La lezione spagnola di Izquierda Unida

È impossibile capire il risultato delle elezioni spagnole sulla base delle semplificazioni che i mass media italiani hanno usato per descriverlo. Meglio soffermarsi, anche se sommariamente, sui dati reali.

Il Partito Popolare passa da 10 milioni 300 mila voti a 10 milioni 800 mila voti (dal 39,94 al 44,62 %) e da 154 a 186 seggi, ottenendo la maggioranza assoluta del Congreso.

Il Psoe da 11 milioni 300 mila voti a 7 milioni di voti (dal 43,87 % al 28,73 %) e da 169 seggi a 110.

Izquierda Unida da 970 mila voti a 1 milione 700 mila voti (dal 3,77 % al 6,93 %) e da 2 a 11 seggi.

L’astensione cresce più di due punti e si attesta con le bianche e le nulle al 31 %.

Vale la pena di segnalare l’ottima affermazione del quarto partito che si è presentato in tutti i collegi dello stato spagnolo: l’Unione di Progresso e Democrazia (considerato in Spagna simile ai radicali italiani) che si attesta sul 4,69 % (aveva l’1,19) avendo quadruplicato i voti (da 300 mila a 1 milione 100 mila) e quintuplicato i seggi (da 1 a 5). Tengono o crescono tutti i partiti indipendentisti e nazionalisti catalani e baschi, sia di destra sia di sinistra. In particolare la coalizione della sinistra indipendentista Amaiur nei Paesi Baschi ottiene 333 mila voti, pari al 24 % (1,37 % in ambito statale) e 7 seggi.

Fallisce il progetto del partito verde EQUO che, avendo rifiutato di coalizzarsi con Izquierda Unida, insieme ad altre tre liste minori di estrema sinistra disperde circa trecentomila voti.

Come si vede non è il PP ad aver vinto le elezioni, sebbene abbia mobilitato tutti i propri elettori, al contrario del PSOE che con tutta evidenza li ha persi, nell’ordine, verso l’astensione, Izquierda Unida, UP y D, e verso diverse formazioni indipendentiste e locali. È il PSOE ad aver perso in modo clamoroso, con il peggior risultato della sua storia. A nulla è valso aver condotto una campagna elettorale molto di sinistra, soprattutto volta a denunciare le vere intenzioni del PP circa i tagli ai servizi sociali e le privatizzazioni. Il PP ha avuto buon gioco ad occultarle abilmente ricordando, per tutta la campagna elettorale, i tagli alle pensioni, ai servizi sociali e gli enormi favori alle banche e agli speculatori edilizi operati dal governo Zapatero. Del resto Psoe e PP pochi mesi fa avevano insieme riformato la costituzione per introdurre il principio liberista del pareggio di bilancio, ed avevano insieme impedito in parlamento che gli oppositori potessero ottenere la convocazione di un referendum popolare sulla modifica costituzionale. Naturalmente è più che prevedibile che il PP dal governo fornisca una versione più estremista e più ingiusta socialmente della politica economica neoliberista del PSOE, e che metta in discussione le poche buone cose prodotte dal PSOE sui diritti civili. La folla che festeggiava la vittoria del PP la sera dello scrutinio, non per caso inalberava striscioni contro la legge sull’aborto e sui matrimoni gay.

Il risultato di Izquierda Unida è un grandissimo successo, soprattutto se si pensa all’effetto sulle scelte degli elettori del sistema elettorale spagnolo. Infatti, non essendoci un collegio unico nazionale per ripartire i seggi proporzionalmente, succede che nella stragrande maggioranza dei collegi locali gli elettori siano indotti a votare per i due partiti maggiori o per il partito locale più forte. Per il semplice motivo che sanno in partenza che Izquierda Unida non ha nessuna possibilità di raggiungere il quoziente pieno che è quasi sempre superiore al 10 % e spesso al 20 %. Un deputato di Izquierda Unida vale più di 150 mila voti. 230 mila uno di UP y D. 63 mila uno del PSOE. 58 mila uno del PP. 48 mila uno di AMAIUR.

Izquierda Unida si è riscattata da una lunga crisi dovuta a divisioni interne laceranti e a una direzione che aveva adottato una troppo morbida linea di opposizione alla prima legislatura del governo Zapatero. Negli ultimi tre anni, senza produrre scissioni e senza paralizzarsi in lotte intestine, ha saputo rilanciarsi come movimento politico sociale unitario ed ha riconquistato la credibilità di sempre nelle lotte operaie e sociali. A questa rinascita ha dato un contributo fondamentale il Partito Comunista, che è e resta la forza largamente maggioritaria in Izquierda Unida, che comunque ultimamente si è notevolmente allargata nella sua composizione e che, bisogna ricordarlo, funziona sulla base del principio una testa un voto, senza alcuna spartizione interna fra i partiti nazionali o locali che la compongono.

Nei paesi del Sud Europa sotto attacco speculativo si combatterà, nei prossimi mesi ed anni, una battaglia decisiva contro la dittatura del mercato e per la democrazia. La Spagna ci dice che la sinistra quando sa essere coerente con i contenuti anticapitalisti, unita nel rispetto di tutte le identità e autonoma dai liberalsocialisti, può tornare a contare oggi per vincere domani.

ramon mantovani                                 

 

pubblicato su Liberazione il 23 novembre 2011

49 Risposte to “La lezione spagnola di Izquierda Unida”

  1. Sono d’accordo con la tua analisi, ovviamente. Aggiungo però che è ridicolo il tentativo, che ho visto fare da alcuni compagni in questio giorni, di utilizzare IU per dimostrare che bisogna andare alle elezioni sempre da soli a prescindere e ripudiare ogni fronte democratico.
    Il sistema elettorale spagnolo, infatti, è sicuramente svantaggioso per IU in termini di rapporto tra voti ed eletti, ma dall’altra parte è comunque proporzionale, e non prevede l’assurdo meccanismo del premio di maggioranza nazionale. Il parlamento, per quanto comunque indebolito dal bipartitismo, mantiene una sua autonomia, e infatti i socialisti hanno dovuto volta per volta negoziare le condizioni per l’appoggio esterno di IU e del PNV, per governare senza maggioranza assoluta. Insomma, non c’è il meccanismo del voto utile come in Italia per il quale ogni voto dato a chi è fuori da una coalizione di centrosinistra è un voto regalato alla destra.
    Questo, chiaramente, nulla toglie al risultato di IU e alla giusta linea che ha intrapreso negli ultimi anni (dopo un periodo difficilissmo di battaglie interne paragonabile a quello italiano, tra il 2004 e il 2008, che li ha portati vicinissimi a una scissione). Ma fare paragoni tra sistemi diversi è sempre pericoloso, così come utilizzare esempi dall’estero per sostenere una propria tesi.

  2. Ok Masaccio, però di questa discussione sul sistema elettorale, in perenne congiunzione con l’imperativo assoluto di rientrare nelle istituzioni, francamente non se ne può più.
    Le scadenze elettorali vanno utilizzate nella chiave – grossomodo – delineata qui alcune volte da Ramon: le elezioni sono un’occasione (una delle tante) per stare dove sta la gente, per non isolarsi. Per questo ha avuto senso dire che si appoggiava il fronte anti-centrodestra, ma che i comunisti non sarebbero andati al governo.
    Oggi quel discorso è superato dai fatti, la situazione è completamente cambiata e oggi la priorità (anche quando si parla di elezioni) sono chiarezza e nettezza, secondo me. IN OGNI CASO un polo comunista in Italia IN QUESTO MOMENTO non diventa più utile e più forte perché appoggia o non appoggia, elegge o non elegge, ma perché anima le lotte, come IU in Spagna.

  3. Se la proposta del fronte democratico sia superata dai fatti credo sia in discussione, penso di poter essere anche d’accordo con te, bisogna capire come si evolverà il quadro dell’opposizione politica e sociale al governo Monti. Se Monti fosse schiacciato su politiche apertamente liberiste e i movimenti fossero in grado di far emergere le contraddizioni interne al centrosinistra, allora è probabile che si formerebbe uno schieramento di opposizione politica e sociale comprendente non solo l’FdS, ma i movimenti, Sel, buona parte dell’Idv, buona parte della Cgil, insomma un campo di forze che potrebbe anche avere la forza per costruire un vero polo indipendente di alternativa anche in vista di future elezioni.
    Se invece, come temo, Monti riuscirà a mantenere un’apparenza dialogante, ci troveremo piuttosto soli a contrastarlo, e coalizzare uno schieramento di forze tale da rendere credibile un’avventura elettorale autonoma sarebbe più difficile.
    Poi chiaramente sono valutazioni che facciamo adesso, non sappiamo come la situazione si evolverà nella politica ma soprattutto nella società.

