi non è così. perché? il partito è miope o mi sfugge qualcosa? non è che il “comunismo nome indicibile” ha fatto molti proseliti e tutte due i (grasiano e ferreriano) tentativi sono solo un gattopardiano strumento per cambiare tutto dicendo di non voler cambare nulla?

  5. carlo scarfò Says:

    Ancora una cosa. anch’io come Luciano penso che dovremmo presentarci da soli, perché nei due tentativi di uscire dalla crisi che per esemplificare chiameremo il sistema Ferreriano e grassiano, (ma solo per esempio) dove il primo ha un sapore più di sinistra mentre il secondo sembra guardare ad alleanze con la sinistra PD e SEL, penso che tutte due non sono adeguati e sono il prodotto, della crisi di fiducia del Gruppo dirigente, infatti se il tentativo grassiano (Sinistra Lavoro) ha il difetto di essere ancorato al passato, ha pero un respiro nazionale ed omogeneo, quello che chiamiamo ferreriano (la continuazione della lista Tsipras) non ha un respiro nazionale se si pensa che il cordinamento nazionale non ha neanche uno statuto, quindi nei territori ognuno si muove in base ai soggetti che prendono le iniziative a Genova per esempio, è egemonizzata da Azione Civile, e ha la puzza sotto il naso quando sente parlare di partiti, dovremmo (secondo quanto ha detto la Giovanna Capello al congresso regionale della Liguria) presentarci a titolo personale.
    Questa soluzione che vorrebbe (anche nelle tue parole) ispirarsi organizzativamente a I.U. ha il limita che questa organizzazione come ha fatto il PRC non gode di molto prestigio come PODEMOS e SIRYZA che vengono percepite come partiti antisistema, in quanto non si alleano mai con nessuno a nessun livello, I.U ha il difetto del PRC e nelle amministrative si allea con quelli che vuole combattere o dice di essere alternativa, questa situazione è sotto gli occhi di tutti in questo momento a Genova dove una parte vuole fare un alleanza con Cofferati(sbagliatissima) ma l’altra parte è un agglomerato disomogeneo e difficile da governare.
    Quindi il PRC dovrebbe prendere una posizione che valga a livello nazionale e dire chiaramente che i partiti in quanto tale non possono essere discriminati e se aderiscono ai programmi che le associazioni si danno devono avere il diritto di partecipare con la loro identità, oggi non è così. perché? il partito è miope o mi sfugge qualcosa

  6. giovanni Says:

    Bentornato ramon,
    ho letto con molto interesse . Trovo l’analisi, da te esposta,lucida ,coerente,efficace. Mi ripropongo di tornare sul tema soprattutto in merito all’analisi della situazione attuale ed alla strategia prossima futura.Mi scuso ma proprio ora non ho testa ne tempo per scrivere.
    Un abbraccio….apresto

  7. ciao giovanni, grazie e a presto.

  8. caro scarfò, credevo tu avessi scritto che non saresti mai più venuto sul mio blog giacché, sono parole tue, io ospiterei solo signorsì ed adulatori.
    o ti sei iscritto ad una di queste due categorie oppure quando scrivi il dito è più veloce del cervello. cmq bisognerebbe fare ciò che si dice e dire ciò che si fa. e non parlare a vanvera.
    ciao

  9. carlo scarfò Says:

    Caro Mantovani in politica il rancore non dovrebbe esistere, anche perchè il livore corrode più in proprio duodeno che quello dei nemici, e poi perchè si perde la distanza tra la politica e la persona, è vero e confermo che ho scritto le cose che tu dici, ma in quel contesto e su quel argomento, Tu invece come dimostri, estendi l’incompatibilita di una stagione politica alla persona.
    Io non cerco amicizie sono un militante di rifondazione Comunista come te, e trovo abbastanza normale sondare in tutte le direzioni, dovresti sentirti lusingato se non fossi accecato dal pregiudizio. Sono stato sollecitato dalla lettura che Bruno Steri ha fatto al CPN del 15/16 novenbre, sul tuo documento, e volevo accertarmi di persona quale era la tua posizione in questo groviglio complicato, ma tu la metti sul piano personale, ed allora è inutile, sappi che io invece separo (lo sempre fatto) la politica dalla persona, e non do mai nulla per definitivo politicamente parlando, quindi quando e se verrai a genova sono lieto di occoglierti (personalmente parlando da amico si intende)

  10. caro luciano, nel tuo scritto ci sono molti spunti che meriterebbero una lunghissima discussione.
    mi atterrò a ciò che considero essenziale. inteso come interno al tema che ho tentato di affrontare nell’articolo.
    sulla storia del pci diciamo diverse cose quasi identiche. lasciamo perdere sfumature e dettagli.
    ma c’è nel tuo ragionamento un’omissione che finisce con il far scambiare effetti per cause.
    è evidente che il pci è degenerato fino a diventare pds, e cioè un partito non più anticapitalista. non si tratta di fare proclami o meno. si tratta di essere un partito di classe, uno strumento della classe, che si propone di superare il capitalismo o un partito “dei cittadini” che si propone di vincere le elezioni e governare. ovviamente in modo diverso dalla destra ma comunque dentro le compatibilità del sistema economico.
    ma perché succede questo?
    non si spiega con un ricambio generazionale (per altro fisiologico), con carrierismi, e tanto meno con ciò che è successo all’URSS.
    tutte cose esistenti e che hanno contato molto. ma che sono a loro volta collegate, se non direttamente effetti, della sconfitta economica e sociale per opera della mutazione gigantesca che il capitalismo ha prodotto.
    la descrizione dell’economia mista che hai fatto è esatta. per altro si può estendere a tutta europa e perfino agli usa rosveltiani.
    ma la controffensiva iniziata con la denuncia degli accordi di bretton woods ha rivoluzionato in pochi anni tutto.
    le condizioni che avevano permesso alla classe operaia in ogni paese di essere forte in quanto capace di bloccare il sistema di accumulazione capitalistico e conseguentemente di ottenere sempre maggiore potere e migliori condizioni di vita, sono venute meno esattamente perché l’internazionalizzazione del capitale finanziario ha spostato il centro economico fuori dai singoli paesi, ha ridotto la produzione ad una variante della finanza ed ha modellato rapidamente una società fondata sui valori propri del capitalismo finanziario.
    il pci a tutto questo ha resistito. ed infatti negli anni 80, seppur forte, non ha potuto vincere più nessuna battaglia.
    insomma, se lo sciopero fa male al padrone il padrone dovrà trattare. ma se lo sciopero gli fa un baffo, giacché si può delocalizzare, vendere l’azienda ad una multinazionale, riorganizzare la produzione eliminando un terzo della manodopera, e così via, il padrone avrà il coltello dalla parte del manico.
    se i settori strategici economici sono di proprietà pubblica il potere politico nazionale può essere usato per indirizzarli nell’interesse generale del paese. può, perché il può dipende dai rapporti di forza. ma se, in conseguenza della finanziarizzazione dell’economia, essi stanno sul mercato mondiale competitivo succedono due cose: anche se pubblici devono funzionare come aziende private e/o lo stato li vende alle multinazionali.
    potrei continuare, ma non è questo il posto dove farlo.
    la struttura del capitale, sempre che marx avesse ragione, è cangiante. ed ha sempre una forte influenza, sempre che gramsci avesse ragione, sul modello sociale. e se il modello sociale cambia le perone in carne ed ossa, compresi gli operai, pensano in maniera diversa. l’egemonia del potere economico si da esattamente quando la visione del mondo e delle cose secondo gli interessi del potere economico diventano per la stragrandissima maggioranza della gente cose “naturali”.
    il mondo è sempre stato così e sarà sempre così.
    gli schiavi pensavano fosse naturale essere schiavi. ed oggi ci sono i lavoratori che pensano sia naturale che si dica che il padrone “crea” posti di lavoro. che il padrone “dia” lavoro.
    ovviamente ha contato molto che il tentativo di far funzionare una società senza capitalisti e senza mercato sia fallito.
    sul perché sia fallito possiamo discutere molto. io dico con una battuta: per difetto di comunismo e non per eccesso di comunismo.
    ripeto, il pci negli anni 80 era ancora grande, ma la sua base sociale perdeva salario, diritti, e veniva colonizzata dal pensiero dominante emergente. la rottura con il psi e con la dc, berlinguer ai cancelli della fiat, la battaglia contro i missili e così via non sono cose che fa un partito che tradisce. ma sono battaglie di resistenza condotte in condizioni sempre più difficili e destinate ad essere sconfitte.
    perché se fai la lotta di classe e credi che basti azzeccare le mosse giuste per vincere sempre sei cretino.
    quando il nemico è riuscito a rivolgerti contro le tue stesse armi devi sapere che devi resistere senza farti l’illusione di vincere.
    ovviamente resistere è essenziale affinché la sconfitta sia temporanea e non definitiva.
    ma se separi il destino del partito da quello della sua base sociale vendendo l’idea che è ora di vincere mentre la propria base sociale perde non solo non resisti, bensì tradisci.
    insomma, carrieristi, politicanti, furbi, opportunisti, e via cantando li trovi sempre e dovunque. nei momenti di sconfitta escono come i funghi. ma è la sconfitta l’umidità e la condizione ambientale che fa nascere questi funghi. e non viceversa.
    quindi, caro luciano, non basta osservare la degenerazione del pci. bisogna capire quale condizione oggettiva e concreta l’ha resa vincente. perché altrimenti dalla sconfitta non si impara la lezione fondamentale e si corre inevitabilmente nella direzione sbagliata.
    del resto la stragrande maggioranza degli iscritti del pci e degli elettori del pci condivisero l’idea perniciosa secondo la quale l’essenziale era vincere le elezioni per cambiare le cose. e non lottare cambiando nei fatti i rapporti di forza per poter anche avere l’eventuale consenso elettorale.
    spero di essermi spiegato su questo punto.
    ed ora veniamo al punto che dichiari di dissenso….
    continua

  11. tu scrivi:

    “Abbiamo bisogno di una nuova capacità di analisi e di una nuova progettualità. Per il momento, per apparire credibili, dobbiamo quanto meno essere in grado di fare proposte concrete alle mille crisi che quotidianamente cercano risposte; offrire soluzioni che siano immediatamente praticabili e che, nel contempo, si inseriscano in una prospettiva di superamento del capitalismo. Che generino conflitto ma tratteggino soluzioni praticabili. Nessuna proposta palingenetica è ormai in gradi di avere presa nelle coscienze, specialmente fra i giovani. Ma questo presuppone il possedere, almeno in nuce, la capacità di disegnare una società diversa e alternativa. Altrimenti si finisce con il cavalcare un ribellismo fine a se stesso. Purtroppo questo è l’aspetto sul quale siamo meno preparati, dove le nostre polveri appaiono bagnate dai tanti fallimenti che la storia del socialismo reale ci consegna. Il tema dei beni comuni mi sembra oggettivamente ben poca cosa per chi, come noi comunisti, voleva rivoluzionare il mondo. Dobbiamo ritornare a studiare, a intrecciare pratica e teoria.”

    io sono d’accordo integralmente su tutto tranne che sulla questione dei beni comuni.

    cosa sono i beni comuni? l’acqua, la sanità, l’istruzione. per dire delle tre cose fondamentali.

    orbene, nella stragrande maggioranza dei paesi del mondo queste cose sono ancora pubbliche. le privatizzazioni, che ci sono state, non sono globali.

    il capitalismo di oggi necessità di espandersi esattamente nei settori che ancora sono totalmente o parzialmente fuori dal mercato. giacché territorialmente si è espanso, dopo la caduta del comecon, in ogni angolo del pianeta.

    la mancata espansione del mercato in questi settori crea gravissime difficoltà al sistema capitalistico. perché esso è incapace di razionalizzare la produzione secondo i bisogni del pianeta e sa solo accumulare proprietà e capitale, e sa solo creare valore fittizio con la speculazione producendo bolle speculative e crisi sempre più grandi e diffuse.

    è proprio per questo che la questione dei beni comuni è una questione strategica esattamente per chi si propone di rivoluzionare il mondo.

    non c’è mai stata nessuna rivoluzione che non avesse come obiettivi cose semplici ed essenziali. come il pane e la pace. come l’autogoverno contro i colonizzatori.
    e lo stesso movimento operaio è nato e si è unificato sulla parola d’ordine delle otto ore lavorative.

    che le 8 ore di per se non abbiano rovesciato il modo di produzione capitalistico è fuori di dubbio.
    ma senza la battaglia per le otto ore non ci sarebbe stato il movimento operaio e decine di milioni di lavoratori non avrebbero preso coscienza di essere in grado di esprimere un diverso modo di produzione, una diversa società, e quindi un mondo diverso.

    chi lotta per l’acqua pubblica, anche se non lo sa, agisce su una cosa centrale per il sistema. e proprio per questo nel corso della lotta può acquisire la coscienza che il suo nemico non è il governo di turno e basta, bensì il sistema economico capitalistico.

    un comunista che si prodiga per costruire una lotta per l’acqua pubblica dovrebbe avere coscienza del fatto che agisce su una contraddizione fondamentale. se ha questa coscienza non penserà che sta facendo una cosa come un’altra. non penserà che la sta facendo per conquistare qualche voto elettorale. non si spaventerà per le difficoltà che nasceranno nella lotta. e soprattutto potrà anche usare la propria analisi del capitale per farne un lievito della lotta e della coscienza anticapitalistica delle masse.

    un comunista serio non si spaventa se nella lotta per l’acqua pubblica ci sono persone che credono nel mercato capitalistico, più o meno regolato. che credono che basti eleggere un governo invece che un altro per fermare un interesse mondiale che muove migliaia di miliardi di dollari di interessi. e così via.
    perché se la lotta è giusta nel corso della stessa potrà dimostrare di aver ragione.

    ma se un comunista, e sono sicuro che non è il tuo caso, pensa che la lotta per l’acqua sia arretrata e per di più condotta da persone egemonizzate del pensiero dominante, non la farà.
    peccato, però, che in questo caso alla lotta mancherà un contributo critico ed intelligente essenziale. e si creerà il paradosso per cui una lotta intrinsecamente anticapitalistica la faranno coloro che anticapitalisti non si definiscono. mentre il sedicente anticapitalista e comunista non darà mai nessun fastidio al capitale.

    come vedi, gira e rigira, l’analisi del capitale è per me essenziale per fondare una strategia e per ispirare una pratica politica veramente comunista.

    ovviamente posso sbagliare analisi. e quindi se mi si dimostra che la questione della proprietà dell’acqua a livello mondiale non è una questione strategica per il capitale, e quindi per chi lo vuole abbattere, sono pronto a cambiare opinione.

    ed ora passiamo alla questione finale….

