Morte ai partiti? (parte terza)

Non smetterò mai di insistere sulla necessità di conoscere, analizzare e capire le mutazioni sociali che stanno alla base della degenerazione della politica e dei partiti. Senza farlo si scambiano gli effetti per le cause. E si pensano e sognano rimedi che invece di risolvere i problemi li aggravano e li estremizzano. Senza riprendere una analisi che ho già fatto in più riprese mi limito qui a fare un esempio.

Quando Berlusconi vinse le elezioni nel 1994 la stragrande maggioranza delle persone di sinistra (sia quelle che lo erano perché non avevano smesso di essere contro il capitalismo sia quelle che credevano di esserlo pur condividendo tutte le menzogne ideologiche sulla fine della lotta di classe, sulle meravigliose sorti della globalizzazione, sulle privatizzazioni e così via) credettero che la colpa fosse delle TV di Mediaset. Secondo tutte queste persone milioni e milioni di elettori avevano bevuto le fandonie e le promesse demagogiche di Berlusconi propalate a mani basse dalle tv di proprietà dello stesso. Si illudevano, e molti si illudono ancora oggi, che bastasse riportare il paese alla “normalità” con una legge sul conflitto di interessi e con una controffensiva sulle tv della RAI, affinché il popolo si accorgesse che Berlusconi era solo una escrescenza, un incidente di percorso.

Vediamo se è vero.

Per più di un decennio il sindacato era passato di sconfitta in sconfitta, le condizioni di vita dei lavoratori dipendenti erano peggiorate, chi lottava lo faceva in modo isolato e nella più completa solitudine, era cresciuta enormemente l’incertezza e l’insicurezza sociale, i partiti erano degenerati ed intenti, come aveva già denunciato Berlinguer, ad occupare ogni spazio al solo fine di coltivare interessi privati a scapito di quelli pubblici, lo stesso PCI aveva abdicato alla propria funzione e si era sciolto per dare vita ad un partito identico agli altri. E ancora, c’erano tutte le avvisaglie di una scomposizione del paese fra zone ricche e zone povere, tipico prodotto della competizione assolutizzata dalla globalizzazione. Nelle zone ricche cresceva l’egoismo sociale, l’odio verso gli immigrati, e un patto corporativo fra lavoratori e imprenditori fondato sull’illusione che separandosi dal resto del paese si potesse meglio competere con le altre zone ricche del mondo e dell’Europa. Nelle zone povere cresceva il clientelismo e un blocco sociale includente la criminalità organizzata, oltre all’individualismo più sfrenato legato alla spartizione delle risorse pubbliche attraverso consorterie e cordate di ogni tipo.

Il famoso “pensiero unico” non era un decalogo, un dogma da imparare a memoria. Era niente altro che l’apparente oggettività della situazione. Del resto la caduta del muro di Berlino aveva convinto quasi tutti, tranne una minoranza abbastanza isolata, che il capitalismo era il migliore dei mondi possibili e che se c’erano problemi questi erano dovuti alla mancata “modernizzazione” del paese. E la “modernizzazione” non poteva che essere la rimozione dei “lacci e lacciuoli” che frenavano la capacità competitiva delle imprese e del paese. E non poteva che essere il passaggio dalla democrazia parlamentare della Costituzione, fondata sui partiti, alla democrazia maggioritaria, fondata sulla funzione del governo e sui leader. I partiti, già degenerati fino all’inverosimile e caduti definitivamente in disgrazia con tangentopoli, avevano già snaturato il sistema democratico, gestendo la cosa pubblica negli interessi delle imprese, delle finanziarie, delle società immobiliari e così via. Dovevano essere sostituiti da partiti di tipo nuovo. Leggeri e cioè privi di una ideologia capace di interpretare la realtà e di partorire un progetto complessivo per la società e per il paese. Possibilmente dotati di nomi e simboli “aideologici” e perfino “apolitici” o abbastanza generici da essere buoni per qualsiasi politica. Da quel momento la botanica, la fauna, il tifo calcistico e i nomi dei leader la faranno da padrone. Contenitori di interessi ed egoismi di ogni tipo, spesso in contraddizione fra loro, ma mediati dal miraggio del governo come unico fine e ragion d’essere del partito. Come ho già detto il grande inganno fu presentare i partiti della prima repubblica come i responsabili delle degenerazioni della società e non come le vittime, magari consapevoli e complici, delle degenerazioni del sistema economico e del modello sociale conseguente. Il maggioritario servì esattamente a coronare un progetto latente da sempre nella borghesia italiana. Eliminare le ragioni del conflitto di classe e sociale dalle istituzioni e trasformare la politica in un affare privato delle sue diverse fazioni, riducendo il popolo a spettatore e tifoso di uno dei suoi leader. Come negli USA.

Tutto questo l’aveva costruito Berlusconi abusando della sua posizione di predominio televisivo? Erano le tv che mandavano in onda certe trasmissioni a cambiare la testa della gente? La percezione che i partiti si occupassero degli affari dei loro amici e delle loro infinite competizioni elettorali, invece che dei problemi del paese era infondata?

Direi proprio di no.

Berlusconi approfittò banalmente della situazione che si era creata ed ebbe l’abilità di interpretarla coerentemente con il senso comune diffuso. Ovviamente le sue tv furono decisive, e lo poterono essere grazie ad una effettiva anomalia italiana creata a suon di corruzione con il sistema del duopolio televisivo e con la riduzione del servizio pubblico a competitore del privato sul suo terreno. Ma era una anomalia ben precedente a tangentopoli. Fondata sull’ormai inarrestabile primazia dell’impresa e soprattutto dei settori speculativi del capitale, che a questo scopo avevano corrotto pesantemente i partiti.

Una cosa è proporsi di cambiare il modo di pensare della gente ed un’altra è dire alla gente quel che vuole sentirsi dire.

