Perchè dovremmo dividerci fra settari e governisti? ovvero una lunga dissertazione sul senso delle parole e delle azioni. (1)

Fin dalla sua nascita Rifondazione Comunista ha ricevuto, alternativamente, le accuse di essere settaria, estremista, identitaria, oppure, quando ha scelto di proporre percorsi unitari e/o produrre alleanze elettorali o di governo locali o nazionali, di essere traditrice dei propri principi, governista, integrata nel sistema separato della politica-spettacolo.

Questa due accuse sono state formulate da soggetti diversi e spesso entrambe, come se nulla fosse, dagli stessi soggetti e persone.

Torna, come un tormentone, man mano che si avvicina la prossima scadenza elettorale nazionale, anticipata o meno, la logica di uno scontro prima allusivo e velato e poi, speriamo di no, dirompente, che ci dovrebbe dividere fra settari e governisti. Fra stupidi incapaci di coniugare la propria identità con la politica delle “alleanze” e liquidatori di principi e valori per una convenienza particolare (si potrebbe dire perfino privata giacché sono in gioco i posti nelle istituzioni) del ceto politico dirigente.

La dialettica fra questi due poli del contendere ha una sua logica, una sua base oggettiva e strutturale. Si alimenta, cioè, non solo della volontà polemica degli estremisti dei due campi contrapposti, bensì della spinta oggettiva e potente della realtà sociale prodotta dalla ristrutturazione capitalistica, dalla “riforma” delle istituzioni sfociata nella “seconda repubblica”, dalla cultura egemone ispirata dal pensiero unico e dai mass media che la implementano a sviluppano incessantemente.

Come si può ben capire da queste mie parole penso che sia distruttiva dell’autonomia di classe e di pensiero di una forza comunista. Che è sempre il bene più prezioso ed indispensabile per elaborare analisi, strategie e tattiche volte a cambiare la realtà e non semplicemente a descriverla o ad adeguarsi ad essa nella speranza di ricavarne qualche vantaggio volatile.

Ma prima di arrivare al punto, e cioè alla forma in cui si manifesta oggi questa nefasta contrapposizione, vorrei insistere, per capirci bene, sulle cause che la riproducono continuamente.

E per farlo partirò da lontano e userò delle parole chiave, il cui significato e senso è stato stravolto dalla ristrutturazione capitalistica e spesso trasformato nell’esatto contrario. Senza chiarire cosa si intende per sinistra, alleanze, politica, sociale, governo, partito, sindacato, movimento, lotta, elezioni, istituzioni e così via il dialogo è fra sordi. Invece che produrre confronto e ricerca di sintesi e unità partorisce scontri, contrapposizioni e anatemi.

Così dicendo ho certamente dichiarato una intenzione certamente troppo ambiziosa. Tuttavia mi cimento con questa impresa chiedendo preventivamente scusa per schematismi e sommarietà del ragionamento.

Ragionamento che seguirà un filo temporale ripercorrendo due fasi intrecciate fra modello capitalistico-sociale e dinamiche politico-istituzioinali.

La prima, divisa in due parti, dall’avvento del centrosinistra nel 64, è quella del modello fordista keinesiano.

La seconda è quella neo liberista, divisa anch’essa in due parti dall’avvento della cosiddetta seconda repubblica.

Prima fase, parte prima.

Nel dopoguerra si sono date condizioni speciali, in Europa e in Italia, che sono state alla base di enormi trasformazioni e che hanno permesso alle forze comuniste ed anticapitaliste di avanzare e conquistare potere nella società e nelle istituzioni.

Da una parte l’esistenza del campo socialista e la necessità delle borghesie europee di concedere (ma è meglio dire cedere perché nulla è arrivato senza lotte anche sanguinose e durissime) parte del loro potere e dei loro profitti per evitare di essere travolte dall’avanzata della classe operaia e più in generale delle masse popolari. Dall’altra la fase fordista del capitalismo, fondato soprattutto sulla produzione di merci e beni materiali e sulla necessità di crescita dei mercati interni nazionali, ha consegnato al movimento operaio organizzato la forza contrattuale per far valere le proprie rivendicazioni nei luoghi della produzione e nello stato.

E’ su queste due basi che si fonda l’intervento dello stato in economia (una bestemmia per il pensiero liberale classico) e la capacità del movimento operaio di agire contemporaneamente sul versante della lotta in fabbrica e su quello della politica.

Ovviamente nulla è mai lineare ed univoco. Ma non si può negare in nessun modo che questa sia stata la tendenza di fondo dal 45 all’inizio degli anni 70. Altrettanto ovviamente in ogni paese dell’europa occidentale ci sono state condizioni diverse ed anche progetti diversi, sia di strutture economiche e produttive sia istituzionali e politiche. Ma, con l’eccezione della Spagna dove il fascismo ha partorito uno stato tanto debole ed estraneo all’economia, lasciata totalmente nelle mani dei padroni, quanto forte negli apparati repressivi, in tutti i paesi abbiamo avuto forti movimenti operai organizzati, forti partiti di sinistra, imprese pubbliche nei settori strategici, un welfare diffuso, forte e crescente.

Tralascio volutamente di parlare delle differenze tra l’esperienza italiana, fortemente condizionata dal partito comunista e dal sindacato di classe, ma anche più subalterna agli USA e al Vaticano, e le altre.

Va ricordato, però, che il keinesismo imperante in quell’epoca aveva limiti precisi, anche rispetto alla propria impostazione teorica. Un esempio valga per tutti: Keynes aveva teorizzato la necessità di mettere sotto controllo i cambi valutari, sia allo scopo di evitare le crisi prodotte dalle speculazioni sia a quello di creare maggior stabilità e multilateralità nel sistema mondiale. L’impostazione era quella secondo la quale finanza e commercio dovevano servire l’economia reale e non autonomizzarsi, per evitare e scongiurare l’intrinseca tendenza del capitale a separare i valori di scambio (moneta) con i valori d’uso (merci per il consumo). Non essendo possibile fondare la base del sistema valutario unicamente sull’oro, che sarebbe stato un ostacolo alla crescita, l’idea era quella di fondare, a Bretton Woods, un sistema basato su una moneta non statale (Bancor) e su un accordo multilaterale di tutte le nazioni del pianeta. Questa impostazione era certamente condivisa dall’URSS e sembrava trovare i favori anche dell’amministrazione Roosvelt negli USA, ma alla fine gli USA imposero il dollaro come moneta generale degli scambi, fissandone la parità con l’oro a 35 dollari per oncia, e soprattutto ottennero che il nuovo organismo internazionale (FMI) fosse fondato non sul principio di un voto per ogni stato membro (come all’ONU) bensì sulla base delle quote di dollari versate nelle casse del Fondo. E si assicurarono, unici al mondo, il potere di veto. Così, la stabilità che venne garantita dal FMI per lungo tempo, produsse una asimmetrica crescita. Dominata del potere dell’economia reale, politica e finanziaria degli USA. Che consolidarono il loro potere classicamente imperialistico e produssero una forma bastarda del keinesismo che negli USA dura tuttora, fondata sul militare. Quando nel 1971 cominciò la grande offensiva neoliberista gli USA poterono cancellare in una notte il sistema volto a garantire l’equilibrio negli scambi valutari e commerciali, dichiarando l’inconvertibilità del dollaro in oro.

Ma torniamo al modello fordista e a quello keinesiano di stato fortemente regolatore dell’economia capitalistica.

Nel corso di quasi tre decenni imperò un compromesso sociale ben preciso e definito. L’industria privata doveva sottostare alla programmazione economica dello stato, che del resto la finanziava e sosteneva sui mercati internazionali. E che in seguitò possederà in proprio imprese nei settori strategici come energia, trasporti e banche. La crescita dei salari diretti e di quelli indiretti (welfare) garantiva la crescita del mercato interno e, conseguentemente, lo sviluppo produttivo. Le Piccole e Medie Imprese (PIM) crescevano sia per effetto dello sviluppo generale sia grazie al sostegno indiretto dello stato attraverso la rete di infrastrutture e il credito garantito dalle banche locali e dello stato.

In questo contesto il movimento operaio poteva far valere le proprie rivendicazioni salariali. Poteva conquistare maggior potere nei luoghi produttivi giacché, grazie al sindacato a al partito di classe, faceva valere i propri interessi come interessi generali dicendo la propria, anche attraverso l’allora efficacissima arma del conflitto e dello sciopero, sugli indirizzi strategici della produzione e dell’organizzazione del lavoro. Poteva, grazie al sistema parlamentare su cui era fondata la democrazia politica nella repubblica, usare la propria rappresentanza per conquistare leggi e riforme coerenti con i propri interessi.

E’ chiaro che sto parlando del meglio del sistema. Non mancavano contraddizioni e problemi di ogni tipo. Ma corruzione, clientelismo, favoritismi, malversazioni, usi impropri del potere pubblico in economia e chi più ne ha più ne metta, per un lungo periodo non sono stati elementi sufficienti per cancellare il “circolo virtuoso” di cui sopra. Tralascio per brevità gli squilibri territoriali nord sud e soprattutto la politica attiva degli USA in Italia, nel contesto della ben esistente guerra fredda. Ma, ripeto, il “circolo virtuoso” reggeva. Ed ha prodotto, per dirla in soldoni, il paradigma secondo il quale la crescita era diseguale, squilibrata e classista, ma si traduceva in un avanzamento nelle condizioni di vita per tutti. La forbice fra ricchi e poveri si accorciava nei fatti. Ed ogni generazione aveva la certezza di vivere meglio della precedente. In tutti i sensi.

Ed ora cominciamo a “giocare” con certe parole che si usano oggi come allora ma che hanno completamente cambiato di significato. Il paragone fra i due significati, quello di allora e quello di oggi, lo farò alla fine dell’articolo. Ma chiunque potrà fare già subito, da se, un confronto con ciò che si sente dire ripetutamente oggi.

SINISTRA. A meno di parlare di sinistra liberale o liberaldemocratica, di sinistra cattolica ecc. (il termine sinistra è pur sempre un termine relativo e si può essere la sinistra di qualsiasi cosa) è fuor di dubbio che in quei decenni la parola SINISTRA indentificava il complesso di forze politiche e sociali che si proponevano il superamento del capitalismo e la costruzione di una società socialista. Che erano indiscutibilmente per una società fondata sul lavoro. Che erano ostili alla rendita fondiaria e finanziaria. Che consideravano il miglioramento delle condizioni di vita delle masse popolari come un obiettivo basilare e fondante qualsiasi tipo di proposta politica. Che erano per un nuovo ordine internazionale, contro la guerra fredda, a favore di tutti i movimenti di liberazione nazionale contro il colonialismo. Che consideravano i diritti sociali e di cittadinanza previsti dalla costituzione come architravi della democrazia politica, dichiarando una concezione della democrazia stessa ben al di la delle concezioni liberali o borghesi. Che pensavano e producevano istituzioni di democrazia diretta e dal basso come i consigli di fabbrica ecc. E si potrebbe continuare a lungo a descrivere gli elementi e i contenuti senza i quali era perfino inimmaginabile, allora, considerare di sinistra una organizzazione, un partito o anche una semplice persona.