  12. caro scarfò, io non nutro nessun rancore. ho sempre messo nel conto critiche ed anche insulti. ne ho ricevuti molti e non ho mai serbato rancore solo per questo. il rancore lo nutro verso persone sleali, che dicono una cosa e ne fanno un’altra. che mentono sapendo di mentire. quindi non nutro nessun rancore verso di te. perché penso che tu semplicemente abbia una visione delle cose profondamente superficiale.
    però siccome penso che ciò che si scrive sia più meditato di ciò che si dice al bar o in un momento di collera, ho preso sul serio le cose che tu hai scritto nel corso della forse troppo lunga discussione che abbiamo avuto.
    e, mi dispiace, non sono interessato a discutere con chi accusa me di dire una cosa e di farne un’altra. con chi mi attribuisce intenzioni e retropensieri che non ho mai avuto in vita mia. con chi mi insulta sulla base di pregiudizi.
    perché è una discussione inutile e perfino dannosa. oltre ad essere una perdita di tempo.
    se poi, inoltre, tu pensi che io ami discutere solo con adulatori o signorsì veramente non capisco perché tu voglia discutere con me.
    ma credo sia impossibile per te capire che insulti e risse su internet non sono una discussione fra persone serie, figuriamoci fra compagni, bensì un semplice riflesso della sottocultura da curva nord che impera nella politica dei talk show.
    ciao

  13. carlo scarfò Says:

    ne prendo atto.

  14. carlo scarfò Says:

    Aggiungo avrei potuto postare gli interventi chiamandomi giacomino, ma io sono sempre stato onesto. e così continuerò ad essere il mondo è pieno di persone, che aspettano che io gli rivolgo l’sttenzione.

  15. giovanni Says:

    Caro Ramon,
    vediamo se riesco a contribuire in maniera comprensibile . Tornando alla tua analisi ( mi scuso con gli altri non ho avuto il tempo di leggere) ed alle prospettive partendo dalla situazione attuale.
    Ritengo che il sistema capitalistico stia affrontando una delle crisi più forti e mondiali di sempre. Dal mio punto di osservazione mi sembra che l’Europa sia il continente che meno abbia “compreso”la natura della crisi e la sua portata . l’italia è ancor più il paese più “indifeso” ,il meno preparato a reagire nella giusta direzione. L’avanzata della destra più radicale e fascista ,il sostanziale disinteresse per i fondamentali democratici,e più in generale per il bene comune di un popolo credo siano una realtà,politica ed antropologica. Credo anche che questa situazione andrà peggiorando ed in tempi realtivamente rapidi. Probabilmente la disfatta dell’esperienza del PCI nella pratica del PDS,prima e del PD adesso hanno aumentato di molto la portata della confusione,della solitudine,della disillusione. Eppure mai come adesso le condizioni per capire l’inadeguatezza del sistema capitalistico ad affontare le necissità di un pianeta ,dei popoli che lo abitano sono ottimali. Giustamente tu ricordi che rifondazione non è e non può essere in grado di rappresentare una capacità risolutiva di direzione delle contraddizioni e dei conflitti. Giustamente ricordi che la centralità di una lettura scientifica della realtà di classe e dello scontro fra classi determina ,se non la giusta risposta,la giusta direzione per costruirne una. La disperazione non è una buona consigliera e la destra più becera sta interpretando la rabbia in modo più efficace di quanto non riesca a fare la sinistra.La memoria storica degli interessi di classe si è evaporata . Progresso,civiltà,emancipazione sono marginalizzati nella cultura dei supermarket e ,per lo più ,la filosofia di fondo che serpeggia è si salvi chi può. Ovviamente la mia è una sintesi estrema e ben altra profondità di analisi sarebbe necessaria,ma nell’insieme questa è l’aria che respiro . Sono convinto che sia indispensabile una nuova narrazione non solo di speranza ma di obbiettivi raggiungibili e obbiettivi che tocchino le strategie e gli interessi dei nemici di classe. Riprendere in mano la bandiera dell’egualianza e dei diritti fondamentali con argomenti e obbiettivi di lotta anticapitalistici. Il diritto al cibo ,all’aria pulita all’istruzione,all’igene. Il dovere di una comunità di riconoscere la buona pratica di azioni moralmente ed eticamente meritevoli. Il manifesto della meritocrazia negata nei fatti e propagandata a parole dai fautori del furto e della rapina più vergognosa.
    Insomma obbiettivi raggiungibili perchè semplici e vicini alla raltà di ognuno( la lista è infinita,basti guardare al peso del volontariato e ai comitati di cittadini che si impegnano in battaglie e lotte durissime come TAV e altre decine) ma arrichite dalla conoscenza di chi riesce a traguardare e a delineare un orizzonte. Solo sul fronte del consumo ne esistono a decine che penso tu conoscerai anche meglio di me. L’aspetto organizzativo è un ambito in cui un partito per piccolo e debole che sia può certo contribuire e non poco. E certamente una proposta aggregativa diffusa sui temi del futuro comprensibile per raccogliere e rilanciare le esperienze vive e quelle possibili. L a tecnologia in questi casi può essere di aiuto. Credo che per definire nuovi orizzonti e individuare obbiettivi veri e qualificanti sia necessario liberare la fantasia più autentica del possibile. La questione comunista come sai mi appassiona poco perchè credo più allo sforzo di una pratica che si avvicini ai fondamenti teorici che non al percorso “liturgico”.Bada bene che dico ciò con il massimo del rispetto e con la convinzione di riferirmi all’analisi marxista ed allo “spirito” comunista che sento vivo in me. Capisco che all’interno di un partito comunista il tema non sia un dettaglio ma ora più che mai credo che sia opportuno stare fra le persone senza creare confusione ,rumore di fondo. Un interlocutore o una realtà di lotta deve scoprire che sei comunista perchè lavorando insieme per un obbiettivo dimostri nei fatti che le tue convinzioni,i tuoi strumenti teorici ti danno l’opportunità di contribuire con più efficacia. Quando questo avviene e hai modo di spiegare che vedi più lungo o hai più mira perchè sei armato di uno strumento che può essere usato da chiunque e non perchè sei intrensicamente più intelligente o più colto allora è utile dire che ti sforzi di essere un comunista. Bisogna accettare che la storia degli ultimi 30 anni non ha dato grande splvero al progetto comunista. Ci vorrà tempo e molta competenza per ricostruire un modello funzionante di società socialista,per ora credo che sia necessario arginare la deriva fascista e guerrafondaia e recuperare spazi di autentica democarzia. Per ora mi fermo qui .
    Un caro saluto,abbraccio y suerte

  16. per luciano.
    alleanze si alleanze no. presentarsi alle elezioni con il nostro simbolo e bandiera.
    su queste cose dissenti da me.
    vediamole meglio.
    io credo sia coerente dire, come ho tentato di fare nell’articolo, tre cose:
    1) il capitalismo ha sconfitto il movimento operaio. senza sottovalutare limiti ed errori soggettivi ho tentato di dimostrare qui ed in altri scritti la natura strutturale e la profondità delle mutazioni economiche, sociali e culturali indotte dalla controrivoluzione capitalistica.
    2) in italia dopo un quindicennio di sconfitte il sistema politico è stato ristrutturato in modo da renderlo coerente con il nuovo modello sociale capitalistico. presidenzialismo maggioritario (enti locali) e maggioritario bipolare a livello nazionale non sono una cosa come un’altra. sono propri di un modello (definiamolo sbrigativamente americano) che per sua natura è impermeabile a contenuti e quindi a forze antagoniste al sistema.
    3) nella crisi, i cui risvolti economici e sociali sono oggi evidenti, c’è una specifica crisi del sistema politico? si o no? e se c’è cosa è giusto fare?

    queste tre cose sono collegate fra loro. intimamente collegate.
    perciò non capisco come si possa dire che si è d’accordo con l’analisi ma non con le mie conclusioni.

    ora concentriamoci sul secondo punto. visto che non sono state mosse critiche sostanziali al primo.

    ho già tentato di spiegare mille volte su questo blog ed altrove che il sistema maggioritario ha funzionato perfettamente contro di noi.
    intanto bisogna riconoscere che ha avuto il consenso della stragrandissima maggioranza della popolazione. che essendo formata da individui privi della consapevolezza di appartenere a classi preferiscono di gran lunga poter “decidere” il governo direttamente, e nelle fattispecie il capo del governo. in particolare i proletari, che avevano votato pci per decenni, dopo 15 anni di sconfitte (che come abbiamo visto erano dovute a fattori oggettivi mondiali e relativi alla ristrutturazione del capitale) hanno smesso di credere all’utilità sia del pci sia del sistema politico proporzionale. ed hanno creduto in pieno alla favola della sinistra che vince le elezioni e POI, e solo POI, farà qualcosa per loro.

    è qui il grande problema. perché è un problema strutturale.
    se il capitale è fortissimo e la classe non può far altro che, per una lunga fase, difendersi e resistere è inevitabile che il partito di classe alle elezioni cominci a perdere consensi. perché quando la lotta era vincente nella società la rappresentanza di classe nel parlamento proporzionale poteva, anche dall’opposizione, conquistare leggi e riforme che cambiavano concretamente la vita delle persone. mentre quando la lotta diventa di resistenza e si perde nel parlamento non si conquista un bel niente, e dopo pochi anni molti elettori cominciano a pensare che è inutile votare pci.
    una gran parte degli elettori del pci non erano e non pensavano affatto come militanti rivoluzionari. erano proletari e persone che sapevano che il pci con le sue battaglie conquistato cose concrete, come la sanità, l’istruzione gratuita, l’equo canone, il diritto a non essere licenziati, maggior salario, riduzioni dell’orario di lavoro, e decine di altri diritti.
    quando la lotta di classe, ed è naturale che sia così essendo una lotta vera, subisce contraccolpi e sconfitte la gran parte delgi elettori del pci pensa e da spiegazioni confuse e sbagliate. come queste:
    1) il mondo è cambiato, il pci ormai è vecchio e non è in grado di capire le novità.
    2) la lotta di classe non ha più senso. gli operai sono ormai anche loro possessori di bot e cct e quindi ….
    3) il pci che sta in parlamento e non conquista niente per me è inutile.
    4) l’urss fa schifo e il comunismo è sbagliato. per vincere bisogna cambiare nome.

    e potrei continuare.

    descrivere, come a volte sento fare, milioni di elettori del pci come se fossero militanti pronti a qualsiasi sacrificio, è una sciocchezza.

    un partito comunista, se ha un’analisi seria del capitale e della società (ma se non ce l’ha non può in nessun modo essere comunista), di fronte ad una fase di sconfitte e resistenza, le vive con consapevolezza. combatte le battaglie senza farsi illusioni ed accumula coscienza e forza per riproporsi di vincere. ma vincere la lotta di classe, perché senza forza sociale anche un risultato elettorale buono rimane sterile.

    invece il pci cambia nome. ma non lo fa per continuare la lotta con migliori condizioni elettorali. lo fa per abbandonare la lotta, diventare un partito di “cittadini” dove padroni e operai sono messi sullo stesso piano, e cioè dove i padroni comandano. un partito che ha un unico obiettivo: conquistare il governo. e che è per forza costretto (usiamo pure questo verbo per generosità) ad accettare il capitalismo e le sue compatibilità come vincolo insuperabile.
    ora, per fare tutto ciò deve mentire. fare un’operazione tipica della concezione liberale della democrazia. vendere illusioni e fare promesse.
    ed ecco il “non vogliamo morire democristiani”. che già si era fatto strada nella testa perfino di moltissimi militanti.
    dopo un quindicennio di sconfitte il gruppo dirigente del pci dice: il modo è cambiato, perdiamo perché non siamo stati capaci di capirlo. e quindi cambiamo e così vinceremo. e finalmente andremo al governo. e cambiamo anche il sistema elettorale perché i cittadini possano davvero contare decidendo direttamente il governo.
    dov’è il tradimento?
    nel cambio di nome? o nell’aver rimosso la analisi marxista del capitale e della società e nell’aver abbandonato la lotta di classe?
    si è cambiato nome e per questo si è abbandonata la lotta di classe o viceversa?
    non è lo stesso. perché se si pensa che il nome sia la causa si pensa anche che basti riproporlo e che tutto possa tornare come prima.
    ma è una pura illusione.
    noi lo abbiamo riproposto e 100 mila militanti e iscritti ci hanno seguito.
    ma quanti si illudevano che bastasse riproporre nome e simbolo per risalire la china?
    non c’è niente da fare. se si rimuove l’analisi del capitale e della società e ci si concentra su cose secondarie si finisce per consegnare la propria testa al nemico. nel senso letterale del termine.

    continua…

  17. Luciano del circolo PRC Bianchini di Genova Says:

    Caro Ramon,
    ti ringrazio per la risposta, che leggerò con calma.
    Ho bisogno di un po’ di tempo per eventuali osservazioni.
    Saluti