    Caro Alfonso, non sono io che sono ossessionato dal dibattito elettorale, tutt’altro, credo che non sia all’ordine del giorno e che quindi non dovremmo occuparcene. Ma dato che ho visto il dato delle elezioni spagnole utilizzato strumentalmente da qualcuno per dire “vedete che da soli si raccolgono consensi?”, ho voluto spiegare come quell’argomento sia assolutamente irragionevole, perché non tiene conto della diversa legge elettorale.
    Le leggi elettorali non sono neutre, tecniche. Sono costruite per ottenere determinati risultati politici. Quella italiana è costruita su misura per Berlusconi, con l’obiettivo di costringere la Lega e tutti i partitini di destra a restargli legati. Per questo ha un carattere incredibilmente punitivo con chi si schiera fuori dalle coalizioni, e in questo modo colpisce anche noi, forzandoci a costruire la campagna elettorale non, come dici tu, e come ogni partito comunista dovrebbe fare, come una battaglia politica in cui si portano alla luce i contenuti dei propri programmi e delle lotte che si conducono nella società ogni giorno, ma come una competizione pro questo o quell’altro schieramento governativo.
    Fa schifo ma è un fatto, e non tenerne conto non è da rivoluzionari, bensì da scemi.

    Saremo in grado di presentarci alle elezioni senza il Pd? Lo spero. Ma non ne sono sicuro, e non credo che farlo a ogni condizione e a prescindere sarebbe in ogni caso un vantaggio per noi e per le istanze che puntiamo a rappresentare. Vedremo.
    Tornare in parlamento non dev’essere l’unica preoccupazione, sono d’accordo, ma se un partito non è percepito come utile a dare continuità a livello istituzionale alle lotte che si conducono nella società, le persone inevitabilmente tendono ad allontarsene.

  4. lucaocchionero Says:

    ci sono alcune questioni da considerare: IU è un processo federativo in atto da molto tempo, e , naturalmente gode di benefici(elettorali, di coesione tra leaders e militanti) di cui noi, stando all’inizio, non possiamo godere. 2) il sistema elettorale spagnolo, a differenza di quello italiano permette a partiti di sinistra, o comunque a partiti che portano istanze regionaliste, vista anche la storia di quei popoli che compongono la Spagna, una degna rappresentanza parlamentare ed istituzionale. 3) IU in queste elezioni ha beneficiato di una grande delusione dell’elettorato socialdemocratico causata da pesanti cedimenti al liberismo soprattutto nel campo politico-economico-lavoristico, e dal movimento degli indignados. Sostenere, come è stato sostenuto da Alfonso che IU ha saputo promuovere movimenti di alternativa mi sembra onestamente eccessivo.

  5. lucaocchionero Says:

    Il congresso che abbiamo appena concluso, tra tante difficoltà, ha trovato un giusto equilibrio tra le ragioni della presenza istituzionale e le ragioni della presenza nei movimenti. Si può stare in entrambi i luoghi politici senza contraddizione. Di questo ne siamo convinti tutti, questa è la nostra storia sin dal 1991. Lo dimostrano, tra l’altro, le importanti battaglie che i nostri compagni pongono in essere nei loro territori anche dalle istituzioni che occupano. Se volete un esempio c’è quello, tra gli altri, del compagno Maurizio Acerbo consigliere regionale dell’Abruzzo. Leggere su facebook le battaglie che lui propone alla comunità che lo ha eletto è una goduria che consiglio a tutti. Buona serata!

  6. Ciao Ramon,
    ho letto con piacere il riassunto e i chiarimenti sulle
    elezioni spagnola e la domanda che ti poni è giusta
    la lezione civile e morale che gli spagnoli hanno dimostrato.

    1) Qualsiasi sistema elettorale adottato può essere sconfitto
    se il popolo lo vuole, della crescita dei partiti minori ha danno
    dei partiti grandi i numeri dei risultati spagnoli parlano chiaro
    il PP non ha vinto le elezioni alla grande come tutti vogliono
    farci credere in pratica e l’ unico partito che ha avuto crescita
    zero anche se adesso ha la maggioranza ,questo
    conferma la tendenza vista ma messo nel cassetto
    del dimenticatoio delle passate elezioni in Inghilterra
    dove è stato sfatato il mito del bipolarismo inglese.

    2) Il problema delle astensioni le schede bianche nulle
    in pratica sarebbe il secondo partito del paese ma che non
    ha nessuna rappresentanza una piaga da fronteggiare.

    3) I socialisti spagnoli escono con le ossa rotte ma per meriti
    propri no per colpa dei suoi elettori, ho avuto modo di parlare
    con diversi spagnoli che conosco quello che rimproverano a
    Zapatero è la riforma delle pensioni giustamente sostengo che
    non doveva essere un governo socialista a fare tale riforma per
    questo è stato punito tutto il partito con il passaggio dei
    voto verso Izquierda Unida ed altri.

    Questo è quello che penso analizzando i dati.

    4) Adesso parliamo di noi le ultime elezioni politiche
    ha mostrato con dati sconfortanti di quanti comunisti
    ci sono in Italia se ricordo bene i 3,1% con coalizione
    Arcobaleno, il dato confortante ma che continuiamo
    ad ignorare sono i risultati che la FDS sta raccogliendo
    dal 2010 in poi un continuo avanzamento piccolo ma costante
    recupero dei consensi da quei voti dei comunisti che in passato
    avevano smesso di votare. Poi leggendo i vari commenti si
    capisce che il nuovo mette lo stesso paura anche a sinistra.
    Sono diversi anime messe insieme che adesso esprimo liberamente
    il loro pensiero senza più creare delle scissioni come avveniva in passato durante i congressi con le diverse mozioni con conseguenze scissioni e fondazioni di nuovi partiti comunisti.
    In pratica si sta costruendo l’alternativa e applicare i fondamentali
    della democrazia liberta di parola e pensiero che tutti invochiamo.

  7. massimiliano piacentini Says:

    Ciao, Ramon,

    mi limito a ricordare che oggi, a Roma (piazza della Repubblica h14) ci sarà la manifestazione promossa dal Forum dei movimenti per l’acqua, del quale facciamo parte come Prc sin dalla sua fase costituente.

    Una iniziativa contro la privatizzazio zione dei beni comuni, “lo smantellamen to dei diritti del lavoro anche attraverso l’art. 8
    della manovra estiva, la precarizzazione dell’intera società” e la riduzione degli spazi democratici.

    Bisogna esserci per chiedere con forza il rispetto della volontà
    popolare. Ad oggi, infatti, solo il comune di Napoli ha avviato il
    processo di ripubblicizzazione del servizio idrico. E pensare che nel capoluogo campano non hanno neppure un capopopolo narratore. Uno che narra e narra si dimentica sì dell’acquedotto, ma che alla bisogna può essere sempre utile ad addomesticare il livello di diossina rilasciata dagli inceneritori del governatorato -timbrati Marcegaglia (vedi Liberazione di oggi, p. 5.

    Le lotte non si “dicono”, si fanno!

    saluti comunisti

  8. lucaocchionero Says:

    infatti a Napoli non c’è un “narratore”, ma un vicensindaco che combatte la malavita tentando la più grande rivoluzione mai fatta a Napoli dall’unità d’Italia vale a dire regolarizzare la munnezza, e 6 consiglieri comunali della Federazione della Sinistra. Oltre al narratore va detto che nella maggioranza al governo a Napoli non vi è più un partito democratico infestato di liberismo suicida (loro lo chiamano “riformismo”) sin dalle fondamenta. La differenza è immediatamente visibile!

  9. massimiliano piacentini Says:

    manifestazione

  10. rieccomi.
    sono compiaciuto di tutti i post. non ho quasi nulla da aggiungere.
    solo questo:

    1) ho incrociato anch’io qua e la compagni che hanno utilizzato il risultato di izquierda unida per sostenere la tesi secondo la quale presentarsi da soli sarebbe vantaggioso. come ha ben spiegato masaccio è una tesi praticamente assurda. ma non bisogna meravigliarsi. sia perché in italia c’è un tale provincialismo che qualsiasi cosa succeda nel mondo viene letto come se tutto il mondo fosse identico all’italia. e come si vede tale provincialismo alberga dovunque, anche fra militanti che si ritengono di estrema sinistra. sia perché chi sostiene questa tesi crede, ma questo il vero problema, che sia alle elezioni che si misura il grado di radicalità e di alternatività di una forza politica. in altre parole crede che le scelte elettorali siano le vere scelte strategiche. è per questo che il “presentarsi da soli” è per loro una scelta strategica e non una eventuale scelta tattica. infatti la loro “tattica” è sempre la stessa, con qualsiasi legge elettorale, in qualsiasi paese e in qualsiasi quadro politico. cioè non è per niente una scelta tattica.

    2) oggi bisogna organizzare l’opposizione al governo monti nella società, cercando di unificare le lotte in una movimento complessivo antiliberista, e insistere sulla necessità di costruire una sinistra unita e anticapitalista. qui l’esempio di izquierda unida è utile. perché una delle chiavi del successo elettorale di IU e anche della sua ripresa capacità di mobilitazione e radicamento sociale sta nella sua fortissima propensione unitaria. tale che chi si è sottratto (equo, il nuovo partito aderente ai verdi europei) è stato punito dall’elettorato di sinistra, mentre i suoi soci catalani (Iniciativa per catalunya) che invece hanno fatto lista insieme a IU in catalunya hanno avuto successo.

    3) la tattica da adottare per le prossime elezioni la discuteremo a suo tempo. sulla base dei fatti che saranno successi. sulla base della eventuale legge elettorale nuova. ogni discussione astratta fatta sulla base di previsioni astratte ridiventa inevitabilmente una discussione non sulla tattica bensì una impropria discussione strategica.

    ciao a tutti.

