sulla proroga delle missioni militari

La dichiarazione di voto di Rifondazione comunista
 
Votiamo ad occhi aperti,
riconoscendo e vedendo
le contraddizioni che esistono
 

Ramon Mantovani
E’ difficile, in Italia e, purtroppo, anche in questo Parlamento, discutere seriamente della politica estera e ancor più della questione spinosa, difficile e complicata delle missioni militari. Viviamo in un paese nel quale si guarda al mondo, troppo spesso, dal buco della serratura della politica interna e viviamo in un Parlamento nel quale, invece di godere del servizio di informazione della stampa, che informa i cittadini delle nostre elaborazioni, delle nostre discussioni e delle nostre decisioni, finiamo per discutere, noi, di ciò che la stampa propina all’opinione pubblica, mentendo e cercando di inquinare il dibattito politico del paese.
Ieri, il segretario del mio partito è stato vittima di una gravissima deformazione giornalistica. Un titolo, sul suo conto, recitava: «Se ci fosse un morto, dovremmo pensare di andarcene»; sottinteso: dall’Afghanistan. Questa frase è falsa e non è mai stata pronunciata. L’intervista verteva su questioni di politica estera ed interna. Poiché la direzione di questo giornale vorrebbe che Rifondazione dicesse questo, in modo tale che il Governo si trovasse in difficoltà. Infatti, un collega, tratto in inganno, ha evidenziato questa posizione, come se fosse effettivamente la nostra.
Signor ministro, il fatto richiede un intervento, non sul giornale in questione ma, in generale, sul problema della politica, del Parlamento (e, credo, anche dei gruppi d’opposizione, anch’essi vittime, in più di una occasione, di questo trattamento) e del Governo. Non possiamo continuare a discutere in questo modo di cose serie e gravi. Sette mesi fa, abbiamo presentato una risoluzione, approvata da questa Assemblea, sulla questione della politica estera relativamente alle missioni militari, che consideriamo una risoluzione di legislatura. Gli impegni indicati al Governo in quell’atto di indirizzo sono, per noi, di legislatura, sono, per noi, importanti e vincolanti, sono, per noi, decisivi.
E’ in ragione di quell’accordo che votiamo ad occhi aperti anche cose che avremmo preferito fossero proposte in modo diverso. Lo facciamo ad occhi aperti, riconoscendo le contraddizioni che esistono nell’attuale politica internazionale del nostro paese e nella natura delle missioni che ci apprestiamo a prorogare.
Non è un mistero per nessuno che abbiamo votato per anni contro alcune missioni e che, nell’ambito di questo accordo, abbiamo deciso – lo ripeto: ad occhi aperti – di accettare di vivere questa contraddizione, perché è cambiata la politica estera del Governo e per noi si è aperta una questione.
Vorrei ricordare che negli anni ’90 troppe volte si è detto, anche da parte di tutti i Governi italiani, che l’Onu aveva fallito e non era in grado di sviluppare azioni di pace o missioni militari capaci di impedire le guerre, che ci doveva pensare la Nato oppure che erano necessarie operazioni militari compiute da coalizioni a geometria variabile. E’ successo così nei Balcani e altrove.
C’è stata, però, una piccola novità: vi è stata una missione comandata dalle Nazioni Unite. So che alcuni colleghi, anche importanti, non sanno quale sia la differenza tra un’autorizzazione fatta ex post e una missione comandata dalle Nazioni Unite. Lo so, mi dispiace per loro, ma io so cosa vuol dire: significa invertire la politica di delegittimazione delle Nazioni Unite e di svuotamento dei suoi poteri, che è stata perseguita dagli anni Novanta.
La missione in Libano non ha fatto solo scoppiare la pace, ma ha aperto una nuova prospettiva: nel mondo, la funzione di polizia internazionale può essere nelle mani esclusive e monopolistiche delle Nazioni Unite e non ci possono essere paesi che, unilateralmente, anche se in coalizione, si arrogano il diritto di fare il bello e il cattivo tempo e di governare il mondo.