Senza scomodare Gramsci e la sua analisi sulla formazione dello stato italiano, nel paese dei furbi, dei raccomandati e degli evasori, nel paese della cultura mafiosa, della borghesia eversiva mischiata con l’antistatalismo di stampo cattolico, nel paese dell’ipocrisia fatta legge, la sconfitta della battaglia del movimento operaio, per rifondare lo stato su basi diverse, persa con la controffensiva capitalistica degli anni 70 e seguenti, non poteva avere che esiti disastrosi.

Nell’Italia degli anni 80 e 90, del “facciamo soldi con i soldi” e del “gli operai sono in via di estinzione”, del “privato è sempre meglio del pubblico”, dei “sacrifici” imposti sempre agli stessi con l’applauso degli ex comunisti e dei sindacati, del “padroni a casa nostra”, del “dobbiamo competere sempre di più e meglio” e così via, c’è da meravigliarsi se vinse le elezioni l’imprenditore “fattosi da se”? Il “non politico di professione”? L’uomo che sapeva parlare di “sogni”? E che dirà sempre “fatemi lavorare” e ripeterà fino alla nausea la parola “comunisti” e “sinistra” per identificare ogni nefandezza?

Per quanta importanza si attribuisca alla potenza dei mass media, e io ne attribuisco molta, furono le mutazioni sociali e il senso comune affermatosi dentro di esse a permettere, favorire e amplificare il fenomeno Berlusconi. E a far assumere ai mass media un ruolo centrale nella politica italiana, sempre più spettacolarizzata.

Credere il contrario fu invece molto di moda fra le persone di “sinistra”.

Per quelle che pensavano che bisognasse avere un paese “normale” pensando agli USA, alle privatizzazioni, alle elezioni come mera scelta delle persone, alle guerre come “missioni di pace”, ai sacrifici dei lavoratori come “necessari”, alla precarietà come “flessibilità”, alle banche e finanziarie come motore dell’economia, alle imprese private come essenza dello sviluppo, al mercato come effettivo “regolatore” dell’economia ecc. era normale che fosse così. Berlusconi era solo una anomalia vergognosa e bastava rimuoverlo per far tornare tutto a posto. Tanto più pensavano questo tanto più sentivano di dover tifare contro Berlusconi e per quelli che si candidavano a governare nel nome di tutte quelle cose che credevano insieme a Berlusconi, ma in modo “normale”. Del resto se la globalizzazione era buona, le banche fattore di sviluppo, la produzione di beni materiali tendenzialmente da superare collocandola nei paesi poveri (per garantire anche a loro, poveretti, un po’ di sviluppo!), le guerre erano umanitarie, il privato sempre efficiente, e Berlusconi pensava e diceva esattamente le stesse cose, su cosa si doveva incentrare lo scontro e la polemica? Conflitto di interessi, procedimenti penali, alleanza con un partito razzista e secessionista come la Lega, sdoganamento del MSI, demagogia e dulcis in fundo: impresentabilità. Cioè sempre e solo su cose secondarie e spesso vissute come innovazione effettiva e politica di tipo nuovo da parte della maggioranza degli elettori. È fin troppo evidente che non basta cambiare nome ad un partito o dichiararsi non comunisti per poter competere con chi si dice fieramente anticomunista e ti accusa perfino di continuare ad esserlo senza dirlo. È fin troppo evidente che non si può essere, dopo aver sposato ogni tesi revisionista sulla resistenza, contemporaneamente per il maggioritario e pretendere che il proprio avversario non si allei con i partiti post fascisti e secessionisti di destra. Altrettanto evidente è che si ha un’arma spuntata se si criticano le TV di Berlusconi e poi i propri uomini nella RAI trasformano la tv pubblica in una brutta copia delle tv dell’avversario per inseguire l’audience. Se si fa a gara per ingraziarsi la Confindustria dichiarandosi veramente liberisti e criticando Berlusconi per non esserlo abbastanza. Se si specula sui processi a Berlusconi e contemporaneamente si incensano personaggi come Andreotti, anche sperando che l’avversario sia sconfitto per le vicende processuali e non perché si sono convinti i suoi elettori a cambiare idea.

Esagero? Non credo.

Infatti a suo tempo ci fu la prova provata che quanto dico è difficilmente contestabile.

Il primo governo Berlusconi andò in crisi sulle pensioni. Il ministro del tesoro Dini, già uomo del FMI e della Banca d’Italia, attaccò violentemente il sistema pensionistico. L’opposizione tuonò e i sindacati scesero in lotta duramente. Il blocco sociale ed elettorale di Barlusconi traballò, soprattutto per effetto della Lega, che infatti alla fine tolse la fiducia al governo.

La logica, perfino la perversa logica del maggioritario, avrebbe voluto che l’opposizione chiedesse nuove elezioni, “bastonando il can che annega”. Berlusconi era in forte calo dei consensi, ovviamente. E la Lega non avrebbe rifatto l’alleanza con Forza Italia. Alleanza nazionale non avrebbe facilmente convinto la propria base elettorale a sostenere un governo che voleva farla lavorare più a lungo per avere una pensione inferiore. Dopo quel che l’opposizione tutta aveva detto in parlamento e dopo gli scioperi e le lotte sindacali non era impossibile vincere le elezioni su quelle basi.

Cosa avvenne, al contrario?

Il “massacratore sociale” Dini divenne un ottimo candidato a sostituire Berlusconi, invece delle elezioni che con il maggioritario “finalmente permettevano al popolo di scegliersi il governo” ci fu una maggioranza trasversale dalla Lega al PDS sostenuta perfino dalla scissione del PRC dei “comunisti unitari” (sic), e alla fine Dini varò la stessa controriforma pensionistica (solo appena più allungata nel tempo) con il silenzio complice dei sindacati, che diedero così una grandissima prova della loro autonomia.

Insomma, se era nel modello sociale il problema da risolvere per far tornare alla sinistra un consenso sufficiente a tentare di cambiare il paese tutto si doveva e poteva fare tranne che accettare come necessaria e oggettiva una controriforma delle pensioni che avrebbe ulteriormente mortificato e diviso il mondo del lavoro, posto le premesse per la precarizzazione e santificato il primato dell’economia sulla politica. Se, invece, il problema era la presentabilità di Berlusconi ci si poteva tranquillamente alleare anche con la forza definita razzista nel sostenere un governo presieduto dal ministro contro il quale solo pochi giorni prima si era scioperato.