C’erano differenze nel campo della sinistra? Si, molte. C’è un’ampia letteratura sulle differenze e sulle divisioni nella sinistra a quei tempi. L’area socialista, per esempio, fu scossa da numerose scissioni, ricomposizioni e nuove scissioni. Ed erano tutte motivate ideologicamente e/o dal grado di vicinanza allo schieramento dell’Italia con gli USA.

Ma il PCI e il PSI erano due partiti operai chiaramente anticapitalisti e, nonostante le differenze di impostazione ideologica e di tattica politica, avevano una fortissima unità d’azione e, soprattutto un insediamento sociale sostanzialmente comune. Nel sindacato (furono le correnti socialdemocratiche e riformiste già scisse dal PSI nel dopoguerra a rifondare la UIL dopo la scissione democristiana della CGIL). Nelle case del popolo e in mille organizzazioni sociali e culturali, a cominciare dall’ARCI. Nel movimento cooperativo. Nelle leghe dei braccianti e nel movimento contadino non cattolico. In diversi movimenti, da quello della pace a quello delle donne, da quello dell’occupazione delle terre a quello della solidarietà internazionale.

L’unità d’azione, dopo la sconfitta dell’unità elettorale del 48, fra PCI e PSI non era una banale forma di azione congiunta su obiettivi limitati. Era una strategia che nei fatti rappresentava l’unità della classe operaia. Va detto che non votò mai tutta e nemmeno maggioritariamente per la sinistra giacché era molto forte in diverse parti del paese il richiamo cattolico e la sudditanza nei confronti dei padroni nelle piccole e medie imprese. Ma senza dubbio la classe operaia delle grandi fabbriche, che lottavano e trascinavano con se il movimento operaio, era fortemente orientata in senso socialista e comunista.

E’ vero che esistevano forze dette di sinistra, a cominciare dal Partito socialista dei lavoratori italiani e dal Partito socialista unitario, che poi si fonderanno nel PSDI. Ma erano considerate, ed erano nei fatti, forze centriste alleate della DC e schierate con gli USA. Il loro insediamento sociale ed elettorale non aveva quasi nulla a che vedere con quello del PCI e del PSI.

La prova sta nel loro sostegno, non senza che gli facesse perdere qualche pezzo, alla Legge Truffa nel 53. Il PCI e il PSI fecero una durissima opposizione e seppero conquistare il sostegno di una parte minoritaria dei liberali e dei socialdemocratici, mentre loro si apparentarono con la DC per tentare di superare il 50 % dei voti, che gli avrebbe valso il 65 % dei seggi. Se la DC e i suoi alleati (tra gli altri il Partito sardo d’azione, il PLI, il PSDI, il PRI avessero superato il 50 % dei voti, invece che fermarsi al 49,8 %, la legge truffa non sarebbe poi stata abrogata e la storia italiana sarebbe cambiata.

E’ chiaro che la guerra fredda e il timore che la SINISTRA potesse prevalere spinsero la DC e gli USA a tentare di superare il sistema politico scaturito dalla vittoria contro il fascismo, dalla costituzione e dalla vittoria contro la monarchia nel referendum. Che l’obiettivo fosse superare la repubblica parlamentare con legge proporzionale per normalizzare e “occidentalizzare” l’Italia, mettendo in un angolo le forze anticapitaliste e il conflitto, fu ben capito dal PCI e dal PSI, che non rifecero l’errore del 48 di presentare una sola lista e che sollecitarono gli scissionisti socialdemocratici e liberali a presentarne di proprie. Anche se solo per un soffio la DC, i suoi alleati e gli USA furono sconfitti.

A dimostrazione che la SINISTRA ha sempre pensato che la forma dello stato e le leggi elettorali non sono indifferenti al fine di implementare o meno la democrazia e soprattutto al fine di cambiare la realtà socioeconomica del paese. E che essere di SINISTRA era inequivocabilmente essere proporzionalisti dal punto di vista elettorale. Non solo in Italia. Lo erano anche i socialisti francesi e i laburisti inglesi.

Insomma, almeno per un ventennio dopo la Liberazione, la SINISTRA era quella che abbiamo descritto fin qui. E certamente, al netto delle differenze e anche delle polemiche che erano soprattutto dovute al riflesso della guerra fredda e al giudizio sui fatti d’Ungheria, la concezione della SINISTRA del PCI di Togliatti non era certo una questione nominalistica. Era invece fortemente innervata di contenuti precisi, di lotte unitarie su obiettivi fondamentali condivisi e basata su un comune insediamento sociale.

Parliamo ora di tre altre parole: “PARTITO”, “POLITICA” e “SOCIALE”. E soprattutto della loro relazione.

Non credo si possa parlare del PARTITO NUOVO di Togliatti solo per la natura di massa (e non di quadri d’avanguardia). Quel partito costruiva in prima persona in ogni fabbrica, quartiere, città e paese le lotte ed ogni tipo di organizzazione sociale. La sua natura di massa non era data dal numero degli iscritti e basta. Era data dal fatto che gli iscritti e gli stessi dirigenti del partito erano parte attiva delle organizzazioni sindacali, sociali e culturali. Non sarebbe stato “di massa” se le sue strutture dirigenti a tutti i livelli si fossero solo dedicate ad elaborare analisi e linee politiche da trasmettere alla società, attraverso l’agitazione e la propaganda, e avessero pensato la POLITICA solo come l’azione nella sfera delle istituzioni e nelle relazioni con altri partiti. Non è il caso di scomodare, e del resto io non mi sento all’altezza per farlo seriamente, le nozioni di “nuovo principe”, di “società civile” e “società politica” in Gramsci. Ma credo di poter dire che il PARTITO era concepito come lo strumento della classe per modificare la realtà con l’azione pratica ed organizzata e per svolgere una funzione egemone nella società. Il partecipare alle elezioni e avere rappresentanti nelle istituzioni, come l’avere rapporti di unità o di scontro con altri partiti non era scindibile dalle due funzioni principali. La POLITICA non era concepita come astratta e separata dalla pratica sociale, né come banale linea di condotta nell’ambito istituzionale e di relazione fra forze politiche. Era il complesso di attività intellettuali e pratiche, di proposta e di lotta, che il partito era in grado di dispiegare. Organizzare uno sciopero, fondare una sezione della lega dei braccianti, costruire una casa del popolo o un comitato di genitori per intervenire sulla gestione di una scuola pubblica, una cooperativa di consumo o di lavoro, una manifestazione culturale o sportiva e così via non erano attività estranee alla discussione, all’attività e alla vita del partito. L’esistenza del sindacato, della Lega delle Cooperative o della Lega dei braccianti, dell’ARCI e così via non sollevava in nulla e per nulla il partito dal compito di fare e discutere e costruire tutte queste cose nella pratica quotidiana. Del resto i quadri migliori e gli stessi militanti di organizzazioni e lotte sociali, formalmente autonome dal partito, partecipavano agli organismi dirigenti del partito e alla formazione di tutte le decisioni, portando dentro il partito la ricchezza della loro pratica e della elaborazione delle loro organizzazioni e lotte. La realtà SOCIALE non era solo oggetto di analisi, ma era il terreno nel quale agire per modificarla continuamente. E l’azione per modificarla era POLITICA nel senso compiuto. Per questo, organizzativamente, oltre alla doppia militanza partitica e sociale, lo scambio di quadri politici fra ruoli di funzionariato nel partito e di funzionariato nel sindacato, nell’ARCI, nella Lega delle Cooperative, nelle associazioni di categoria di piccoli artigiani e commercianti e così via, era continuo.

E’ proprio infondata l’idea che circola oggi secondo la quale il partito comunista di massa di quei tempi dirigeva i movimenti e le organizzazioni sociali e culturali dall’alto.

L’autorevolezza del partito non derivava da una astratta “superiorità” della “politica” o dal semplice prestigio personale dei dirigenti, bensì proprio da una pratica e da una elaborazione costruita nel vivo delle lotte e nelle organizzazioni sociali e culturali. Senza le quali il partito non solo non sarebbe mai diventato di massa ma non sarebbe nemmeno mai stato un intellettuale collettivo.

Proprio per questa pratica SOCIALE e per la centralità che le lotte e le classi sociali avevano nella elaborazione del PCI il concetto di ALLEANZE aveva significati ben diversi da quelli odierni. Ho già detto che l’unità d’azione, ma possiamo ben dire ALLEANZA, fra il PCI e il PSI significava unità della classe operaia nella lotta e anche nelle prospettive politiche. Non alleanza fra due ceti politici, due partiti o due gruppi dirigenti di partiti per obiettivi propri e separati dalla realtà sociale. Tanto meno dal punto di vista semplicemente elettorale, come dimostra la scelta vincente di non fare una lista unica nel 53. Fu la DC a rompere l’unità sindacale della CGIL, e furono i socialisti di destra e i repubblicani a rompere l’unità sindacale dei lavoratori italiani, non il PCI. Che mai si sarebbe fatto guidare dall’idea SETTARIA che alla collocazione internazionale e politica interna dovesse corrispondere una divisione sindacale della classe. Perché il PCI era un partito della classe operaia e come tale aveva a cuore la costruzione della sua unità e di un sistema di ALLEANZE sociali e politiche, senza le quali la classe non avrebbe potuto in nessun modo lavorare alla formazione di un blocco sociale e storico capace di sconfiggere il capitale ed edificare una società socialista. Nel PCI e nel sindacato nell’immediato dopoguerra ci fu una discussione durissima sulla necessità o meno di considerare gli impiegati (che erano pochi e quasi sempre dalla parte dei padroni) ALLEATI o meno della classe operaia. La FIOM diventò per esito di questa discussione Federazione Impiegati e Operai Metalmeccanici. Per lasciare intatta la sigla esistente dall’inizio del secolo la parola Italiana venne sostituita da Impiegati, collocata però nel nome prima di Operai. Il PCI, è vero, fece della politica delle ALLEANZE un cardine della propria elaborazione. Ma erano ALLEANZE perché si facevano per obiettivi di classe e sociali fondamentali. Inoltre il PCI, come è noto, aveva teorizzato e realizzato l’ALLEANZA nella guerra con tutti i partiti antifascisti e anche con i monarchici di Badoglio, per cacciare i nazisti dal paese e per mettere fine alla dittatura fascista.

Ovviamente tornerò su questa ALLEANZA che va tanto di moda oggi nelle citazioni di chi la vorrebbe usare come esempio per cacciare Berlusconi.

