Morte ai partiti? (parte prima)

È in atto una potentissima campagna distruttiva della democrazia rappresentativa. L’obiettivo è compiere definitivamente il passaggio ad una “democrazia” autoritaria, priva di qualsiasi riferimento sociale, tecnocratica in quanto esplicitamente priva di alcun potere reale in economia.

La effettiva forza ed ampiezza di tale campagna si deve a due fattori, che tenterò di analizzare spero non superficialmente.

1) la sintonia (e quindi l’apparente oggettività e naturalità) dei progetti autoritari e tecnocratici con l’evoluzione del sistema economico e politico e soprattutto con il modello sociale prodotto, negli ultimi trenta anni, dalla globalizzazione capitalistica.

2) la degenerazione, dei partiti prodotta dal triplice effetto dei mutamenti economico-sociali,  dai referendum contro il proporzionale degli anni 90 con il conseguente passaggio al sistema “bipolare” e, infine, dalla spinta complessiva dei mass media che ha partorito la “politica spettacolo”.

Senza la bussola della ricerca dei nessi fra diversi fattori ed avvenimenti e soprattutto senza un’analisi delle cause profonde dei processi politici si finisce, come capita di vedere a chiunque legga i giornali e assista ai talk show televisivi in questi giorni, con lo scambiare gli effetti per le cause. Arrivando a descrivere una realtà virtuale nella quale ogni fatto è il semplificato prodotto delle azioni di poche persone (i leader) e non il prodotto, appunto, dell’ambiente nel quale nasce, si sviluppa, si compie e delle forze concrete che in esso si muovono.

In questo scritto tenterò anche di confutare alcuni luoghi comuni imperanti circa il finanziamento pubblico ai partiti, le preferenze e il cosiddetto “parlamento dei nominati”, le primarie, la “legalità”, la “democrazia diretta” referendaria e la “vera” informazione politica.

 

Gli antecedenti

 

Le istituzioni politiche, i parlamenti, i sistemi politici ed i partiti non sono mai astratti. Non esiste un loro predominio assoluto sulla società tale da plasmarla secondo la loro volontà. Sono il riflesso complesso dei rapporti sociali, dei poteri economici, della cultura dominante. E a loro volta li influenzano in un costante rapporto dialettico. Possono essere la mera incarnazione del dominio elitario di una classe sociale con il corollario ideologico liberale (nella storia volentieri tradito e contraddetto dalla borghesia se minacciata nei suoi privilegi, fino all’aberrazione del fascismo e del nazismo) o il luogo (mai neutro) della competizione e della mediazione fra interessi di classe diversi e contrapposti, sulla base di un compromesso e di un modello sociale condiviso.

So bene che queste affermazioni sono incomplete ed anche sommarie. Tuttavia sono, secondo me, inconfutabili ed indispensabili.

Mi basta fare un esempio per spiegarmi meglio.

Da ormai molto tempo in Italia la “democrazia americana” è indicata come esempio da seguire, come la democrazia migliore e più chiara. L’ho sentito dire ancora, di recente, dal guru televisivo Michele Santoro. Si parla della elezione “diretta” del Presidente degli USA come di una reale e concreta possibilità di decisione da parte degli elettori. In pensosi articoli sui maggiori quotidiani e in innumerevoli disquisizioni nei talk show (soprattutto quelli considerati antiberlusconiani) si paragona sempre la “confusione” e “instabilità” del sistema italiano composto da “troppi” partiti con la linearità e chiarezza di quello USA. I mass media seguono passo a passo con grande rilevanza le primarie, descritte come immensamente democratiche. Ognuno/a può fare appello alla propria memoria e verificare se ciò che ho appena scritto è falso oppure esagerato.