In altre parole Davos, il FMI, la Banca Centrale Europea, il WTO, le banche e il capitale finanziario, la Confindustria, i guru liberisti indicavano la politica economica e il modello sociale da implementare e la politica si doveva occupare delle trame, delle manovre, dei ribaltoni, della ricerca e promozione dei leader, del “marketing” elettorale, della costruzione di contenitori e di coalizioni, della gestione delle rispettive tifoserie.

Come è noto chi tentò, e parlo del PRC, di immettere nel dibattito politico contenuti di sinistra e di sostenere che il governo del paese dovesse produrre provvedimenti tali da orientare le scelte economiche e cambiare il modello sociale veniva descritto e trattato come “estremista e massimalista” e/o come utile idiota al servizio di Barlusconi. Chiedere al governo Prodi un piano per mettere in sicurezza il territorio nazionale devastato sempre più da terremoti e alluvioni, chiedere i libri di testo gratuiti nella scuola dell’obbligo, chiedere la riduzione dell’orario di lavoro e di non privatizzare ulteriormente e così via era “massimalismo” ed “estremismo”. Insistere su queste cose sostenendo che il centrosinistra non doveva e non poteva fare le stesse cose della destra sui fondamentali era “favorire” Berlusconi.

Non ripercorrerò qui le vicende dell’epoca. Non sono l’oggetto di questo scritto e rischierebbero di farci andare fuori dal seminato. Ho fatto questo accenno al solo scopo di dimostrare che in quegli anni si produce un ulteriore e peggiorativa separazione della politica dai problemi reali del paese e che qualsiasi intento di ricucire quello strappo veniva digerito e risputato dal sistema sottoforma di meccanismo politicista interno al gioco delle parti fra i due poli che si contendevano il governo dell’esistente.

In tutto questo avevano, ed oggi hanno ancora di più, una funzione essenziale i mass media.

Come abbiamo già ricordato nella “prima repubblica” i segretari dei partiti erano segretari. Alcuni erano anche leader ma questo era il prodotto della loro popolarità conquistata in coerenza con l’ideologia e gli obiettivi dei loro partiti. Le principali trasmissioni politiche erano le tribune politiche della RAI. Erano bandite le interruzioni, gli insulti, le grida, e i giornalisti che le conducevano coordinavano le domande dei loro colleghi giornalisti o gli interventi degli esponenti dei diversi partiti. Non mancavano le domande insidiose, maliziose, fortemente critiche. L’oggetto delle trasmissioni erano le proposte, le posizioni e anche le polemiche conseguenti. Nelle campagne elettorali tutti i partiti che si presentavano avevano lo stesso spazio, anche se in tempi diversi tenendo conto della dimensione dei partiti nelle precedenti elezioni. In altre parole la conferenza stampa del segretario nella campagna elettorale cominciava con il partito più piccolo e finiva col più grande. Lo stesso dicasi per l’ultimo appello al voto l’ultimo giorno della campagna.

Già negli anni 80, sebbene le tribune politiche ed elettorali televisive fossero largamente prevalenti per la formazione delle intenzioni di voto, iniziarono le trasmissioni mirate a mostrare il “lato privato” dei politici. I “politici” avevano hobbies, erano tifosi di una squadra di calcio, sapevano raccontare barzellette, cantare, ballare! Certe interviste, magari in maniche di camicia per fare più “americano”, erano palesemente apologetiche del personaggio e delle sue imprese politiche. Certe “campagne”, come quella condotta dal PSI contro il PCI e la sua storia, trovavano alla RAI e Mediaset collaborazione totale con messa in onda di “documentari” e “inchieste” compiacenti. Cominciarono a prodursi su Mediaset i talk show che si occupavano di politica. Dove il conduttore assegnava il ruolo che voleva lui ai politici di turno. Era il conduttore a scegliere chi invitare, e un partito non poteva sostituire l’invitato con un altro esponente, perché il conduttore se l’era scelto come un regista sceglie l’attore al quale far interpretare una parte. Spesso il conduttore provocava, assecondava e comunque permetteva battibecchi, insulti, urla, minacce. Vuoi mettere la noia di un segretario di partito che cerca di spiegare una posizione sulla politica industriale ed energetica del paese o su un fatto di politica estera rispetto a due o tre scamiciati che si insultano, urlano e che si rinfacciano le responsabilità per le peggiori cose che succedono nel paese? L’audience detta legge ed è evidente che le risse la fanno alzare. Inoltre il conduttore in realtà promuove lui gli esponenti dei partiti che più gli piacciono, o per le loro posizioni o banalmente perché fanno più spettacolo. Con il sistema bipolare, poi, succede che ogni discussione nella maggioranza di governo, fisiologica in ampie coalizioni prodotte proprio dal maggioritario, diventi una guerra nucleare massmediatica. I contenuti della discussione si perdono subito per strada perché quel che conta sono le dietrologie, le mosse, le minacce, i ricatti. Giacché ogni contenuto relativo ad una divergenza potrebbe sboccare in una crisi di governo e giacché la media dei conduttori e dei giornalisti che si occupano di politica di quel contenuto non sanno un bel niente, molti di costoro presentano il contenuto come un pretesto che nasconde mire elettoralistiche, invidie e cattive relazioni fra i leader. Che di queste cose loro si che se ne intendono! E via con le indiscrezioni, le ricostruzioni di incontri privati e di riunioni di partito, con le dichiarazioni sulle agenzie di stampa fatte su altre dichiarazioni a loro volta fatte su altre dichiarazioni ancora. In poco tempo del contenuto su cui è nata la discussione non parla più nessuno e lo spettacolo dei politici litigiosi che litigano fra loro invece di preoccuparsi dei problemi del paese (e cioè dei contenuti) è assicurato. Quando i leader parlano, magari ad una riunione facendo un lungo intervento, in tempo reale appaiono loro frasi totalmente decontestualizzate sulle agenzie e si scatenano polemiche infinite. Saranno quelle polemiche ad essere al centro del talk show serale di turno. E spesso i leader annunciano e inventano la mossa direttamente nei talk show. Con buona pace del loro partito che discuterà della mossa a posteriori. Ma lo stesso vale per chi ha invece discusso, magari molto a lungo, e votato in una riunione con centinaia di dirigenti. Il leader espone una posizione davanti a milioni di telespettatori ed è come se quella posizione fosse la sua personale. Come se l’avesse inventata al momento. Gli elettori e spesso gli stessi iscritti del partito di quel leader credono anch’essi che l’annuncio di una mossa o di una posizione sia farina del sacco del leader e ne discutono esattamente come si discute di cosa fa il ct della nazionale o l’allenatore della propria squadra del cuore. C’è un effetto concreto del maggioritario e del sistema massmediatico, che pensa all’audience invece che all’informazione, sulla natura dei partiti e soprattutto sul peso dei loro leader. Perfino per quei partiti che sono organizzati ed hanno una vita democratica. Perché gli elettori e perfino gli iscritti di quel partito sono ormai abituati dall’andazzo a non leggere la propria stampa, i documenti del proprio partito, ad applicare dietrologie a tutto, a fare infinti processi alle intenzioni, a tifare pro o contro il proprio stesso leader. Se la politica è spettacolo i partiti, e all’interno dei partiti i vari personaggi, ogni giorno devono inventarsi qualcosa per essere ripresi dalle agenzie, per essere invitati da un conduttore, per non essere velocemente dimenticati. Così tutto diventa un rumore di fondo nel quale è impossibile distinguere una cosa seria e una vera proposta dal coro cacofonico imperante.