  18. 20 anni di maggioritario e la nostra esperienza dovrebbero aver insegnato delle cose.
    e invece sembra proprio di no.
    la fase capitalistica degli ultimi 20 anni è la fase del trionfo del capitalismo globalizzato e finanziarizzato.
    il sistema elettorale maggioritario viene accompagnato da un enorme mutazione del sistema mass mediatico relativo alla politica.
    nelle masse si conficcano nel cervello le idee del nemico.
    competitività, individualismo, xenofobia, egoismo sociale e territoriale, qualunquismo, leaderismo e personalizzazione estrema della politica, semplificazioni suggestive totalmente scollegate da qualsiasi analisi seria della società. e così via.
    era una situazione inedita in italia.
    lo ripeto: rifondazione ha una colpa soggettiva imperdonabile. l’aver sottovalutato la portata della separazione della politica “ufficiale” dalla società ed aver coltivato l’illusione che nel gioco elettorale (come vedremo è irrilevante se con alleanze o contro tutti) si potesse risalire la china.
    è una colpa imperdonabile del gruppo dirigente, perché sebbene la base fosse ancor meno consapevole e meno propensa ad analizzare la società e a fare la vera lotta di classe, la scarsa consapevolezza del gruppo dirigente è il problema principale. se il gruppo dirigente l’avesse avuta avrebbe condotto una battaglia culturale per far capire alla base la gravità della situazione e non avrebbe ignorato i segnali che dalla base venivano.
    detto questo, che è e per me rimane gravissimo (ed ovviamente lo dico autocriticamente) vediamo gli effetti di questo errore.
    quelli reali. e non quelli inventati al fine di sostenere due tesi apparentemente contrapposte e che invece sono solo due facce della stessa medaglia.
    oltre ai rapporti di forza sociali sfavorevoli (che sono mondiali ed oggettivi) si instaura una sistema elettorale nuovo, maggioritario e negli enti locali anche presidenzialista (altro fattore oggettivo perché noi la battaglia per difendere il proporzionale l’abbiamo combattuta fino all’ultima goccia di sangue).
    a livello nazionale qualsiasi scelta noi facessimo relativamente alla tattica elettorale eravamo destinati a perdere consensi e a subire divisioni.
    se facevamo alleanze ottenevamo anche discreti successi elettorali, ma poi i rapporti di forza sociali e le compatibilità del sistema totalmente accettate dai nostri alleati ci presentavano il conto. allora se rimanevamo dentro la maggioranza eravamo complici di politiche nefaste e, per quanto tentassimo di ridurre il danno, perdevamo pezzi di partito e di elettorato. se rompevamo, oltre a non cambiare una virgola della politica del governo e a non poter nemmeno tentare di ridurre il danno, eravamo accusati di favorire la destra (e quindi di rischiare di aggravare ancor di più le politiche nefaste) e perdevamo pezzi di partito e di elettorato.
    le abbiamo provate tutte. desistenza senza entrare al governo, rottura e accordo col governo su contenuti buoni (35 ore ecc), rottura col governo per il non rispetto dello stesso degli accordi, presentazione in solitario, accordo di governo.
    ad ogni passaggio abbiamo subito scissioni ed abbiamo perso voti. anche se a dire il vero il massimo l’abbiamo sempre ottenuto quando eravamo in coalizione, nella esperienza di governo poi o tradivamo o rompevamo, e quindi alla fine perdevamo lo stesso.
    questa è l’essenza del problema.
    perché se si racconta che da soli avevamo praterie dove raccogliere voti in grazia alla “chiarezza” si racconta una balla grande come una casa. e viceversa lo si fa se si dice che in alleanza potavamo accumulare voti fino a diventare noi a dirigere le alleanze.
    nel proporzionale, e del resto questa è la storia di diversi partiti fratelli nostri in europa, si può non fare alleanze di governo e in assenza di forti lotte resistere anche elettoralmente.
    nel maggioritario è IMPOSSIBILE.
    poi ci sono altri fattori, che comunque sono effetti dell’errore di cui sopra e delle condizioni oggettive. come per esempio il sistema dei talk show e la spettacolarizzazione della politica.
    continua…

  19. si luciano, grazie a te. completo la risposta. che comunque travalica il tuo commento giacché i temi sono grandi ed anche di attualità.
    continuo….

    quindi continuare a proporre o le “alleanze” o la presentazione del simbolo come soluzione del problema è in realtà una fuga dal problema. ed è ragionare esattamente come il sistema vuole che ragioniamo. non conteremo mai nulla dentro le alleanze o fuori di esse. se contare significa cambiare le cose e non prendere un voto in più o in meno.
    se si ha la consapevolezza che le elezioni sono un terreno nemico non si può e non si deve vendere l’idea che dentro le elezioni esista la scelta magica e strategica che ci fa risalire la china. la scelta magica è costruire organizzare praticare e se si è capaci dirigere il conflitto. e dedicare alle elezioni la stessa attenzione che si dedica ad una cosa secondaria. ed avere la duttilità tattica di farsi meno male possibile.
    caricare le scelte elettorali di un valore strategico che non hanno oggi e non avranno per lungo tempo significa non avere una strategia seria.

    io penso che oggi, da qualche anno, ci sia una novità.
    i rapporti di forza sociali sono peggiorati. ma grazie (si fa per dire) alla crisi il sistema politico separato ha perso credibilità.
    in modo distorto (perché se la gente pensa che la crisi sia causata dalla “casta” e non dal capitale si tratta ancora una volta della confusione fra causa ed effetti) però si esprime un malessere e una rabbia che sono un riflesso delle contraddizioni di classe reali.
    in europa e anche in italia, per quanto confuso e con piattaforme moderate, torna ad esserci un conflitto di massa.
    oggi si può costruire un fronte che metta insieme tutti quelli che sono contro il neoliberismo.
    in questo contesto pensare che alle elezioni questo problema si risolva con il simbolo del partito è una pura illusione.
    c’è chi dice (e non manca una carica demagogica tipica della politica semplificata e spettacolare, anche se ammantata di ipercomunismo) che se non si presenta il simbolo alle elezioni significa che ci si “scioglie” e che si abbandona il comunismo.
    ma una simile cagata la può dire soltanto chi pensa che il comunismo viva nelle elezioni e non nella lotta di classe. chi pensa che il compito fondamentale del partito sia partecipare alle elezioni giustamente pensa che se non è visibile il simbolo vuol dire che il partito si è sciolto o ha abbandonato la sua fede comunista.
    ma un partito che pensa questo non è comunista. al massimo è una caricatura settaria di un vero partito comunista.
    è noto che nel formulare le nostre proposte per unire la sinistra in italia abbiamo fatto tesoro di altre esperienze. in particolare quella di izquierda unida.
    il partito comunista spagnolo ha scritto nel proprio statuto che cede la sovranità elettorale ad izquierda unida. i suoi iscritti prendono la tessera di izquierda unida individualmente. infatti non tutti la prendono. e così fanno altri partiti che hanno aderito in questo modo ad izquierda unida. e in izquierda unida più della metà degli iscritti non ha nessuna tessera di partito.
    questa situazione funziona da trenta anni. trenta!
    è sciolto il partito comunista? direi proprio di no.
    ha abdicato al suo compito? direi proprio di no.
    è invisibile per il popolo? direi proprio di no.

    non ci credete?

    il pce è un partito vivissimo. con pratiche sociali e iniziative culturali importanti. con sedi e una ricca vita interna.
    il pce ha si rinunciato a presentarsi alle elezioni in proprio. ma non ha mica rinunciato a dire la propria sulla strategia di izquierda unida, sulle sue posizioni politiche, sul suo profilo ideologico e culturale. lo fa. eccome se lo fa. ma lo fa sulle cose fondamentali. e non su ogni cosa secondaria.
    quando il pce fa un congresso e dice, come è successo pochi anni fa, che izquierda unida va male. che è necessario rifondarla allargandone la base sociale. che non bisogna avere ambiguità con il psoe. che è necessario un rinnovamento del gruppo dirigente. in izquierda unida se ne discute. eccome se se ne discute. e magari succede che molti che non sono del pce condividono le cose che dice il pce. ed anche che alcuni del pce in izquierda unida si oppongono a quello che dice il pce.
    e alla fine succede che izquierda unida cambia linea e gruppo dirigente.
    come si vede il pce conta moltissimo in izquierda unida. anche se non gli spettano quote nei gruppi dirigenti i membri del pce in izquierda unida contano a tutti i livelli. a cominciare dai massimi livelli e dalle rappresentanze parlamentari.
    essendo izquierda unida (così si definisce nello statuto) un movimento politico sociale, con un programma di fase unitario di contenuti e forze che hanno ideologie e pratiche diverse, potrebbe succedere che prenda una direzione sbagliata. esattamente come può succedere ad un partito comunista. ma se succedesse e il pce valutasse IU come dannosa ritirerebbe la delega e tornerebbe a presentarsi da solo. perché la cessione si sovranità non è lo scioglimento e tantomeno la delega in bianco.
    se qualcuno andasse in spagna e dicesse che il pce è sparito perché ha deciso di far parte di una cosa più ampia alle elelzioni lo prenderebbero per scemo. tutti gli spagnoli sanno benissimo che il pce esiste e che alle elelzioni fa parte di izquierda unida.
    del resto anche i spagna non sono mai mancati piccoli partiti comunistissimi e settari che puntualmente si presentano alle elezioni con la lor bella falce e martello. e raccolgono non lo 0, bensì lo 0,0,.
    effettivamente questi gli spagnoli non sanno che esistono.

    oggi, ma lo dico sommariamente, in izquierda unida c’è un discussione accesa relativamente alla nuova situazione politica prodotta dagli effetti della crisi e dalla crisi di credibilità della politica spagnola.
    è nato il partito podemos (che per fortuna è cento volte meglio di grillo) e nelle grandi città i movimenti sociali (che non si limitano a sfilare ed hanno invece una enorme pratica sociale contro gli sfratti e di mutualismo e lotta) hanno proposto che si formino liste unitarie per vincere le elezioni.
    se posso dirlo sbrigativamente con un esempio, è la parte più di destra del pce e di izquierda unida a madrid ad opporsi alla partecipazione di IU a queste liste. in nome dell’identità e del non scioglimento. ma in realtà in nome del rapporto di governo con il psoe in diversi municipi e in nome di una politica fatta soprattutto di elezioni e istituzioni.

    ecco, spero che questo esempio possa far chiarezza circa le vere intenzioni mie quando dico che bisogna fare una forza che si presenti alle elezioni e che funzioni con il principio una testa un voto.

    e che chiarisca che chi dice che si vuole sciogliere il comunismo in realtà vorrebbe che ci comportassimo come i due o tre partiti comunisti che in spagna sono sconosciuti al popolo pur presentandosi puntualmente alle elezioni.

    grazie per l’attenzione

  20. Veramente, per quello che mi riguarda, grazie a te per l’impegno che metti a chiarire le cose punto per punto.
    La tua analisi mi convince, ma mi lascia sconcertata nella parte pratica, cioè, se tutto questo è logico e, con un po’ di impegno, tutto sommato semplice da capire anche per me, che di politica non vivo e che di conseguenza manco di tempo, di esperienza e di formazione, com’è che dirigenti di lunga data trasformano i Cpn in arene, dove non si tiene conto neppure della linea votata al congresso?
    Non mi rispiegare, per favore, tutta la faccenda dell’egemonia culturale del capitalismo e delle conseguenze del maggioritario, che ho capito, credo, benissimo, io vorrei capire per quale assurdità persone (dirigenti) con tempo, cultura politica ed esperienza continuino ad azzuffarsi in questo modo. E’ possibile non rendersi conto che cosi si distrugge quel poco che è rimasto? A meno che non sia esattamente quello a cui si vuole arrivare.
    Personalmente non ho apprezzato granché la lista Tsipras, per vari motivi che adesso non sto ad elencare, ma non per questo avrei messo i bastoni fra le ruote alla maggioranza che aveva deciso di sostenerla e quindi mi domando se, al di là della tua analisi, non esista una buona dose di un personalismo un po’ gretto – che non è stato mai scoraggiato – all’interno del partito.
    Voglio dire, come si può costruire qualcosa, qualsiasi cosa, se prima non si mettono basi solide e si continua, invece, con una guerra fratricida interna?
    Avviene la stessa cosa in Spagna nel pce? Nel Sp olandese, di sicuro, una simile situazione non sarebbe accettata, anzi, persino una banale rissa fra compagni, che degenerasse in insulti, potrebbe causare una sospensione. Forse è eccessivo, ma forse anche no. E’ davvero troppo pretendere che almeno i dirigenti si attengano alla linea politica del partito?
    Ciao.

  21. cara patrizia, grazie per il commento. che condivido, comprese le domande, in modo integrale.
    da anni assisto attonito ad una degenerazione che ha ormai ridotto il dibattito ad una parodia degli scontri e delle sarabande che si vedono sulla televisione (italiana).
    da una parte ci sono compagni che, non avendo avuto mai esperienze diverse da quelle degli ultimi anni in italia, credono davvero che il partito sia un luogo di decisione di scelte elettorali e che le decisioni equivalgano ad opinioni di maggioranza che non hanno relazione con l’azione.
    dall’altro ci sono compagni che ben sapendo ciò che fanno trovandosi in minoranza invece che accettare il responso democratico e rispettare la maggioranza trasformano la loro corrente in un partito nel partito e cercano di impedire che si realizzi quanto deciso dalla maggioranza.
    purtroppo questa situazione, che per altro è generalizzata in tutta la sinistra italiana, come si è recentemente visto in sel e prima ancora nel pdci e anche in sinistra critica, è effettivamente mortale.
    penso che un po alla volta si riuscirà a superarla.
    ma lo si potrà fare solo a partire dalla linea politica.
    altrimenti ogni provvedimento, come cambiare lo statuto per non permettere certi comportamenti, discusso a prescindere dalla linea politica finirà per rendere ancora più confuso e contraddittorio tutto quanto.
    anche per questo ho trattato l’argomento correnti nell’articolo e in quel modo.
    nessuno si può ritenere soddisfatto della lista tsipras. ma bisogna insistere a farne una cosa seria, perché qualsiasi alternativa è peggio.
    nella fattispecie nel partito c’è una corrente che ritiene che senza sel non si possa fare nessuna cosa seria. il tema, come è evidente, è il rapporto col pd.
    poi ci sono altre due correnti che sommano mille diverse posizioni diverse. dall’onanismo sul simbolo nell’urna come prova dell’esistenza in vita dei comunisti, all’unità della sinistra che non c’è perché si propone di unirsi con chi è identico al prc o addirittura a chi è identico ad una corrente di minoranza del prc, all’unità di chi giura che nemmeno nel comune di 2000 abitanti si può fare qualsiasi cosa con altri, e via cantando.
    la somma di tutto ciò moltiplica solo il casino.
    con paradossi che se non facessero incazzare farebbero solo ridere.
    persone che mi accusavano anni fa di essere un non comunista, o addirittura un anticomunista, ora scioglierebbero volentieri il partito in un contenitore che “conti” e “non sia testimoniale”. e cioè come sel. in attesa di qualche fuoriuscito dal pd per riproporre per la trentesima volta di rifare il centrosinistra spostandolo a sinistra.
    altri che vorrebbero che il simbolo del prc fosse presentato anche in occasione delle elezioni condominiali, che ripetono la parola partito e comunista ogni due per tre, poi teorizzano che gli organismi dirigenti del prc debbano essere eletti proporzionalmente come il parlamento, e pensano che le decisioni che si prendono non li impegnino a rispettarle ed applicarle. sono talmente ignoranti e superficiali che sembra non sappiano che non c’è un solo partito comunista, e non solo, al mondo che funzioni così.
    infine, come se non bastasse, succede che chi vuole andare nel centrosinistra (che per altro non c’è) e chi non vuole fare nessuna unità con nessuno e non vuole che col pd si prenda un caffè nemmeno per sbaglio, si mettono d’accordo per tentare di impedire che si realizzi quanto deciso dal congresso.
    e, non potendo approvare insieme nulla, tentano di farlo con i giochini che fanno le opposizioni diverse fra loro in parlamento.
    così prima presentano tre documenti al cpn. che sarebbero finiti tutti in minoranza. e allora li ritirano all’ultimo momento e votano contro l’unico rimasto ai voti, che è quello della segreteria. e lo battono per 4 voti con 50 assenti su 150 membri del cpn.
    teorizzano che ciò che viene deciso al cpn non li vincola. ma per fare questo bel capolavoro hanno prima discusso nella mozione e votato a maggioranza di farlo. ovviamente quelli che non erano d’accordo, poi nel cpn hanno rispettato la decisione della maggioranza della loro corrente. e poi continuano a dire che non sono tenuti ad applicare le decisioni prese negli organismi del partito. mah!
    è tutto sconfortante.
    ma ormai, passate le demagogie sul cambiamo i dirigenti che nascondevano la volontà di cambiare la linea per andare con sel, e le demagogie basiste, quando la base ciò che non sopporta più è esattamente che esistano correnti così, un po alla volta, e senza provocare ulteriori pretesti che le correnti potrebbero usare per mascherare le loro posizioni impopolari e i piccoli interessi di bottega, il partito andrà avanti.
    la pazienza è una dote rivoluzionaria.
    un abbraccio.