Orbene, non bisogna essere uno studioso o un accademico per sapere che il sistema istituzionale ed elettorale degli USA è ancora oggi sostanzialmente lo stesso di quando votavano poche centinaia di migliaia di maschi (circa 350mila su 10 milioni di abitanti degli stati che allora componevano gli USA nel 1824), o pochi milioni, sempre di maschi, dopo la fine della guerra civile (circa 5 milioni su 40 milioni nel 1870). Gli elettori non votano affatto direttamente per il Presidente. Votano per eleggere i delegati di ogni stato ad una assemblea che poi voterà effettivamente il Presidente. Ma in ogni stato tutti i delegati vengono assegnati alla lista che prende anche un solo voto in più dell’altra. Può succedere, ed è successo nel 2000, che un candidato prenda 600mila voti in più dell’altro ma che non venga eletto perché l’altro ha conquistato più delegati. Dopo il suffragio universale femminile degli anni 20 solo nel 1965 è stata cancellata la “prova” che gli aspiranti elettori dovevano sostenere per dimostrare di  non essere analfabeti, di parlare inglese e di possedere un minimo di cultura. Ma ancora oggi per votare bisogna andare ad iscriversi alla lista elettorale. Non c’è alcun automatismo fra cittadinanza e diritto di voto. Normalmente i partiti, che dato il sistema non possono essere che due, scelgono i candidati con elezioni primarie. Ma non c’è norma costituzionale o legislativa che regoli le primarie, che infatti possono essere fatte in molti modi diversi. Anche le primarie hanno però generalmente un sistema analogo a quello elettorale presidenziale. Ogni stato vota i delegati alla convenzione del partito secondo il principio piglia tutto del maggioritario (ma non lo stesso giorno) e in corso d’opera i rivali, che magari si sono anche insultati a lungo, si mettono d’accordo per spartirsi presidenza, vicepresidenza e posti nell’eventuale governo, alla faccia dei partecipanti alle primarie degli stati nei quali si era già votato prima dell’accordo. Come è noto le campagne per le primarie e per le presidenziali sono esplicitamente finanziate da banche, multinazionali, assicurazioni, industrie e potentati vari a suon di centinaia di milioni di dollari. Gli elettori delle primarie, come poi delle presidenziali, non possono fare altro che essere tifosi di un candidato. Non hanno alcuno strumento per decidere null’altro che non sia il voto al loro leader.

Così si vota negli USA. La spudoratezza di chi indica questo sistema come “la più grande e migliore democrazia del mondo” è propria degli imbroglioni. Non certo di chi ha a cuore la partecipazione della cittadinanza alle decisioni politiche.

Anche in Italia votava una piccola parte della popolazione (maschile). Nel 1900 circa 1 milione 400mila su 33 milioni e mezzo di abitanti contro i circa 14 milioni su circa 77 milioni di abitanti degli USA. Il paragone è fra votanti e popolazione assoluta giacché è impossibile fare un paragone corretto sugli “aventi diritto”. Basti dire che in Italia gli “aventi diritto” iscritti alle liste elettorali nel 1900 erano solo 2 milioni e mezzo su 33 milioni e mezzo di abitanti. Nel 1948, con il suffragio universale femminile in entrambi i paesi, in Italia votano circa 27 milioni su circa 46 milioni di abitanti e negli USA circa 49 milioni su circa 150 milioni di abitanti.

Chiunque sia minimamente in buona fede e creda (al contrario che il sottoscritto) che la democrazia si misuri sostanzialmente con le elezioni dovrebbe trarre da questi semplici dati alcune banali considerazioni.

È evidentissimo che un sistema politico ed elettorale nato per scegliere il personale di governo con i voti di una elite è organizzato in un certo modo e non in altri. Nella elite dominante negli USA avevano tutti gli stessi interessi e concezione della società. Le differenze erano minime e comunque non c’era antagonismo. Il sistema della scelta dei delegati statali e della convenzione nazionale sia per le primarie sia per le elezioni vere e proprie era coerente con la base elettorale che doveva essere rappresentata. I due partiti sono sempre stati due grandi comitati elettorali e basta. Nulla a che vedere con i partiti previsti nella costituzione italiana. Anche in Italia quando votava solo l’elite il sistema era maggioritario (e si potevano perfino votare, con il sistema delle preferenze, candidati di liste diverse allo stesso tempo). A dimostrazione che quando vota l’elite il sistema è congeniale alla selezione dei rappresentanti dell’elite e basta. Si tratta cioè più di scegliere persone che indirizzi e opzioni alternative fra loro. Nel 1900 il Partito socialista prese il 6,5 % e le due liste principali furono “Ministeriali” (58,27 %) e Opposizione Costituzionale (22,83 %).