Potrei continuare anche su questo molto a lungo. Ma credo sia sufficiente per dimostrare che oltre a non informare su un bel niente i talk show e i politologi sulla carta stampata hanno moltiplicato e ampliato enormemente la degenerazione dei partiti e soprattutto la separazione della politica dalla società. Ovviamente non si tratta di un caso. Ma nemmeno di un disegno o di un complotto. È l’effetto, certo assecondato e implementato, di quel processo oggettivo di cui abbiamo parlato più sopra. La “politica” non si occupa più di avere progetti economici, sociali e culturali veramente alternativi fra loro. La sinistra che lo fa deve scontare di non essere compresa, di vedere deformate le proprie posizioni secondo la perversa logica maggioritaria, ed ha sempre meno spazio. Come nella società consumistica ed individualistica imperante ciò che conta non è essere, bensì apparire. La politica spettacolo è l’apoteosi di tutto questo.

Ma prima di parlare della passivizzazione della società e specificatamente del ruolo dei talk show (soprattutto quelli ostili a Berlusconi) nella implementazione della stessa, voglio fare un esempio concreto che dimostra che la descrizione che ho fatto testé delle degenerazioni nei partiti e della percezione che la cittadinanza ha dei partiti prodotta dal maggioritario e dai mass media è fedele alla realtà. E se non lo è del tutto lo è per difetto e non per eccesso critico.

Al tempo del primo governo Prodi, che noi del PRC appoggiavamo dall’esterno prima della famosa rottura, arrivò in parlamento la ratifica del trattato internazionale relativo all’allargamento della NATO a Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria.

Va detto che la ratifica del trattato da parte del parlamento era esiziale per il progetto di allargamento della NATO. Si trattava cioè di una decisione cogente, essendo il parlamento totalmente sovrano sul merito della decisione.

Noi eravamo contrari. Tutti gli altri partiti (tranne la Lega) favorevoli. In un parlamento eletto proporzionalmente tutto si sarebbe risolto come una questione di pura routine. Ma la destra denunciò il fatto che la maggioranza non disponeva di una linea di politica estera unitaria e dei voti autosufficienti per implementarla. E minacciò di votare contro per fare cadere il governo. Conseguentemente la nostra posizione divenne vitale per il governo. Noi tenemmo la posizione. Ne discutemmo in segreteria, in direzione del partito, nel comitato politico nazionale e nei gruppi parlamentari. La posizione fu unanime. Non c’erano alternative ne possibili compromessi di nessun genere. Ma sapevamo anche che su quel tema la destra stava facendo un bluff di enormi proporzioni. Avrebbe si fatto cadere il governo, ma al prezzo di far saltare per anni l’allargamento della NATO, dimostrandosi così inaffidabile per il governo USA e per gli altri governi di destra europei. Nelle settimane che precedettero il voto ne successero di tutti i colori. Ed ovviamente i mass media si guardarono bene dal parlare del merito di cosa fosse realmente diventata la NATO, di cosa volesse dire allargarla ad est e quale politica militare ed estera fosse in gioco per l’Italia. Anche perché, tranne qualche eccezione, ad occuparsi per i giornali della vicenda non erano i redattori di politica estera bensì quelli di politica interna, e quasi nessuno di questi ultimi (posso dirlo sulla base delle mie molteplici conversazioni con loro) non sapevano che la NATO funzionava con il metodo del consenso e non a maggioranza, non conoscevano il suo Statuto, credevano che fosse stata istituita in risposta al Patto di Varsavia e non viceversa e così via. Per loro l’unico tema su cui scrivere e intervistare era relativo alla caduta del governo o meno. In quel trambusto a me, che mi occupavo in prima persona della faccenda, capitarono due cose. Che racconto perché altamente esemplificative, derogando alla regola che mi sono autoimposto di parlare il meno possibile delle mie esperienze personali.

La prima. Un altissimo dirigente del PDS mi fece il seguente ragionamento: se la destra pur essendo favorevole all’allargamento della NATO votasse contro per far cadere il governo voi potreste neutralizzare questa manovra, dichiarando di essere contro ed elencando tutti i motivi della vostra contrarietà, ma votando alla fine a favore per salvare il governo. Gli risposi che mi sembrava matto e che mi meravigliavo che considerasse normale anche la sola idea che i favorevoli ad una cosa potessero votare contro e viceversa.