  11. massimiliano piacentini Says:

    Ciao Ramon,
    non voglio fare una discussione strategica e tantomeno avanzare proposte tattiche: ho un sacco di cose da fare e non mi ritengo allenatore della nazionale. Mi limito a far notare che la manifestazione di sabato -purtroppo a mio avviso molto meno partecipata di quanto hanno dichiarato i promotori- è stata completamente ignorata dai giornali, ad eccezione di Liberazione e del Manifesto. Nulla di strano, davvero. Del resto, i cattivi del blocco nero non c’erano e soprattutto non c’erano quelli della sinistradell’ecologiaedellalibertà. Segnalo a tutti, però, l’intervista al capopopolo narratore sul giornale di De Benetti del giorno dopo la manifestazione: una chicca, una roba da incorniciare sia per la forma sia per il contenuto. Per il mestiere che faccio, conosco tutte, ma proprio tutte le uscite del poeta, ma questa è meravigliosa. Pensate che utilizza pure la parola SPREAD come concetto: bisogna abbassare lo spread della violenza che circola nella società!!!! SPREAD!!!! Che fico: yes he can! Come can-nette (leggi poté) colui che Bertinotti ebbe a definire UOMO COLTO, cioè Waltere. Perdonami, Ramon, ma mi viene proprio dal profondo: yes, he can!: andarsene affanculo.

  12. caro massimiliano, hai ragione su tutto. pure sulla chiusa, perché nella politica spettacolo chi calca il palcoscenico con l’arte del recitare copioni diversi, ma sempre riproducendo i propri istrionici modi di recitazione, può anche beccarsi qualche fischio.
    io non mi meraviglio più di nulla da molto tempo. ma devo dire che l’intervista di vendola su repubblica del 27 è sorprendente (si può leggere in evidenza sul sito ufficiale di vendola) per la sfacciataggine con la quale si evocano i problemi del paese veri come suggestioni per avvolgere in carta da regalo rossa la scelta di acconsentire alla lunga durata del governo monti. basta vedere l’ultima risposta. eccola.

    “Chiede sempre il voto nel 2012?
    Per me oggi l’emergenza non è votare ma svuotare l’Italia dal fango e dalla sedimentazioni di violenza sociale. Spero che Monti affronti lo spread ambientale, con la messa in sicurezza del territorio, e lo spread sociale, con una patrimoniale. Spero insomma che mi stupisca, confermandosi all’altezza della migliore tradizione liberale italiana”

    un capolavoro da “ultras” del trasformismo. che in qualche momento sarà seguito da alteri messaggi di segno diverso, secondo la convenienza e la platea del momento.
    è qualcosa che a me mette tristezza, più che suscitare rabbia.

    anche sulla manifestazione hai ragione.

    come si vede se i beni pubblici e il referendum entrano a turbare gli equilibri bipolari diventano oggetto di infinite paginate sui giornali e di attenzioni particolari dei maledetti talk show. mentre se danno fastidio agli interessi dei poteri forti senza che nessuno nel governo bipolare li usi strumentalmente vengono semplicemente ignorati.

    ciao massimiliano e grazie.

  13. per restare in ambito europeo sono sempre piu’ sgomento della mancanza di una dimensione europea nella sinistra anche di alternativa radicale: i compagni dei vari paesi seguono gli interessi nazionali piu’ che gli interessi dei proletari che dovrebbero rappresentare, per esempio non ho sentito una parola dai compagni della linke sulla disastrosa politica seguita dalla Germania prima nei confronti della Grecia ora dell’Italia e della Spagna
    Sinistra Europea mi sembra sempre piu’ una parola vuota..
    che ne pensi?
    ciao

  14. alcune mie brevi riflessioni sulle elezioni e i movimenti in Spagna
    http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Il-movimento-degli-indignados-e-le-elezioni-politiche-in-spagna/10150

    Sforzarsi di allargare lo sguardo oltre i confini della piccola provincia italiana rappresenta un esercizio di riflessione indipensabile per comprendere la complessità del mutamento, la natura
    e l’evoluzione della crisi economica che stiamo vivendo.
    Abbandonare e decostruire il nostro eurocentrismo, cercare anche parzialmente di “provincializzare l’Europa”, potrebbe aiutarci nel maneggiare con più attenzione i lineamenti della crisi: se ad esempio l’analisi macroeconomica pone in evidenza il rapporto inversamente proporzionale tra la crisi dei PIIGS e la crescita tumultuosa dei BRICS, non è forse opportuno evitare facili ed autocentrate generalizzazioni?
    A tal proposito, nel cercare di indagare il nesso tra l’espansione dei processi materiali di produzione e accumulazione nelle cosiddette economie emergenti e l’autunno della finanziarizzazione economica nel cuore dell’Occidente, potrebbe tornare molto utile una rilettura sui “cicli sistemici di accumulazione” di Giovanni Arrighi, ripulita da quella commistione tra determinismo strutturalista e idealtipicità weberiana che rischia di soffocare e ammutolire i percorsi cardinali di soggettivazione dei subalterni.

    Ma in questa sede ci limitiamo ad una comparazione molto più ristretta e limitata sia dal punto di vista analitico che storico-geografico, focalizzando l’attenzione esclusivamente sulle conseguenze sociali e politiche della sovrapposizione tra crisi della democrazia liberale e crisi dell’economia liberista in Italia e in Spagna.
    Le forti analogie tra questi paesi dentro lo scenario della crisi europea sono particolarmente accentuate: non è un caso che gli analisti finanziari per inquadrare gli scostamenti reali di entrambi i paesi nel mercato dei titoli di stato, prediligono lo spread bonos/btp piuttosto che la tradizionale e ormai popolare comparazione con i bond tedeschi.
    E’ evidente come, per quanto differenti sono le origini e anche la sua evoluzione, le analogie che si presentano sono ancor più accentuate dentro le scenario comune di “commissariamento” dei paesi mediterranei dell’Unione Europea da parte delle elitè tecnoburocratiche europee. Non si tratta di un golpe bianco di gruppi occulti o sette massoniche, ma più banalmente della ridefinizione degli assetti di potere alla luce dell’affermazione egemonica del cosiddetto pensiero unico neoliberista: non c’è la sottomissione della politica ma la sua sussunzione all’interno dei dispositivi discorsivi di
    “neutralizzazione” delle logiche del mercato e del profitto.

    La pervasiva ridefinizione governamentale incentrata sul potere autoavverante delle agenzie di rating si concretizza anche nella riarticolazione degli assetti istituzionali, con un parlamento
    italiano convocato nelle prossime settimane unicamente per il voto di ratifica del proprio decesso attraverso il voto sul disegno di legge costituzionale per l'”Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale” che determinerà l’ulteriore svuotamento delle prerogative del potere statuale, come già sancito in Spagna con il voto quasi unanime del parlamento iberico lo scorso 30 agosto.
    Svuotamento già ulteriormente accentuato alla luce dell’approvazione in sede europea del cosiddetto “six-pack”, avvenuta la scorsa settimana: questo pacchetto di direttive e regolamenti comunitari di
    riforma della governance europea sancisce la cancellazione dei margini di autonomia degli stati in materia economia attraverso l’introduzione in ogni paese di “Consigli indipendenti di bilancio” e il sistema dell’automatismo delle sanzioni.
    Le ricette monetariste di stampo ultraliberale non potranno essere messe in discussione, così come nessun governo potrà esimersi nei prossimi venti anni in Italia dalla promulgazione di politiche
    recessive di austerity e di dispossesione.
    Si tratta di provvedimenti che comporteranno conseguenze e stravolgimenti profondi, ma varati in fretta e furia sull’onda dell'”emergenza”, come nella migliore tradizione della shock-economy
    neoliberista.
    Nel confronto con la Spagna, il dato più significativo è l’impressionante silenzio che accompagna il varo di questi provvedimenti in Italia.
    Nella frenetica eccitazione del mandare a casa il governo Berlusconi, che rappresentava una seria minaccia per la democrazia nel nostro paese, ci si è trovati paradossalmente a sostenere ed applaudire la cancellazione della democrazia.
    In Spagna la persistenza del movimento degli indignados ha rappresentato invece l’elemento di rottura in grado non solo di attivare un processo di discussione, informazione ed autoformazione ,
    ma soprattutto di ripoliticizzazione di scelte che l’unanimismo parlamentare nascondeva come oggettive e improcrastinabili.
    E’ con il disaccordo dei “senza parte” che la matrice politico-ideologica è costretta a mostrarsi nella sua parzialità: si attaccano i terreni inviolabili della neutralità per mostrarne i suoi limiti e la sua faziosità.