Che negli anni 2000 negli USA si voti con un sistema identico a quello che c’era quando votava solo l’elite, che sia ancora necessario andare ad iscriversi alle liste per poter votare, che possa vincere chi prende meno voti assoluti, che i partiti esistano solo per le elezioni ecc non è solo una tradizione curiosa. È l’effetto del modello sociale individualistico e totalmente subalterno al mercato ed al tempo stesso è causa della sua perpetuazione. Se in Italia nel 1948 vota la maggioranza assoluta della popolazione e addirittura il 92,2 % degli aventi diritto è l’effetto della sconfitta del fascismo, dell’affermarsi di un diverso modello sociale e soprattutto di una concezione della democrazia fondata sulla rappresentanza di interessi diversi ed antagonistici fra loro. Al netto della nascente guerra fredda, dei suoi riflessi sulla campagna elettorale e perfino delle scomuniche del Vaticano a chi votava Fronte Popolare, che comunque erano dimostrazioni che alle elezioni si poteva scegliere fra opzioni realmente alternative, la partecipazione fu il dato saliente. I partiti erano di massa, organizzati e radicati sul territorio, funzionavano sulla base di regole democratiche al proprio interno e selezionavano rappresentanti sulla base della loro qualità e del ruolo che avrebbero dovuto svolgere nelle istituzioni. Il Partito comunista e quello socialista eleggevano lavoratori in gran quantità. A dispetto e non grazie alle preferenze, previste nella legge elettorale. Torneremo ancora sulla questione delle preferenze. Ma vale la pena qui di ricordare che quando si discusse la legge elettorale dopo la guerra in Italia ci fu una fortissima divisione fra proporzionalisti e uninominalisti. I proporzionalisti erano comunisti, socialisti e altri progressisti, gli uninominalisti erano i liberali ed altri conservatori. Le abili mediazioni di Nenni, che era il Presidente della commissione incaricata di elaborare la legge elettorale per la Costituente, e i rapporti di forza che vedevano soccombere i liberali portarono ad un compromesso: legge elettorale proporzionale alla Camera con preferenze, uninominale con correzione totalmente proporzionale al Senato. In altre parole le preferenze entrarono nella legge elettorale per la necessità di raggiungere un compromesso con i conservatori e i nostalgici del sistema fondato sulla elezione delle persone invece che dei partiti. Le preferenze sono nate cioè come rimasuglio del sistema elitario antecedente la guerra. Mentre i comunisti e, fino ad un certo punto, i socialisti bloccavano di fatto le proprie liste con le indicazioni delle preferenze date dalle direzioni dei partiti (rispettate da centinaia di migliaia di iscritti) e con il divieto assoluto di svolgere qualsiasi campagna personale per i candidati, è difficile non vedere come negli altri partiti le preferenze portarono velocemente ad una loro degenerazione localistica e correntizia, per non parlare delle clientele e dei voti di scambio con la mafia.

 

Ma sul tema delle preferenze torneremo più avanti.

 

Intanto, a questo punto, dovrebbe essere chiaro che non esiste un sistema politico istituzionale che non contenga dentro di se i segni del modello sociale ed economico che dovrebbe rappresentare e governare.

 

Sull’Italia del dopoguerra, sul sistema economico fondato sulla produzione di beni materiali e non sulla speculazione finanziaria, sul modello sociale fondato sul mercato interno, sulla concezione dinamica del conflitto sociale e di classe come motore della modernizzazione del paese ecc. ho già scritto lungamente nell’articolo diviso in due parti pubblicato qui su questo blog nel settembre del 2010 dal titolo: “perché dovremmo dividerci fra settari e governisti?”.

Posso quindi evitare di ripetermi.

 

Vale la pena di ricordare brevemente che i partiti erano di massa, organizzatissimi e radicati in ogni angolo del paese. Erano catalizzatori della partecipazione popolare al governo della cosa pubblica, promotori di cultura e luogo di discussioni serie ed approfondite su ogni aspetto della vita del paese. Erano democratici al loro interno nel senso che ci mettevano mesi a fare una discussione congressuale capillare che permetteva ad iscritti ed anche simpatizzanti di partecipare effettivamente alla determinazione della linea politica e alla scelta dei dirigenti. Rappresentavano classi e comunque, anche per i partiti interclassisti come la DC, pezzi di società ben definiti. I rapporti fra i partiti erano quindi rapporti di scontro o alleanza fra classi sociali e categorie sociali. La repubblica parlamentare che considerava il governo, per quanto importante fosse, secondario rispetto al parlamento era tale proprio perché in parlamento le alleanze finalizzate alla conquista di obiettivi potevano e dovevano realizzarsi più facilmente. Si potrebbe fare un lunghissimo elenco delle cose che le mobilitazioni popolari e sindacali conquistarono con il varo di leggi votate in parlamento a dispetto del governo in carica o con una divisione esplicita delle forze che sostenevano il governo sul merito della decisione presa. Il sistema proporzionale induceva i cittadini a votare per il partito nel quale si riconoscevano per ideologia, per appartenenza di classe, e del quale condividevano il programma politico. I cosiddetti “costi della politica” erano immensamente inferiori a quelli di oggi. L’informazione della carta stampata, per quanto di parte fosse, non era scandalistica ed era improntata al commento e al dibattito sulle posizioni e atti compiuti dai partiti e non sulle dietrologie e sui capricci dei leader. La televisione pubblica, pur dominata dalla democrazia cristiana, in occasione delle elezioni doveva dare lo stesso spazio a tutti i partiti concorrenti in tribune elettorali dove erano bandite le urla, le invettive, le interruzioni continue e dove i giornalisti facevano il loro mestiere consistente nel fare domande, anche maliziose e cattive, e non nel condurre il gioco facendo fare ai politici la parte in commedia decisa da loro.