La seconda. In una delle sedute preliminari al voto in commissione esteri, alla presenza del ministro degli esteri Dini, dissi chiaro e tondo che noi avremmo votato contro sia in commissione sia in aula. Che non c’erano mediazioni possibili di nessun tipo. All’uscita della seduta rilasciai dichiarazioni a tutte le agenzie di stampa e interviste a tutti i TG. Quella sera e il giorno seguente sulle Tv e sulla stampa l’annuncio che avevo fatto era nelle aperture con grande rilievo. Due giorni dopo la seduta della commissione sul Manifesto uscì un articolo nel quale si diceva che il PRC “aveva messo la sordina sulla questione della NATO” per non disturbare troppo il governo. Strabuzzai gli occhi leggendolo. Mi sembrava impossibile che il redattore (che per altro stimavo molto per le sue posizioni) non si fosse accorto che era successo esattamente il contrario. Gli telefonai e gentilmente gli chiesi conto di quanto aveva scritto, elencandogli le testate e i TG che avevano scritto e detto che il PRC si apprestava a far cadere il governo sulla NATO. Lui mi ripose, lasciandomi a bocca aperta, che aveva visto tutto ma che siccome ero stato io a parlare e non Bertinotti era sicuro che questo avrebbe portato ad un qualche aggiustamento dell’ultimo minuto gestito da Bertinotti in prima persona. Esternai il mio stupore e disaccordo e gli chiesi almeno di pubblicare un mio articolo sul merito della questione e non in risposta al suo. Mi disse di si. Inviai l’articolo, ma non venne mai pubblicato. Ovviamente noi votammo contro e la destra fece passare l’allargamento della NATO.

Chiunque voglia dilettarsi a leggere (ed è una lettura altamente istruttiva) le dichiarazioni di voto finali sull’allargamento della NATO in oggetto lo può fare seguendo questo link:

http://www.camera.it/_dati/leg13/lavori/stenografici/framedinam.asp?sedpag=sed377/s000r.htm

la mia dichiarazione è a pagina 43 dello stenografico.

Ecco! Come si vede i contenuti spariscono alla velocità della luce. Centrodestra e centrosinistra si dimostrano pronti a imbrogliare le carte fino al paradosso, perché il maggioritario partorisce in Italia coalizioni eterodosse ma poi pretende per la sua stessa logica che si comportino come partiti ultracompatti. Giornali e Tv non informano sulla natura della decisione da prendere, sull’oggetto della stessa e sui meccanismi democratici che presiedono alla decisione stessa, bensì sugli effetti di un voto trasfigurandolo in una specie di voto di fiducia sul governo. Le decisioni e le posizioni dei partiti, che bisognerebbe perlomeno leggere per poter informare lettori e telespettatori, non esistono, non contano. Qual che conta è la dietrologia, il processo alle intenzioni, la polemica di politica interna. Se una cosa non la dice il leader di Rifondazione, bensì il responsabile esteri del partito, gatta ci cova perfino per Il Manifesto! Figuriamoci per i talk show e per gli altri giornali.

 

Continua…

 

ramon mantovani

18 Risposte to “Morte ai partiti? (parte terza)”

  1. solo una cosa veloce: nella tua ricostruzione storica, che peraltro mi trova in larga parte d’accordo ( sopratutto quando parli degli anni 80 e del clima sociale che ha favorito l’avvento di Berlusconi) affermi che, caduto Berlusconi, le elezioni si sarebbero potuto facilmente vincerle sulla base del rifiuto della riforma pensionistica ecc ecc
    Fermo restando che di Dini e del suo governo penso le stesse cose che scrivi tu ritengo pero’ che Berlusconi avrebbe potuto presentarsi come vittima ( le lamentele sul ribaltone ce le ricordiamo tutti) e quindi intercettare molti voti: d’altronde Berlusconi e’ andato avanti per 20 anni con la storia del rifiuto opposto dal presidente Scalfaro alle elezioni…un motivo ci sara’…
    ciao

  2. caro pietro, forza italia si presentò effettivamente come vittima del ribaltone. ma non avrebbe potuto farlo se non ci fosse stato il ribaltone. e il presidente della repubblica mai e poi mai avrebbe potuto evitare le elezioni se l’opposizione le avesse proposte invece del governo tecnico. la campagna elettorale si sarebbe svolta sulle pensioni e sui litigi fra lega e forza italia.
    tutto qui
    un abbraccio

  3. giovanni Says:

    Caro Ramon,
    ineccepibile!! Sai bene che non ci divertiamo a darci ragione e preferisco trovare il pelo nell’uovo….ma quando il ragionamento e l’analisi si impongono con lucida , semplice, oggettiva verità solo chi è in malafede può negare l’evidenza. Posso,ma non è centrale in rapporto al tema,aggiungere che lo stesso meccanismo che trasforma la confezione in contenuto ( talk show-performances-comparsate) appartiene alle logiche della grande distribuzione dell’hari hari supermarket. Sugli scaffali si possono notare decine di prodotti dello stesso genere con decine di confezioni diverse ma con un contenuto pressochè identico! Anzi ,spesso,il produttore è uno solo che confeziona per marchi diversi.Non è un caso o una banalità con la stessa logica si domina l’offerta televisiva e la modalità di controllo degli ascolti( quasi sempre contraffatti sulla base di un calcolo distributivo e spartitorio). Se ben ti ricordi molti anni fa proposi in uno scambio non telematico ma “in carne” il logo di rifondazione consumista. Operare per rifondare il consumo è uno strumento di battaglia culturale che io non sottovaluterei,anzi che meriterebbe una seria riflessione. Scusandomi per la digressione,ricordo anche come l’offerta radiofonica sia mutata nel frattempo,mezzo che viene ancora ampiamente sottovalutato e che è stato monopolizzato per lo più da immondizia e propaganda,tranne qualche nicchia di qualità.

    Comunque non mi dilungo perchè non voglio uscire fuori tema e credo utilissimo e necessario fermare l’attenzione sul dato principale che hai molto ben rappresentato.