  22. Mi piacerebbe farti vedere una cosetta, niente di speciale, ma mi ha fatta sorridere per un momento e ogni tanto ci vuole. Però non voglio invaderti il blog, per cui cerco di mettere il link senza far comparire il video.

    ( https://www.youtube.*****com/watch?v=zlkYYC6XU_o )

    Per vederlo, parentesi ed asterischi sono da togliere.
    E’ per la campagna delle comunali di Den Bosh.

    Buona giornata.

  23. Luciano del circolo PRC Bianchini di Genova Says:

    Anch’io ringrazio te per la passione e per l’impegno.
    Per mia chiarezza cerco di riassumere il tuo pensiero (eventuali lacune ed equivoci sono in buona fede):
    – il PCI poteva influenzare la politica Italiana grazie al proporzionale; il capitalismo aveva allora un carattere nazionale e le lotte davano risultati; le vittorie sociali si trasformavano a loro volta in consenso elettorale, in una dinamica virtuosa.
    -negli anni settanta il capitalismo ha iniziato, a livello mondiale, una profonda trasformazione, caratterizzata, in estrema sintesi, dalla sua finanziarizzazione e dalla delocalizzazione delle fabbriche. In questo contesto le lotte non pagano più. La conseguenza sul piano politico è stata la trasformazione del sistema elettorale da proporzionale a maggioritario. Parte del vecchio PCI ha cavalcato questa soluzione, un’altra parte ha preferito mantenersi fedele al passato. Quest’ultima parte, il PRC, avendo avversa sia la legge elettorale che il contesto sociale, dove le lotte non danno risultati tangibili, poteva solamente soccombere. Aveva davanti a sé solo scelte perdenti, in un senso o nell’altro.
    – da questa strettoia non si esce né puntando esclusivamente su un cartello di alleanze e neanche facendo riferimento al richiamo del simbolo, alla gloriosa storia del PCI; bisogna entrare nel malcontento esistente, costruire dei momenti di lotta, contribuire a formare massa critica con quanti si pongono in una prospettiva antiliberista. Temi come le lotte sull’acqua e, più in generale, sui beni comuni, possano fare da collante per una nuova soggettività all’interno della quale il PRC non dovrebbe sciogliersi ma esprimersi liberamente, un po’ come avviene nel rapporto fra IU e il PSE.
    Sostanzialmente sono d’accordo con la tua diagnosi ma, come già ti dicevo, non completamente sulla terapia e questo sulla base di elementi che definirei empirici, legati all’esperienza quotidiana e al recente passato. Faccio alcune premesse: sono convinto della necessità di un partito comunista in grado di analizzare il sistema capitalistico da una prospettiva critica e volta al suo superamento; non credo in una crisi catastrofica del capitalismo a livello mondiale e quindi in una prospettiva bordighista-trochijsta; non credo che ci si debba misurare, in questo periodo, sulla base dei voti raccolti alle elezioni. Inoltre pensa che il PD sia effettivamente il nostro principale nemico, sia nella versioni Renzi che nella versione Bersani, versione che anzi considero anche più pericolosa per la sua capacità di camuffamento. Fino a questo punto anche il nostro ultimo congresso. Ma, ed è qui (se ho capito bene) che comincio a dissentire da te, penso che la lontananza dal PD vada rimarcata in ogni occasione, anche in ambito locale, amministrativo. Magari vi saranno dei casi eccezionali, da valutare singolarmente, piccoli centri dove si vota veramente la persona, ma la mia convinzione è che, ogni qualvolta cerchiamo, magari in coalizione con altri soggetti della sinistra, di entrare in alleanza con il PD, ci facciamo solo del male (ti faccio poi un paio di esempi). Tu molto opportunamente sostieni che il nostro compito dovrebbe essere quello di “…costruire organizzare praticare e se si è capaci dirigere il conflitto” mentre dovremmo “…dedicare alle elezioni la stessa attenzione che si dedica ad una cosa secondaria ed avere la duttilità tattica di farsi meno male possibile”. Ma accettare, sebbene a livello locale, un dialogo con il PD, può farci veramente molto male. Porto gli esempi a cui accennavo prima. Primo esempio: come sai il PRC appoggia a Genova la giunta Doria (che stimo come persona). L’alluvione di ottobre ha messo in evidenza la grande responsabilità della giunta. Un insieme di fatti e omissioni, oltreché di sciatteria e incompetenza. Non è la sede per fare l’elenco, che sarebbe lungo. La gente era furibonda e vi sono state numerose manifestazioni, perlopiù a carattere qualunquistico. Poi ve ne è stata una, la più partecipata, che ha visto come soggetto organizzativo il nostro circolo e alla quale hanno partecipato migliaia di giovani volontari spalatori. Dove si denunciava la relazione fra grandi opere inutili programmate (TAV, Terzo valico, Gronda Autostradale) e opere di salvaguardia che vengono continuamente differite. Fra cemento e alluvioni. Ma così facendo si pestano i piedi alla giunta che, da qualche mese, subisce un attacco da destra, dagli assessori PD. Quindi la federazione PRC di Genova ritiene opportuno dissociarsi e sui blog la manifestazione viene stigmatizzata, da alcuni nostri compagni, come fascista. Ottimo modo per volgere in negativo l’impegno della base, di danneggiare il partito. Altro esempio: 2012, primi di giugno. Il governo Monti sta per approvare le modifiche all’articolo 18, ben più tranciati delle attuali di Renzi. L’Associazione Giuristi democratici organizza manifestazioni in tutta Italia. A Genova si decide di portare la protesta davanti alla federazione del PD. Ma il PRC cittadino non aderisce per non ostacolare le trattative per la costituenda lista Doria. Non sia mai che, per difendere i lavoratori, si perda l’occasione di aver un assessore (abbiamo comunque partecipato come Circolo Bianchini). Potrei continuare. Perché quando si tratta di difesa del territorio o delle fabbriche occorre fare denuncie precise, parlare di interessi, di partiti e di personaggi collusi. I discorsi generici lasciano il tempo che trovano. Quelli li fanno tutti. Le operazioni mirate sono però un ostacolo alle alleanze, presenti o future. Se denunci con chiarezza sei fuori dai giochi, sei un guastatore e, ultimamente, anche un fascista. Non so come vadano altrove le cose ma, ripeto, per il limitato universo che posso osservare, qualsiasi tipo di alleanza con PD, o fatta direttamente o fatta attraverso un’altra lista contenitore, è dannosissima, esiziale. Con queste referenze come possiamo pensare di dirigere il conflitto? Conflitto con chi se abbiamo il timore di inimicarci personaggi tipo Bersani e Fassina o i loro replicanti sul territorio? E, comunque, quale credibilità si può sperare di avere presso giovani,disoccupati e lavoratori quando governi insieme ai soggetti che denunci?
    Naturalmente si daranno molti casi in cui il nuovo soggetto aggregatore si presenterà anche localmente in contrasto col PD locale. Ma se la cosa non dovesse decollare, e ricordiamoci che a livello locale l’orientamento in senso maggioritario del sistema elettorale è ancora più accentuato, qualcuno provvederà certamente a correre ai ripari, a proporsi come quinta colonna del PD, magari nelle situazione dove anche pochi voti possono fare la differenza. Inoltre in questi contenitori sarà ancora più difficile fare una verifica dei candidati. Ti ricordo che in Liguria entrambi i consiglieri regionali del PRC, che peraltro non hanno più rinnovato la tessera, hanno da subito devoluto al partito una parte insignificante degli emolumenti e adesso, credo, neanche più quella. Problemi di coscienza, che li hanno spinti a fare altre scelte politiche. Non vorrei che, alle prossime elezioni regionali, una qualche luce li spingesse verso il nuovo progetto con l’impossibilità, da parte nostra, di porre veti ad personam per non perdere di classe (nel senso di eleganza).
    Parli della sinistra spagnola e la porti come esempio. Non ho alcuna conoscenza diretta di quanto avviene in quel paese. Se dici che tutti gli spagnoli sanno che esiste il Pce e che alle elezioni fa parte di IU, lo assumo come un dato di fatto. Ma da noi non è così, almeno nell’ambito genovese. Dopo anni in cui ci siamo presentati alle elezioni come Lista arcobaleno, Federazione della Sinistra, Lista Ingroia, Lista Tsipras, la percezione del PRC come entità politica autonoma si è molto affievolita. Specialmente fra i giovani. E’ vero che dovremmo essere percepiti attraverso le lotte che sappiamo indirizzare ma le nostre forze sono esigue e il fatto di apparire sulle schede elettorali, sui manifesti, nei dibattiti televisivi con i nostri simboli sarebbe di grande aiuto. D’altra parte durante una lotta sul territorio come dovremmo proporci? Con il simbolo “contenitore” o con il nostro? E con quali parole d’ordine e proposte?
    Il nostro partito è gracile. E’ bisognoso di cure. Si è battuto a fianco degli altri anche quando ci credeva poco. Ha donato tanto sangue fino a diventare anemico. Ora, secondo me, è venuto il momento di una pausa, almeno sul piano delle alleanze elettorali. Ci stiamo vendendo le sedi, non abbiamo carta per i volantini, non paghiamo le amministrazioni di condominio né le bollette e, se ciò non fosse sufficiente, qualche professore continua a bacchettarci le dita. Mentre, per poter allargare il recinto delle alleanze, facciamo nostri obiettivi, i beni comuni, che sono certamente condivisibili ma per noi non specifici, antiliberisti ma non proprio anticapitalisti, i nostri migliori compagni, con i quali abbiamo condiviso decenni di lotte in fabbrica e sul territorio, ci abbandonano sconfortati.
    Propongo una pausa sabatica a questa deriva elettoralistica. Non come mossa strategica ma come momento di decantazione. Mi sembra di interpretare così anche il tuo pensiero quando dici che il comunismo non può “..vivere nelle elezioni e non nella lotta di classe”. Non è possibile che le elezioni siano momento di discredito, di contraddizione, occasione offerta agli avversari per farci apparire come tutti gli altri. Per non parlare degli opportunisti che in queste occasioni sanno uscire fuori e magari piazzarsi in qualche posizione ben retribuita. Non appena vi saranno i numeri per una rappresentanza istituzionale qualche personaggio che adesso si barcamena tra una parte e l’altra, che dice e non dice, che manda segnali a destra e sinistra, certamente si farà avanti a reclamare la poltrona. In questo campo la storia è maestra di vita.
    Tanto vale usare l’occasione delle elezioni come tribuna momentanea dalla quale gridare che ci siamo ancora, in pochi ma ci siamo.
    Aggiungo qualche altra considerazione, in forma di elenco di argomenti e senza entrare nel merito, e sui quali sarebbero interessanti le tue riflessioni.
    – Politica industriale. E’ possibile elaborare una proposta praticabile di salvaguardia del restante patrimonio industriale senza arrenderci all’ineluttabilità delle localizzazioni? E’ possibile pensare a una politica industriale nazionale e europea? Abbiamo economisti di area che sappiano affrontare questi argomenti con considerazioni non generiche o polemiche ma tali da diventare elementi di discussione e di lotta per i lavoratori delle aziende in crisi?
    – Stratificazione salariale all’interno dell’azienda sia pubblica che privata. Nella voce “spese per il personale” dei bilanci aziendali entrano ovviamente emolumenti, premi di risultato, benefit del management. In alcune aziende il management ha assunto una dimensione considerevole ma, durante le ristrutturazioni, si guarda bene dall’intaccare i propri privilegi e punta al risanamento riducendo il personale ai bassi livelli, magari esternalizzando attività. E’ un campo che andrebbe esplorato e che può generare un sano conflitto di classe, fornire argomenti forti alle lotte.
    – Ricostituzione di un orizzonte alternativo a quello capitalistico. Possiamo iniziare a esercitarci sul tema prescindendo dalla teoria del crollo? Perché, in questo caso, a Genova abbiamo già Lotta Comunista.
    – La crisi dei paesi del socialismo reale. Se ci proponiamo di superare il capitalismo questo è un argomento che non possiamo rimuovere né risolvere con battute.
    Termino con un’ultima considerazione. Quando dici, giustamente, che le rivoluzioni sono nate dalle richieste elementari di pane e di pace devi però aggiungere che, in quei momenti e in quei contesti, pane e pace significavano rottura violenta dell’ordine costituito. Che a farle erano gli agguerriti compagni operai delle officine Putilov o delle siderurgie Krupp, che le raccoglievano e le organizzavano bolscevichi e spartachisti, che questi avevano molto chiari gli obiettivi finali. Insomma, il pane di ieri non sta all’acqua di oggi in una relazione di equivalenza.
    Ti ringrazio per l’ospitalità e ti saluto. Naturalmente sei invitato permanente al nostro circolo per continuare la discussione.