Ovviamente non mancavano fenomeni degenerativi, corruzioni, scandali, clientele e così via.

Tuttavia erano, questi fenomeni, contradditori con la natura del sistema politico elettorale. Non esisteva il finanziamento pubblico ai partiti e perfino i dollari e i rubli che arrivavano alla DC, PSDI, PRI, PLI, e al PCI e al PSIUP da USA e URSS, dentro lo scontro determinato dalla guerra fredda, erano una minima parte delle entrate dei partiti, che tesseravano milioni e milioni di persone, organizzavano feste e mille attività di autofinanziamento. La corruzione riguardava solo ed esclusivamente i partiti di governo. Ma non è qui il caso di svolgere un’approfondita analisi del fenomeno della corruzione in quegli anni. Mi limito a dire che era un fenomeno abbastanza diverso da quello che si svilupperà negli anni 80 e 90. Già negli anni 70, quando comincia potente la controffensiva del capitalismo, cresce una borghesia finanziaria e dedita alla speculazione e alla rendita immobiliare piuttosto che alla produzione di beni e merci. Sono le mutazioni del sistema economico e le loro conseguenze sociali (modificazione della cultura dominante, crescita del consumismo, dell’individualismo e così via) a produrre mutazioni genetiche nei partiti. Non il contrario. Il PSI di Craxi sposa scientemente gli interessi della borghesia vincente. E lo fa sia rompendo con il marxismo, sia cancellando i simboli storici, sia promuovendo il leaderismo, sia esaltando il “decisionismo” e l’obiettivo del governo come assoluto e privo di qualsiasi coerenza con i contenuti propri di un partito di sinistra.

Chiunque pensi, e sono in tanti, che i partiti sono degenerati nella “prima repubblica” senza vedere i nessi con la mutazione dei poteri economici reali e della loro dislocazione, alimentando l’idea che la politica istituzionale sia qualcosa di separato dalla società e dai poteri che in essa agiscono o è imbecille o è in malafede. E come sempre chi crede fanaticamente in cose infondate è sempre più pericoloso di chi finge di crederci per tornaconto personale o momentaneo.

Non lo faccio quasi mai. Ma qui voglio mettere un citazione di Enrico Berlinguer. Che era una posizione del partito, contrastata però dalla corrente migliorista capeggiata da Napolitano.

Si tratta di una lunga e famosa intervista rilasciata ad Eugenio Scalfari su “Repubblica” nel luglio del 1981.

Eccone alcuni stralci. Ma vale davvero la pena di leggerla attentamente tutta.

 

I partiti non fanno più politica“, mi dice Enrico Berlinguer, ed ha una piega amara sulla bocca e, nella voce, come un velo di rimpianto…

Politica si faceva nel ‘ 45, nel ‘ 48 e ancora negli anni Cinquanta e sin verso la fine degli anni Sessanta. Grandi dibattiti, grandi scontri di idee, certo, scontri di interessi corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. Che passione c’era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante! Soprattutto c’era lo sforzo di capire la realtà del paese e di interpretarla. E tra avversari ci si stimava. De Gasperi stimava Togliatti e Nenni e, al di là delle asprezze polemiche, ne era ricambiato.

Oggi non è più così?
Direi proprio di no: i partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia.

La passione è finita? La stima reciproca è caduta?
Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.
È quello che io penso.

Per quale motivo?
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.”

E ancora:

“Veniamo all’altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.
In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l’andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito “diverso” dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.

Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C’è da averne paura?
Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all’equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

Mi pare che incuta paura a chi ha degenerato. Ma vi si può obiettare: voi non avete avuto l’occasione di provare la vostra onestà politica, perché al potere non ci siete mai arrivati. Chi ci dice che, in condizioni analoghe a quelle degli altri, non vi comportereste allo stesso modo?
Lei vuol dirmi che l’occasione fa l’uomo ladro. Ma c’è un fatto sul quale l’invito a riflettere: a noi hanno fatto ponti d’oro, la Dc e gli altri partiti, perché abbandonassimo questa posizione d’intransigenza e di coerenza morale e politica. Ai tempi della maggioranza di solidarietà nazionale ci hanno scongiurato in tutti i modi di fornire i nostri uomini per banche, enti, poltrone di sottogoverno, per partecipare anche noi al banchetto. Abbiamo sempre risposto di no. Se l’occasione fa l’uomo ladro, debbo dirle che le nostre occasioni le abbiamo avute anche noi, ma ladri non siamo diventati. Se avessimo voluto venderci, se avessimo voluto integrarci nel sistema di potere imperniato sulla Dc e al quale partecipano gli altri partiti della pregiudiziale anticomunista, avremmo potuto farlo; ma la nostra risposta è stata no. E ad un certo punto ce ne siamo andati sbattendo la porta, quando abbiamo capito che rimanere, anche senza compromissioni nostre, poteva significare tener bordone alle malefatte altrui, e concorrere anche noi a far danno al Paese.”