Il PCI teorizzava un sistema di ALLEANZE intorno agli interessi e alla funzione generale della classe operaia. Con i contadini, con gli impiegati che nonostante fossero lavoratori subordinati erano e si sentivano “piccolo borghesi”, con i lavoratori artigiani autonomi, con i piccoli commercianti e anche con parti significative del mondo dei piccoli imprenditori. Ma tali ALLEANZE erano teorizzate e per quanto si poteva praticate contro i monopoli capitalistici, gli agrari e la rendita speculativa. Le ALLEANZE sociali avevano riflessi nei consensi elettorali diretti del PCI, che proprio in virtù della politica delle ALLEANZE sociali, pur essendo un partito operaio, prendeva voti anche da settori sociali non operai.

Tralascio qui la questione degli intellettuali e del loro ruolo nella formazione della coscienza e del consenso secondo le teorizzazioni gramsciane. Sono cosciente della importanza che ebbe questa questione sia sulla stesse concezioni di ALLEANZE ed EGEMONIA. Ma il discorso si farebbe troppo lungo e si perdonerà lo schematismo e l’incompletezza del ragionamento che deriva da questa omissione.

Nella sfera delle forze politiche e delle istituzioni al PCI era ben chiaro che parte degli ALLEATI potenziali della classe operaia votavano per partiti, a cominciare dalla DC, e che questo si rifletteva, anche se in modo mediato e spesso distorto, nella rappresentanza istituzionale dei loro interessi. Perciò il PCI nelle istituzioni non si limitava a testimoniare i propri principi e programmi in opposizione al governo, ma tentava continuamente di ALLEARSI, per conquistare obiettivi precisi o per difendere interessi sociali comuni, con altri partiti o con parti di essi. E ciò era possibile perché c’era una vera repubblica parlamentare. Perché nelle istituzioni contava la rappresentanza delle idee, dei progetti e dei programmi votati dai cittadini. Perché il governo, per quanto importante fosse, era pur sempre un esecutivo del parlamento e la dialettica nel parlamento non era imprigionata dalle sorti del governo. Così il PCI poteva ALLEARSI ai partiti borghesi ma laici per difendere la laicità dello stato. Poteva ALLEARSI con parti della DC vicine al mondo contadino o al mondo cooperativistico bianco. Non per far governi, o liste, o coalizioni elettorali, bensì per approvare leggi, riforme, che raccoglievano e istituzionalizzavano le richieste delle lotte e della società e che determinavano cambiamenti importanti positivi nella vita delle classi subalterne. Le mille mediazioni, intese e accordi funzionavano anche se alla fine PCI e PSI votavano contro una legge, perché le leggi si facevano in parlamento e non le dettava il governo. E per questo potevano contenere cose buone insieme a cose meno buone. Cose cattive ma temperate da emendamenti approvati trasversalmente.

Prima fase, parte seconda.

Negli anni 60 si corona con le nazionalizzazioni e diverse riforme (anche se alcune saranno realizzate pienamente negli anni 70 come quella sanitaria) in attuazione degli articoli più avanzati della costituzione, la fase keinesiana. Il movimento operaio avanza perché, come abbiamo già detto, la centralità della produzione nel sistema economico lo colloca al centro e nel cuore decisionale di tutta la società. Se tutto ruota intorno alla fabbrica è chiaro che chi ha il potere di bloccare la produzione ha anche il potere per ottenere migliori salari e il potere di esprimere in ogni fabbrica, e in generale, la propria visione e un proprio progetto alternativo di organizzazione e finalità stessa della produzione (il modello di sviluppo). Inoltre essendo il mercato interno il motore principale del circolo virtuoso più produzione – più salario – più consumo – più produzione … lo stato stabilisce un rapporto preciso con le imprese capitalistiche. Le sostiene per favorire e non interrompere il circolo virtuoso, sia direttamente sia indirettamente. Per esempio la nazionalizzazione dell’energia elettrica e del comparto del trasporto (ferrovie, autostrade ecc.) e delle comunicazioni, sacrificano molti interessi privati capitalistici, ma sono funzionali a controllare ed indirizzare con la mano pubblica lo sviluppo del paese, garantendo l’energia ad un prezzo politico e le infrastrutture indispensabili alle imprese private.

E’ chiaro che si potrebbe discutere a lungo, ed infatti il PCI lo fece nettamente, sul “modello” implementato. Gli squilibri territoriali e le “cattedrali nel deserto” al sud, il trasporto su gomma invece che per ferrovia e mare, quali comparti strategici e quale innovazione del prodotto, quale rapporto con la ricerca, quale rapporto con l’ambiente e così via. Come è chiaro che ogni avanzamento salariale e sociale fu il prodotto di lotte epiche, che però si conclusero con vittorie chiare e in alcuni casi solo parziali. Ma vittorie.

Anche il settore finanziario e bancario, fortemente regolato dallo stato, ruotava soprattutto intorno al centro produttivo. Le politiche monetarie, dentro gli accordi di Bretton Woods, avevano ristretti margini di manovra ma quelli che avevano erano indirizzati a sostenere in ogni paese fortemente industrializzato le proprie imprese nelle esportazioni. Ci fu, ma anche qui non posso dilungarmi, una alleanza competitiva al proprio interno ma solidale verso e contro altri paese fra USA e Germania e in parte Gran Bretagna. La qual cosa permetterà sempre, nella fase keniesiana e anche in quella neoliberista, alla Germania e soprattutto alla sua banca centrale di operare al limite e spesso al di fuori degli accordi internazionali. Gli USA dominavano sul mondo (tranne che su l’est socialista) e quindi anche sulla Germania, ma quest’ultima dominava in Europa. In particolare perché l’apparato produttivo tedesco era tale che il rapporto mercato interno – esportazioni era molto sbilanciato verso le esportazioni. Questa cosa sarà foriera di diverse contraddizioni e problemi nella costruzione europea degli anni 90.

Prima di parlare di fatti eminentemente politici, come la rottura dell’alleanza fra Pci e PSI e l’ingresso dei socialisti nel governo, è indispensabile approfondire, anche se sommariamente, un tema fondamentale.

Tutto il “circolo virtuoso” di cui abbiamo tanto parlato portava con se una contraddizione enorme.

Essendo caratterizzato da sempre più alti salari, da una crescente accumulazione nel capitale fisso e da una politica dei prezzi delle merci compatibile con l’espansione del consumo e per giunta controllata e indirizzata dalla politica, produceva una progressiva riduzione del tasso di profitto.

Questo “circolo virtuoso” dal punto di vista strettamente capitalistico diventava sempre più un “circolo vizioso”.

In altre parole la natura del capitalismo che non può che ricercare sempre il maggior tasso di profitto era incompatibile con la prosecuzione del “circolo virtuoso”. Il “circolo virtuoso” per continuare a svilupparsi avrebbe dovuto, per dirla semplicisticamente, mettere in discussione il valore di scambio delle merci in favore del valore d’uso, ottenere maggior equilibrio e armonia nei rapporti economici internazionali, aumentare ancora di più il controllo politico e la programmazione pubblica della produzione e del mercato. Cioè superare il capitalismo. E ciò non avrebbe potuto che avvenire per salti e nel mezzo di scontri durissimi con il sistema capitalistico e con i suoi rappresentanti politici.

In altre parole ancora, il “circolo virtuoso” era una parentesi, prodotta da determinate condizioni storico politiche, nel processo di accumulazione capitalistico e non, come in molti credevano e credono, una evoluzione “democratica” e sempre più armoniosa del capitalismo.

Se è vero tutto ciò, anche per sommi capi, non può essere ignorato o considerato ininfluente nella lettura dei fatti politici.

La divisione fra PCI e PSI e l’ingresso di quest’ultimo al governo con la DC, era dovuta proprio all’analisi del capitale e alle due idee contrapposte che ne derivavano. O accumulare forze e rovesciare il sistema attraverso “riforme di struttura” inverando la nozione di “democrazia progressiva” che il PCI aveva del sistema politico scaturito dalla costituente o governare il sistema, facendolo evolvere verso il capitalismo dal volto umano con l’implementazione sempre maggiore del “circolo virtuoso”.

Mi sbaglierò, ma le letture correnti, che comunque contengono sempre punti di verità, come l’esclusione aprioristica del PCI dal governo di centrosinistra dovuta esclusivamente alla guerra fredda o il semplice tradimento dei socialisti, non possono spiegare tutto.

Non possono spiegare, per esempio, le riforme che il centrosinistra e poi negli anni 70 diversi governi, compreso quello di “unità nazionale” fecero. Anche se erano contemporanei alla fine del keinesismo e perfino all’inizio del neoliberismo. Furono il frutto della forza del movimento operaio e della dialettica, che continuava ad essere interna alla SINISTRA anche se da collocazioni politiche diverse, fra PCI e PSI.

Ciò che ho detto più sopra, invece, spiega benissimo due cose.

Man mano che la contraddizione fra capitalismo reale e keinesismo si acuiva, nel movimento operaio cresceva la coscienza anticapitalistica. Il 68, altro tema sul quale non posso dilungarmi, specialmente in Italia non fu un fuoco di paglia, ma acquisì alla classe operaia nuovi ALLEATI, come una intera generazione di studenti che sentivano come necessario il superamento del sistema e non coltivavano illusioni riformistiche dello stesso. Il movimento operaio cominciò ad organizzarsi diversamente e più democraticamente (i consigli) vincendo ogni resistenza del PCI e della direzione della CGIL. Cominciò a porre rivendicazioni generali (valga per tutti l’esempio della riforma sanitaria) e a mettere in discussione il modo di produzione capitalistico. Sul rapporto vita – lavoro (salute in fabbrica e 150 ore per esempio) e con la forza che aveva impose perfino l’eguaglianza salariale tendenziale fra lavoro manuale ed intellettuale nella stipula dei contratti di lavoro. Una delle più grandi conquiste fu la scala mobile. Che era un’arma difensiva contro la prima grande contromossa capitalistica sul “circolo virtuoso” (l’aumento dei prezzi delle merci e l’inflazione) ma anche offensiva (salario come variabile indipendente dal profitto). Una vera bestemmia per i capitalisti, che infatti la subirono totalmente meditando vendetta.

Questa prima cosa dimostra quale fosse il grado di percezione diffusa della necessità concreta (e non solo astratta e teorica) del superamento del capitalismo.

La seconda riguarda il PCI e la sua discussione interna.

Mentre il PSI, andando al governo, subì una scissione non piccola a sinistra (il PSIUP, che riprese il nome dei socialisti subito dopo la Liberazione) che continuerà nella politica di ALLEANZA con PCI, in quest’ultimo si sviluppò una dura discussione. Amendola propose prima al dibattito il tema del partito unico della sinistra. E nell’11° congresso si scontrerà (nelle forme in cui si faceva allora) con Ingrao. Chiunque può attingere ad una vastissima letteratura in merito. Io mi limito a dire che la discussione, interessantissima, ebbe il grave limite di non concludersi in modo univoco dal punto di vista politico. Vinse cioè un “centro” che si orientò nella direzione del superamento del capitalismo come prospettiva ma che, anche questo detto con estreme semplificazioni, assegnò un ruolo predominante alla politica istituzionale e di relazioni fra le forze politiche sulle dinamiche sociali. La separazione fra le dinamiche politiche e quelle sociali e il primato della POLITICA, cioè il POLITICISMO,  fu declinata anche da sinistra. Soprattutto dalle tendenze operaiste dentro e fuori dal PCI e dallo stesso PSI. Analogamente si svilupparono, anche se con minor importanza teorie e pratiche ispirate alla primazia all’autonomia del SOCIALE.