    Un grande abbraccio

  4. Andrea Says:

    Molto interessante, specialmente la ricostruzione del voto sull’allargamento della NATO. Una domanda: che senso aveva l’appoggio esterno a un governo con cui c’erano disaccordi così importanti in politica estera? E poi: perché tornare nel 2006 a fare un governo con le stesse forze e lo stesso presidente del consiglio? Rientra nella logica bipolare? Quanto ha pesato il voler conservare seggi, quindi poltrone nella logica delle alleanze?

  5. caro giovanni, il mercato, il consumismo, la pubblicità e così via sono imperanti. per quanto consustanziali al capitalismo furono tutti messi in discussione nei fatti, nelle rivendicazioni e nelle lotte del movimento operaio. soprattutto dal dopoguerra in poi. i diritti sociali, la pubblicità delle leve fondamentali in economia come banche, industrie strategiche, energia, informazione, l’idea di sobrietà e compatibilità ambientale dei consumi e così via furono spazzate via con la controffensiva capitalistica e con il pensiero neoliberista. non vi può essere un consumo sobrio e consapevole di massa se non si mettono in discussione i trattati di libero commercio, la finanziarizzazione, la natura privata dei settori produttivi strategici e il modello sociale fondato sulla competitività e l’individualismo. ovviamente sono contrario a non considerare lo specifico del consumismo e all’illusione che basti predicare contro il capitalismo. ma senza coltivare l’illusione che sia quello il bandolo della matassa da tirare per cambiare il mondo.
    ricordo che un nostro emendamento passato in aula non so più su quale provvedimento proibiva l’uso in pubblicità dei bambini. si scatenò un putiferio. credo sia ancora vigente. ma basta aprire la tv per dieci minuti per constatare cosa ne sia stato della sua applicazione.
    un abbraccio e grazie

  6. Non ho commenti, né obiezioni, ma sto leggendo con molto interesse ed anche curiositá, un’analisi che mi chiarisce tanti piccoli particolari mai presi in esame e che mi fornisce una visione d’insieme assai piú lucida.
    Grazie.
    Ciao.

  7. caro andrea, tu poni una questione sulla quale si discute da tempo immemore. che la discussione verta molto su questo è esattamente la dimostrazione della potenza della logica del maggioritario. io ormai ho detto e scritto tutto quel che potevo.
    a volte mi sembra di predicare nel deserto.
    sia chiaro che non è una critica rivolta a te. le tue domande sono domande che hanno una logica e sono proprie di moltissimi.
    ancora una volta risponderò. spero sinteticamente.
    il maggioritario in italia venne instaurato su un sistema istituzionale parlamentare e per superare una legge elettorale proporzionale. nella versione della legge “mattarellum” fondata sui collegi uninominali e con solo il 25 % di seggi proporzionali con sbarramento al 4 % alla camera e sui collegi uninominali al senato, per vincere le elezioni e impedire allo schieramento avversario di conquistare il governo bisognava che lo schieramento avverso alla destra di berlusconi presentasse un solo candidato in ogni collegio. non c’era, come ci sarà poi invece col “porcellum” l’obbligo di coalizione con indicazione del premier e programma allegato.
    così era la legge e così funzionava.
    gli elettori sapevano che nell’uninominale avrebbero deciso se avrebbe governato prodi o se avrebbe governato berlusconi.
    sottovalutare questa cosa o non considerarla affatto facendo finta che ci fosse un sistema proporzionale sarebbe stato un errore madornale. e cerco, per l’ennesima volta, di spiegare il perché.
    se noi avessimo detto: non possiamo fare nessun accordo con il pds ecc in italia non si sarebbe discusso per niente delle nostre motivazioni programmatiche e di contenuto. esattamente come nell’esempio della NATO che ti è sembrato interessante si sarebbe discusso solo del possibile effetto della nostra scelta: la vittoria di berlusconi. questo e solo questo sarebbe successo.
    inoltre in nessun collegio avremmo mai eletto un solo candidato perché pur avendo alle precedenti elezioni il 6 % dei voti pari a circa 2milioni 300mila voti in nessun collegio di camera e senato saremmo arrivati primi e nemmeno secondi, perché il nostro consenso era spalmato, al contrario della Lega, su tutto il territorio nazionale. nel proporzionale forse avremmo eletto una pattuglia di deputati (come facemmo nel 2001 ma ci ritorno) e dico forse perché con una campagna tutta giocata sul fatto che rifondazione forse avrebbe fatto vincere berlusconi andare sotto la soglia del 4 % era probabile. ma il vero punto non era tanto nei seggi, anche se non è indifferente per una forza comunista essere o non essere nelle istituzioni, quanto nella probabile vittoria di berlusconi.
    noi sapevamo, al contrario dei pds e soci, che berlusconi era egemone in italia, per effetto dei cambiamenti sociali ed economici. come ho ritentato di sostenere nell’articolo. vedevamo bene il rischio di un suo nuovo governo. e non dimenticare che il pds e soci non avevano mai governato e che promettevano mari e monti. una campagna elettorale tutta contro di noi avrebbe cancellato la difficoltà di berlusconi che non aveva un accordo con la lega. e gli italiani avrebbero pensato che eravamo pazzi a non coalizzarci contro la destra in nome di cose ideologiche, perché certamente tutti l’avrebbero buttata sul comunismo, e di proposte programmatiche totalmente controcorrente nell’opinione pubblica.
    perciò fummo noi a proporre la desistenza, senza accordo di governo e con il solo impegno a votare la nascita del governo nel caso i nostri voti fossero stati necessari. la desistenza era semplicemente usare l’uninominale contro la destra presentando un solo candidato e facendo convergere tutti i voti dei contrari a berlusconi su quello, essendo chiaro che si sommavano i voti dell’ulivo e di rifondazione. non che c’era una coalizione di governo. infatti ci presentammo con il nostro programma senza concordare alcunchè con prodi.
    i voti dimostrarono la giustezza di questa proposta, che per altro venne rifiutata diverse volte dall’ulivo e accettata all’ultimo solo perché sapevano dai sondaggi e dai loro terminali territoriali che avrebbero perso senza l’accordo con noi.
    il polo della destra, senza la Lega, prese il 40 % dei voti nell’uninominale. la Lega il 10 %. l’Ulivo e noi il 41 %. nel proporzionale noi prendemmo l’8,6 % pari a 3milioni 200mila voti.
    è evidente che senza la desistenza anche solo la metà dei nostri voti sui nostri candidati avrebbe fatto vincere berlusconi e non avrebbe eletto un solo deputato.
    ogni cosa che avesse fatto berlusconi al governo per tutti sarebbe stata colpa di rifondazione. per anni.