    Le elezioni politiche dell’N20 (20 novembre) hanno rappresentato un interessante sfida da questo punto di vista per il movimento degli indignados.
    Non c’è nessuna scorciatoia politicistica nell’attacco all’ipertrofia asfissiante del bipolarismo che ha caratterizzato l’impegno politico del movimento in questa tornata elettorale.
    Se qualche osservatore italiano un pò distratto si attarda a riflettere sulla mancata connessione tra gli indignados e il PSOE, nelle piazze e nelle acampadas spagnole è sempre stato chiaro fin dal
    principio la contrapposizione aperta, pubblica e conflittuale verso il partito unico spagnolo, il PP-SOE (dall’unione delle sigle del PartitoPopolare e del PartitoSocialista).
    A differenza dell’Italia, gli ultimi 8 anni di governo socialista in Spagna e le politiche liberiste di presunto contrasto alla crisi varate dal governo Zapatero, hanno fugato ogni dubbio sulla reale
    dimensione di alternativa dell’opzione socialdemocratica.
    Pur nella consapevolezza dell’esautorazione e del deperimento delle forme tradizionali della partecipazione e della rappresentanza, i movimenti spagnoli hanno scelto non solo e non tanto lo scontato approccio astensionista teso a rimarcare la distanza pregiudiziale dal confronto elettorale, ma hanno anche e soprattutto cercato di denunciare e destrutturare l’afasia del bipartitismo spagnolo, individuata come ulteriore frontiera degenerativa della crisi del sistema politico spagnolo.
    Nei documenti approvati durante l’acamapada di Puerta del Sol, come in quasi tutte le assemblee di quartiere che si sono diffuse a macchia d’olio in tutta la Spagna, la richiesta dell’introduzione di un
    sistema elettorale proporzionale puro (una testa, un voto) che spezzi il duopolio Psoe-Pp è sempre stato presente. Come lavorare in questa direzione in occasione delle elezioni politiche dell’N20 è stato al centro di interminabili discussioni.
    In primo luogo, come già avvenuto per le amministrative della scorsa primavera, nelle assemblee e nei volantinaggi si è cercato anche fin troppo ossessivamente di spiegare la differenza apparentemente banale tra il voto nullo e la scheda bianca, con l’obiettivo di convincere gli astensionisti a non contribuire ad alzare il quoziente elettorale per i piccoli partiti (per eleggere un deputato il PPSOE necessità in media di 50.000 voti, gli altri partiti nazionali all’incirca 200.000).
    In diverse realtà si è invece promossa l’ “iniciativa aritmEtica”, una campagna di voto per il terzo incomodo: calcoli alla mano, gli attivisti hanno scelto di sostenere il partito che, in ciascuna delle
    50 circoscrizioni elettorali, aveva le maggiori possibilità di sfilare un seggio parlamentare al partito unico PPSOE.
    La campagna ha provocato non poche discussioni e polemiche perchè se in alcuni casi è stata a sostegno di candidati vicini alle esperienze dei movimenti, come nel caso dell’AMAIUR degli indipendentisti baschi o dell’IU in Andalusia, in altri casi è stata invece a dir poco ambigua e contradditoria, come nel caso dell’appoggio all’ex segretario generale del Partito Popular Francisco Álvarez Cascos in Asturia pur di sfidare il monopolio del PP-SOE.
    Infine va registrata la presenza nelle liste dell’Izquierda Unida di alcuni attivisti del movimento degli indignados ed in particolare l’elezione al Parlamento di Alberto Garzón, un attivista di 26 anni
    eletto nella circoscrizione di Malaga.
    Izquierda unida è la formazione politica che raggruppa il partito comunista spagnolo e diverse realtà della sinistra alternativa spagnola: dopo l’appoggio al primo governo Zapatero e il conseguente
    tracollo elettorale nel 2008, con i due soli deputati rimasti ha scelto la strada dell’opposizione, una scelta che oggi viene ripagata con il raddoppio dei voti.
    Ma nell'”Europa delle banche” e nella Spagna di Rajoy, quanto possono contare e incidere Alberto Garzòn e gli altri 10 deputati dell’Izquierda Unida?
    Poco e nulla senza la forza di un movimento di contestazione che dal basso e nelle strade riesca a rovesciare gli ordini discorsivi dominanti, i rapporti di forza e liberare in questo modo la democrazia sequestrata dai mercati.
    Intanto però questa pattuglia parlamentare può essere uno strumento di servizio e al servizio dei movimenti: ed è infatti in virtù della presenza in parlamento degli 11 eletti dell’IU e dei 7 dell’amaiur che sarà possibile sottoporre a referedum popolare confermativo l’introduzione del pareggio di bilancio nella costituzione spagnola, ipotesi che già sta mettendo nel panico i signori dell’Euro e del PPSOE per la probabile bocciatura della riforma costituzionale da parte degli elettori spagnoli.
    In Italia invece? Non abbiamo nulla di cui preoccuparci: contro la dittatura delle banche e dei mercati è finalmente sceso in campo Domenico Scilipoti.

  15. giovanni Says:

    Ciao Ramon,
    ho avuto il mio “daffare” e ti rispondo solo ora sul tuo ultimo post nel
    commento precedente.Visto che in linea di massima sono in sintonia sia sulla prima che sulla terza delle tue risposte e di fatto intendevo altro ma riconosco che erano scritte di fretta e interpretabili in altro modo( le ho rilette cercando di capire il perchè delle tue risposte che in prima battuta non mi tornavano)direi di passare al secondo quesito indi alla seconda risposta che mi è chiara fino ad un certo punto e che non mi convince. Ho sempre pensato e continuo a farlo che la guerra sia una condizione naturale dello scontro tra capitalismi .Che ci possa essere una guerra simile alla seconda guerra mondiale anche io credo sia pressochè improbabile se non impossibile.Ma mi riferivo alla caratteristica guerrafondaia del capitalismo come modello di “sviluppo”.Forse non ho capito bene ma tu ritieni che le caratteristiche finanziarie del capitalismo globalizzato siano un antidoto alla guerra su vasta scala!? Credi quindi che la forma della guerra di questa nuova fase sia di decine e decine di guerre glocal!?L’interdipedenza del sistema economico dovrebbe essere una garanzia contro l’uso di armi di sterminio di massa?
    Chiedo perchè davvero non ho capito bene cosa intendevi dire.
    Un abbraccio

  16. caro giovanni, semplicemente penso che c’è un tale grado di integrazione fra le diverse aree geopolitiche nel sistema capitalistico – finanziario che va tenuto presente nell’analisi. la competizione fra paesi e anche fra aree non può essere descritta come se l’integrazione non ci fosse. una cosa è la competizione dentro il sistema e un’altra è la competizione fra sistemi diversi e non integrati. perciò le guerre dopo la caduta del muro di berlino sono diverse da quelle che c’erano prima. e non per caso sono aumentate notevolmente. e a dimostrazione, ahimè, che sono diverse c’è soprattutto il fatto che cina e russia, anche se non le condividevano, le hanno avallate quasi tutte non usando nemmeno il diritto di veto nel consiglio di sicurezza. poi nessuno ha la sfera di cristallo. la crisi attuale può anche scomporre il sistema attuale ed esacerbare la competizione. ma finché l’integrazione c’è bisogna tenerne conto.
    tutto qui.

    un abbraccio

  17. caro francesco, condivido molte cose che hai scritto. a parte qualche esagerazione sono in sintonia con la sostanza.
    comunque penso che il movimento degli indignados, al contrario di quel che molti pensano, non orienti molto dal punto di vista elettorale. sebbene io consideri importantissimo che questo movimento abbia una propria idea della rappresentanza (il proporzionale) trovo, per quanto spiegabile con l’esigenza di non apparire come strumentalizzati, abbastanza macchinosa ed impropria la tattica del votare per la terza forza meglio collocata. magari a scapito dei veri contenuti qualificanti il movimento stesso.
    bisogna saper distinguere fra i coordinamenti e gli attivisti del movimento con il movimento tutto. alle manifestazioni ci sono andate moltissime persone che poi hanno votato psoe contro il pp. inoltre…
    io apprezzo molto il risultato di amaiur, mi sono schierato sempre contro la messa fuori legge di herri batasuna, ho sostenuto il patto di lizarra e qualsiasi altro atto che potesse portare ad una soluzione politica del problema basco e anche alla effettiva autodeterminazione. tuttavia sono contrario all’idea dell’indipendenza sia dei baschi sia dei catalani. sono contrario al nazionalismo che propone che per ogni etnia e lingua ci sia uno stato. tanto più se poi si tratta delle parti più ricche di uno stato.
    infine… sia sui contenuti, sia sul proporzionale, sia sulle pratiche di lotta c’è un fortissima sintonia fra il pce e IU e il movimento. e questo andrebbe sottolineato meglio di quanto non abbia fatto tu. ci sono migliaia di militanti di IU che si sono impegnati nel movimento a tutti i livelli. il fatto che si siano guardati dal metterci il cappello non può oscurare questo fatto indiscutibile.
    per esempio dovresti sapere che l’attivista eletto a malaga è un militante di IU da prima della nascita del movimento.

    ciao

  18. lucaocchionero Says:

    penso che Pietro porti una domanda interessante alla quale bisognerebbe dare risposta. Ma chi deve rispondere? La degenerazione della politica, ma più in generale la degenerazione dei rapporti sociali, ha reso più deboli le organizzazioni collettive che fanno riferimento alla sinistra ed ancora più in particolare nel campo della sinistra d’alternativa. Per fare un esempio: assistiamo sempre più frequentemente a compagn* o ex compagn*, non so come definirli, sempre più insofferenti alle norme che regolano la vita di una comunità politica come un partito o un sindacato e che decidono di uscire considerando il proprio punto di vista sempre migliore rispetto al punto di vista della maggioranza che democraticamente si è espressa. Questa sorta di “individualismo sfrenato” spinge queste persone non alla costituzione di un organismo collettivo diverso(magari!) ma ad abbandonarsi nel mare magnum degli incazzati, degli autorganizzati(termine che significa tutto e che non significa niente), spesso degli antipolitici. Un tempo si usciva dalla politica e ci si dedicava al sociale, tipo volontariato, vita di associazione insomma sempre all’interno di un gruppo tendente ad un obiettivo. Oggi ci si lancia nella moltitudine degli incazzati, degli antipolitici con l’insofferenza verso ogni organizzazione regolata con la volontà neppure troppo nascosta di abbandonare ogni progetto concreto e di abbracciare un programma ideale(del tioo: “abbattiamoli tutti!). Da noi in Puglia c’è un coleottero che si chiama “punteruolo” che sta ammazzando tutte le palme vicino alle rive del mare. Ecco questo individualismo sfrenato, questa insofferenza delle regole, questa fuga dalle organizzazioni collettive, questa depressione strisciante è il “punteruolo” della sinistra d’alternativa almeno in Italia.