Non sono incline, soprattutto con il senno del poi, a ignorare le condizioni internazionali ed interne italiane che spinsero il PCI a considerare immatura la possibilità di tentativi concreti di superamento del capitalismo e che lo indussero, anche in contraddizione con le proprie elaborazioni teoriche, a propendere più, nei fatti, verso la pratica del “governo del sistema”. E’ perfino inutile che mi diffonda sulle condizioni internazionali dell’epoca. L’invasione della Cecoslovacchia nel 68 da parte dell’URSS fu un colpo mortale per il PCI. Per quanto si fosse dissociato ne pagò un prezzo altissimo. Il dominio USA in Italia non avrebbe mai permesso che il paese si incamminasse sulla strada del superamento del capitalismo. E a nulla valsero le rassicurazioni sulla non uscita dalla NATO del PCI, perché il problema per gli USA non era certo solo geopolitico. Pesò poi, anche se molti se lo dimenticano, la svolta a destra della DC dei primi anni 70, la “strategia della tensione” e perfino i tentativi, per quanto improbabili, di colpo di stato. In Europa c’erano tre nazioni con regimi fascisti, Spagna Grecia e Portogallo. Tutte e tre fedelissime alleate degli USA. Sono tutte cose che si possono rintracciare tra le righe ed anche esplicitamente (come l’esperienza cilena) nei saggi di Berlinguer su Rinascita che inaugurarono la politica del compromesso storico.

Ma resta evidente che si aprì uno iato tra la domanda di cambiamento oggettivamente cresciuta nelle lotte e coerente con la soluzione delle contraddizioni prodotte dentro il “circolo virtuoso” in senso anticapitalistico, e la POLITICA del PCI. Non solo ma anche per questo il PCI, che in una prima fase dialogò seppur mantenendo chiare distanze, col movimento del 68 se ne separò nettamente in seguito. Non solo ma soprattutto per questo ci fu la nascita di quella che allora si chiamava “sinistra rivoluzionaria”, composta da diverse organizzazioni e anche dal gruppo del Manifesto, radiato dal PCI.

L’unità della “SINISTRA” e la politica delle “ALLEANZE” del PCI degli anni del centrosinistra e degli anni 70 sono ben diverse da quelle degli anni della fase precedente.

L’ultima parte della fase keinesiana in Italia è veramente molto complessa dal punto di vista strettamente politico. Nel PSI, ma ne riparleremo più diffusamente nella fase neoliberista, crebbero le tendenze più di destra non dentro ma dopo la esperienza organica del centrosinistra. E “L’UNITA’ DELLA SINISTRA” si coniugò con la collocazione alternante dentro-fuori del governo (anche nelle stesse legislature) del PSI. Non mancarono contenuti chiari unitari nel movimento di lotta ed anche obiettivi comuni in parlamento. Ma nessuno parlava più di ALLEANZA. Ed infatti non poteva esserci, giacché il PSI, pur conservando un forte insediamento operaio, scelse poi, come vedremo, di sposare gli interessi della nascente nuova borghesia della finanza e della speculazione. Nemica mortale della SINISTRA. Anche allora la domanda di UNITA’ era fortissima. Il PSI era un partito di governo ma era ancora un partito di sinistra che diceva, e spesso lo faceva, di lavorare al miglioramento delle condizioni di vita del proletariato e dei ceti popolari. Il PSI dialogava più volentieri con le forze alla sinistra del PCI, sia per dare fastidio al PCI sia per estrarne in senso riformista le rivendicazioni più compatibili con il sistema, che il PCI faceva fatica a metabolizzare ed inserire nel programma di alleanze e blocco sociale che aveva in mente. Valga per tutti l’esempio del divorzio, che passò in parlamento con i voti del PCI, PSI, PSDI, PRI e PLI. Ma che venne spinta da socialisti, radicali e sinistra estrema (che erano fuori dal parlamento) vincendo le ritrosie del PCI che temeva, sbagliandosi totalmente, che avrebbe potuto provocare gravi divisioni nella classe operaia e nel popolo fra cattolici e non cattolici e che palesò una grave arretratezza culturale circa il problema del patriarcato e del femminismo.

Nella DC c’era praticamente di tutto. C’era una destra reazionaria che coltivava anche disegni autoritari e che non aveva imbarazzi a strizzare l’occhio al MSI, c’era una sinistra convintamente keinesiana che non esitava a schierarsi apertamente con le rivendicazioni operaie e che influiva moltissimo su una CISL unita alla CGIL. E in mezzo c’era il centro, più orientato verso la sinistra interna ma pronto a qualsiasi svolta necessaria dal punto di vista internazionale e di difesa degli interessi del capitale.

La politica delle ALLEANZE del PCI cambiò. Diventò soprattutto la versione politico-parlamentare del “compromesso storico”. Fu innervata di scelte di contenuto che venivano dalla analisi del quadro politico-economico della crisi del keinesismo e dell’uscita da destra dallo stesso, e che perciò erano nettamente in contraddizione con le domande sociali della classe operaia e di tutti i suoi alleati.

Su questo è necessario soffermarsi.

Siamo a cavallo della fine del keinesismo, i cui istituti principali (come le grandi imprese pubbliche ecc) continueranno ad esistere a lungo, e l’inizio della fase neoliberista, che ha le sue premesse, come vedremo in seguito, embrionali nella fine di Bretton Woods, nella politica dei prezzi alti per le merci, nella ricerca del massimo profitto sui mercati internazionali invece che su quelli interni. Ma ci torneremo per forza.

Se ci sono condizioni economico sociali oggettive per “andare oltre” (come è di moda dire oggi) il capitalismo sviluppando fino alle sue estreme conseguenze il “circolo virtuoso” non è detto che ci siano quelle politiche. Il PCI pensa che non ci siano. A torto o a ragione. Pensa che il tentativo di “andare oltre” non si può fare con il 51 % dei voti. Pensa, ancora una volta a torto o a ragione, che seguire questa strada possa rivelarsi una avventura e che bisogna evitare assolutamente di spingere gli avversari ad una svolta reazionaria che porterebbe ad una sconfitta storica e che potrebbe produrre bagni di sangue. Se ci sono condizioni sociali e non ci sono condizioni politiche va da se che il lavoro principale da fare è costruire condizioni politiche. Ecco il “compromesso storico”. Ma intanto i rapporti di forza nella società non restano immutati in attesa delle “condizioni politiche”. Intanto finisce Bretton Wodds, gli alti prezzi producono inflazione, la lira deve essere svalutata per permettere alle imprese le esportazioni senza le quali prezzi i prezzi alti producono una riduzione del mercato interno e una classica crisi di sovraproduzione. La politica delle ALLEANZE del PCI si piega sempre più al moderatismo e al “senso di responsabilità” perché gli effetti del non superamento del capitalismo producendo una risposta normale per il capitale, e cioè la ricerca del massimo profitto fuggendo e possibilmente distruggendo le compatibilità imposte dal funzionamento del “circolo virtuoso”, producono nel campo avverso, quello della classe operaia, perdita di forza e arretramenti.

Credo che non ci sia nessun saggio che possa sintetizzare e descrivere quanto ho appena detto meglio dello slogan che fu allora adottato dal PCI e dalla CGIL. La “politica dei sacrifici” della classe operaia per “salvare il paese”. Il “senso di responsabilità” del PCI.

Per quante ragioni avesse il PCI di considerare avventuroso o impossibile il mantenere in vita il “circolo virtuoso” fino al superamento del capitalismo i sacrifici e il senso di responsabilità, indipendentemente dalle intenzioni, non salvarono il paese. Bensì il capitalismo e spianarono la strada alla sua vittoria completa e senza appelli negli anni 80 e 90.

Con ciò non voglio dire che il PCI tradì, che si vendette, o altre amenità di questo tipo.

Capita, nella storia, che si venga sconfitti per motivi oggettivi, che sfuggono alla propria responsabilità diretta e che non dipendono prevalentemente dai propri errori soggettivi.

Il PCI seguì quella strada. Resta da dimostrare che seguire l’altra avrebbe prodotto avanzamenti e vittorie e non avventure e catastrofi ancor più grandi di quelle che il movimento operaio ha subito. E molto depone a favore della linea di condotta cui si sentì obbligato il PCI. Senza dimenticare, però, di dire che la compattezza del PCI e l’autorevolezza del suo gruppo dirigente, come di quello della CGIL, non impedì che dei termini di UNITA’ DELLA SINISTRA, ALLEANZE, e perfino di PARTITO E COMUNISMO E SOCIALISMO dentro il PCI iniziarono ad esserci diverse versioni.

Per non parlare del concetto di CULTURA DI GOVERNO che si affermò allora intriso di “realismo”, di moderatismo e di politicismo e praticamente contrapposto all’idea della possibilità di trascendere i rapporti di forza dati. Come se lo spingere in avanti il “circolo virtuoso” non fosse collegato a provvedimenti di governo e quindi ad una CULTURA DI GOVERNO. Un’altra, però.

Soprattutto i “miglioristi” si incaricarono di interpretare la linea ufficiale del PCI declinando tutte queste parole in senso diverso, sempre invocando una continuità di impostazione politica che invece non c’era per niente. Perché essi, in realtà, già negli anni 70 sposarono la prospettiva socialdemocratica europea e socialista italiana di “governo del sistema”.

Comunque, per “assolvere” il PCI dagli “errori” che fece nella stretta che dovette fronteggiare per tutti gli anni 70, bisognerebbe indagare meglio i disastri prodotti dall’invasione della Cecoslovacchia (che nel mondo significò che l’unico modello di socialismo possibile era quello dell’URSS, autoritario al punto che c’era un ministro che decideva che musica si poteva ascoltare, totalmente imitativo del modello fordista anche nell’organizzazione del lavoro e fortemente vocato al militare), dalla assenza di un luogo di discussione e soprattutto coordinamento reale del movimento operaio e dei partiti antagonisti (le divisioni fra URSS e Cina e la concezione del partito stato e dello stato guida lo impedirono), dalla assenza di una politica comune europea delle forze antagoniste sociali e politiche (e qui però ci furono errori soggettivi del PCI sia sul mercato comune, che pur conteneva regole e politiche chiaramente da “circolo virtuoso” e sul serpente monetario europeo (SME)). Ma questo è un altro discorso.

In realtà ho scritto finora tutto questo solo per tentare di dimostrare che usare parole come SINISTRA, ALLEANZE, POLITICA, PARTITO ecc. decontestualizzandole e facendo finta che abbiano lo stesso significato indipendentemente dalle fasi economiche e dalle condizioni politiche, come si usa diffusamente fare oggi, è un gravissimo errore tossico e foriero solo di disastri.