    continua…

  8. come in ogni cosa nella vita anche in politica bisogna sapersi confrontare con la realtà e non vivere sulle nuvole.
    se avessimo solo pensato ai seggi saremmo entrati nell’ulivo e ne avremmo avuti anche il doppio.
    ma noi, invece, tentammo, per altro riuscendoci di evitare un governo berlusconi e di misurare i nostri contenuti con il pds e con gli altri del centrosinistra. ed è quel che facemmo, come dimostra la vicenda NATO ed altre. e devi tener conto che essere contro l’allargamento della nato era assolutamente minoritario nel paese. purtroppo i nostri voti furono indispensabili al governo. dico purtroppo perché se non lo fossero stati tutto sarebbe stato più facile. avremmo incalzato il governo dall’oppsizione con i nostri contenuti e in sintonia con le lotte del paese, che in quel periodo erano poche e isolate. ma non fu così. e non per uno scherzo del destino. fu così perché berlusconi era molto più forte di quel che credevano quelli del pds.
    se avessimo pensato al partito preso in se avremmo accettato di entrare al governo con 4 ministri e 8 sottosegretari, come ci fu proposto. quale partito dice di no ad una simile cosa in nome delle differenze programmatiche?
    se avessimo pensato ai seggi e al partito avremmo perlomeno evitato di rompere col governo per evitare una scissione pesantissima. ma non lo abbiamo fatto. perché le nostre scelte tattiche ed istituzionali erano appunto tattiche e non strategiche. essendo che pensavamo che il paese avesse bisogno di uscire dal neoliberismo, per dirla sinteticamente, e non di governarlo in modo più moderato e presentabile di berlusconi.
    anche nel 2001, dopo 5 anni di governo dell’ulivo, dopo la guerra del kosovo, usammo la tattica della desistenza nei collegi uninominali. ma fu unilaterale. eleggemmo solo 11 deputati con il 5 % dei voti. quando rompemmo con il governo noi sapevamo bene che andavamo controcorrente e che ci sarebbe costato carissimo. solo dei compagni ingenui o genuinamente settari potevamo pensare che ci avrebbe fatto aumentare i consensi per effetto della chiarezza.
    ma era indispensabile farlo.
    lo stesso dicasi nel 2006. dopo 5 anni di governo berlusconi, le lotte sull’articolo 18 e sulla guerra in iraq e con la possibilità di fare un programma di governo decente non si poteva fare che l’accordo di governo.
    insomma, girala o rigirala come vuoi con il maggioritario qualsiasi cosa tu faccia hai una marea di controindicazioni. ma qualsiasi. è stupido far finta che se stai in un governo che fa politiche incompatibili con le tue non paghi prezzi altissimi. ed è altrettanto stupido far finta che se non fai nessun accordo facendo vincere lo schieramento di destra non paghi prezzi altissimi.
    poi io penso che con l’ultimo governo prodi dovevamo rompere quando era diventato chiaro che il governo tradiva il suo programma. lo proposi al voto e andai in minoranza. i geni che sognavano il partito unico della sinistra alla fine si ritrovarono a pagare tutti i prezzi nell’illusione di non pagarne nessuno. uccisi dall’essere stati zitti e subalterni nel governo, dal voto utile e dall’aver prospettato non l’unità fra diversi a sinistra bensì il nuovo per il quale tutti avrebbero dovuto sparire. dei geni!
    ma questa è un’altra storia.

    spero di essermi spiegato

    un abbraccio

  9. grazie a te patrizia

  10. giovanni Says:

    Certo ramon,
    intendevo proprio questo e condivido. Il tema del consumo è un veicolo ,un terreno di confronto ,una chiave di lettura utile e necessaria per una convinta e duratura battaglia culturale,insieme ad altre.Ho capito ciò che intendi e condivido spero che tu capisca la mia angolatura.Se no, ne parliamo .
    Un abbraccio e ……metti la quarta:)

  11. massimiliano Says:

    Ramon, cose molto giuste. Ma in questa analisi mi sembra che manchi una piu’ severa analisi degli errori del movimento operaio e della sinistra.
    I processi storici non sono solo fatalita’ inevitabili.
    Nell’affermarsi dell’ egemonia neoliberale ha sicuramente pesato anche una debolezza culturale e strategica del Pci.
    Nel disastro e della scomparsa della sinistra degli ultimi anni non credo si possa tacere della totale inadeguatezza del gruppo dirigente del Prc.
    Dico questo non per piangerci addosso, ma per capire cosa bisognerebbe fare oggi di diverso.