Si può leggere l’intera intervista su questo link:

http://www.enricoberlinguer.it/scritti-discorsi-incontri-1972-1984/i-partiti-sono-diventati-macchine-di-potere/

 

Vorrei far notare, en passant, che allora Berlinguer e il PCI erano, esattamente per queste posizioni, considerati “vecchi”, “nostalgici”, “ideologici”, “presuntuosi”, “moralisti” da una messe di commentatori politici, giornalisti, personaggi e personaggini dello spettacolo, che cominciavano ad imperversare sulle TV berlusconiane ed anche sulle due reti RAI controllate da DC e PSI. Chi ha conservato un minimo di memoria sa che molti degli attuali fustigatori dei partiti, a quei tempi erano fustigatori del PCI ed entusiasti apologeti della “modernità” della politica di stampo leaderistico e personalistico. Consideravano perfino “moderno” che i politici cominciassero ad andare, come negli USA, alla tv a cantare e ballare, a raccontare barzellette, a parlare dei loro passatempi privati, a tifare per le squadre di calcio. “Gli elettori hanno il diritto di sapere chi sono i politici nella loro vita privata” era la giustificazione più gettonata.

Il PSI, ormai partito di Berlusconi, Ligresti, Cabassi, avendo un retroterra di sinistra imbastì una campagna che durò anni, contro il PCI e contro la sua storia. I dirigenti del PSI sapevano bene che presso gran parte del popolo il PCI era effettivamente considerato “diverso”, nel senso di non corrotto, e allora scatenarono uno scontro ideologico contro la stessa memoria di Togliatti, contro il “moralismo” proprio di chi, secondo loro, aveva una concezione totalitaria e autoritaria.

Nel corso degli anni 80 cominciarono le vere sconfitte del movimento operaio. Alla vertenza FIAT seguì l’attacco alla scala mobile. La resistenza di chi doveva difendersi da questi attacchi era considerata “conservatrice” e non capace di capire la necessità dei sacrifici da compiere sull’altare della “modernizzazione” del paese. Il PCI considerò impossibile l’obiettivo del governo, data la situazione sociale e soprattutto dati i possibili interlocutori di un eventuale governo. E allora dall’interno e dall’esterno del PCI giù attacchi forsennati alla prospettiva della “opposizione”. La famosa frase “non vogliamo morire democristiani” è il frutto avvelenato di una campagna ideologica e politica potentissima scatenata contro il PCI.

Se consideri il governo l’obiettivo qualsiasi contenuto va bene pur di raggiungerlo. Se consideri il contenuto dell’azione di governo l’obiettivo tutto puoi fare tranne che allearti e formare un governo con chi propugna contenuti totalmente contrari ai tuoi.

Questa banalità divideva chi, sulla base di una rigorosa analisi dei rapporti di forza sociali e della cultura dominante (chi non ricorda la Milano da bere?), prospettava una battaglia di lungo periodo dall’opposizione da chi voleva “vincere” proprio mentre le classi e i settori sociali di riferimento stavano perdendo, per andare al più presto al governo e per “non morire democristiani”.

Questa fu la divisione che spezzò il PCI e portò alla sua dissoluzione. Del resto, anche con Berlinguer in vita, l’opposizione sorda alla “svolta” compiuta nei primi anni 80 dal PCI crebbe notevolmente. Il “partito degli amministratori” si sentiva pronto per governare il paese e mal tollerava l’idea che ci fosse una analisi che prevedeva una lunga fase di opposizione. Morto Berlinguer il piano inclinato che portò all’abbandono della “diversità” e all’omologazione del PCI al sistema dei partiti, fino all’atto finale dell’abbandono dell’identità comunista, fu senza rimedio.