  19. Roberto Passini Says:

    Caro Ramon, ciao, è tanto che non ci vediamo, forse dal congresso di un anno fa della fdS, dove fummo “sconfitti”, complice un quorum antidemocratico, nella nostra generosa e giusta mozione LIBERTARIA. Diciamo così, ai compagni sfuggì…l’indefettibile importanza della libertà, la vera libertà, all’interno dell’ideale e programma di trasformazione, marxiano, socialcomunista.
    Grazie davvero per la chiara illustrazione politica delle elezioni spagnole. Risultati e prospettive politiche a breve (inserimento di pareggio di bilancio in Costituzione, misure ulteriormente draconiane su pensioni e diritti sociali…, svolta o, forse pensando al nostro paese, consolidamento, più politacally correct, a destra) che già ci toccano e ci toccheranno con le annunciate misure di Monti. Ma nel nostro caso, al di là della comune difficoltà per le forze di progresso di rientrare nelle assemblee elettive, vi è un ulteriore e peggiore ricatto rappresentato dalla legge elettorale Calderoli, che, purtroppo, costringe in qualche misura la sinistra comunista e di alternativa ad un forzoso compromesso, anche quando le condizioni sono molto avverse, per avere una minima presenza nelle assemblee elettive. Quindi, una delle nostre battaglie non può non essere, accanto a quella dello stare nelle lotte, quella di battersi per il ritorno alla legge proporzionale pura. in fondo questo presuppone la Costituzione repubblicana e antifascista. Non possiamo disgiungere il nostro impegno tra l’essere presente nella società e in parlamento. Le 2 cose si tengono, non vi è antitesi. Ma non mi nascondo che questi tempi sono e saranno particolarmente duri. Un’ultima considerazione. Mi è piaciuto molto, anche se lo conosco poco, il Movimento spagnolo democrazia real. Mi pare, che, senza apparentemente pronunciare classiche frasi di sinistra, tendano. nella sostanza, ad evocare un concetto che è nostro: non c’è democrazia senza uguale riconoscimento e tutela di diritti civili e diritti sociali (quali sono scaturiti dalle lotte e dall’entrata da protagonisti nella società delle masse lavoratrici..). Ma, con calma e dopo il congresso di Napoli se ci farai una breve illustrazione te ne sarò grato. In bocca al lupo a tutti noi. Roberto Passini

  20. caro lucaocchionero (e caro pietro), è vero. la domanda di pietro merita una risposta. ma io non seguo i lavori del partito della sinistra europea e posso dire solo questo: circa un mese fa c’è stato il congresso della linke. quel che ho letto conferma tutte le posizioni durissimamente critiche della linke circa la politica del governo tedesco e riconferma le proposte, analoghe alle nostre e a quelle di molti altri, circa le nazionalizzazioni ecc. quindi credo che sia la stampa italiana, anche la nostra, ad essere disattenta.
    sul resto, caro luca, come sai sono d’accordo.

  21. caro roberto, è un piacere leggerti.
    sono d’accordo con te. in più dico solo che qualsiasi legge elettorale maggioritaria produce gli effetti negativi per noi che tu descrivi. ma non solo per noi. vale per qualsiasi istanza di reale cambiamento che sia incompatibile con il sistema. la legge calderoli non è peggiore della precedente che i referendari ultramaggioritari vorrebbero reintrodurre. ciò fa del terreno della rappresentanza e delle elezioni in generale un terreno nemico per noi. con il quale confrontarsi con acume tattico ma senza illusioni di nessun tipo.
    se nella federazione non ci sarà coscienza di questo il suo destino sarà quello di essere divisa ancora una volta fra i due poli della calamita bipolare: l’integrale subalternità o l’isolamento testimoniale.
    ma confido che le nostre ragioni l’avranno vinta, a dispetto di pigrizie e culture politiche inadeguate.
    il migliore antidoto, più che una discussione astratta, è quello di lavorare senza riserva alcuna all’opposizione al governo monti.
    un abbraccio

  22. giovanni Says:

    Caro Ramon,
    ho capito ora e sono anche d’accordo tutto è cambiato e tutto cambia di continuo salvo poi tornare al punto di partenza.Nel senso che tanta colta e dotta critica e analisi della situazione internazionale di varia provenienza parla ora di un ritorno a modelli medievali.Ho letto qualcosa in merito di un certo Khanna che mi pare anche colto e intelligente un indiano già consigliere di Obama
    ed altri, che con sfumature diverse parlano di multipolarismo riferendosi ai modelli delle città stato o aree di prevalente interesse come ago della bilancia dello scenario internazionale.Un richiamo ad aspetti nazionali mediato,in sostanza,dalle eccellenze che ciascun paese esprime o vanta.L’olanda ,esemplificando,non è nulla senza il porto di Amsterdam,quindi controllare quel porto equivale a controllare l’olanda.Certo che nessuno ha la sfera di cristallo ma se è vero il presupposto della progressiva indispensabile e fisiologica tendenza all’accumolo di masse sempre più consistenti di capitale finanziario mi chiedo come sia possibile evitare un conflitto su vasta scala per il controllo delle risorse non ultime quelle di acqua potabile.Io non sono certo un grande esperto di questioni internazionali che tuttavia cerco di seguire come e quando posso e quindi in modo disorganico e frammentario.E’ vero come dici tu che Russia e cina non hanno posto grandi veti fin qui ma penso che questo sia la prova che fin qui non siano stati toccati
    i loro interessi primari ,non credo che questo possa durare a lungo e quindi penso che i presupposti di scenari di guerra sempre più estesi anche se articolati a macchia di leopardo finiranno per assumere contorni intercontinentali. Poi credo esistano aspetti culturali ampiamente sottovalutati e alla fine determinanti ai fini di soluzioni o risoluzioni di conflitti.Vedo grandi analisi e spesso non ho gli strumenti necessari per validarli o confutarli,che hanno come unico asset di riflessione economia e industria,non nego il peso assai rilevante di questi fattori ma non credo che in ultima analisi siano sufficenti a descrivere lo scenario del futuro.Ma poi,Marx,ha poi detto che gli aspetti economici e materiali determinano tutto?
    penso di no ,penso che l’analisi marxista debba rivedere la centralità del concetto materiale non per accantonarlo ma per valorizzare gli aspetti dell’umanità e della cultura prodotta e vissuta
    assai più materiale del danaro e del potere.
    Ma forse mi sbaglio e sono confuso come tutti!
    Un abbraccio ramon hasta luego:)

  23. giovanni Says:

    Cribbio Ramon dimenticavo,

    nell’augurarti e nell’augurare a tutti che il congresso imminente sia di buona ed efficace qualità volevo esprimere un’alytro breve concetto proprio sull’articolo ultimo scritto che avevo letto sul giornale.Conosco davvero molto poco la realtà spagnola e considero la tua analisi fondata e realistica per i criteri con cui è esposta e per la consapevolezza che una cultura che mi è sempre parsa fortemente connotata tra cultura libertaria e cultura oltranzista cattolica possa meglio sottolineare le fasi di forte contraddizione come quella che stiamo vivendo e che temo vivremo per un altro bel po.Ma quello che mi sembra molto utile della nota da te redatta è la consapevolezza che l’unione di una proposta lasciami dire “unificata”della sinistra europea posssa dare uno slancio ed una visione di alternativa che manca come l’acqua all’assetato. io vedo nelle battaglie condotte in questo territorio un bisogno DEVASTANTE di una bandiera possibile .Auguro a tutti noi che in questo congresso possiate vedere la costa oltre l’orizzonte l’acqua o le navi arriverranno per poterlo traguardare e approdare da una qualche parte.Spero inoltre ma questo è parziale ed è legato solo ad una ristretta e parziale veduta che la federazione della sinistra sia tale nel modo e nell’intento e che marginalizzi questa inutile e dannosa unione di simboli ancor più se rappresentati dal gruppo di Diliberto che qua ha davvero una pessima pratica ed una ancor più infausta presunzione.
    Davvero buon lavoro e vaias con dios (si dice anche così?)