  24. Antonio simpatizzate PRC Says:

    Vedo che il tuttosaccente Ramon Mantovani quando deve fare l sapientone con altri militanti scaltri e preparti, non riesce nonvincente.
    in particolare è molto sfortunato con i militanti del circololo Bianchini di Genova.
    è finita l’empatica tra i miltanti e i suoi dirigenti? tutto sembra dire di si, anche gli ultimi risulati provenienti dalla Emilia e Dalla Calabria, ma Ramon sosterrà lancia in resta e spada tratta che date le condizioni, “”abbiamo tenuto”” tutto merito del gruppo dirigente lungimirante. che non sbaglia mai.

  25. grazie patrizia, il video è interessante ed anche divertente.

  26. caro luciano,
    davvero penso che siamo abbastanza d’accordo. su tutte le cose fondamentali.
    vediamo i punti da approfondire.
    1) la tua sintesi è abbastanza fedele. ma manca un punto fondamentale. sul quale ho insistito lungo tutto l’articolo.
    il pci “influenzava la politica” grazie al proporzionale.
    detta così siamo esattamente dentro uno di quei luoghi comuni che ho tentato di confutare.
    il pci costruiva ed organizzava: lotte a tutti i livelli, auto organizzazione a tutti i livelli, mutualismo a tutti i livelli.
    in altre parole la sua forza risiedeva nella partecipazione diretta alla lotta di classe, che a sua volta era efficace ed otteneva risultati diretti (come tutte le conquiste salariali, le vertenze territoriali, le 150 ore ecc) e indiretti attraverso le conquiste legislative (sanità, scuola, equo canone, diritti civili ecc ecc).
    oggi molti pensano che il pci commentasse ed analizzasse la lotta che facevano il sindacato e i molti organismi e su questi fondasse la capacità di proposta politica (il per me famigerato “sbocco politico”) e quindi anche la propria egemonia e direzione su tutto il movimento. ma non è così.
    ti faccio un esempio per cercare di farmi capire bene.
    io da ragazzo vivevo in un quartiere popolare di milano. la locale sezione del pci che faceva? ovviamente faceva la propaganda quando c’erano le elezioni. faceva il tesseramento e faceva la festa dell’unità. ma, nel corso degli anni, faceva anche una attività fondamentale. che oggi chiamiamo pratica sociale. e cioè: il quartiere era poverissimo. case fatiscenti e perfino molte simili a baracche. pochi negozi privati. attività sociali pari a zero.
    nel direttivo di sezione (che comunque si riuniva una volta a settimana solo per discutere dell’articolo di fondo dell’unità della domenica, che era scritto apposta per essere discusso dai militanti) quei temi si discutevano. ma non per fare un volantino di denuncia e per metterli nel programma elettorale alle prossime elezioni. si discutevano soprattutto per “fare” delle cose.
    le case popolari pubbliche (IACP) erano fatiscenti ed alcune erano anche irriformabili (senza bagni e malsane). il sindacato degli inquilini non c’era. il direttivo decise che bisognava costruirlo. organizzò un comitato di lotta, raccolse firme, sciopero dell’affitto, e alla fine moltissimi di iscrissero al sunia. ma il sunia locale era di fatto una creatura della sezione del pci. perché fu il direttivo di sezione ad analizzare il problema, ad organizzare gli inquilini, a fare la lotta. non fece una telefonata al sunia provinciale chiedendo di occuparsi del problema. le case vennero ristrutturate e rese decenti. quelle malsane furono abbattute e chi le abitava ebbe un nuovo alloggio iacp. e poi fu sempre il direttivo a promuovere la cooperativa per costruire case di proprietà a prezzi accessibili, per le molte famiglie operaie che lo desideravano. e dentro la cooperativa una casa del popolo con sala teatrale, bar, ristorante, campo di bocce ecc ecc. e infine una cooperativa di consumo che calmierò i prezzi di tutti i generi di prima necessità. e potrei continuare parlando dei collegamenti di autobus ecc.
    insomma, nessuna di quelle cose, che cambiarono la vita di tutta la popolazione e in generale del quartiere, ci sarebbe stata senza che il direttivo della sezione ne avesse discusso, avesse impegnato decine e decine di iscritti al partito a realizzarle.
    ognuna di quelle cose era diversa dall’altra. il comitato di lotta dello iacp aveva una certa logica, una sua dialettica interna. la cooperativa edilizia un’altra. quella di consumo un’altra. la casa del popolo un’altra. in alcune c’erano anche i socialisti. in altre no. il pci non si sognava nemmeno di dire che il comitato di lotta era del pci, o che le cooperative erano del pci. erano tutte cose le più unitarie e larghe possibili. ma erano veramente creature del pci. la sezione, che periodicamente ne discuteva analizzandone problemi e avanzamenti, avendo al suo interno i/le militanti che le avevano organizzate e fatte vivere, non ne discuteva in astratto.
    è inutile dire che fare quelle cose era un impegno molto più assiduo e grande che discutere della “situazione politica” e organizzare le attività proprie ed esclusive del partito.
    senza l’attività diretta del partito quelle cose non ci sarebbero state. e la gente non avrebbe lottato né si sarebbe organizzata. e quindi molta di quella gente non avrebbe cominciato a pensare in modo diverso. e avrebbe continuato magari a votare dc, e in alcuni casi anche msi.
    la crescita dei voti venne grazie a quelle cose. e non viceversa.
    perché il partito non diceva alla gente: votami che poi se ho tanti voti ti risolvo il problema. diceva: organizziamoci e lottiamo per risolvere il problema. organizziamoci in una cooperativa, in un comitato di lotta, nel sunia, nell’arci ecc ecc. non iscrivetevi al partito e votate il partito e poi il partito vi risolverà il problema.
    c’è una bella differenza.
    poi i voti venivano anche perché il sistema politico elettorale permetteva in comune dall’opposizione di ottenere vittorie puntuali.
    a livello nazionale il funzionamento era analogo. era ovviamente diverso per pesi e funzioni. per il rapporto che c’era con il sindacato e con gli altri organismi di massa. ma la logica era esattamente la stessa.
    quindi, senza un’azione diretta tesa a organizzare lotte e conflitto, a starci dentro con il massimo spirito unitario e senza che nessuno sospetti che lo si stia facendo per i voti elettorali, senza i quadri che sanno di che parlano quando si parla di società e di lotte, nessun partito al mondo, che si chiami comunista o pippo, può pensare di cavarsela proponendo obiettivi e programmi di lotta astratti e pretendere di “dirigere” le lotte fornendo “lo sbocco politico”. tantomeno se lo “sbocco politico” è puramente elettorale per giunta in un sistema elettorale impermeabile ai contenuti delle lotte.
    continua…

  27. mi spiace doverlo dire così brutalmente, ma se non si capisce questo e non si capisce che la casa bombardata si ricostruisce dalle fondamenta e non dal tetto, in moltissimi circoli ed anche federazioni del prc la discussione diventerà sempre più astratta e minoritaria. le divisioni aumenteranno. saranno favoriti opportunisti e tromboni onanisti capaci solo di parlare a vanvera, non senza ascoltarsi compiaciuti dire frasi scarlatte.

    2) parliamo della nuova forza politica e dei rapporti col pd. che le cose sono profondamente collegate.
    innanzitutto penso tu ti sbagli di parecchio su una cosa importante.
    il confine tra antiliberismo ed anticapitalismo non esiste. il liberismo è semplicemente un’ideologia. il capitalismo è una cosa concreta. il liberismo è l’ideologia capitalistica.
    siccome per decenni il sistema capitalistico ha subito limiti e regole antiliberiste, frutto di rapporti di forza precisi, che poi è riuscito ad abbattere tornando al liberismo puro (che infatti si chiama neoliberismo per questo) c’è chi pensa, e non sono pochi, che si possano restaurare regole e limiti e che si possa tornare ad una fase, diciamolo così, di capitalismo dal volto umano.
    se io lotto per nazionalizzare i settori strategici dell’economia, per gestire i servizi in economia e non privatisticamente, per garantire il diritto alla salute e all’istruzione pubbliche e gratuite, per impedire che l’acqua e il genoma degli esseri viventi vengano brevettati e conseguentemente ridotti a merci, sto facendo una lotta intrinsecamente anticapitalistica. se io lotto per l’articolo 18 e cioè per difendere il diritto a non essere licenziato “senza giusta causa” faccio una lotta intrinsecamente anticapitalistica.
    e certamente nella lotta ci saranno quelli che intuiscono la giustezza della lotta ma continuano a pensare che il capitalismo sia “naturale”, e quelli che pensano che il liberismo sia un eccesso da combattere, ma semplicemente un eccesso.
    ma, se si fa la lotta chi sa che il capitalismo non è riformabile e che il liberismo non è un eccesso, bensì l’essenza dell’ideologia capitalistica, potrà far valere le proprie idee e convincere. potrà svolgere una funzione egemonica.
    se, invece, chi ha la coscienza piena del problema, pretende di farla solo con quelli che hanno capito tutto, non si farà nessuna lotta. o se, addirittura, nasce una lotta e siccome chi la fa non ha coscienza non si partecipa e la si considera arretrata e/o secondaria, si finirà, magari nel nome di non so quale comunismo ed anticapitalismo, per stare, se inconsapevoli è anche peggio, dalla parte del nemico.
    l’ideologia dominante è profondamente penetrata nella testa degli operai, del popolo ed anche degli stessi militanti comunisti.
    è la conseguenza, questa si conseguenza diretta, della disgregazione sociale, della competitività assoluta e dell’individualismo sfrenato propri del modello sociale scaturito dalla controrivoluzione capitalistica. perché si pensa come si vive.
    non si prende coscienza con prediche o propaganda. si prende coscienza solo con la lotta. e la lotta deve essere di massa. altrimenti un’avanguardia rimarrà sempre isolata. e diventerà una setta che si illude che predicando predicando prima o poi verrà capita. ma perché la lotta sia di massa deve avere una sola discriminante. quella dell’obiettivo della lotta stessa. tutte le altre discriminanti sono sbagliate. e se la lotta trova un punto di mediazione che costituisce un avanzamento è un grave errore dichiarare che la mediazione è un arretramento o addirittura un tradimento. perché le mediazioni esprimono i rapporti di forza reali.
    se il movimento operaio avesse dovuto nascere e lottare solo con quelli convinti che le 8 ore erano un obiettivo parziale minimo sulla strada dell’eliminazione del capitalismo e della proprietà privata, non sarebbe mai nato. e se in una città dopo mesi di sciopero ad oltranza i padroni accettavano di ridurre l’orario da 12 a 10 ore, cosa si doveva fare? accettare la mediazione e dimostrare che la lotta paga e che domani, quando si tornerà a lottare per le 8 ore ci si riuscirà oppure continuare lo sciopero e scontare una divisione degli operai, perché le lotte di cui non si vede la fine scoraggiano chi le fa, e finire col perdere la lotta e non ottenere nemmeno le 10 ore, avendo però dimostrato di essere veri e coerenti rivoluzionari?

    ebbene, oggi molte lotte hanno obiettivi totalmente incompatibili con il mercato capitalistico. sia sul versante del lavoro, sia sul versante dell’ambiente, sia su quello dei diritti.
    atteso che bisogna promuoverle e starci dentro senza riserve, se avessimo la prima repubblica e il sistema proporzionale ovviamente direi che bisogna presentare la lista del partito, che poi nelle istituzioni si potrebbe alleare per ottenere obiettivi con forze che condividono una o più lotte e che vengono votate da altri che fanno la mia stessa lotta.
    tutto sarebbe più semplice e più chiaro. ma voglio ripetere che il presupposto è fare e stare nelle lotte, perché altrimenti il gioco non funziona. come ho tentato di spiegare è quel che ha fatto il pci con il psi e con altri.
    siccome penso che la crisi abbia aperto spazi di lotta (difensiva ma esiziale) e profondamente incrinato la credibilità del sistema questo è il momento, se ne siamo capaci, di costruire un organismo di massa comprendente possibilmente tutti quelli che lottano su obiettivi giusti, e di veicolare nelle istituzioni una rappresentanza che dall’opposizione si batta coerentemente. che abbia la consapevolezza di non potersi alleare con il pd (ed oggi è molto più chiaro) e che funzioni in modo democratico.
    è quello che abbiamo tentato in modi diversi (imposti dalle circostanze perché noi è da chianciano che proponiamo questo modello) e che alla fine, fra mille difficoltà, abbiamo fatto alle europee.
    avevamo alternative? certo che si. potevamo presentarci da soli. ma il risultato sarebbe stato che ci sarebbero state due liste a sinistra del pd. e che nè noi nè sel avremmo raggiunto il quorum. e che noi avremmo preso meno voti di sel, perché quest’ultima sarebbe stata aiutata dai mass media. e il nostro partito si sarebbe diviso ancora irrimediabilmente.
    e chi dice il contrario vive su un altro pianeta immaginario.
    abbiamo noi fatto una lista priva di contenuti e di discriminanti?
    manco per niente! abbiamo noi posto, senza clamori di stampa e senza alzare la voce, precise discriminanti. il programma, che è certamente più generico e meno chiaro di quello che avremmo scritto noi, ma che va nella direzione giusta. e l’alternatività al partito socialista europeo, e cioè al pd. e l’appartenenza al gruppo del gue dove ci sono tutti i partiti comunisti, siano essi membri della sinistra europea o meno.
    è sel che ha dovuto prima dividersi nei suoi organismi e poi accettare le discriminanti.
    se non fossero passate quelle due discriminanti noi ci saremmo presentati da soli. come avevamo deciso nel cpn.
    il resto è secondario. nome della lista, scelta dei candidati ecc erano cose secondarie rispetto alla possibilità di creare una lista capace di avere contenuti buoni e di collocarsi all’estrema sinistra in europa. se avessimo rotto su una di queste avremmo commesso un crimine.
    ebbene, oggi in italia, con la crisi e le sue conseguenze, con la credibilità del sistema politico ridotta a zero, con le lotte che ci sono e con i livelli di coscienza che ci sono, possiamo fare ben più di una lista. possiamo fare un organismo di massa unitario e che abbia ancora una volta due discriminanti: contenuti programmatici e collocazione fuori dal centrosinistra. alla quale ne aggiungiamo un’altra. e siamo noi a farlo proprio per evitare che quello che esce dalla porta rientri dalla finestra. e cioè che sel, pdci ed altri ancora possano condizionare tutto per tentare di riportarlo nel centrosinistra. la discriminante è che funzioni una testa un voto.
    questa forza può sfondare se appare ed è alternativa al sistema. giocandosi la partita con altre che appaiono ma non sono alternative al sistema, come grillo.
    ma lo può fare solo se unisce. non se divide. se include cose diverse fra loro ma unite sui contenuti. non se mette il comunismo come obiettivo. se decide tutto democraticamente e non in un vertice occupato da delegazioni di partiti in perenne concorrenza fra loro. perché io sono sicuro che la massa di quelli che fanno le lotte oggi se decidessero loro se fare alleanze nei comuni e nelle regioni deciderebbero per non fare alleanze col pd. mentre se decidessero i partiti si deciderebbe quasi sempre per le alleanze e comunque ci si dividerebbe.
    purtroppo non è la falce e martello a poter fare questo.
    all’ombra della falce e martello, per più elezioni, ci sono state le più diverse scelte elettorali. dal settarismo del pcl al Pdci che diceva, e dice, che se non ti allei col centrosinistra non sei un vero comunista. o no?
    quindi l’esempio di izquierda unida, senza ovviamente copiare pedissequamente modelli astratti, va a pennello.
    del resto nel mondo, sempre che si sia interessati alle esperienze degli altri partiti comunisti, in moltissimi paesi i pc si presentano alle elezioni senza i loro simboli e dentro coalizioni o forze politiche simili ad izquierda unida.
    solo in italia c’è un delirio elettoralista per cui se sulla scheda elettorale non c’è il partito con la sua falce e martello, c’è chi grida al tradimento, allo scioglimento del partito, alla svendita, e chi più ne ha più ne metta.

