latinoamerica, l’eurocentrismo non aiuta a capire

L’America Latina è sempre stata presente nell’immaginario e nel dibattito della sinistra italiana. Il mito rivoluzionario di Cuba, l’esperienza cilena di Salvador Allende e le guerriglie in Salvador, Nicaragua, Guatemala, Perù, Colombia, Uruguay, Argentina, Brasile, Messico e tante altre ancora, hanno accompagnato la crescita di almeno due generazioni di militanti della sinistra in Europa. Per tre decenni, fino all’inizio degli anni 90, la solidarietà verso queste esperienze è stata una costante di tutte le forze politiche che si richiamavano al comunismo e al socialismo in Europa. La solidarietà delle forze operanti in paesi avanzati verso quelle alle prese con problemi elementari come la riforma agraria, la resistenza contro regimi sanguinari, la lotta contro la povertà estrema, si è intrecciata con la solidarietà verso la periferia del mondo intesa come il terreno più utile e più fecondo, e in definitiva più avanzato, nel quadro della lotta contro l’imperialismo. Queste due diverse propensioni, a volte presenti all’interno delle stesse forze politiche, entrambe venate di massicce dosi di eurocentrismo, hanno, a mio avviso, impedito una comprensione profonda della realtà latinoamericana. Partendo dalla solidarietà verso lotte giudicate più avanzate o più arretrate secondo due schemi derivanti più da un giudizio sulle possibilità rivoluzionarie in Europa che non da un’analisi ed una conoscenza delle realtà latinoamericane, è stato, ad un certo punto, impossibile capire gli effetti delle politiche neoliberiste applicate prima in Cile e poi in tutto il continente. Ai soggetti tradizionali, contadini e proletariato urbano, hanno iniziato ad affiancarsi gli indigeni e le comunità, minacciati nella loro stessa esistenza dai nuovi metodi di sfruttamento del territorio comparsi con il neoliberismo e con la globalizzazione capitalistica. Ma la gran parte delle forze della sinistra tradizionale, tanto nel continente latinoamericano come in Europa, si sono ostinate a interpretare le lotte indigene come lotte contadine e le rivolte comunitarie da un punto di vista esclusivamente economicistico. E’ negli anni 90, con il pieno dispiegarsi delle politiche neoliberiste imposte dal FMI, con gli accordi commerciali globali e regionali, ed anche con la progressiva scomparsa dei regimi fascisti in diversi paesi, che il quadro cambia considerevolmente. Si fa strada almeno l’idea della necessità di costruire un confronto, uno scambio di opinioni e possibilmente un lavoro comune di tutte le sinistre a livello continentale. E’ proprio nel 90, infatti, che nasce il Foro de Sao Paulo. Su iniziativa del PT brasiliano di Lula tutte le sinistre, dai movimenti guerriglieri ancora in attività ai partiti membri dell’internazionale socialista, iniziano un confronto, che continua ancora oggi, e che via via con il tempo acquisisce sempre più consapevolezza circa la necessità di superare le frontiere nazionali per produrre lotte e politiche efficaci. Per tutto il decennio degli anni 90, però, data la mancanza di comprensione della natura planetaria e globale della ristrutturazione capitalistica, e data la storica e vigente subordinazione del continente, e di ogni paese tranne Cuba, al dominio statunitense, tutte le forze del Foro de Sao Paulo hanno sempre visto l’Unione Europea come l’interlocutore possibile, per i propri paesi e per l’intero continente, per sottrarsi alle politiche neoliberiste connesse al dominio USA. Ed è in questa chiave che si sviluppano le relazioni con i partiti europei, socialisti e comunisti. Salvo dover verificare, con il tempo, che l’Unione Europea per tutti gli anni 90 ha proposto modelli economici, nelle relazioni commerciali, identici ed in alcuni casi anche peggiori di quelli statunitensi. Valga per tutti l’esempio del trattato fra Unione Europea e Messico, di quello con il Cile e di quello recente con il Mercosur, per fortuna fallito. Così come hanno dovuto verificare che i partiti socialisti europei al governo, sebbene molto più sensibili delle amministrazioni statunitensi sui diritti umani e la natura democratica dei regimi latinoamericani, si sono rivelati tanto neoliberisti quanto i democratici e i repubblicani nordamericani. La novità, foriera di grandissimi