In quegli anni i partiti di governo, che Berlinguer descrive già in quel modo all’inizio degli anni 80, conobbero una potentissima trasformazione in senso peggiore. Da un lato furono puri rappresentanti degli interessi del capitalismo finanziario e speculativo emergente, con il corollario corruttivo puramente congeniale al sistema economico che si andava affermando, e dall’altro lato, anche in virtù della “convenzio ad escludendum” ebbero un potere di occupazione e di gestione della cosa pubblica praticamente senza limiti. Il PSI, che aveva un terzo dei voti del PCI, contava molto di più di quest’ultimo. Sia per il “peso” derivante dal rappresentare gli interessi dei poteri forti emergenti in economia, sia perché nel sistema elettorale godeva della rendita di posizione derivante dall’essere l’ago della bilancia. Negli anni di governo riuscì ad essere contemporaneamente il migliore alleato della DC (e soprattutto della parte della DC che voleva abbandonare ogni legame sociale in favore della pura rappresentanza degli interessi del capitalismo finanziario) e l’unico e apparente possibile competitore della DC. Praticamente la dialettica fra governo e opposizione si svolgeva all’interno della compagine dei partiti che sulla politica economica e sociale la vedevano allo stesso modo. E così presentavano la situazione i mass media, anch’essi direttamente di proprietà del capitale emergente finanziario.

Esattamente negli anni dalla sconfitta operaia e popolare galoppa la corruzione, la occupazione lottizzatrice di ogni cosa, la degenerazione dei partiti in luoghi di mera gestione del potere, la trasformazione della militanza in “carriera” e così via. Nemmeno il PCI, a livello locale, è esente da questo andazzo. Basti pensare alle organizzazioni locali governate dai miglioristi come quella di Milano.

Proprio lo scioglimento del PCI, per poter avere un partito che si proponesse di andare al governo mentre le classi subalterne del paese venivano sconfitte e massacrate, unitamente alla fine della guerra fredda, spalancarono le porte al processo che porterà alla fine della “prima repubblica”. Da molti anni tutti, ma proprio tutti, sapevano che ormai la gestione della cosa pubblica da parte dei partiti era improntata alla soddisfazione di appetiti delle più disparate lobbies, dei costruttori dediti alla rendita fondiaria, delle agenzie finanziarie speculative, delle grandi multinazionali. Il PSI di Craxi fu all’avanguardia di questo processo. Come abbiamo già ricordato guidava il processo di “modernizzazione”. Sembrava il partito più incline a pensare ad una politica nuova, più chiara, più efficace e soprattutto meno legata a principi e valori considerati obsoleti. I congressi nazionali di questo partito erano vere e proprie sarabande spettacolari. Hostess in minigonna, volti noti dello spettacolo (i famosi nani e ballerine), costruzioni megalomani di palcoscenici disegnati dagli architetti di moda (e spesso commissionari di molti appalti pubblici) e soprattutto apoteosi per il “capo”. Per il segretario che veniva eletto “per acclamazione”. Gli operai erano “in via di estinzione” ed emergevano pubblicitari, disegnatori di moda, faccendieri ed intermediari di ogni tipo. Mentre negli USA imperversava “l’edonismo reganiano” in Italia il PSI ne incarnava l’essenza. Era da “vecchi”, “nostalgici” e “dogamatici” parlare di classi sociali, di operai. Discutere democraticamente dentro e fuori dei partiti era considerato “noioso” e il linguaggio “politichese” doveva essere sostituito da battute fulminanti, da semplificazioni, da iperboli. Il finanziamento pubblico dei partiti, istituito a metà degli anni 70 a seguito di alcuni scandali che in confronto a quelli che verranno erano pure quisquiglie, era palesemente una percentuale insignificante delle spese che i partiti di governo sostenevano per le campagne elettorali, per le sedi ultralussuose, per la gestione di enormi apparati. Ma c’era ancora un ostacolo sulla strada dell’omologazione del sistema politico ed istituzionale alla realtà economica e sociale ormai dominante. Era il sistema elettorale proporzionale e soprattutto la natura parlamentare della repubblica.

Non era “moderno” che potesse cambiare la compagine governativa durante la legislatura. Non era moderno che i partiti in parlamento negoziassero e facessero compromessi o si scontrassero, con le lunghezze dovute alla complessità di tali operazioni. Ci voleva “decisionismo”, velocità e “chiarezza”. Il “consociativismo” con il quale l’opposizione aveva nei decenni passati ottenuto grandi risultati, cambiando in meglio la vita di decine di milioni di lavoratori, non andava più bene. Alla competizione esasperata con cui funzionava sempre più la società doveva corrispondere la competizione fra due opzioni che si alternassero al governo. Non fra opzioni alternative relativamente al modello economico e sociale, bensì fra aggregazioni aventi l’unico scopo di gestire l’esistente accettandone compatibilità e modello.