    3) un’ultima cosa. genova e dintorni.
    io non parlo mai di cose che non conosco. ed invito su questo blog a non parlare di cose locali. anche fosse per dimostrare tesi generali.
    per due motivi:
    a) i lettori di questo blog non possono sapere se le cose che uno dice sulla sua federazione sono vere, o parzialmente vere, o esagerate, o false.
    b) io penso che sui blog pubblici e sui social network sia sbagliato parlare di problemi locali. a meno che non si tratti per esempio di una mailing list destinata solo agli iscritti del partito locale.

    ovviamente sono stato qui accusato di essere censore, di voler nascondere, di non volermi pronunciare, di non voler ascoltare, e così via.
    ma io penso che ogni cosa debba essere discussa nel posto e nei modi giusti. sempre che non si pensi che scrivere in internet che il proprio partito è una merda, che i dirigenti o i militanti che non la pensano uguale siano traditori venduti, fascisti, infiltrati. e via delirando.
    io amo la polemica. ma non le risse da talk show. e mi piace discutere con chi la pensa diversamente da me più che con chi condivide ciò che dico. ma se ci si rispetta e non si fanno processi alle intenzioni.
    detto questo, siccome mi pare chiaro che le cose che hai detto sulla tua federazione sono interne ad un ragionamento generale, io eviterò di parlare a sproposito di genova e ti rispondo in generale. perché i problemi che sollevi sono generali.
    molte mie opinioni sull’origine di quei problemi le ho già scritte. a cominciare da quelle sulla degenerazione correntizia.
    sui problemi che sollevi io sono d’accordo. e questa volta sono io a non essere d’accordo sulla tua “terapia”.
    per restare alle tue definizioni i partiti gracili e bisognosi di cure non si curano affatto isolandoli dalla realtà e chiudendoli in una stanza dove, per mancanza di specchi, credono di essere ciò che non sono.
    i partiti gracili hanno bisogno che si curino radicalmente i mali che li hanno fatti diventare gracili. ed hanno bisogno di fare movimento e non di restare immobili.
    possono contrarre malattie, alcune loro cellule possono essere attaccate da virus o degenerare?
    ma certo che si. se vivono in un ambiente inquinato saranno inevitabilmente inquinati. sopravvivere o meno non dipende dall’isolamento nella speranza di non essere a contatto con virus opportunisti, carrieristi, e io aggiungo settari. questo è impossibile.
    dipende dalla qualità e dalla forza del sistema immunitario.
    più si è in contatto con l’ambiente più si sviluppano gli anticorpi.
    insomma, un partito comunista mai e poi mai può fermarsi e tanto meno non tentare di fare la cosa giusta perché è più facile e rassicurante fare quella sbagliata.
    tutto qui.
    ovviamente c’è sempre il rischio di morire. di farsi male.
    ma è il rischio che corrono i rivoluzionari. sempre.

    l’antidoto principale contro i peggiori mali proviene dall’esperienza concreta, analizzata e capita.

    se non c’è consapevolezza sulla natura del sistema politico elettorale (non solo col pd perché anche da testimoni ultracomunisti si può essere totalmente subalterni al sistema e covare opportunisti di ogni tipo) le divisioni saranno inevitabili. fra alleantisti e testimoni si possono protrarre all’infinito. come dimostra l’attuale dibattito nel prc non è vero che in una forza più ampia il problema c’è o c’è di più e nel partito non c’è o c’è di meno. e lo stesso dicasi per i comunisti tutti. in tutte le 5 o 6 forze che appena possono si presentano divise alle elezioni e nelle altre cento che nascono e muoiono virtualmente sui social network.

    la chiave sta nel condurre una battaglia politica e culturale per far crescere coscienza e consapevolezza. dentro e fuori del partito. e allo stesso tempo.

    tutto qui

    grazie per l’attenzione.

    un abbraccio

  28. egregio antonio simpatizzante, grazie per il commento veramente intelligente.
    ma dovresti rivendicarlo con nome e cognome, o se vuoi rimanere vigliaccamente anonimo almeno tentare di mascherare meglio la email e la sua provenienza.
    spero addio

  29. ramon,
    io veramente faccio fatica a capire: esponi chiaramente quali sono i problemi della fase, poi però ti rifiuti di trarre tutte le conclusioni dal ragionamento che imposti in maniera assolutamente corretta.
    Hai perfettamente ragione quando scrivi che oggi non è più possibile creare il legame tra lotte e rappresentanza (produzione legislativa) che è esistito per gran parte del novecento e, d’altra parte, non ti sbagli quando asserisci che il comunismo si rifonda soltanto nelle lotte. Sono al 100% d’accordo con te.
    Per quale strano motivo allora ti ostini a ritenere possibile l’esistenza di un soggetto politico che non può non porsi l’obiettivo di rappresentare le lotte nelle istituzioni, che sono diventate quelle che descrivi tu stesso, e cioè irriformabili catorci del bipolarismo maggioritario? Come mai non prendi atto che delle due l’una: o si lotta, o si rappresentano le lotte, e che se si inizia a fare la seconda cosa si smette per definizione di fare la prima? Cosa te ne frega della legge (molto transeunte) che puoi produrre (sempre più difficilmente) in parlamento, quando sai benissimo che è nell’autonomia delle singole lotte che si produce socialità alternativa (penso al movimento contro gli sfratti, che occupa le case sfitte e che scende in strada quando vengono minacciati ed eseguiti gli sgomberi delle realtà che lottano al suo fianco veramente, come il corvaccio e la rosa nera a Milano)? Ripeto: se è vero che l’unica strada per la rifondazione comunista è quella delle lotte, allora è sbagliato stare nelle lotte come donne e uomini di partito (lo scrivi anche tu nel post immediatamente precedente), per due ordini di ragioni: primo perché, ammesso e non concesso che il PCI riuscisse a farlo attraverso i suoi dirigenti a suo tempo, oggi invece scatta subito il gesto contrario (non essendo voi i dirigenti del PCI), cioè quello di piantare la propria bandierina (frutto avvelenato questo, come dici tu, della penetrazione dei dogmi della politica maggioritaria anche nei partiti antagonisti); secondo, perché i movimenti verrebbero fagocitati dalle derive partitiche e si trasformerebbero, deteriorando e disperdendo tutta la loro forza. Si tratta perciò di compiere la scelta che non vuoi considerare, proprio perché non è più il tempo di soggetti politici che si sobbarcano il ruolo di rappresentanti dei movimenti (e, secondo me, non lo è mai stato): smettere di essere convinti della necessità dell’esistenza di un partito, smettere di discutere nei CPN di quale forma debba avere il prossimo contenitore del 5%, smettere di farsi le imboscate tra maggioranze e minoranze interne (questa sì politica da curva sud o nord), smettere di ritenere riformabile ciò che riformabile non è, e portare tutta questa energia malriposta nelle lotte, da comunisti, non da piccisti!
    Ieri, la mia regione ha deciso di fissare un precedente storico e per me infinitamente positivo: al teatrino elettorale ha risposto meno del 40% degli aventi diritto! Uno schiaffo morale e politico a tutti quelli che credono nel bipolarismo maggioritario e che l’hanno sostenuto, magari inconsapevolmente e in buona fede, andando al seggio!
    So che molto di quello che ho scritto non lo condividerai, ramon, ma credimi quando ti dico che qualcosa di grande sta per accadere in Italia e in Europa e che, se il progetto della rifondazione comunista a cui tengo molto ha un futuro, ce l’ha soltanto nella temperie di lotte che sta per scatenarsi, non nei seminterrati umidi di livore dove si riuniscono gli organi di partito.
    Spero apprezzerai comunque il tono il più possibile contenuto che ho utilizzato, mi scuso se sono stato prolisso e ti ringrazio in anticipo se vorrai interloquire.
    mirco

  30. caro mirco, io ho rispetto per le posizioni anarchiche ed anche per quelle astensioniste se, come le tue, motivate con argomenti seri.
    ma non le condivido.
    è dalla nascita del movimento operaio che esistono sia le posizioni che pensano debbano essere sfruttati tutti gli spazi possibili in qualsiasi democrazia borghese, sia quelle astensioniste.
    nel mio modesto articolo ho cercato di rimettere al suo posto il giudizio da dare sul sistema politico elettorale, soprattutto per cancellare le opposte illusioni governiste o testimoniali che il sistema stesso produce. ed ho, come tu stesso riconosci, tentato di rimettere al suo posto la natura di classe che deve avere un partito comunista. che per me è tale sempre e in qualsiasi contesto.
    però continuo a pensare che esista lo spazio per veicolare nelle istituzioni i contenuti di lotta, non fosse altro che per difenderli e diffonderli meglio. e per, se possibile nel tempo in cui sarà possibile, ricominciare a vincere battaglie.
    del resto in america latina in sistemi ultrapresidenzialisti, che per decenni hanno escluso ogni rappresentanza antagonista, l’insorgere di grandi movimenti di lotta ed una opportuna tattica elettorale di partiti di sinistra vera, hanno superato ogni ostacolo e riaperto come questione politica d’attualità una fuoriuscita dal capitalismo.
    grazie per il commento
    un abbraccio

    ramon

  31. Giovanni Says:

    Caro Ramon,
    registro che non hai commentato il mio commento. Questo in linea di principio può significare due cose,o sei daccordo,o la qualità del mio commento non “merita” una risposta. Bada bene non sono riesentito ne la mia permalosità ( oramai inesistente) è stata sollecitata. L’intenzione ( probabilmente mal riuscita) era quella di sostanziare il concetto o l’accezzione di prassi gramsciana. A memoria o quantomeno nella mia interpretazione il concetto più importante di tutta la tua analisi( ho già detto che trovo la tua sintesi corretta ed assai efficace). Il punto che più mi preme è il che fare e penso che nella confusione ( anche personale) imperante non trasudi dal PRC una indicazione adeguata alle circostanze. Innovare la concezione teorica della realtà( storica) per modificare la realtà ( storica) si pone come elemento centrale. Certamente nella pratica di una contrapposizione anche poco consapevole si possono inserire gli elementi di analisi teorica e di proposta antagonista ( era quello che cercavo di articolare nel mio post)partendo dall’evidenza storica della contraddizione e dalla natura di conflitto che esprime anche in forme poco leggibili,possono emrgere elmenti di comprensione più approfondita e .da questa,risposte più organiche di contrapposizione. Ma oggi,qual’è la proposta di una società socialista? Declinare una prospettiva diversa prevede una rivoluzione? Siamo in un periodo storico prerivoluzionario? E’ o non è necessario affrontare il fallimento delle precedenti esperienze storiche ( russia,cina) . Il più grande partito comunista del mondo è o no l’incarnazione del peggior capitalismo!? Oggi la russia finanzia i fascisti e i cinesi incarnano l’inevitabile trionfo del capitale. Quando ,in un qualsiasi confronto pubblico o privato che sia,spunta il termine comunista o comunismo,nel migliore dei casi sei considerato un patetico sognatore.Se a questo aggiungiamo le molteplici manifestazioni di equivoca solidarietà che “comunisti” patentati offrono a rappresentanti della più bieca speculazione finanziaria giustificandosi come difensori di posti di lavoro ( mi riferisco a dinamiche locali e non voglio generalizzare) la confusione aumenta in modo esponenziale. In veneto il PRC intende candidare una persona alle primarie,non so se sia definito o sia uno spunto di dibattito ma la sola ipotesi mi fa accapponare la pelle e si aggiunge alla confusione più confusa.
    Credo che esistano grandi spazi per aprire confronti e dibattiti seri sulla natura dei problemi che impongono questa realtà,credo altresì che non vi sia ,ad oggi la capacità di proporre e interpretare questo bisogno reale. Un sogno è sempre meglio di un incubo! Possibile che non si riesca più a declinarne uno!?
    Forse sono poco propositivo o forse non capisco bene ma so per certo che il problema lo vivo e me lo pongo quotidianamente e anche in compagnia di una variegata umanità . Se vedo un limite nel PRC è la sua incapacità di essere interprete di proposte “realistiche” nel senso gramsciano.
    Un abbraccio

  32. Marco Mani Says:

    Caro Ramon, apprezzo da tempo il tuo punto di vista e trovo i tuoi contributi sempre molto interessanti. Nonostante condivida l’analisi di fondo che fai, c’è un aspetto in particolare che non mi convince.