  24. volevo chiederea Ramon come si sente nell’essere definito su “Liberazione” del 3 Dicembre uno dei “padri nobili” di Rifondazione..
    ciao

  25. caro giovanni, il sistema è complesso ma è integrato fortemente a diversi livelli e su diversi terreni. quando parli di interessi primari di russia e cina forse sottovaluti la loro dipendenza e comunque integrazione nel sistema. il sistema è centrato sul capitalismo e a differenza di un secolo fa l’internazionalizzazione del capitale e l’accumulazione sono tali da configurare interessi globali del capitale. le supermultinazionali che hanno un enorme settore finanziario e centinaia di siti produttivi sparsi in tutto il mondo stanno sopra la cina. anche se il pil cinese comprende le produzioni di proprietà delle multinazionali sono loro a dettare la musica. anche perché con una riunione del cda possono spostare produzioni dove vogliono in qualsiasi momento. lo “sviluppo” attuale nel mondo non fa crescere le condizioni di vita dei lavoratori e non prevede affatto che i diritti che per esempio ci sono in europa si estendano. è l’europa che per stare nella competizione “deve” cancellare diritti e welfare.
    ovviamente esistono eccezioni e anche controtendenze, come in america latina, ma la barbarie avanza. anche dal punto di vista della civiltà. la resistenza alla globalizzazione e ai suoi effetti produce nazionalismi, fondamentalismi, localismi, egoismi territoriali.
    lungi da me pronosticare un’armoniosa composizione dei conflitti prodotti dalla competizione assolutizzata. hai ragione a dire che non bisogna essere economicisti. tuttavia le turbolenze vengono governate con la guerra permanente e con il dominio militare. e io non vedo all’orizzonte una saldatura fra culture e concezioni di civiltà e un’economia alternativa al capitalismo. e nemmeno l’aggregazione territoriale di interessi capitalistici antagonisti fra loro.
    certo la crisi, che è solo all’inizio, essendo vera è destinata a stravolgere tutto progressivamente. ma le variabili che interverranno a medio e lungo periodo sono tante che non è possibile fare previsioni serie. quel che conta ora è che diventi sempre più chiaro che è il sistema il problema. non altro.

    un abbraccio

  26. caro pietro, gli articoli di “colore” mi fanno sempre incazzare. penso che si dovrebbero evitare sempre. io non sono padre di un bel niente. tanto meno nobile. casomai sono un figlio di rifondazione.
    ciao

  27. caro giovanni, la dimensione europea delle lotte e della sinistra vera è il nostro assillo. siamo sempre ad insistere nel partito della sinistra europea, che comunque è una realtà sconosciuta in italia banalmente perché i mass media non ne parlano, per passare a produrre fatti concreti. lotte comuni condotte contemporaneamente in tutti i paesi. campagne comuni. fino a uno sciopero comune. il mio amico wolfgang della linke tedesca al congresso nostro ha fatto un ottimo intervento in questo senso. ed è un buon passo avanti.
    ciao

  28. lucaocchionero Says:

    non è proprio del tutto vero compagno Ramon, un figlio di rifondazione sono io, tu per ragioni quantomeno anagrafiche sei figlio di qualcosa di più antico…. vado ad ascoltare il tuo intervento che a Napoli mi è sfuggito

  29. giovanni Says:

    Caro Ramon,
    pienamente in sintonia col fatto che il problema è il sistema ,figurati!! è una delle cose poche certe che ho metabolizzato da tempo. Voglio dire,o forse è più appropriato ,cerco di trasmettere un pensiero a voce alta ,tutto ha una struttura per quanto flessibile dinamica e cangiante.Giustamente tu dici del dominio delle multinazionali sulle nazioni ma di multinazionali c’è ne sono di tipi diversi ,come sappiamo entrambi per struttura,caratterstiche e dimensioni ma tutte hanno bisogno di energia e materie prime ( per ricordare due degli aspetti)e le modalità per mettere un freno a parte dei danni che ne derivano può,deve essere delineato e formulato in un qualche modo figurato. Se ad una analisi competente appare o può apparire la modalità per accellerare aspetti di crisi o di espansione e trarne profitto sarà possibile anche supporre o prospettare dei modi per inibirne l’efficacia.Non ho la competenza per poter definire quale possa essere in questa fase la rosa di proposte utili a creare una aggregazione consapevole.
    Ma se non si ha un modello alternativo tanto fa prendere maggior dimestichezza con quello che che si vuole sostituire invece la multinazionale sembra nel vissuto culturale una sorta di super intelligenza potente e strisciante ed anche velenosa un superrettilone. La narrazione di un sistema e delle sue caratteristiche sfugge perchè per lo più è letto partendo dai propri bisogni più immediati non è l’esito di un ciclo creato da uomini e sugli uomini basato. Sembra( non a me )un accadimento caotico quasi fosse un fenomeno naturale( inteso come elementi).
    Tanto per dirne una se nei criteri di investimenti diretti su estero una società avesse dei limiti di controllo ridotti almeno nel settore delle materie prime e se su questo punto ( che è una immagine comprensibile e traducibile ) si divulgasse lo scenario attuale del controllo delle materie prime forse si espanderebbe la consapevolezza delle “follie” di questo sistema. Ovvio che l’ho fatta facile con questo esempio ma resta il problema di raccontare quello che è già figuriamoci quello che ci sarà. Ci sono lo so dotti articoli e mille analisi ma un ” leontiev”delle multinazionali io non ne vedo circolare e forse sarebbe utile immaginarne uno con linguaggi accessibili e divulgabili via web ,si legge poco sempre meno anche la cultura segue il concetto del fast food e del take away.
    Comunque scrivere di queste cose è davvero altra cosa che parlarne e spsero che qualcosa sia riuscito ad esprimere in caso contrario mi scuso per la noia procurata.
    Un abbraccio anche a te ramon.
    P.S
    ma come è andato questo congresso?

  30. caro luca, io figlio e tu nipote. e chiudiamola qui per favore.

  31. caro giovanni, sempre interessante ciò che scrivi. ma non credo possiamo con questi post approfondire più di tanto.
    in ogni caso il controllo delle materie prime e delle fonti energetiche da parte delle multinazionali in larga parte c’è già. solo in america latina c’è la controtendenza che consiste nella sottrazione della proprietà e del controllo alle multinazionali da parte degli stati. per il resto ci sono competizioni interne al sistema di controllo privato. e non scontri, per fare un esempio, fra stati rappresentanti di multinazionali contrapposte. del resto le multinazionali stesse sono cangianti alla velocità della luce. due multinazionali concorrenti possono tranquillamente fondersi per motivi finanziari. e possono scomporsi sempre per motivi finanziari.
    insomma, la dimensione globale al di sopra degli stati esiste. la crisi la farà venire meno? la incrementerà? vedremo.
    intanto è così.

    il congresso è andato benissimo.

    appena avrò tempo scriverò sul congresso.

    un abbraccio

  32. mi spaventa la mancanza di reazione di ognuno di noi e, globalmente, del “popolo della sinistra”: ogni manovra ci sottrae qualcosa per darla a qualcun’altro (il mercato) che non sappiamo chi sia e non c’e’ mai stata una reazione seria.
    Mi dispiace ammetterlo ma il titolo migliore tra i giornali di oggi e’ del berlusconiano “Il giornale” ( il dio spread ha avuto il suo sacrificio)
    Per reazione non intendo solo il rituale sciopero ma lo stare in piazza se serve ogni week end per un mese cose di questo genere..se non reagiremo mai la reazione ( scusate il gioco di parole) l’avra’ vinta.
    ciao

  33. Patrizia Says:

    Ma dai che ti é andata bene, pensa se ti avessero dato del nonno…

    Scusa, ma, con tutto il rispetto, non sono riuscita a trattenermi: mi avete fatto ridere troppo.

  34. alfonso Says:

    Ramon è figlio del PRC, Luca O. è nipote. Io invece fui definito – non mi ricordo da chi – su questo blog “l’orfano di DP”. In quanto – effettivamente… – orfano di DP, seguo un bollettino – che molti di voi conosceranno – dell’associazione PuntoRosso, animati da vari ex-demoproletari (spesso interessante).
    Ora, dalll’ultimo numero di questo bollettino, segnalo unasingolare, e anche un po’ sconcertante, compresenza. C’è un editoriale che si intitola: LA PEGGIORE MANOVRA CLASSISTA DAI TEMPI DI AMATO e che spiega che… come dire? che questa di Monti è la peggior manovra classista dai tempi di Amato.
    Accanto, invece, c’è un pezzo diciamo strategico di G. Patta e L. Vinci, che dopo una serie di considerazioni in parte condivisibili e in parte no, conclude dicendo che “la sinistra non si costruisce sulle macerie del PD”. Questa metafora delle macerie per ora è di moda (sta sostituendo quella del “passo indietro”): Bersani ha detto che non voleva vincere le elezioni sulle macerie, Patta e Vinci non vogliono costruire la sinistra sulle macerie del PD.
    Insomma: a pagina 1 del bollettino si spiega che la borghesia italiana a ogni ciclo di crisi salva il culo facendo un governo di Unità Nazionale che taglia il tagliabile, con l’appoggio del PCi prima, del PDS ai tempi di Amato, del PD oggi. Quindi Bersani – dico io – oggi è la foglia di fico di questa situazione, non un personaggio che vada difeso dagli attacchi dei cattivoni Ichino, Veltroni eccetera eccetera. E invece no: non ho capito niente: dentro il PD ci sono enormi contraddizioni, che sicuramente la sinistra e i comunisti sapranno (non si sa come) contribuire a far precipitare, per cui per favore niente macerie nel PD.
    In questi giorni si è giustamente commemorato Lucio Magri e io mi associo,IL SARTO DI ULM è un gran libro da leggere e su cui discutere, ma non vorrei che del “magrismo” recuperiamo soltanto l’aspetto più sbagliato: l’eterna illusione di poter “da sinistra” orientare il cammino dell'”elefante” (prima il PCI, oggi il PD).
    Io non ci credo.