Tutto ciò era maturo. I cambiamenti economici, sociali e culturali avevano riplasmato la natura dei partiti di governo, e lo stesso PCI non c’era più essendoci al suo posto un vago partito di sinistra, non più comunista proprio perché questo era il presupposto minimo per poter aspirare ad essere “moderno” e a governare l’esistente separando le proprie fortune da quelle delle classi subalterne.

Tangentopoli, e non ha proprio nessuna importanza stabilire quanto fossero consapevoli i giudici dell’uso che si sarebbe fatto delle loro inchieste penali sulla corruzione, fu l’occasione tanto attesa e sperata per sbarazzarsi facilmente del tipo di partiti previsto dalla costituzione, della natura parlamentare della repubblica. Un referendum promosso da Mario Segni, e fortemente sostenuto dagli apprendisti stregoni del PDS, segnò il passaggio dal sistema proporzionale a quello maggioritario.

Paradossalmente gli effetti di tangentopoli che avevano cominciato a colpire duramente i partiti di governo furono riversati sul proporzionale, come se la corruzione fosse dovuta al sistema elettorale e non al sistema economico. I partiti più corrotti sparirono ma i loro esponenti poterono riciclarsi tranquillamente nel “nuovo” sistema. I corruttori non pagarono alcun dazio ed anzi uno dei loro massimi esponenti, già indagato per una caterva di reati di corruzione, fondò Forza Italia e poco tempo dopo diventò Presidente del Consiglio.

 

Continua…

 

ramon mantovani

14 Risposte to “Morte ai partiti? (parte prima)”

  1. Bel lavoro compagno. Ogni tanto bisogna sistematizzare le cose e rimetterle in un quadro d’insieme, altrimenti non si capisce niente del presente e dei processi in corso

  2. Un descrittivo storico ineceppibile. Ricordiamoci che questo paese, però…è borghese e vaticanista. Cari saluti.

  3. pietro Says:

    cronistoria ineccepibile: con due obiezioni la prima e’ che piu’ che il disfacimento e l’attacco portato ai partiti in questo momento contano l’attacco portato alle persone ai lavoratori che sul luogo di lavoro devono accettare tutto per paura di essere licenziate ( vedi abolizione art 18) e, certamente, non hanno piu’ nessuno che li rappresenti in sede politica.
    LA SECONDA e’ che in fondo penso che avevano e hanno ragione i libertari e gli anarchici quando dicono che il vero male della storia umana e’ il potere che e’ sempre potere del piu’ forte economicamente e socialmente.
    saluti

  4. giovanni Says:

    Caro Ramon,
    proprio così,sarà lunga ma insistere sulla chiarezza è l’unica via per
    una politica “antisismica”. Parlare “male” dell’america (usa) è quasi impossibile,ovunque ! Proprio l’altra sera in una cena di “professionisti” che commentavano la decadenza della nostra democrazia e la rilevante quota di astensionismo,come parametro della naturale fuga dalla politica,sono stato assalito quando sottolineavo che l’astensionismo negli usa è assai più elevato e parte storica del modello democratico tanto osannato.Parlare male degli usa ( cioè ricordare la ridicola democrazia che presumono di rappresentare) basta per essere considerato un terrorista.
    L’intervista a Berlinguer è bella assai ero all’estero all’epoca e non la conoscevo,un bel regalo.Vai con la seconda parte appena puoi
    ottimo lavoro,mancava!
    Un grande abbraccio

  5. grazie alfio e salvatore.

  6. caro pietro, scusa ma non capisco l’obiezione. il fatto che abbia scritto un articolo sull’americanizzazione della politica italiana e sulla crisi dei partiti non significa che pensi che l’attacco alle condizioni del lavoro conti di meno. penso che esista un preciso nesso tra la crisi della democrazia rappresentativa e la separazione della politica dalla società. se gli attacchi ai lavoratori sembrano “oggettivi” ciò è dovuto all’egemonia del capitale ed anche al fatto che chi prima rappresentava gli interessi dei lavoratori pensa oggi che effettivamente i “sacrifici” che i lavoratori devono fare siano inevitabili. basta guardarsi in giro per vedere che ci sono ormai numerosi progetti politici tutti improntati al “nuovo”, tutti dediti a parlare di come devono funzionare ed essere finanziati i partiti, tutti ad osannare la “società civile”, tutti alla ricerca di un leader salvifico, tutti ad anteporre la questione delle “alleanze” ai contenuti, tutti, insomma, interni all’idea che la politica è una tecnica elettorale e non uno strumento per la modificazione della realtà. ma forse, anche se hai usato la parola obiezione siamo d’accordo.
    sulla seconda questione hai perfettamente ragione. tutta la sinistra ha sempre difettato nella critica del potere. fino all’incredibile tradimento di idolatrare lo stato e il potere. il movimento operaio quando ha conquistato il potere non lo ha modificato fino a riportarlo nelle mani della società. il potere esercitato dall’alto e la concezione dello stato nelle società dell’est europeo, e non solo, non hanno prodotto la democratizzazione integrale bensì replicato la concezione borghese del potere. è vero che la guerra fredda, le aggressioni, le minacce, sono state impedenti una effettiva modificazione del potere in senso rivoluzionario. ma una cosa è sapere di essere costretti ad una competizione militare e ad una centralizzazione del potere ed un’altra è fare l’apologia di simili scelte come se fossero le più avanzate in assoluto.
    del resto la estinzione dello stato di cui parlavano marx e lenin sono state preso omesse nella dottrinaria riduzione e trasformazione del marxismo e del leninismo a dogma.
    penso anch’io che andrebbe recuperato il pensiero libertario. e penso che l’esperienza zapatista, ancora vivissima, e la sua critica del potere sia utilissima in tal senso.
    un abbraccio