Lo vedremo meglio ancora parlando della fase neoliberista.

Continua

ramon mantovani

35 Risposte to “Perchè dovremmo dividerci fra settari e governisti? ovvero una lunga dissertazione sul senso delle parole e delle azioni. (1)”

  1. E bravo il ns tuttologo. Che bello he Ramon? Spazi con disinvoltura dall’economia alla storia alla sociologia. Dal km e mezzo del tuto scritto traspare tutta la tua “bussola” di vita che adora il minoritarismo e “odia” tutto quanto è “vasto”, consenso, moltitudine, popolo, molteplicità. Ahi caro Ramon….c’è chi si accontenta di quello che fai te (a proposito hai rinunciato all’indennità x i tuoi plurimi mandati alla camera?)….parlare e distinguersi…saperne di tutto. Povero ramon se lo avessi fatto dopo aver rinunciato all’indennità da ex parlamentare …ti crederei un poco. Oggi sei un abile acrobata che, insieme a qualche altro che in una sinistra di massa scomparirebbe, sa (come alcuni del Manifesto) che la propia esistenza e la possibilità di sfogarsi è legata al permanere di disstri della sinistra. Ciao e non ti arrabbiare, sono uno come te con una opinione diversa ….. ma non ho campato dalla politica

  2. ti sbagli toto. Guarda che ramon non lo invita alla festa nazionale nemmeno la fed che è al 1,5% (+/-). Forse quando sarà sotto l’1% o sotto lo 0,5% ramon lo chiameranno x dire che tutti a sinistra sbagliano TRANNE LUI. vendola tenta di uscire dalle secche….apre una speranza e LUI e i suoi 3/4 amici non vogliono…ma guarda un pò sto prepotente. BASTEREBBE SOLO CHE FOSSE UN PRECARIO DELLA SCUOLA X CAPIRE CHE IL TEMA DEL GOVERNO (E DEL CONSENSO E DELLA RAPPRESENTATIVITA’) NON PUO’ ESSERE DERUBRICATO RISPETTO ALLE VOGLIE E ALLE PASSIONI……RAMON RISPONDERA’ ARGOMENTANDO CHE LA RIVOLUZIONE…..BLA BLA….CHE L’IDEOLOGIA…BLA BLA….CHE LA COERENZA BLA BLA….CHE LA PIOLITICA NON è TUTTO…APPUNTO….te lo ha ordinato il dottore?

  3. Ramon dirà che occorre costruire…..che bisogna prima ecc. ecc… Io ho 50 anni non pretendo che si risolvano nell’immediato i miei problemi, pretendo che la politica approcci le cose come se potesse/dovesse risolverle domani………voi aspettate pure il sol dell’avvenire…io voglio a partire dal mio terriotrio battermi x governare in maniera alternativa o almeno diversa lo stato di cose. Tu mi dirai che è propio qui il problema “in maniera diversa”. Io ti rispondio già che x molti “in maniera diversa” non si è fatto nè si farà mai…e soprattutto non lo accetteranno mai……ttroppo difficile trovare soluzioni o governare x risultati almeno intermedi…meglio un blog, un sigaro alla ferrero/diliberto, un fil sul cuba, un sorso di vino acoltando il fu Della Mea ecc. ecc….Mamma mia come ti incazzerai…………….non capendo che è tutto legittimo ed anche interessante…soltanto che non fa parte della politica ma dei gusti di uno che ha certe idee (belle) ma che è stato parlamentare e che oggi non può permettersi di fare il colto critico di tutto e dit tutti

  4. dinoluciasml Says:

    Bravi toto e dani,con che livore riuscite a comunicare con gli altri.Io sono uno di quei 3/4 amici(come dice dani)che vorrebbero cambiare questo modello di società,pensate non ho mai preso soldi nè dal partito nè dalle istituzioni,eppure lavoro praticamente a tempo pieno per il partito,che cretino sono neh! e come me ce sono tanti non dubitate.toto io non sono come te e come vedi non la penso come te e non mi accontento di quello che dice Ramon,cerco di confrontarlo con quello che penso io e quello che dicono gli altri,con attenzione ed in piena autonomia.Dei precari(tutti)dani,dobbiamo avere ed ho il massimo rispetto senza che questo sia una forma di piaggeria salvifica,il loro/nostro dramma è quello che, oltre a non avere/perdere il lavoro non vengano presi per i fondelli con pseudo riforme oppure con lo stravolgimento della Carta Costituzionale (sui diritti al lavoro e tanto altro ).Quello che a me non piace,penso non vi interesserà,sono gli attacchi qualunquisti e non supportati da valutazioni politiche (seppur differenti)veritiere e serie.Vedete quello che avete scritto a Ramon(alla quale penserà lui a rispondervi)lo avete ingiustamente allargato a tanti compagni, compreso io,che lavorano per il partito perchè ci credono al cambiamento di questo modello di società(lo ripeto un’altra volta).La passione per fare politica o ce l’hai o lascia perdere,anche se te lo ordina o no il medico.

  5. ma no toto caro. non mi offendo e non mi incazzo. tanto meno mi vergogno di essere stato un funzionario di partito, con stipendio basso del contratto del commercio, avendo rinunciato ad insegnare per farlo dopo aver vinto un concorso, e di aver fatto il parlamentare senza cambiare di un grammo il mio stile di vita e le mie frequentazioni, come sa benissimo chi mi conosce da molto tempo, ed ovviamente senza arricchirmi minimamente. anche se sono abituato alla litania secondo la quale “vivere di politica” ed essere stati nelle istituzioni equivale ad un insulto. fa parte, anche se lo dicono persone che credono di essere di sinistra che hanno perso ogni memoria o che semplicemente non l’hanno mai avuta, dell’idea di politica che si è affermata. secondo la quale chi non conta nella società non deve organizzarsi in partiti “pesanti”. bensì essere passivo e “sperare” che qualcuno faccia qualcosa per lui. e che i “politici” devono essere imprenditori, professionisti e comunque abbastanza benestanti da non dover dipendere da uno stipendio per essere a tempo pieno dediti ad un lavoro politico. per non parlare del parlamentare che è la sentina di tutti i mali possibili. mentre non ci si chiede nemmeno per un momento come mai i fustigatori dei parlamentari, come grillo, per dirne uno a caso, siano miliardari perché sono stati “lanciati” in tv da pippo baudo, anche proprio perché hanno fatto scandalo dicendo che i socialisti erano ladri, ed essendo stati espulsi dalla tv, prima di predicare per i beni pubblici e per l’ambiente hanno fatto altri miliardi facendo la pubblicità per noti difensori dell’ambiente come certe multinazionali. o come i giornalisti che stazionano sui divani del transatlantico alla camera, senza mai mettere piede in aula per sentire cosa si dice si vota realmente, per accorrere e formare grappoli umani appesi alle palle del leader di turno nella speranza che dica una frase, una parola, su cui fare la notizia, completamente priva di rapporto con ciò che si è appena discusso e votato. che prendono stipendi ed hanno trattamenti sanitari e pensionistici che possono far impallidire anche quelli, pur ultraprivilegiati, dei parlamentari. salvo poi vederli in qualche talk show (perché nei talk show ormai i giornalisti intervistano e discutono prevalentemente fra di loro) il cui conduttore guadagna come un campione di serie a del calcio, tutti insieme ad inveire contro il parlamento e i suoi privilegi.
    la manipolazione e la creazione di luoghi comuni che fanno comodo alla concezione elitaria e oligarchica che hanno i poteri economici forti della politica e del parlamento, esistono, caro toto.
    figurati se me la prendo con un operaio che inveisce contro il parlamento. o con chi pensa che discutere di storia, di economia, di analisi per spiegare a fondo fenomeni complessi, di posizioni e proposte sorrette da ragionamenti, sia inutile. perché è talmente passivo che appena sente odore di discussioni serie le ritiene noiose e fuorvianti mentre se sente una favoletta o una battuta folgorante e telegenica, per non parlare delle grida contro qualcuno in tv, pensa che quella si che è vera politica.
    anche durante il fascismo, quando negli anni trenta il regime godeva di un vastissimo consenso popolare, chi si opponeva e magari studiava di nascosto sui libri che circolavano clandestinamente, come quell’opuscolo pubblicitario con la faccia dell’ultimo nuovo leader dal titolo “il capitale” scritto da quel noioso professore (mica operaio) che rispondeva al nome di carlo marx, i militanti come me e come dino venivano considerati dal popolo o dei cretini visionari settari e isolati o dei poveretti. ti consiglio di leggere il libro di amendola “una scelta di vita”.
    certo ti sconsiglio di continuare a leggere questo mio blog che ospita le mie modestissime riflessioni e posizioni.
    non perdere il tuo tempo.
    ciao