  35. caro pietro, la reazione ci sarà se tutti quelli che hanno capito cosa sta succedendo lavoreranno come le formiche nella società per farlo capire a tutto il popolo.

  36. hai ragione patrizia, vuoi fare la zia? o la nipotina?

  37. lucaocchionero Says:

    la risata è rivoluzionaria

  38. caro alfonso, è meglio non essere orfani di nulla.
    il vizio di attendere che le contraddizioni fra la base elettorale del pd e dentro il gruppo dirigente del pd (tutte cose che ci sono) facciano il miracolo è un vecchio vizio politicista.
    ma queste posizioni non hanno fiato ne spazio. se non in cerchie ristrette di ceto politico.
    ciao ciao

  39. Patrizia Says:

    Troppo cresciutella per far la nipotina.
    ciao

  40. giovanni Says:

    Caro Ramon,
    e si più di tanto non si può approfondire.Certo è vero molti sono gli stati che hanno le proprie materi prime controllate da complesse scatole finanziarie gestite da varie sigle di comodo.Comunque c’è una dinamica davvero articolata e complessa,basti pensare alla strategia cinese in africa per il controllo delle risorse di quel continente.Insomma impossibile andare avanti per post .
    Sono contento che il congresso sia andato bene anche perchè in questa nuova forma di governo repubblicano il peso dello schieramento elettorale ha preso una ulteriore virata e elezioni o non elezioni penso che la opposizione nei fatti sia sempre più significativa. Spero che almeno ora sia più “facile”definire nei contenuti l’unità di una sinistra di futura umanità.
    Ciao ramon un grande abbraccio

  41. muy bien giovanni. ci capiamo.

  42. I due congressi di Napoli.

    Il compagno Claudio Grassi, sul suo blog, scrive di “un bel Congresso”. A me sembra che questo giudizio debba essere assai corretto e precisato, se vogliamo fare dell’8° Congresso un passo in avanti nella rifondazione del Partito Comunista di massa. I Congressi a Napoli sono stati infatti due, e non uno soltanto: uno, bellissimo, fatto di una linea politica forte (che ha superato alcune ambiguità ancora presenti nelle tesi), di presenza del Partito in tutti i conflitti, di militanza e anche di nuovo entusiasmo; e un altro, bruttissimo, fatto della spartizione correntizia nell’elezione del Cpn, “manuale Cencelli” alla mano.
    Di questo non glorioso manuale girano anche i numeri: 38/32/25/5 sarebbero le percentuali che spettano comunque in ogni organo dirigente nazionale (Cpn, Direzione, Segreteria) alle quattro correnti organizzate all’interno della stessa maggioranza, con un effetto distorsivo spaventoso rispetto alla realtà del Partito e all’orientamento reale dei suoi iscritti e delle sue iscritte; costoro, cioè noi, nella loro stragrande maggioranza (non dimentichiamolo mai!) non sono affatto organizzati in correnti, e per questo sono “figli di un Dio minore”. Così nessuna discussione collettiva sui criteri di scelta dei nomi del Cpn e nessuna consultazione pubblica delle delegazioni regionali sulle designazioni: non era mai successo in nessun Congresso del Partito, nemmeno negli anni peggiori per la nostra democrazia interna.
    Le conseguenze del “manuale Cencelli” si sono viste: intere regioni tagliate fuori e non presenti nel Cpn neppure coi loro segretari regionali; la presenza dei Giovani Comunisti ridotta al di sotto della decenza; straordinarie situazioni di lotta (applauditissime dal Congresso) fatte fuori; settori di lavoro considerati (a parole) decisivi del tutto esclusi dall’organo dirigente nazionale; per non dire di alcune esclusioni nominative che gridano davvero vendetta. Per i cosiddetti “intellettuali” (intesi come.. professori) si prospetta poi una soluzione del tutto contraria a ciò che Gramsci ci ha insegnato: una riserva indiana tutta per loro, come se, gramscianamente, non fossero intellettuali tutti/e i/le dirigenti comunisti/e senza eccezione, quale che sia il mestiere che fanno (beninteso: solo se si è organici a una corrente si può essere invece, al tempo stesso, sia “intellettuali” che membri del Cpn).
    Il fatto in assoluto più grave è però un altro: nessuna verifica, mai, in nessuna sede, del lavoro svolto dai dirigenti, delle loro capacità o, per ipotesi, delle loro incapacità o perfino pigrizie. Si spiegano così l’altissima percentuale di conferme, la presenza massiccia nel Cpn dell’apparato funzionariale centrale e altri sgradevoli fenomeni che non voglio neppure citare. I 51 voti contrari e i 29 astenuti, tutti evidentemente di delegati/e del documento di maggioranza, a cui sono verosimilmente da aggiungere anche i molti non partecipanti al voto, sono stati un segnale clamoroso, quanto impotente, del vasto dissenso (ripeto: impotente) del Partito verso queste scelte.
    Il compagno Ferrero ha parlato, e ripetutamente, di un “compromesso”. Ma ogni compromesso ha dei contraenti, e ha degli esclusi, o forse delle vittime, cioè qualcuno contro cui il compromesso si fa; e allora domandiamoci: chi sono i primi e chi sono i secondi? La risposta è fin troppo facile: i contraenti del compromesso sono i gruppi dirigenti uscenti (francamente non eccelsi) organizzati in corrente, mentre gli esclusi sono tutti gli altri compagni del Partito.
    Lo confesso: questa violazione dell’uguaglianza fra compagni/e all’interno dello stesso Partito è per me del tutto insopportabile, ancora adesso mentre scrivo queste note (e penso anzi che non sarei comunista se non provassi tale indignazione). Ma il vero punto nodale è questo: la linea politica, giusta quanto difficile, che ci siamo dati (costruire in basso a sinistra, nel conflitto sociale, il nucleo vitale dell’opposizione proletaria alla crisi capitalistica) ha bisogno per vivere della democrazia interna come dell’aria, e non si può attuare se manca la democrazia.
    Il danno politico che deriva, e deriverà, al Partito dalla conclusione bruttissima del Congresso è dunque assai grave. In un libretto sui primi vent’anni di storia del nostro Partito, ho sostenuto che esso è stato salvato più volte da un movimento di resistenza interna della sua base militante contro gli errori (anche gravi o gravissimi) dei suoi vertici. Di un analogo sussulto di dignità comunista abbiamo oggi ancora bisogno, per fare prevalere il nostro bellissimo Congresso su quello bruttissimo. Come questo sussulto possa determinarsi e quali forme concrete esso debba assumere per essere efficace, è questo il tema di un dibattito, che spero sia ampio e fraterno, fra tutti e tutte noi. (Raul Mordenti)

  43. se si è fatto un documento politico unitario ed anche buono (come viene riconosciuto) lo si deve anche, e non poco, all’aver scelto di fare un compromesso sugli organismi dirigenti previo al congresso.
    se non si fosse fatto così ci sarebbero stati più documenti contrapposti, le differenze che come si è visto sono sostanzialmente insignificanti sarebbero state assolutizzate per la conquista dei consensi, e alla fine ci sarebbe stata una maggiore spartizione correntizia. per il banale motivo che rifondazione è un partito di correnti fin dalla sua nascita. e che le correnti non si cancellano da un giorno all’altro.
    l’importante era invertire questa tendenza rimettendo la politica al primo posto ed evitando che per avere dei posti negli organismi molti fossero tentati od obbligati a presentare linee e documenti alternativi fra loro.
    spero che in futuro si possano fare congressi senza eleggere organismi dirigenti in modo di poter discutere di politica seriamente. alternandoli con congressi che discutano di organizzazione e di organismi dirigenti, in modo da poter scegliere le compagne e i compagni senza una spartizione proporzionale.
    perché la democrazia astratta non esiste. se un partito è plurale e il diritto al dissenso è garantito ci può essere sempre un abuso o un uso distorto dello stesso.
    ma è meglio un partito plurale o un partito dove il segretario e il gruppo dirigente coopta come vuole e dove chi dissente viene discriminato?
    inoltre bisogna sapere alcune cose:
    1) avevamo un cpn di 270 membri. molti dei quali erano assenteisti. al congresso drammi e discussioni infinite per esserci e poi una volta avuta la medaglietta non si viene quasi mai. e quando si viene si va via spesso prima dei voti.
    2) siamo passati a 150 membri. sia per rendere il cpn più funzionale sia per risparmiare soldi. evidentemente ci sono state molte più esclusioni che nel passato. e sicuramente alcune sono sbagliate. tuttavia comporre un organismo di 150 rappresentativo di venti regionali cento federazioni e 1200 circoli e rispettoso della rappresentanza di genere paritaria (mi pare che ci sia il 47 % di donne e il 53 % di uomini) non era facile.
    3) il cpn si riunisce due o tre volte l’anno. non è nel cpn che si discute di questa o quella esperienza di lotta o di partito. nel cpn si aggiorna la linea politica e si fanno scelte fondamentali tattiche. è logico che ci siano molti dirigenti nazionali.
    4) non è vero che ci sarebbe un gruppo dirigente diviso in correnti e una base unitaria. ho esperienza sufficiente per poter dire che spesso è esattamente il contrario. c’è una parte della “base” che non legge documenti e che interviene per dire che ne vorrebbe uno solo. che in sostanza pretende dai dirigenti che gli nascondano le differenze e che poi se le vedano fra di loro in segreto. ma che poi nel proprio circolo o federazione è pronta a promuovere lotte intestine sanguinose e personalizzate quasi sempre sulla scelta di fare accordi o meno alle amministrative.