  7. grazie giovanni. andare controcorrente e non adeguarsi ai luoghi comuni densi di mistificazioni e falsità è un dovere per chi abbia un minimo di spirito critico.
    un abbraccio

  8. caro Ramon,

    certamente tocca aspettare la seconda parte per una discussione complessiva. Tuttavia mi viene da domandarti, per il presente, cosa ne pensi sul martellante dibattito in corso sul finanziamento pubblico ai partiti. A mio avviso la campagna anti-casta, anti-politica e anti-forma partito è al suo apice ed è di carattere decisamente reazionario. Il doc della direzione dice giustamente che occorre aggredire il problema, ma non specifica bene come, con quali proposte concrete (oltre io direi alle tante, vedi doc di Carrara, che già abbiamo anche approvato, ma stentiamo ad applicare). In particolare, chiedo senza polemica, cosa si intende di preciso quando si dice “finanziamento dell’attività politica” e non solo dei partiti? Credo che serva evitare di rincorrere movimenti sulla cresta dell’onda su questi temi, sono convinto che prendere posizione contro il finanziamento pubblico, oggi, sia proprio di destra. Anche posto che esso nacque quando i partiti, in particolare quelli di sinistra, non ne avevano bisogno.

    Anche sul tema delle preferenze, sul quale non potrei concordare maggiormente, capisco la difficoltà di andare contro-corrente in questa fase, ma esiste il rischio contrario, come nel caso del finanziamento pubblico, del cedimento dei nostri stessi militanti ad una parola d’ordine che a mio avviso appartiene all’avversario (“ridiamo agli elettori la possibilità di scegliere i proprio rappresentanti!”, quando la priorità sarebbe scegliere fra maggioritario e proporzionale).

    Grazie del contributo che reputo molto prezioso.

  9. caro antonio, siamo d’accordo ed effettivamente i temi che proponi saranno trattati nel seguito dell’articolo.
    sull’attuale campagna contro il finanziamento tornerò nell’articolo ma intanto: il finanziamento dell’attività politica è semplicemente, per fare alcuni esempi, avere gratuitamente le sale pubbliche per svolgere iniziative. l’occupazione del suolo pubblico per le feste. prezzi agevolati per affissione manifesti. tariffe agevolate per trasporti in occasione di manifestazioni. locali pubblici ad affitti politici per le sedi. e così via.
    un abbraccio e grazie

  10. massimiliano piacentini Says:

    ciao Ramon,
    non l’ho ancora letto, ma ora me lo stampo. Ho qualche giorno di ferie, così lo leggerò con comodo.
    Ti invio una mail.
    massimiliano

  11. Sandro Says:

    Arriva il momento della verità: Bersani propone un patto di governo alla forze politiche progressiste e moderate e alla società, associazioni,ma un patto di legislatura e di governo! cosa farà la FdS si dividerà? e cosa faranno Ferrero Diliberto, Patta, salvi? è la fine di ogni alibi è il tempo delle scelte. accettare il rischio della subalternità oppure il rischio dell’isolamento? vedremo chi rimarrà in questo frangente ma soprattutto cosa rimarrà della FdS…

  12. ok massimiliano.

  13. egregio sandro, quindi il momento della verità lo decide il pd e le sue proposte? tutto il resto del mondo deve definire se stesso secondo il rapporto che decide di avere col pd?
    se così fosse questo sarebbe il massimo della subalternità.
    mah!

  14. sempre più complicato capirci qualcosa…
    interessante.

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