  6. eh caro dani, cosa vuoi che ti dica. a parte che non capisco cosa di male ci sia a bere un bicchiere di vino, a fumare un sigaro e ad ascoltare ivan della mea. guarda che questo modo di descrivere i comunisti è lo stesso di quelli di berlusconi. o non te ne sei accorto? ma non fa nulla. sono ormai due decenni che sono abituato a sentirmi dire da ex comunisti le stesse cose che diceva montanelli o che dice lo stesso berlusconi dei comunisti. pazienza.
    tuttavia a me interessa sempre anche il barlume di critica seria che c’è. anche se condita da insulti e frasi senza senso o per lo meno incomprensibili.
    perché su una cosa che tu dici io sono d’accordissimo.
    io penso proprio che governo, rappresentanza e consenso non possono e non devono essere scissi da passioni e voglie (io avrei detto più propriamente desideri ed anche sogni). devono secondo me essere intimamente legati. fino ad essere la stessa cosa.
    non ti parlo di rivoluzione, di ideologia o di coerenza. proprio per niente.
    per esempio penso che l’ansia di liberazione dal nazifascismo, che crebbe nella guerra, non sarebbe stata soddisfatta senza la scelta lucida e fredda, ma carica di passione e volontà, del PCI di fare fronte comune con tutti, badoglio compreso. per esempio penso che berlinguer, che era un antileader e che in tv parlava molto difficile (politichese si direbbe oggi) incarnava e mescolava bene speranze e passioni, concretezza e sogni, soprattutto quando era capace di andare ai cancelli della fiat nel momento più duro non a vendere scampoli demagogici di promesse, dicendo che la lotta era difficile da vincere ma che il pci se gli operai avessero perso avrebbe perso con loro. e non li avrebbe lasciati soli.
    per esempio penso che tutti quelli di sinistra (e ce ne erano tanti anche dentro il PCI a cominciare dai miglioristi) che pensarono che era sbagliato opporsi alla cancellazione dei quattro punti di scala mobile per sconfiggere l’inflazione. che se non si fosse sconfitta l’inflazione si sarebbero persi posti di lavoro. che per questo era meglio essere realisti e fare il sacrificio. e che in fin dei conti craxi era di sinistra e interpretava meglio la modernità della fase che si viveva. e che dicevano che il pci era troppo vecchio e legato ad una classe operaia che non esisteva più. insomma penso che tutti questi non fossero realisti, capaci di governare l’esistente migliorandolo. penso che si sbagliavano o che comunque avevano deciso di separare il loro destino da quello dei lavoratori. sia chiaro che non sto paragonando vendola a craxi. ma paragono craxi al pd. tutto il pd. perché nella crisi ha la stessa logica di craxi di allora. identica.
    per esempio, per parlare di obiettivi intermedi e realistici, come piace a te, per “governare lo stato di cose”. pensi davvero che basti dire “diverso” per qualificare il cambiamento? lo so, mi hai anticipato. ma mi hai anticipato perché tu stesso capisci il limite di ciò che hai detto.
    sei tu che devi dire cosa è diverso e cosa no. magari se lo dici ci troviamo completamente d’accordo. e stai ben tranquillo che se “diverso” è diverso dal tutto, dalla rivoluzione ecc io sono altrettanto d’accordo. non c’è nessuno più disposto alla mediazione di me.
    tuttavia rimane da chiarire cosa vuol dire diverso.
    per esempio, i comuni non hanno fondi per le spese sociali perché i tagli dei governi nazionali (tutti) e i conseguenti patti di stabilità li hanno privati delle risorse per fare cose veramente “diverse”. che le amministrazioni di sinistra facevano regolarmente. cosa significa oggi fare un governo “diverso” del territorio? dove si trovano i soldini? sono troppo concreto e poco passionale nel dire questo?
    fare la urbanistica contrattata mettendosi d’accordo con gli speculatori fondiari moderni (che spesso sono i furbetti del paesino) e dire: tu costruisci un centro commerciale, cinque palazzi di uffici ed abitazioni, però paghi le infrastrutture e anche un asilo nido e il risanamento di un quartiere popolare è un modo di risolvere i problemi dei soldini che moltissime, per non dire tutte, amministrazioni hanno adottato.
    beh per l’asilo nido e il quartiere risanato è meglio. ma alla lunga per la città ed anche per quelli che non abitano nel quartiere risanato e che non usufruiscono dell’asilo nido (che per quanto sia stato costruito con gli oneri di urbanizzazione pagati dallo speculatore non è gratuito e si paga caro) è meglio o peggio? e alla lunga chi comanda alla fine nell’amministrazione? chi vuol fare cose diverse o gli amici degli speculatori, senza i quali non si hanno i soldini?
    non dico mica di non fare queste cose. bisogna sapere che un comune oggi si deve anche governare così. poi ci sono limiti e gradi di compromissione che per noi dovrebbero essere insuperabili. dovrebbero.
    ma ti domando. facendo così si coniugano bene governo e passioni?
    io dico di no.
    si possono coniugare solo se si cambia veramente la realtà. anche minimamente ma nella giusta direzione.
    la passione che può metterci un precario, sei tu a tirarlo in ballo, se si impegna in qualsiasi modo in una lotta o anche semplicemente votando alle elezioni, non credo sia coniugabile con un governo la cui forza principale pensa che la precarietà è, se va bene, un male necessario da contenere il più possibile ma che non si può eliminare. che con queste premesse si sa, come si è ben visto, che il più possibile significa per niente.
    ecco. caro dani, io critico chi tende ad essere molto “passionale” e sognatore e poco concreto separando le passioni dalla realtà concreta del governo reale. io penso che bisogna dirsi con sincerità e chiarezza se fare un governo, l’ennesimo, di centrosinistra, con il pd confidustriale e d’accordo con marchionne, possa essere coniugato con passioni e sogni. o non si possa rivelare per noi come un incubo. come lo è stato l’ultima volta. o non te ne sei accorto?
    ma non confido che tu ascolti le mie ragioni. in fondo basta dire che io aspetto il sol dell’avvenire, che ho solo 4 amici e che ascolto della mea bevendo un bicchiere di vino per ignorare le mie ragioni. che comunque non sono solo mie, per fortuna.
    ciao e auguri

  7. ho sempre pensato che Ramon Mantovani sia uno dei migliori dirigenti storici di Rifondazione, uno di quelli più a sinistra, uno tra i pochi a difendere Caruso quando veniva aggredito dai mass-media( anche da Liberazione)…l’unica cosa lo ricordo silenzioso e assente nel momento in cui fu espulso Turigliatto…da quel momento inizio’ il declino del partito ..la sua involuzione e rottura…peccato non aver detto niente…

  8. Interessante analisi.
    Su alcuni punti non mi trovo completamente d’accordo, ma trovo molto interessante il tutto.
    Soprattutto trovo interessante, oltreché fondamentale, che ci sia la volontà di discutere e riflettere su determinati argomenti.
    Funzione, a mio parere, fondamentale in ogni pratica rivoluzionaria. Rivoluzionario non significa, forse soprattutto, analizzare la realtà con occhio critico e autocritico? Ed è proprio questo il tratto che manca nell’attuale discussione all’interno dell’ambito “Sinistra”.
    A mio, modesto, parere, oggi si presenta una grande occasione. Quella di costruire un grande partito di massa.
    Ma, come disse qualcuno, come “Roma non fu costruita in un giorno”, anche per questo sarà necessario del tempo e discutere, analizzare e riflettere sul passato, sugli errori e sul buono fatto, è fondamentale.
    Il compito di un partito comunista non è quello di “sfamare gli affamati”, ma di elaborare una linea di condotta.
    Ognuno faccia il proprio lavoro. Il sindacato faccia il sindacato e il partito faccia il partito.
    Per salvare chi ci abita dal crollo del palazzo non è “meglio” intervenire tempestivamente coi soccorsi, ma evitare che crolli costruendolo come si deve!
    Quindi, ben vengano le riflessioni. A patto, però, che non rimangano inascoltate o, peggio, non riducano a esercizi intellettuali.
    Buona giornata.

  9. Michele Caruso Says:

    E’ vero che la distinzione tra settari e governisti sembra artificosa e strumentale, un modo di alimentare antichi dissidi all’interno delle correnti del Prc (ma quante sono ‘ste correnti?!) per finalità non proprio disinterresate. Non credo che la questione alleanze (e per metonimia la questione Vendola) definisca il discrimine tra le culture che albergano dentro Rifondazione. Però, e c’è sempre un però, è proprio la questione culturale, e per estensione la questione democratica, che mi preoccupa. Reputo inquietante in tal senso l’editoriale di Paolo Ferrero apparso sul nostro giornale all’inizio di agosto dal rabbrividente titolo “Gentili ma non fessi” in cui si sferra un attacco di inusitata violenza contro la redazione di Liberazione, rea di aver scioperato per due giorni a fronte della sospensione degli stipendi. Un editoriale incredibile, censurato dalla stessa Fnsi (non trovi paradossale e avvilente che il prc venga accusato di comportamenti antisindacali?). E che fa il paio con quanto pubblicato il giorno prima dal direttore Dino Greco, il quale attacca i redattori, accusati di tramare contro il prc attraverso l’uso improprio del….”sincretismo culturale”. Sincretismo culturale? Ma ti rendi conto, enanche Servire il popolo si eprimeva così? Ecco, la questione del settarismo va ben al di là delle eventuali alleanze con Sel, Pd, Idv e quant’altri. Il settarismo è una condizione culturale e la questione “Liberazione” mette in luce tutta l’insofferenza di una parte del partito nei confronti di culture “altre”, “diverse”, perecepite come minacciosi tentativi di svendita della propria identità. Senza contare che si tratta di critiche false e pretestuose. Nell’ultimo anno e mezzo il giornale è molto cambiato; sembra un bollettino della Fiom, pubblica pagine che elogiuano regime Nordcoreano, e il cameo ingobbito di Antonio Gramsci appare un giorno sì e un giorno no. Dove lo vedono il “sincretismo culturale” o, come ha scritto quel campione di democrazia di Guido Liguori, un “eclettismo che ingenera confusione tra i compagni”? (sic)
    Capisci: la questione governo sì, governo no diventa addirittura risibile di fronte a una tale deriva autoritaria.
    saluti

  10. Mario Giannelli Says:

    Ramon Mantovani scrive come dice tu Toto un km e mezzo su storia, sociologia, politica, economia, e tu non trovi di meglio assieme a Dani che parlare di un nuovo governo e fare del sarcasmo da quattro soldi.
    Sull’analisi di Ramon si può essere daccordo del tutto o in parte o anche non condividerne nulla ma almeno discutiamola. Mandare via Berlusconi non è sufficiente perché il berlusconismo è entrato nelle teste anche dei compagni. Dani si preoccupa, giustamente, dei precari ma sa cos’è il pacchetto Treu? E quale governo lo ha istituito? Ma i fallimenti dei governi di centrosinistra gli abbiamo già dimenticati?
    Ho la sensazione caro Dani, lo dico con molto rispetto, che la tua politica sia paragonabile a quello che si cambia di abito tutti i giorni ma non fa mai la doccia. Berlusconi è solo un abito. La puzza ce l’abbiamo addosso non basta cambiarsi l’abito.
    Ramon nella tua analisi colgo molti aspetti interessanti ma manca tutta l’esperienza della grande stagione dell’autorganizzazione che va dal 68 al 77 e che vide nei fatti nascere una sinistra plurale a sinistra del PCI. Questa sinistra con tutte le sue contraddizioni svolgeva un ruolo sociale e politico. Il PSI non dialogò con essa solo per mettere in difficoltà il PCI ma perchè aveva con essa un tratto comune il laicismo che nella tradizione “religiosa” del “togliattismo” era nei fatti inaccettabile. Una altra cosa che accomunerà i “rivoluzionari” della nuova sinistra e i “riformisti” del PSI sarà l’attacco che in epoche diverse dovranno subire dai realisti del PCI PDS DS e dalla magistratura. La nuova sinistra sarà avversata dal PCI e attaccata dalla magistratura (vedi teorema Calogero e il 7 aprile) sul finire degli anni ’70. Un ventennio dopo con la stagione di mani pulite (fenomeno di ristrutturazione capitalista che sposterà a destra la politica italiana con la nascita della Lega, lo sdoganamento del MSI, la discesa in campo di Berlusconi e anche di di Pietro) la stessa sorte tocchera al PSI. Il PCI ha di fatto cannibalizzato la sinistra italiana alla sua sinistra e alla sua destra e infine ha cannibalizzato se stesso.
    Quando nacque Rifondazione molti compagni provenienti dall’esperianza della sinistra extraparlamentare si ritrovarono in questa nuova avventura assieme ai compagni del PCI che non volevano sciogliere il partito e anche ad alcuni socialisti di matrice lombardiana. Quell’esperienza è stata purtroppo corrosa dal ripresentarsi di un diffetto ereditario che io chiamo “togliattismo”.
    Si può essere riformisti o si può essere rivoluzionari ma non si deve essere immobilisti ad aspettare la nostra morte. Su questo tema vorrei sapere cosa ne pensi?
    Una cosa su cui invece spingerei molto è sul fatto che in questa seconda/terza repubblica il potere esecutivo ha di fatto schiacciato gli altri due poteri quello giudiziario, anche se questo non è immune da responsabilità, e quello legislativo. Negli ultimi 15 anni le leggi la fa il governo e non il parlamento come giustamente tu hai sottolineato e lo stesso atteggiamento dell’elettore è quello di chi va a votare per il governo e non per la rappresentanza politica. Si tratta di fatto un qualcosa che coccia contro la costituzione. La battaglia per il proporzionale dve tprnare ad essere centrale.