Nella risoluzione che abbiamo approvato, abbiamo impegnato il Governo a compiere un ulteriore passo, che sappiamo essere difficile, ma che il Governo deve fare e farà: promuovere, in qualità di membro non permanente del Consiglio di sicurezza, le iniziative volte a costituire un contingente militare di pronto intervento in capo alle Nazioni Unite. Questo elemento per noi è già sufficiente per accettare di vivere la contraddizione di votare per una missione che abbiamo contrastato e sulla quale non siamo d’accordo.
Abbiamo apprezzato anche la posizione del Governo sul Kosovo. Il Governo italiano è stato uno dei pochi Governi europei a dire esplicitamente che non accetterà decisioni unilaterali, né albanesi-kosovare, né internazionali. Infatti, ieri il viceministro Intini ha accettato anche un ordine del giorno dell’opposizione che andava in tal senso.
Abbiamo approvato la posizione del Governo sulla Somalia, per impedire lo scatenarsi di un conflitto, come, invece, è successo per responsabilità soprattutto degli Stati Uniti, in contrasto con il nostro paese dall’inizio degli anni Novanta.
Abbiamo apprezzato tante posizioni del Governo, tra le quali quella di non accedere alle richieste del Segretario generale della Nato e di sei ambasciatori di aumentare le nostre truppe, di impegnarle nella conquista del territorio in Afghanistan e di fornire sistemi d’armi adatti a questo scopo. Capiamo che esiste una contraddizione e che abbiamo posizioni diverse all’interno della maggioranza. Pensiamo della Nato cose diverse da altri partiti della coalizione. Capiamo che non possiamo chiedere al nostro Governo di compiere un gesto unilaterale, che, invece, abbiamo ottenuto per l’Iraq. Sappiamo che esistono dei vincoli, ma poniamo comunque dei problemi che vogliamo che siano riconosciuti come tali, come problemi di tutti, anche dell’opposizione, non solo nostri. In questo decreto-legge che ci apprestiamo a convertire, abbiamo introdotto elementi che erano già contenuti nella risoluzione. La conferenza internazionale di pace costituisce un passo significativo in avanti in questa direzione. La conferenza internazionale è la possibile – sottolineo possibile – soluzione del problema.
La conferenza internazionale è la possibile accensione di un processo che porti alla pace e che metta fine ad una strategia militare che, con ogni evidenza, è fallita e sta fallendo. Lo dico ai colleghi della Lega e a tanti altri che hanno evidenziato questo problema: noi ci sentiamo in pace con la nostra coscienza e coerenti con le nostre convinzioni. Se fosse nelle disponibilità del nostro voto, con un nostro voto contrario sulla missione in Afghanistan, far cessare quella missione ed impedire che si sviluppi ulteriormente la guerra, noi non esiteremmo un solo secondo a farlo, costi quello che costi sul piano della politica interna. Tuttavia, un nostro voto contrario provocherebbe l’effetto opposto ed è per questo che viviamo questa contraddizione, anche faticosamente: la politica è fatta anche di questo.
Noi siamo parte e ci sentiamo parte del movimento pacifista, che è composto da centinaia di milioni di donne e di uomini nel mondo, e non pensiamo di rappresentarlo né con le nostre posizioni né con i nostri atti politici, che giudichiamo in quanto tali per sé stessi. Tuttavia è spiacevole e brutto veder parlare della guerra, dei morti, dei rapimenti, delle stragi di civili, delle bombe ed anche della vita dei nostri soldati – questioni che devono interessare tutti -, ma quando vengono usate retoricamente e demagogicamente per raggiungere miserevoli scopi, trucchi, «sgambetti» di politica interna, non fanno onore a quelli che propongono questa concezione e questa logica.

pubblicato su Liberazione il 09/03/2007

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