sviluppi, non nasce nel Foro di Sao Paulo, bensì nella Selva Lacandona, nello stato più povero e meridionale del Messico. Il 1 gennaio 94 compare un movimento guerrigliero che, proprio nel giorno dell’entrata in vigore del NAFTA (accordo di libero scambio tra Messico, USA e Canada) guida una rivolta, totalmente inaspettata, che irrompe sulla scena mondiale. Presto l’EZLN chiarisce la natura indigena delle proprie rivendicazioni, così come propone interessanti novità teoriche sulla questione del potere e sulla natura militare della propria lotta, sottoponendo entrambe ad una spietata critica. Ma soprattutto l’EZLN espone un’analisi raffinata della globalizzazione, individuando, a partire dalla propria condizione, le principali contraddizioni della nuova fase capitalistica e proponendo esplicitamente la necessità di costruire la globalizzazione delle lotte e il superamento definitivo di tutte le tradizionali forme di solidarietà internazionale. E’ una lucida anticipazione della nascita del movimento mondiale contro la globalizzazione che inizierà il suo cammino a Seattle nel 99. Così è anche l’inizio di una presa di coscienza della soggettività indigena in tutto il continente e della centralità di lotte comunitarie in resistenza e ribellione contro le privatizzazioni, soprattutto dei beni comuni. Nella seconda metà degli anni 90, dunque, nel continente che prima ha conosciuto l’applicazione delle politiche neoliberiste e che per primo ne ha subito le devastazioni sociali, alle forze tradizionali della sinistra si affiancano, spesso non senza conflitti e contraddizioni, nuovi soggetti molto diversi da paese a paese. Se alcuni partiti di sinistra, come il PT brasiliano e il Frente Amplio uruguaiano guadagnano il governo accettando le compatibilità imposte dalla globalizzazione, pur tentando di avviare riforme sociali importanti, sono i governi dell’Argentina di Kirchner, del Venezuela di Chavez e più recentemente della Bolivia di Morales e dell’Ecuador di Correa a rompere totalmente le compatibilità imposte dal Fondo Monetario Internazionale e a cercare la strada per un’integrazione regionale alternativa, e non interna, alla globalizzazione. Significativamente tutti e quattro questi governi non sono guidati da forze tradizionali della sinistra. Non è chiaro quale sarà la politica concreta del nuovo governo sandinista del Nicaragua. Mentre il governo socialista cileno di Michelle Bachelet, per quanto interessante sul terreno dei diritti civili, ha scelto la strada della continuità totale sul terreno delle politiche neoliberiste. A tutto questo va aggiunta la crescita di lotte ed esperienze elettorali in tutti gli altri paesi. Tranne la Colombia dove la più che quarantennale guerra civile continua per volontà del governo estremista di Uribe e degli Stati Uniti che, con ogni evidenza, sono contrari a qualsiasi processo di pace allo scopo di mantenere in vita un punto di instabilità nella regione. Per quanto riguarda Cuba, infine, al di là della vicenda personale di Fidel Castro, è interessante notare come si apra la possibilità della fine dello storico isolamento attraverso una relazione privilegiata con Venezuela, Bolivia ed Ecuador che potrebbe perfino produrre la costruzione di un’entità politica sovranazionale nella quale Hugo Chavez potrebbe essere il successore reale di Castro. Come si vede il quadro latinoamericano osservato alla luce del posizionamento dei diversi governi e delle forze di sinistra rispetto alla globalizzazione è molto diversificato e assai poco omogeneo. L’avanzata generalizzata delle forze di sinistra, che c’è, non è sufficiente per spiegare ciò che succede, tanto meno per formulare previsioni fondate. L’importante, in Europa, è che si comprenda bene che in quel continente si gioca una partita fondamentale per costruire alternative reali alla globalizzazione capitalistica e che si sia capaci di interloquire con tutte le esperienze della sinistra latinoamericana con spirito critico, ma abbandonando finalmente i ferrivecchi delle tradizionali solidarietà e dell’eurocentrismo. Pensare insieme per agire insieme è indispensabile nell’era del capitale globalizzato.

ramon mantovani

pubblicato nel maggio 2007 su ALTERNATIVE PER IL SOCIALISMO

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