    Se la prospettiva politica di un partito comunista, diciamo la sua visione strategica, è nella lotta di classe, allora anche le sue scelte tattiche, per quanto legate a situazioni contingenti, non possono essere considerate come variabili totalmente indipendenti da essa. Spesso le decisioni tattiche di fase sono a mio avviso atti politici che contribuiscono a determinare la dimensione ontologica stessa di un soggetto politico. Nella fattispecie, se si vuole creare una coalizione politica antagonista al sistema sociale vigente, aspirando ad ottenere l’egemonia nella società, occorre creare un perimetro identitario ben definito e coeso, non si dovrebbe allearsi elettoralmente con i propri avversari, perchè così facendo si rende più difficile la realizzazione dell’obiettivo primario.
    Tattica e strategia non vanno viste come totalmente slegate, devono piuttosto avere un certo livello di coerenza reciproca.
    Sono quindi completamente d’accordo con te quando indichi il grande errore compiuto da Rifondazione il non aver colto lo scollamento della dimensione istituzionale-rappresentativa dalla società ed i cambiamenti significati avvenuti in quest’ultima. Rifondazione ha sicuramente sbagliato quando ha creduto che attraverso la competizione elettorale si potessero sovvertire le dinamiche in atto, ma ritengo abbia sbagliato doppiamente quando non ha utilizzato il piano elettorale nella prospettiva della lotta di classe, ritenendolo da essa scollegato ed adattabile a qualsiasi giravolta tattica.
    Come si è visto negli anni scorsi in vari paesi latinoamericani, oggi in Spagna ed in Grecia ma anche in Italia con il m5s o in Francia il FN, il sistema maggioritario bipolare può essere affrontato sul piano elettorale e reso permeabile a soggettività politiche prima inaspettate.
    Probabilmente siamo in una situazione che Gramsci definirebbe di crisi organica, nella quale un sistema sociale è in crisi ma non si è ancora affermata un’alternativa credibile che possa rimpiazzarlo con certezza. Rispetto al regime capitalista-liberista vigente, sta nascendo in Europa un’alternativa di destra così come una di sinistra. Chi avrà la meglio verrà deciso attraverso le lotte sociali, ma questa partita va giocata fino in fondo oggi, con coerenza tattica, così come sarebbe dovuto essere ai tempi dei vari ulivi.

    Saluti

  33. giovanni e marco vi rispondo appena posso.
    grazie per la pazienza.

  34. caro giovanni, scusa per il mancato commento al tuo primo. essendo sostanzialmente d’accordo mi ero proposto di scriverlo è poi me ne sono dimenticato.
    sul secondo, invece, voglio dire due o tre cose.
    credo di aver tentato di rimettere al centro della discussione il tema del conflitto di classe come motore di ogni possibile trasformazione. e credo di aver tentato di dimostrare che il conflitto di classe, soprattutto quando viene vinto dal nemico, trasforma la realtà sociale e conseguentemente l’ideologia dominante colonizza i cervelli delle classi subalterne.
    va da se che ci sono conseguenze “pesanti”.

    per esempio, tu dici nel primo commento, più che correttamente, “La disperazione non è una buona consigliera e la destra più becera sta interpretando la rabbia in modo più efficace di quanto non riesca a fare la sinistra”.

    questa constatazione può suggerire diverse soluzioni del problema.

    la guerra fra poveri è oggettivamente all’ordine del giorno.
    dico oggettivamente perché, facendo un esempio attualissimo, la svendita del patrimonio pubblico abitativo, la mancata costruzione di case pubbliche ad affitti calmierati, e l’abolizione dell’equo canone, oltre alle perdite salariali e alla disoccupazione di massa, hanno creato nei fatti una competizione totale fra persone bisognose di un alloggio, e all’interno di questa quella “classica” fra italiani e stranieri.

    la guerra fra poveri è oggettiva e si nutre di una realtà indiscutibile, perché né il pubblico (che è stato appositamente ridotto al minimo per favorire il privato) né il mercato possono soddisfare il bisogno. eppure si tratta di un bisogno primario. fondamentale.
    tralasciamo di discutere della proprietà diffusa (che moltissimi esponenti del regime, giornalisti compresi, descrivono come una virtù, mentre è banalmente prodotta dalla necessità, visto che se non fosse impossibile trovare una casa in affitto a un prezzo decente nessuna persona di buon senso si indebiterebbe fino al collo e ridurrebbe per trent’anni la qualità della propria vita per pagare un mutuo).
    resta il fatto che sono i “poveri” che nemmeno possono indebitarsi, sia perché precari e nemmeno gli viene concesso di potersi indebitare, sia perché impossibilitati dal reddito a farlo, in competizione fra loro.
    in assenza di lotte significative, sia a livello locale sia a livello nazionale, va da se che i poveri bisognosi finiranno col farsi la guerra fra loro. e che la destra cavalcherà l’onda di rabbia indicando un falso nemico.
    l’efficacia della destra è palese. dice quel che pensa spontaneamente la gente. che il nemico sia falso e la soluzione ancor di più non conta assolutamente nulla, perché non esiste un’alternativa che possa essere percepita come una soluzione.
    in questo brodo non può che crescere la xenofobia e il razzismo.

    cosa ha fatto la “sinistra”. ma è meglio dire la parte avversa alla destra, se parliamo di schieramenti politico elettorali.

    si è illusa che bastasse contrastare l’effetto (xenofobia e razzismo) invece che la causa (il mercato libero degli affitti e il disinvestimento del pubblico nelle case popolari).
    che lo abbia fatto per ignoranza di una indispensabile critica dell’economia politica, e credendo cioè alla favola che il mercato degli affitti libero avrebbe meglio fatto incontrare domanda ed offerta (sic), o credendo che gridare allo scandalo per le posizioni razziste della destra fosse efficace di per se o, ed è questa la posizione più pericolosa, illudendosi che indicare in programmi elettorali la giusta soluzione del problema (case popolari ed equo canone) avrebbe raccolto il consenso per poterlo realizzare, non ha nessunissima importanza.

    il risultato di tutto ciò è sotto gli occhi di tutti.
    gli ultimi e i penultimi sono in guerra fra loro. le forze politiche (chiamiamole così per comodità) si dividono fra chi appoggia e si candida a rappresentare i penultimi e chi difende gli ultimi dagli attacchi razzisti. il “prima gli italiani” è una falsa soluzione del problema perché si scoprirebbe subito che gli italiani sono anche loro divisi fra ultimi e penultimi, ma è l’unica realmente in campo.
    perché la stragrande maggioranza degli ultimi e dei penultimi crede fermamente che non ci siano i soldi per costruire case per tutti, e crede altrettanto fermamente che l’equo canone per gli alloggi privati non può funzionare.

    cosa è mancato: una lotta generale sul problema della casa. quando dico lotta dico impedire gli sfratti, occupare il grande patrimonio privato sfitto, una lotta per la riabilitazione e la vivibilità delle periferie.
    solo una lotta così può controvertere la situazione e soprattutto unire ultimi e penultimi nella stessa lotta. facendogli superare gli oggettivi problemi di avere culture e lingue e religioni diverse.

    detto questo, ora tento di dimostrare che la frase appena scritta non è retorica, e soprattutto perché in italia non ha funzionato.

    userò un esempio comparativo.

    continua…..

  35. parliamo di due realtà che conosco abbastanza bene da poter fare il paragone: roma e barcellona.

    a barcellona recentemente la leader del movimento contro gli sfratti, ada colau, ha proposto che l’anno prossimo alle municipali si costruisca una lista unica delle associazioni e dei partiti di sinistra (in italia si direbbe radicale) per tentare di vincere le elezioni. i sondaggi danno questa lista come prima, con circa un terzo dei voti.
    cos’è il movimento contro gli sfratti e in che realtà si inserisce?
    questo movimento nasce nel pieno della crisi (che a bcn è stata violentissima) per impedire gli sfratti (sia di quelli che non possono pagare più i fitti che di quelli che non possono pagare i mutui, che vengono sfrattati e però conservano il debito con la banca (sic). nasce quando il movimento generale degli indignados, dopo le oceaniche manifestazioni ed occupazioni di piazze, decide di andare nei quartieri (e del resto molte realtà organizzate da li venivano) e di organizzare la resistenza. a questa lotta partecipano i militanti della sinistra di classe e molti militanti della sinistra indipendentista, radicale o moderata. nelle periferie di bcn dalla fine del fascismo in poi esistono potentissime associazioni di abitanti del quartiere, che organizzano decine lotte con precise rivendicazioni, e decine di attività sociali e culturali, e che interloquiscono con l’amministrazione (non ci sono i mostruosi parlamentini di partiti come le municipalità romane). queste associazioni funzionano in modo assembleare e si reggono sul volontariato.
    ovviamente nei quartieri periferici l’immigrazione regolare ed irregolare è fortissima.
    non è certo il paradiso. ma in confronto a molte realtà italiane lo è.
    l’aggregazione intorno a lotte ed attività sociali e culturali della popolazione ha fatto integrare gli immigrati sia spagnoli sia stranieri. e nel corso degli ultimi anni sono stati impediti centinaia e centinaia di sfratti, ci sono stati conflitti duri ed anche scontri. la popolazione sa che se è unita può vincere la lotta e se invece è divisa fra indigeni e stranieri la sconfitta è certa. non mancano, ovviamente, problemi di convivenza, ed anche accenni a guerre fra poveri. tutta la sinistra (compresi i socialisti) e i nazionalisti catalani e gli indipendentisti catalani (compresa la destra) mai e poi mai hanno tentato di cavalcare la guerra fra poveri. lo fanno i popolari e i qualunquisti (ciutadans) e una formazione di destra estrema che prende lo zero virgola. tutti e tre partiti contrari al diritto all’autodetermizione dei catalani.
    insomma, sebbene la crisi sia potente, la disoccupazione altissima, gli sfratti una piaga sociale, non c’è la guerra fra poveri. ed, al contrario, le rivendicazioni e le lotte spesso centrano l’obiettivo.
    nemmeno la destra catalana è tentata di cavalcare gli accenni della guerra fra poveri.
    solo una realtà sociale ricca di partecipazione (diretta e non quella elettorale) e di attività autorganizzate sociali e culturali, fa si che i partiti non siano nemmeno tentati di sfruttare la guerra fra poveri.
    solo un lavoro sociale di lunga lena fa si che quando una famiglia di immigrati viene sfrattata a mobilitarsi siano tutti i suoi vicini indigeni.
    i militanti comunisti, non tutti ma gran parte di essi, sono profondamente partecipi delle lotte e membri di tutte le associazioni, e sono stati i primi a rispondere positivamente all’appello di ada colau. nessuno di loro si sogna di fare questioni sul nome della lista (guanyem, che significa vinciamo), o di usare per fini propri elettorali le lotte dividendo il movimento di lotta.
    ovviamente esistono problemi sulla strada della formazione della lista. esiste il pregresso (le giunte di sinistra che hanno colpe e che tuttavia hanno governato la città molto meglio di qualsiasi giunta italiana). esiste la questione indipendentista. ecc ecc.
    ma però nei quartieri le manifestazioni si fanno all’insegna di slogan come “questa non è una crisi, è capitalismo” e partecipano indigeni ed immigrati insieme.

    uno dei fattori importantissimi, oltre alle dinamiche sociali che ho detto che sono imprescindibili, è che il sistema elettorale è proporzionale.

    lo dice l’esperienza romana.
    non descrivo la realtà delle periferie romane. è conosciuta. non c’è uno straccio di partecipazione diretta dei cittadini. le municipalità, con l’elezione diretta dei presidenti, l’orgia delle preferenze clientelari, e i partiti tutti ultraelettoralistici e privi di pratiche sociali, sono io contrario della partecipazione. esattamente il contrario.
    eppure sono esistite ed esistono lotte a roma. alle quali sempre i militanti del prc hanno preso parte attivamente.
    naufragate nel nulla e nella confusione. perché ogni volta, con l’elezione diretta del sindaco e col maggioritario, i contenuti dello lotte o sono passati in secondo piano rispetto alla contrapposizione alla destra degli ex?fascisti o sono passati all’ininfuenza testimoniale.

    mentre a bcn il sistema elettorale permette che si uniscano contenuti di lotta ed obiettivi elettorali ed istituzionali a roma il sistema elettorale divide i contenuti dalla “politica” e divide chi lotta.

    se guanyem diventa la prima forza politica dovrà allearsi, per governare, con esquerra republicana de catalunya e forse anche con i socialisti. ma lo farà dopo le elezioni, e dettando il programma, e contando su una ancor maggior partecipazione delle associazioni degli abitanti dei quartieri e dei movimenti di lotta.

    se a roma si votasse presto e l’alternativa fosse allearsi con il pd di marino contro la neodestra razzista alla salvini o presentarsi da soli rischiando di far vincere la destra la divisione fra quelli che lottano sarebbe certa. qualsiasi scelta comporta, oltre alla divisione, un prezzo molto alto, anche dal punto di vista elettorale.

    non è un caso che il partito popolare in spagna vuole proporre un nuovo sistema elettorale con elezione diretta dei sindaci e maggioritario. chissà come mai.

    continua…

  36. ecco giovanni, tutto questo sproloquio per dire che sono d’accordo con le tue considerazioni circa l’attualità del comunismo (anche se tu non declini il tema esattamente così) e circa la necessità di una diversa “narrazione” (termine che e me non piace ma di cui credo di capire il significato giusto che tu gli attribuisci). come sono d’accordo sulla necessità di esaminare criticamente il passato, senza però confondere la discussione storica da quella politica, e i tentativi falliti di assalto al cielo”.
    sono d’accordo pure quando dici che rifondazione non sembra essere all’altezza del compito.
    sbaglierò, ma credo che se in rifondazione e più in generale nella sinistra (diciamo vera) non cresce la consapevolezza della necessità della pratica sociale (gramscianamente intesa come dici tu) fondata su una analisi del modello sociale (come dimostra lo splendido scritto di gramsci americanismo e fordismo), per relazionarsi con l’ineludibile problema del potere, e quindi anche della diversa natura di istituzioni e sistemi elettorali, ogni altra discussione diventa inutile. perché incapace di sormontare l’ostacolo grande di una politica e di un sistema elettorale e massmediatico nemico.

    un abbraccio

  37. giovanni Says:

    Caro Ramon,
    sono del tutto concorde con quanto hai scritto. Sai negli ultimi 4-5 anni ho ,con pochi altri,creato una associazione tesa ad arginare lo strapotere di alcuni potentati finanziari titolari di attività redditizie( ovviamente solo per loro) che stanno devastando territorio,salute etc etc. Come puoi immaginare non è una passeggiata di salute ed in modo particolare in queste aree che scontano caratteristiche di sudditanza culturale ed antropologica secolari. In breve le assemblee della nostra associazione sono di gran lunga,oggi,le più affollate della provincia ( nell’ordine di 10 volte di più della lega e del PD messi assieme) e stiamo costruendo alleanze con i sindaci (sospinti dai loro elettori) della provincia. La strada è ancora lunga ,lunghissima,ma la velocità con cui certi “concetti” prendono corpo passa attraverso la lotta e la testimonianza che questa sia effettivamente praticabile. Dico questo solo per esplicitare che le mie posizioni hanno origine dalla pratica e dalla scelta operata sul campo . Qunidi quanto scrivi è per me totalmente e semplicemente vero oltre che giusto. In questi anni non ho mai visto uno ed uno solo del PRC di PDCI . Anzi più volte un noto esponente del PDCI si è schierato a favore delle finanziarie internazionali che giostrano dietro agli abusi .( non è il primo e non sarà neanche l’ultimo) insomma condivido appieno dispiace non trovare mai il tempo di fare quattro chiacchere dal vivo…ma tempo verrà.
    Un grande abbraccio e….grazie per la qualità della risposta.