  11. Trovo il contributo di ramon molto interessante e (come capita spesso) molto stimolante. L’intreccio tra fase economica e fase politica che purtroppo oggi scarsamente si considera è molto condivisibile. Peraltro, casualmente, sto finendo proprio in questo momento l’ultimo libro di Lucio Magri “Il sarto di Ulm”, che mi sembra avere diversi punti di contatto col tuo ragionamento. Pensavamo di invitarlo in sezione, da noi al Che Guevara, per parlare del suo libro (ti andrebbe di partecipare?). Intanto aspetto con curiosità il proseguio del tuo lavoro. Avanti camarada

  12. Francesco Says:

    Alcuni attacchi scomposti sono il prodotto scientifico di un’egemonia di destra che è ormai dilagante anche nel popolo della sinistra. Il popolo del centrosinistra è un’accozzaglia che racchiude omofobi, razzisti e servi della confindustria ma è l’unica soluzione per chi pensa che l’unico strumento funzionale al cambiamento sia il governo. E’ la vittoria di quel pensiero unico, di quell’uomo a una dimensione che ha perso il gusto di inventarsi la politica e pensa che il nuovo vento culturale, le nuove dimensione del conflitto siano da costruire attraverso la sommatoria di sigle e percentuali irrisorie per dilatare la propria dimensione istituzionale abbandonando la costruzione di un radicamento sociale e di un blocco sociale in grado di ribaltare i rapporti di forza reali e costruire egemonia. Ma mentre si prova a massimizzare le nostre povertà in una prospettiva puramente istituzionale il blocco sociale che dovremmo costruire se ne va sempre più a destra, nella crisi devastante in cui il turbo-capitalismo che l’ha creata cerca di prendersi tutto la risposta delle persone può essere il rifuggiarsi nell’accogliente orizzonte ideologico della xenofobia e del razzismo, della passività e dell’antipolitica.
    Cosa succederà quando il nuovo centrosinistra, guidato da uno qualunque, non cambierà la legge 30? Avete letto cos’ha detto il Pd su Pomigliano? cosa succedera quando la ricetta del rilancio sarà basata sull’aumento del consumo di carbone e sulla promozione di infrastrutture devastanti per il terrisorio(come i vari centrosinistra che governano provincie e regioni hanno fatto sul territorio)? Cosa succederà insomma quando quei residui di speranza creperanno sotto i colpi della realpolitik, di chi pensa che a colpi di battute e slogan si può governare meglio l’esistente quando è l’esistente stesso che non è governabile ne emendabile. Due anni di governo seguito dalla più grande affermazione delle destre in questo paese non ce l’hanno insegnato.
    Ma cmq ,al di là di tutto questo, è meglio seguire lo stamaco, spaventarsi davanti a “1km e mezzo di analisi” e di spunto critico (non necessariamente condivisibile) ed esaltarsi di fronte all’ultima battuta fulminante, davanti alla retorica sempre buona dell’Oltrismo che con la scusa di portarci sempre nel domani ci sta facendo ritrovare a ieri.
    Restando sull’analisi dell’articolo, da me ampiamente condivisa, Ramon ti chiedo se l’assenza di una panoramica della sinistra non partitica ne sindacale è dovuta, secondo la tua lettura,ad una ininfluenza o secondarietà in questa fase?
    Te lo chiedo perchè penso che il decennio 68-77 è un momento in cui, secondo me, la creatività del conflitto trascina le modalità di concepire il conflitto e la stessa elaborazione ideologica rivelando in maniera più ampia contraddizioni del capitalismo ritenute storicamente secondarie dalla sinistra storica. Secondo Paolo Ferrero è dalla tensione rivoluzionaria tradita dalla sinistra storica che nasce il nostro declino. Nella fase che tu hai analizzato che altro c’è al di fuori della sinistra storica e come influenzerà il dibattito all’interno del pci?

  13. 1° la contrapposizione fra governisti e settari è fuorviante. Ne risalta l’esistenza di un pregiudizio: “chi non è governista è settario”. Essere governisti ovvero propendere per la partecipazione ad una coalizione che si candida a governare è una questione contingente nel senso che dipende dalle circostanze. Attualmente le circostanze non lo consentono e aggiungo che è più facile che un cammello entri nella cruna di un ago che un comunista possa partecipare ad una coalizione ecc. conseguendo risultati significativi a favore della pace, dell’eguaglianza, della vera libertà ecc.

    2° non ho nulla da biasimare circa l’impegno politico, l’abnegazione, l’onestà di Ramon Mantovani. Ma egli ha sbagliato in una circostanza importantissima e cioè quando si è trattato di avallare la sciagurata politica italiana e di tutto il mondo “atlantico” asservito all’imperialismo nella vicenda afgana. Quando egli venne nella mia città ad illustrare la scelta di inviare nuove truppe in quel paese la sua abilità dialettica mi convinse ma numerosi altri compagni protestarono aspramente. Ora della mia adesione mi vergogno come un ladro e ho paura ad informarmi anche con tanta prudenza di come la pensano oggi coloro che protestarono aspramente.

    3° per un comunista partecipare al governo in un paese come l’italia
    dove la stragrande maggioranza urla “siam pronti alla morte” e poi una grande percentuale di urlatori evade le tasse, equivale a fare l’equilibrista senza l’asta compensatrice. Molti nostri parlamentari sono caduti dal filo quando hanno contribuito a salvare Fitto dall’incriminazione.

    Ora ritengo inutile passare al punto 4°, 5°, 6° ennesimo per ribadire che mi vergogno e per dire quanto sono “settario”. Quello che mi interessa è precisare che mi sento politicamente stordito e barcollante e temo che ce ne siano tanti che si sentono così.

  14. caro pietro e caro franco, su turigliatto e afghanistan in coda allo scorso articolo, quello su izquierda unida, nella discussione, ho postato di nuovo le mie risposte ad alcune critiche analoghe alle vostre. se vi interessano le trovate in fondo alla discussione. è il post in risposta a gio.
    credo possiate capire che è inutile che mi ripeta ex novo o che rimetta anche qui tutto il testo.

  15. va bene michele caruso, siamo dei mostri. abbiamo fatto una svolta autoritaria. e la questione del governo impallidisce di fronte alla nostra bruttezza. elogiamo la corea del nord e forze anche pol pot.
    grazie e arrivederci. ora ho capito tutto dei mali della sinistra.

  16. caro mario giannelli, credo che nella seconda e lunga parte dell’articolo potrai trovare qualche risposta sul tema che hai proposto. tuttavia non è il togliattismo (io non sono togliattiano ma credo di avere una opinione diversa da te su togliatti) il male oscuro di cui parli tu. bensì una caricatura del togliattismo. ma se leggi la seconda parte dell’articolo e poi lo vuoi ne riparliamo.
    poi sulla descrizione del rapporto pci sinistra rivoluzionaria devi tenere conto che quanto ho scritto non ha la pretesa di essere una ricostruzione storica e che, per quanto lungamente, mi soffermo solo su questioni che ritengo attinenti con l’uso sbagliato che oggi si fa di parole come sinistra, unità della sinistra, governo, alleanze ecc.
    comunque grazie per l’attenzione
    un abbraccio

  17. grazie luca, sempre disponibile.

  18. caro francesco, io sono d’accordo con le tue osservazioni e co ciò che hai detto. ma anche per te vale ciò che ho postato in risposta a giannelli qui sopra. non ho scritto un saggio completo ed esaustivo. è solo una lunga dissertazione che tenta di restituire centralità al metodo dell’analisi del capitale e del modello sociale e confutare l’orrendo significato improprio che hanno assunto certe parole.
    comunque ripeto che sulle tue osservazioni sono sostanzialmente d’accordo.
    un abbraccio

  19. Anonimo 3 Says:

    Davvero interessante questo articolo, ma mentre aspetto la continuazione, vorrei dire che l’esempio dell’aborto é secondario rispetto al precedente, enorme, errore nel contrastare la proposta di legge sul divorzio, che infatti é a nome Fortuna (psi) e Baslini (pli).
    Giá allora la dirigenza del Pci aveva dimostrato un’arretratezza culturale notevole ed una strana debolezza nel gestire i problemi legati all’etica, alla morale ed alla religione. Sempre in quegli anni, la stessa dirigenza si é mostrata cieca od insofferente (mi verrebbe da dire reazionaria) rispetto al tornado generazionale che ha travolto e stravolto i rapporti tra i giovani e la generazione precedente. Un’occasione perduta, secondo me, ancora prima degli anni ’70.
    Ciao.

  20. Michele Caruso Says:

    Davvero apprezzabile e articolata la tua risposta, caro Ramon. A questo punto, visto che sei privo di argomentazioni, era meglio ignorarmi.

  21. ma proporre il secondo cerchio cioè ALLEANZA DEMOCRATICA per mandar via Berlusconi, è comprensiva di FINI?? non è una provocazione perchè già la Bindi lo propone e non è una qualsiasi nel PD, quindi cari Grassi, Ferrero, Mantovani e company praparate una strategia alternativa perchè se viene imbarcato Fini è chiaro che noi della FdS non ci saremo…o sbaglio? io comunque non ci sarei!

  22. cara anonimo 3, hai così ragione che infatti avevo scritto aborto e invece volevo dire divorzio. infatti ho corretto il testo dopo questa tua osservazione. del resto ai tempi dell’aborto radicali ed estrema sinistra erano in parlamento. comunque non direi che il PCI contrastò la legge sull’aborto il cui primo firmatario era loris fortuna, tanto è vero che fu firmata da un buon numero di deputati del pci. a cominciare da nilde iotti. la legge fu poi chiamata fortuna-baslini perché i due diversi progetti di legge i cui primi firmatari erano fortuna e baslini furono unificate in corso di discussione. se ho detto ritrosia è perché il PCI, ovviamente favorevolissimo al divorzio, non ne faceva una priorità ed appoggiò non molto la campagna poitica nel pese sul divorzio che accompagnò la battaglia parlamentare.
    un abbraccio
    tutto qui.