    quindi non c’è nulla da drammatizzare e da esagerare.

    difetti ce ne sono sempre. ma non si può dire che ce ne siano di più che in passato. io penso esattamente l’opposto. e la discussione politica e la linea scaturita dal congresso lo dimostrano inequivocabilmente.

    sul congresso scriverò un articolo. ma sulla politica e non sulle beghe intestine.

    ciao

  44. lucaocchionero Says:

    credo che alla fine di un congresso ciò che conti sia il documento politico espressione della linea politica che il partito si dà nella politica internazionale e nazionale. Da qualche tempo sembra essere più importante però la composizione dei vari organismi collettivi, sia a livello locale che nazionale. Pare che della linea non se ne freghi più nessuno, ciò che importa è essere dove si conta(o dove si conterebbe). Non per questo non affronterò l’argomento: ritengo che nei comitati politici federali, come in quello nazionale ci dovrebbe essere una prevalenza del criterio della territorialità e della proporzionalità, inglobando un rappresentante per tutti i territori a partire dalle regioni e dai comuni più grossi. Ma sono solo mie idee. Nè sono ipocrita: a noi tarantini, ad esempio, non piace affatto che tra i vari tagli ci sia stato anche quello del nostr* rappresentant* praticamente dal 1991. Non ne capiamo il senso politico, nè l’esigenza. Nè pensiamo che sia stata volutamente penalizzata la nostra federazione anche perchè Paolo Ferrero in persona, ma anche Ramon ed altri compagni sanno benissimo che in questo territorio il partito sta cambiando, ringiovanisce e torna nelle lotte e tutto ciò non può essere penalizzato a causa di alcune beghe tra vecchietti della nuova corrente degli “emendatari”. Ma questo conta fino ad un certo punto. Anche se non presenti in un luogo più che altro simbolico continueremo le nostre battaglie ed a radicare il partito nel territorio senza esitazione. L’esempio è il compagno Francesco Piobicchi: escluso nel passato CPN ha tenuto il partito in piedi nei momenti più bui riorganizzando la lotta nelle varie anime del ppartito sociale.

  45. caro luca, basterebbe adottare punti di vista diversi e considerarli bene tutti prima di giudicare scelte organizzative. così si comportano dirigenti e militanti dotati di maturità ed esperienza.
    invece no. si parla di esclusioni, penalizzazioni, discriminazioni, e si attribuisce ogni presunta pecca al correntismo (anche quando non c’entra nulla). e giù semplificazioni e iperboli unilaterali.
    il penultimo congresso del pdci elesse un comitato centrale di 500 membri. praticamente tutti i presenti al congresso (e forse anche di più) diventarono membri del comitato centrale. rappresentativo dei territori? piccola percentuale dei dirigenti nazionali e funzionari ecc ecc? ma certo. una meraviglia. nessun litigio e nessuna discussione del tipo “la mia federazione deve esserci perché c’è una esperienza di lotta importantissima. ci sono giovani. ecc ecc”.
    peccato che il cc del pdci (così mi hanno detto) si è riunito una sola volta o due in tre anni. e che ovviamente il gruppo dirigente nazionale ha fatto e deciso tutto.
    il pci aveva un milione e settecentomila iscritti.
    se nel pci si fossero applicati gli stessi criteri che ha applicato rifondazione per eleggere i suoi organismi il pci per riunire il comitato centrale avrebbe dovuto affittare lo stadio di san siro.
    per comporre un comitato politico nazionale bisogna mettere insieme tutti questi criteri:
    1) il gruppo dirigente centrale
    2) la rappresentanza di territori (regionali e federazioni)
    3) la presenza delle diverse aree politiche
    4) la parità di genere
    5) singole persone che pur non appartenendo strettamente al gruppo dirigente o ai gruppi dirigenti di organizzazioni territoriali per il loro prestigio ed esperienza
    6) le rappresentanze istituzionali parlamentari (questa volta non c’erano, purtroppo).

    abbiamo più di cento federazioni e venti regionali.

    per garantire la adeguata rappresentanza territoriale a tutti (ma anche quando eleggevamo 360 membri del cpn c’era sempre chi si lamentava) abbiamo sempre eletto organismi pletorici, che alla fine si potevano riunire con difficoltà e alle cui riunioni c’era sempre un fortissimo assenteismo.
    posso dire sommessamente che anche la qualità del dibattito ne ha sempre risentito?

    oggi abbiamo scelto, anche per necessità finanziarie, di fare un cpn di 150. e per comporre i 6 criteri sopra elencati si è dovuto selezionare molto. quando si seleziona c’è sempre chi è scontento. è una cosa ovvia.
    ma un dirigente, che per altro aspira ad essere membro del cpn, è tale solo se capisce la difficoltà di mettere insieme tutti quei criteri. e se capisce che le ovvie opinioni diverse circa ogni singola scelta sono tutte legittime ed hanno ragioni da esporre e far valere. ma sempre nel contesto del quadro dei 150 e dei 6 criteri. e quindi discute con calma e senza assolutizzare nulla. e non si offende se per caso non ce la si fa a metterlo/a nel cpn.
    se invece dice che il tal compagno o compagna deve esserci perché altrimenti c’è una discriminazione contro gli operai, o contro la tale federazione, o contro la tale corrente, e si mette a fare basismo, e fa drammi e passa tutto il tempo in corridoio durante il congresso a lamentarsi, allora banalmente non è un dirigente di un bel niente. e anche se lo mettessimo nel soviet supremo il gallone non gli darebbe l’intelligenza, la pazienza, l’esperienza e la qualità che si richiede ad un dirigente.

    ma un limite vero nella composizione del cpn c’è.

    quando uno/a è un/a vero/a dirigente capita che mentre si compone la lista gli venga chiesto di non essere nel cpn e che lui o lei dica senza battere ciglio: non c’è problema, se non c’è spazio non fa niente. ed è questo che porta ad escludere veri dirigenti mentre quelli/e che fanno casino, che corrono di qua e di la per farsi proporre dal proprio segretario regionale, dal capocorrente, che minacciano fuoco e fiamme, alla fine spesso l’hanno vinta.
    è sicuro che quando prederà la parola nel cpn, ammesso che venga, dirà cose superficiali e senza portare alcun serio contributo.

    se potessi essere un dittatore per cinque minuti io escluderei senza discussione alcuna chiunque usi certi argomenti. perché sono indice di immaturità e di scarsa esperienza.

    ma non è possibile. la democrazia e i percorsi decisionali collettivi sono sacri. anche se portano con se abusi e difetti.

    ciao

  46. Ramon, a tuo modo di vedere che cosa possiamo fare concretamente noi lettori per salvare LIBERAZIONE?

  47. caro alfonso, io sono d’accordo con la proposta di ieri di dino greco. e domani dovrebbe uscire un mio pezzo in proposito sul giornale.
    un abbraccio

  48. massimiliano piacentini Says:

    Ciao Ramon,
    il tuo pezzo oggi non è stato pubblicato. Sono d’accordo anch’io con la proposta della direzione.

  49. massimiliano piacentini Says:

    Ciao Ramon,

    ho appena letto su Liberazione il tuo breve intervento. Penso che tu abbia ragione. Sono pienamente in accordo anche con l’aut-aut. Infatti, tertium non datur: “O si lotta, seminando per il futuro anche in caso di sconfitta, o si è complici del nemico”. Ma ciò, secondo me, vale per tutti, anche per chi non milita nel Prc perché obnubilato da narratori più o meno di talento e per i narratori stessi. Mi rendo conto che quanto affermato possa apparire in contrasto con l’ultimo, ennesimo appello del nostro segretario al narratore, ma io non ricopro ruoli dirigenziali e penso di potermi concedere certe libertà: complici con il nemico, sì. Si può dire la verità senza scadere nel settarismo e recintarsi in ruoli puramente testimoniali. Ma abbiamo bisogno di verità! Abbiamo bisogno di sapere e che si sappia chi ha ridotto e riduce società e politica a violenza, vergogna e volgarità.

    Giusto anche il richiamo allla nota dolente, poiché effettivamente “non c’è lotta che non richieda coscienza e consapevolezza” occorre leggere e informarsi per capire e con-dividere: solo i soggetti forti e coscienti possono infatti guardare fuori del proprio circondario confinante e spingere il desiderio e l’amore oltre la pura rivolta; solo i soggetti forti possono trasformare la realtà. E la nostra forza resta a mio avviso quel “General Intellect” purtroppo solo accennato e non sviluppato da Marx. Quella straordinaria “Orchestra” del proletariato tutto che già oggi e per sempre sarebbe in grado di mostrare la potenza di Libertà e Amore del comunismo. Su questo piano di consistenza, superficialità, “semplificazioni e slogan” non possono avere cittadinanza, certo, ma la strada è davvero in salita e bisogna stare attenti a non sputare contro il vento, come raccomandava un vecchio filologo.

    Buone feste, Ramon, e buona fortuna. Come dici tu, ne abbiamo davvero bisogno.

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