  38. grazie a te giovanni, mi fa piacere la nostra sintonia.

  39. giacomo Says:

    Ho già commentato molto positivamente la tua analisi quando è stata pubblicata settimane orsono sul sito ufficiale del Partito.
    Ti chiedo scusa anticipatamente per il fuori tema e per il fatto che approfitto del tuo spazio. Il problema, molto piccolo ma per me importante è semplicemente questo: sono alcune settimane che i miei commenti, sul nostro sito ufficiale, commenti politici e ed educati, vengono regolarmente bypassati. E’ accettabile?

  40. caro giacomo, non so cosa dirti. è capitato anche a me di postare un commento di risposta in coda al mio articolo che non ho mai visto pubblicato. forse era troppo lungo e il sistema l’ha cancellato? forse ho sbagliato nel postarlo? non so.
    comunque non è certo a me che vanno indirizzate richieste come la tua.
    come faccio io a sapere se ed eventualmente perché i tuoi commenti non vengono pubblicati.
    un abbraccio

  41. Ti rubo ancora un attimo. E ti ringrazio comunque della tua pazienza. Non voglio perorare il mio problema. Ho solo pensato che forse tu potevi essere a conoscenza di fatti del genere. O che, magari colloquiando con altri compagni dirigenti, avresti potuto venire a conoscenza di altri episodi simili. Quindi volevo fare rilevare che se, per caso, tali fatti incresciosi non sono un’ eccezione potrebbero diventare un problema per il partito. Tutto qui. In futuro interverrò esclusivamente sul tema delle tue analisi. Comunque grazie ancora per la tua pazienza.

  42. Sul Pci e le ragioni della irreptibilità di tale forma della organizzazione politica sono d’accordo, manca, forse per ragioni di spazio la dimensione internazionale della crisi e sostanziale sconfitta del comunismo. La fine dell’ Urss , indipendentemente dall’opinione di quelle esperienze real socialiste, ha rappresentato , a mio modesto avviso, la ragione principale. Al di là di ciò che si pensa, per non essere appunto volontaristi, la fine di un’esperienza “reale” e non utopica, ha sedimentato in tanti operai, contadini e oppressi l’idea dell’impossibilità di costruire la società di liberi ed eguali su questa terra. Il Pcd’i nasce con la rivoluzione d’Ottobre e il Pci finisce , come tantissimi altri partiti comunisti, con il crolo del muro di Berlino. Io non condivisi questo automatismo e totale relazione con la conseguente scelta di abdicazione , ma questo fu.
    Come tu ben sai e in parte hai descritto, le conquiste sociali che hanno permesso di far cambiare radicalmente la vita a milioni di famiglie proletarie in Europa, sono avvenute in un contesto economico industriale, nazionale e aggiungerei di ricostruzione e accumulazione. Si ebbero in Italia, dove tu bene hai descritto il ruolo fondamentale del Pci, ma si ebbero anche dove a guidare quei processi c’erano le grige socialdemocrazie ( germania, svezia,laburismo inglese ecc..). La differenza sostanziale e non da poco, fu nella politicizzazione e il respiro globale che i comunisti dettero alle lotte apparentemente solo salariali, era il sentirsi appartenenti ad un campo che andava dall’urss a Cuba, al Vietnam, alle lotte d’indipendenza del continente africano, alla Cina. Un mondo assolutamente non omogeneo e dove ognuno era orgoglioso e geloso della propia peculiarità ma, questo è il punto, dentro un mondo che sembrava andare in modo ineluttabile a sconfiggere il capitalismo. Oggi, c’è anche una critica diffusa, ma non c’è la bandiera mondiale….nell’era di Internet, non si riesce a trovare come fecero gli operai analfabeti della fine dell’800′, la parola d’ordine che ci faccia muovere nella medesima direzione… o forse c’è, ma ancora non la si percepisce come tale.
    Un saluto e un augurio di buon anno.
    Alberto

  43. grazie alberto, per la visita e per il commento.
    ti risponderò al più presto.
    un abbraccio

  44. caro alberto, scusa il ritardo. ma il tuo commento merita una risposta non troppo sommaria.
    io credo che siamo d’accordo. se ho capito bene ciò che hai scritto.
    vediamo se è così.
    1) hai perfettamente ragione sul contesto internazionale. il mio pezzo aveva il solo scopo (solo si fa per dire) di dimostrare che è unicamente la lotta di classe (conflitto sociale e battaglia culturale) a muovere la storia. che le elezioni sono cosa secondaria. e che lo erano anche quando il sistema elettorale ed istituzionale permetteva di coniugare il conflitto con il consenso elettorale, figuriamoci oggi!
    è vero, come dici tu, che la prospettiva di superamento del capitalismo e la costruzione di una società alternativa ad esso, era viva e presente nella coscienza di una parte consistente della classe operaia. il “mito” dell’urss, però, non durò tanto come si vuol far credere da parte di una letteratura superficiale e sostanzialmente anticomunista. del resto il PCI soprattutto dopo i fatti di praga, ed esattamente nel periodo massimo di accumulazione di forza e potere nelle lotte ed anche elettoralmente, prese le distanze in modo nettissimo e parlò della coniugazione della democrazia con il socialismo come modello di società. in coerenza, direi, con la stessa ispirazione della rivoluzione d’ottobre, e contro la degenerazione staliniana.
    ma non è certo questa la sede per dirimere una questione così complessa, e tutt’ora teoricamente irrisolta.
    ed hai ragione anche sul fatto che più o meno le stesse conquiste sociali e di diritti, il movimento operaio le ottenne anche dove sindacato e partito erano socialdemocratici.
    però non devi dimenticare che allora tutti i partiti socialdemocratici e socialisti europei erano anticapitalisti e prospettavano una società alternativa al capitalismo. ciò che li divideva dal PCI e dagli altri partiti comunisti era una concezione gradualistica del superamento del capitalismo, che non prevedeva rotture rivoluzionarie e che si illudeva che il nemico di classe avrebbe accettato democraticamente di essere cancellato dalla storia.
    è vero che non erano schierati con il campo socialista, ma ciò non impediva loro di essere schierati con tutte le lotte di liberazione nazionale del terzo modo e in particolare con il viet nam.
    2) il crollo dell’URSS non è, secondo me, definibile come “sconfitta del comunismo”. per tre motivi. a) il comunismo inteso come “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente” è irriducibile ad una fase nella quale possono esserci vittorie e sconfitte, successi e rovesci. è un processo storico nel senso letterale del termine. b) paradossalmente, ma non tanto, l’analisi del capitale di marx, e la conseguente necessità storica di abbattere il sistema capitalistico, sono più attuali oggi che un secolo e mezzo fa. c) l’URSS è fallita per difetto di comunismo. che poi il difetto di comunismo fosse prodotto soprattutto dal suo accerchiamento e dallo scontro con l’imperialismo, o che fosse sostanzialmente intrinseco ad un modello di potere e statuale mutuato dalla borghesia (non è un caso che stalin cancellò il superamento dello stato, che era un pilastro teorico sia in marx che in lenin), o che fosse un mix di entrambe le cose, non conta molto al fine di giudicare l’aderenza della frase “sconfitta del comunismo” alla realtà. io parlerei di vittoria del capitalismo più che di sconfitta del comunismo.
    ovviamente la storia la scrivono i vincitori, ed è normale che loro abbiano teorizzato la “sconfitta del comunismo” per alludere all’insuperabilità del capitalismo.
    e, soprattutto, se è vero quanto ho detto fin’ora, anche tutte le esperienze anticapitalistiche socialdemocratiche sono state parimenti sconfitte. che poi la maggioranza del PCI e tutti i partiti socialisti e socialdemocratici abbiano tradito la prospettiva anticapitalistica questo dimostra solo che quando si perde sono in molti a salire sul carro dei vincitori. l’unica differenza è che i comunisti hanno un nome e fanno riferimento ad una storia che è incompatibile per sua natura con la “gestione del presente” ed hanno dovuto cambiare nome e rinnegare o edulcorare gran parte della propria storia, mentre i socialisti e socialdemocratici lo hanno potuto fare in continuità con la propria identità. al massimo, cambiando cosette nei propri statuti e programmi fondamentali. i laburisti inglesi, per esempio, con blair hanno cancellato dallo statuto la prospettiva della “abrogazione della proprietà privata”.
    3) a me sembra normale che nel pieno di una sconfitta storica manchi coscienza ed anche organizzazione al livello dello scontro, che è sempre quello internazionale. se ci si fa spaventare da questo si è morti. del resto prima della rivoluzione d’ottobre ci furono almeno 70 anni di sconfitte e di lotte eroiche. le uniche conquiste erano quelle che si strappavano direttamente nel conflitto. e come tali erano reversibili in ogni fase. non è mica un caso che i simboli del movimento operaio sono stati il prodotto di sconfitte. la comune di parigi, il 1° maggio, la bandiera rossa come rosso era il sangue delle vittime della repressione. e che la falce e martello erano simboli del lavoro e non un simbolo elettorale o un logo statuale.
    tuttavia esattamente dalle prime crisi finanziarie negli anni 90, prevedibilissime secondo la critica marxiana dell’economia politica, ci sono stati nel mondo molti sintomi e passi nella direzione della costruzione di un movimento anticapitalista mondiale.
    tutte cose ancora confuse e parziali. ma tutte embrionalmente indice di un’esigenza sempre più compresa. parlo soprattutto della critica della globalizzazione e del conseguente movimento mondiale. delle esperienze latino americane e della loro tendenziale unificazione in senso sovranazionale. e parlo anche del partito della sinistra europea.
    insomma, per dirla in soldoni, diciamo che ci sarebbe bisogno di qualcosa di simile alla prima internazionale.

    questi sono i motivi per cui io penso che il comunismo sia vigente e che ci sia bisogno di un partito comunista.

    se compariamo questi temi di cui noi due parliamo così con il dibattito (si fa per dire) corrente sulla sinistra e sul comunismo, possono cadere le braccia. comprese le caricature di partiti comunisti che assomigliano esattamente la partito comunista come lo vorrebbero i suoi nemici. settario e intriso della cultura dominante.

    ma anche questo fa parte della storia.

    un abbraccio forte.

  45. alberto Says:

    Grazie per il tuo esaustivo post, d’accordo su moltissime cose..Per precisare, per non essere frainteso, ribadisco il mio essere comunista e neanche tanto eretico. Un punto mi trova in disaccordo e trova te ( almeno cosi lo interpreto) ,stranamente conforme alla lettura che danno specularmente sia i troskisti ( che rimangono a mio avviso il più fallimentare troncone del movimento comunista..), che la borghesia mondiale, ed è il giudizio su Stalin. Non do una lettura della politica staliniana, in antitesi con quella leniniana o peggio, il tradimento di quest’ultima. Tutto andrebbe storicizzato e oggi l’argomento, anche per questioni di comodo viene trattato con supeficialità….ma qui si aprirebbe una discussione che ci porterebbe su di un’altro piano. un abbraccio anche a te. Adelante!

  46. alberto Says:

    quando avrai tempo mi piacerebbe leggere la tua opinione sul conflitto in Ucraina…

  47. giovanni Says:

    caro Ramon,
    non scrivi da trooppo tempo il che significa che fai,ed è un gran bene. I risultati di Barcellona hanno premiato l’analisi scientifica e fondata che avevi formulato mesi fa rispondendo ad un mio post.
    Spagna e grecia dimostrano oltre a quello che avevamo già condiviso la necessità,in Italia,di una “invenzione” di comunicazione aggregativa alternativa. E’ un tema su cui abbiamo,ed è una fortuna per entrambi,visioni diverse o forse diversamente articolate.
    Credo che sia giunto il tempo per rilanciare sul tema ,partiamo da questo tuo sonnecchiante 🙂 blog. Sono le piccole cose che fanno le grandi…..intanto un grande abbraccio ed un saluto fraterno.
    Giovanni

  48. caro giovanni, domani o dopo metterò un articolo scritto sulle elezioni spagnole.
    ne parleremo, se vuoi.
    un abbraccio

  49. giovanni Says:

    ramon,se è quello uscito su contro la crisi l’ho già letto. Chiaro e molto utile per capire meglio sia la realtà spagnola sia le miserie della stampa. Se poi aggiungi dell’altro tanto meglio ….ne riparliamo
    Un grande abbraccio anche a te

  50. è lo stesso. loro me l’hanno chiesto

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