  12. ciao giovanni, capisco benissimo il tuo punto di vista. ho scritto quelle cose non in contraddizione con quel che avevi scritto tu. è solo una precisizione necessaria perché, come sai, la cantilena secondo la quale non c’erano più classi sociali bensì cittadini consumatori è stata devastante.
    un abbraccio

  13. caro massimiliano, hai ragione. perfettamente ragione. ma l’articolo, già iperlungo, non si propone di analizzare i problemi soggettivi della sinistra, se non per qualche accenno. ma nell’ultima parte, che posterò fra un bel po perché settimana prossima avrò altro da fare, ci tornerò.
    un abbraccio

  14. Bello! Volevo solo rispondere. Ho amato a fondo il tuo post. Continuate così grande ramonmantovani.wordpress.com.

  15. giovanni Says:

    Caro ramon,
    sto finendo il libro da te indicato,molto interessante davvero! A questo proposito mi sembra opportuno segnalare e divulgare un tema che ha molta rilevanza nel quadro dell’analisi di cui al libro e purtroppo molto sottovalutata.http://ansu.altervista.org/index.php?mod=read&id=1343000019. A questo indirizzo si può vedere una interessante intervista (l’ultima di una serie sul tema) è tutta in spagnolo e io ho potuto capire il senso e quasi tutto ma per te sarà certamente più agevole seguire anche le sfumature. Il tema trattato è di prima rilevanza e molto correlato alla logica di controllo globale e di nuove devastanti tecniche belliche che hanno come obbiettivo il controllo di fenomeni geofisici al fine di provocare devastanti disastri naturali(geo terrorismo). Non è uno scherzo seguo da anni questa vicenda credo sia l’ora di inziare una seria informazione sul tema.
    Un grande abbraccio

  16. Ramon,
    capisco tu debba difendere strenuamente la forma-partito e tutto ciò che essa incarna, data la tua esperienza quasi cinquantennale segnata da una militanza interamente vissuta attraverso l’imprescindibile organizzazione della rappresentanza, ma credo di doverti comunque segnalare alcuni errori che saltano agli occhi leggendo i tuoi post, senza ovviamente vederci malafede, ma con l’intento di apportare un contributo alla discussione.
    Innanzitutto, dov’è questo tanto temuto attacco alla democrazia rappresentativa, se anche i soggetti più “antipolitici” ai quali mi viene fatto di pensare – IdV e MCS – fanno tutto ciò che farebbe un partito e anche di più (si organizzano, hanno sedi, ricevono fondi, candidano cittadini, prendono voti e eleggono cittadini), legittimando quel sistema di rappresentazione della realtà e rafforzandolo? Rifondazione Comunista è un partito, sei d’accordo? Ma anche MCS lo è, così come SEL o il PD, o il “partito radicale transnazionale”, o La Destra: io penso che si debba essere proprio miopi per non vedere come le strutture atte a rappresentare il consenso attraverso la sintesi del voto o della semplice appartenenza siano aumentate di numero negli ultimi vent’anni, e non certo diminuite.
    C’è una spiegazione per questa tendenza? Secondo me, sì – ed è una spiegazione semplice e scritta nel dna della repubblica nata con la costituzione del ’48, oltre ad essere la ragione del tuo secondo errore: nella storia italiana i partiti precedono le istituzioni dello stato, cioè sono loro a creare gli organi repubblicani di governo dopo il ventennio fascista, sopravvivendo nei loro nuclei fondanti al medesimo. L’Italia è, senza farla troppo lunga, l’esempio più vicino a noi di Stato dei Partiti, o Parteienstaat: i partiti si strutturano compiutamente durante il primo ventennio del 20° secolo, gettano le basi di una prima divisione dei poteri dello stato liberale, vengono travolti dal regime, sopravvivono e fondano la repubblica. Sinceramente, come fai a non vedere questi passaggi? Il partito e la sua forma di militanza basata sulla certificazione dell’appartenenza caratterizza nel profondo il ‘fare politica’ in Italia, praticamente dall’età giolittiana ad oggi, contaminando anche i movimenti, come ci insegnano gli anni ’60 e ’70.
    Il terzo e conseguente errore che compi è quello di considerare i partiti come emanazioni della società civile, cosa che non può essere vera se sono veri i due punti precedenti. È chiaro che sono i partiti a dettare la linea a tutto ciò che agisce e pensa fuori dalla politica istituzionale, anche per quanto riguarda il senso di appartenenza a questo o a quel gruppo, sempre ben identificabile anche quando extraparlamentare. Le prassi partitiche hanno permeato talmente in profondità il concetto di militanza che addirittura le organizzazioni terroristiche decidevano attraverso comitati centrali e giudicavano mediante tribunali interni, oltre a riconoscersi in leader o segretari o presidenti che dir si voglia! Nel tuo discorso, sembra che sia la società a corrompere i partiti: è l’esatto contrario! Sono i partiti a costruire l’ambito sociopolitico in Italia, non il contrario.
    Spero di non averti annoiato

  17. ciao giovanni. no comment su questo post.
    un abbraccio

  18. caro ivan, io rispetto le posizioni anarchiche che si intravedono nel tuo post. e penso anche che vadano riconsiderate seriamente.
    tuttavia le critiche che muovi al mio scritto sono abbastanza infondate.
    mai detto o pensato che i partiti sono semplicemente emanazioni della società civile.
    in ogni fase storica e in ogni stato c’è un modello di partito che si afferma. e c’è una relazione tra il modello sociale e le dinamiche sociali e il tipo di partito che si afferma.
    è totalmente sbagliato pensare che la costituzione italiana sia una specie di riedizione del sistema liberale precedente il fascismo.
    come è totalmente sbagliato non vedere la mutazione della stessa politica e dei partiti prodotta dall’ultima fase capitalistica, e dalle conseguenti “riforme” del sistema politico, a cominciare da quelle elettorali.
    del movimento di grillo, dell’idv, di sel e di rifondazione non ho ancora parlato. lo farò, anche se non presto.
    insomma, sei tu che pensi che la parola partito identifichi qualcosa di immutabile nel tempo e nello spazio.
    la qual cosa ti porta perfino a non vedere l’attacco alla rappresentanza e alla repubblica parlamentare.
    se per te la politica e i partiti negli Usa e in italia negli ultimi 60 anni sono la stessa cosa allora vuol dire o che non sai o vuoi vedere le differenze, e soprattutto che pensi che comunque qualsiasi forma di rappresentanza e di partiti siano sbagliati e abusivi.
    ma non credo sia utile discutere all’infinito confrontando due tesi assolutamente inconciliabili a suon di semplificazioni ed esagerazioni.
    cmq eventuali altri post, per favore, mettili in coda all’ultimo articolo.
    solo per comodità. non per altro.
    ciao

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