  23. michele caruso, se siamo i mostri autoritari e tutte le altre cose che hai scritto credi forse che io debba dimostrarti che hai torto? hai ragione e morta lì.
    sei tu che devi ignorarmi. punto.
    o credi che io cerchi di scrivere ragionamenti e proporre argomenti e che si debba discutere qui del fatto che secondo te il prc è un mostro autoritario?
    apri un blog tuo e divertiti come vuoi.
    ciao

  24. cara lucia, oltre ad essere impossibile che fini faccia accordi con il pd, che modo di discutere è questo?
    noi facciamo una proposta e siccome rosi bindi ne spara una noi dovremmo discutere di cosa faremmo noi se il pd facesse come dice rosi bindi, se fini facesse come vuole rosi bindi?
    non ti rendi conto che questo non è discutere di nulla bensì solo dei “se” sulla base dell’ultima agenzia che la stampa pubblica solo perché, appunto, è una ipotesi stravagante? per la ben nota logica che non si discute di fatti e posizioni serie bensì solo di ciò che dice chi la spara più grossa e di tutte le dietrologie che vengono al carro.
    ciao

  25. essendo stato pubblicata la seconda parte dell’articolo anche i commenti sul primo, sempre che si ritenga minimamente interessante e meritevole di critiche il contenuto di questi articoli invece che l’ultima dichiarazione di rosi bindi o di chissà chi, è meglio postarli in coda al secondo. solo per facilitarmi nelle risposte.
    grazie

  26. Anonimo 3 Says:

    Caro Mantovani, a me pare che la legge sul divorzio proprio non ti piaccia, infatti ci sei cascato di nuovo 😀

    Comunque, quando parlo di contrastare non intendo in Parlamento, ma prima, durante gli anni della raccolta delle firme, quando il Pci oscillava spesso verso le posizioni del Vaticano.
    Io credo che tutte o almeno una buona parte delle leggi sui diritti civili, dal divorzio e dalla depenalizzazione dell’adulterio, passando per quella sull’aborto, sui diritti dei gay ecc., avrebbero dovuto essere proposte dal Pci, non lasciate in mano al psi ed ai radicali, aprendo all’idea che sia stata e sia la destra a difendere i diritti.
    Non la sto buttando lí cosí, tanto per. E’ che ho l’impressione che si stia commettendo un errore simile oggi coi diritti delle persone ed in specie delle donne, nei paesi che, considerati antiamericani e di conseguenza antimperialisti, non si vogliono criticare apertamente.
    Anche questo avrá un costo per la sinistra anticapitalista europea, forse ce l’ha giá.

    Scusa se ti ho risposto qui, ma spostando sulla seconda parte non si sarebbe capito il senso.

    Buona giornata.

  27. Michele Caruso Says:

    Tipico procedimento: caricaturare, vedi modificare, le parole dell’interlocutore per denigrarlo meglio. Non ho mai detto che il prc è un mostro autoritario, te lo sei inventato tu di sana pianta caro Ramon. Volevo solo un tuo parere sulla “questione Liberazione” e sul comportamento di direttore e segretario che reputo lesivi della dignità dei lavoratori del giornale. Registro che non sai o non vuoi rispondermi. Me ne farò una ragione.

  28. chi lede la dignità dei lavoratori è un mostro autoritario. visto chi io penso che ferrero sia stato troppo tenero con chi vuole stare in un giornale di partito combattendo contro il partito, io sono ultramostruosamente autoritario.
    pretendi di entrare qui, di non dire una parola su ciò che scrivo e di obbligarmi a discutere delle tue accuse di autoritarsimo?
    ma va là.
    ciao

  29. cara anonimo 3, guarda che stiamo dicendo la stessa cosa. io ho solo precisato che la parola “contrastare” non era corretta perché esagerata. inoltre il pci presentò il progetto di legge sul nuovo diritto di famiglia e per abrogare l’adulterio dal codice penale. insomma, io stesso ho detto dell’arretratezza del pci sui temi dei diritti civili. ma non si può dire che contrastò o che non presentò leggi avanzate. tutto qui.
    quanto ai diritti delle donne nei paesi teocratici e simili sono totalmente d’accordo con te. il che non può voler dire auspicare una guerra contro l’iran. perché c’è chi vuole usare i diritti delle donne per altri scopi. e anche se si fa paladino degli stessi lo fa in modo strumentale.
    un abbraccio

  30. Anonimo 3 Says:

    Credo anch’io che stiamo dicendo la stessa cosa, anche se sono piú critica di te verso il Pci e forse sbaglio, chissá. Ma é anche per questo che trovo molto interessante il tuo articolo, che propone un’analisi diversa dalle solite, collegando gli accadimenti italiani, politici ed economici, con quelli internazionali.

    E ovviamente concordo che non si possa auspicare una guerra contro l’Iran, o qualsiasi altro paese, usando strumentalmente i diritti delle donne, guerra che, oltretutto e come sempre, colpirebbe piú le vittime che i carnefici. No, anche se non sono una pacifista a prescindere, non amo le guerre e so che sono una delle tante facce del capitalismo.
    E peró sono anche convinta che tutta la sinistra europea, e per sinistra intendo esattamente quello che si intendeva “ai tempi”, dovrebbe avere una posizione piú netta, senza ambiguitá, senza tentennamenti, contro la guerra, d’accordo, ma anche contro le violazioni dei diritti umani in qualsiasi paese avvengano. In qualsiasi paese.

    In una discussione precedente mi hai risposto che non hai dubbi di poter convincere chi è contro la guerra a porsi in modo non demagogico, io per la veritá non ne sono cosí convinta, ma nell’insieme sono d’accordo con quello che dici e capisco la necessitá di lasciar maturare alcune discussioni interne che forse portano ancora i segni della guerra fredda, ma il tempo passa e rabbrividisco letteralmente quando, per fare un esempio, scopro gruppi di sostegno a donne mussulmane (o anche indú) maltrattate e minacciate di morte, organizzati dalla destra e che ovviamente fanno propaganda anticomunista. A quel punto non ha nessun valore quello che possiamo pensare tu od io, ha invece valore il messaggio che passa e cioé che la sinistra, per motivi ideologici e/o per odio contro l’America, appoggia l’estremismo islamico ed abbandona donne e bambini alla violenza dei fanatici.
    Essere piú che chiari e ribadire sempre, con costanza, la condanna alla violenza dei regimi fascistoidi, teocratici o militari non importa, mi pare essenziale, perché lasciar passare un simile messaggio puó davvero essere il colpo di grazia.

    Ciao.

  31. cara anonimo 3, io credo che siamo d’accordo al 100 %. solo che probabilmente non ci capiamo su cosa deve essere “una posizione più netta”. per esempio finché siamo stati in parlamento la nostra posizione è sempre stata nettissima. contro le violazioni dei diritti umani dovunque. senza sconti e senza ambiguità. per altro se si applicano i due pesi e le due misure, come fa la destra e il pd, non si è credibili. ma…, c’è un ma.
    l’uso strumentale dei diritti umani (e delle donne in particolare) per giustificare guerre crea sempre un “clima” per cui se denunci le violazioni dei diritti umani partecipi al coro che le grida facendo salire il clima di guerra. se dici che ci sono violazioni ma non giustificano la guerra ti accusano di fregartene dei diritti umani. perché il contesto è una cosa concreta. e se il contesto è quello della guerra permanente pare a tutti che o si fa la guerra o si ignorano i diritti umani. in mezzo, tanto meno per i mass media, non c’è nulla di nulla. e questo crea una forte difficoltà a chi si oppone alla guerra e ha a cuore ogni battaglia per i diritti umani.
    infine, non mancano anche gli stupidi che pensano effettivamente ed esattamente come la destra che “i nemici dei miei nemici sono i miei amici”. con il paradosso che comunisti ultraortodossi sorvolano sul fatto che certi regimi (come quello iraniano) la prima cosa che hanno fatto è stata quella di sterminare i comunisti. perché non hanno mai capito che una cosa è una politica di stato (e di relazioni fra gli stati) ed un’altra è una politica di partito. io, per esempio, penso che con lo stato iraniano sia necessario dialogare, parlare. senza sposare o far finta di non vedere le violazioni dei diritti umani.
    un abbraccio

  32. Anonimo 3 Says:

    E’su quel ma che non concordo molto, nel senso che, secondo me, questo contesto, mass media compresi, andrebbe combattuto non assecondato, anche perché trovo difficile pensare che la popolazione sia cosí mal ridotta da non recepire il significato di un discorso un minimo articolato e poi c’é Liberazione, che dovrebbe essere il nostro media e quello che é scritto resta, non si puó negarlo o contraffarlo.
    Ti faccio l’esempio di Sakineh, di cui Liberazione si é vagamente occupata solo negli ultimi giorni, senza per altro dare un’indicazione di sinistra per un’eventuale firma contro la lapidazione e d’altronde non era facile, visto che i siti che raccolgono queste firme sul web sono… non di sinistra e lí sí che si rischia di partecipare al coro pro guerra. Intanto non ci vuole nemmeno molto a capire che questa povera donna sta diventando, probabilmente suo malgrado dato che ne paga le conseguenze, una specie di bandiera, mentre nelle carceri iraniane ci sono centinaia (migliaia) di donne in attesa di flagellazione o lapidazione e di uomini, a volte ragazzi, bambini, che potrebbero essere impiccati in qualsiasi momento, tra cui giornalisti, studenti, dissidenti di qualsiasi tipo. Per non parlare dei desaparecidos. Non siamo stati zitti per quelli cileni e argentini, non dovremmo tacere per quelli iraniani e per evitare di far salire il clima di guerra, anzi per contrastarlo, ci si potrebbero accostare le medesime violazioni in Arabia Saudita o in Kuwait, pur alleate degli Usa dalla prima guerra del golfo. Solo due esempi banali, ma basta poco e ne escono decine, scoperchiando le contraddizioni di chi parla strumentalmente di diritti umani, giustificando la guerra perenne soltanto dove gli fa comodo.

    Ciao

  33. giovanni Says:

    Caro Ramon.
    non ho ancora finito di leggere il tuo lungo articolo quindi non voglio
    dare alcun giudizio ma esprimere la mia grande soddisfazione nel leggere
    una cosa davvero utile ed interessante necessaria comunque per poter almeno balbettare qualcosa che poi abbia un senso. sono circa a metà del tuo scritto e mi dispiace che sia già tardi e che i si chiudano gli occhi dal sonno.però non posso non compiacermi per un grande e appagante salto di qualità nell’uso del blog. Una cosa sola vorei dire e che forse è già sscritto più avanti nella tua analisi . non è forse l’ora di declamare a chiare lettere che la democazia non esiste e che è dittatura dell’economia.Selabattaglia per una democrazia compiuta è un vero bbiettivo di libertà possibile non è meglio dare il giusto nome alla realtà in cui operiamo? lo dico perchè mi pare che non ci sia la pecezione di vivere in una dittatura come invece è anche se dinuova natura.
    Comunque me lo leggerò tutto di gusto già sapendo che imparerò cose utili ,grazie.
    Saludos Giovanni

  34. Davvero un bel post! Complimenti!

    Da Gramsci a oggi: perché la differenza è diventata indifferenza…?

    Spero avrai modo di ricambiare la visita e affrontare sul nostro blog questo interessante dibattito. Tematiche che si intrecciano…

    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2011/02/11/indifferenza/

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: