il PIL

Il Prodotto Interno Lordo una volta misurava bene la crescita dell’economia nazionale. Oggi rischia di essere un indicatore bugiardo e fuorviante. Un esempio per tutti molto di moda: la Cina. Qualsiasi quotidiano economico esalta la crescita del PIL della Cina. Negli ultimi dieci anni una media del 9%. Se la crescita fosse dovuta ad un autosviluppo tutto ciò, oltre che sorprendente sarebbe enormemente benefico per la società cinese, anche da un punto di vista capitalistico. Ma le cose non stanno così. Bisogna sapere che piú del 65% di questa crescita è realizzata dalle produzioni conseguenti agli investimenti stranieri. Analogamente più del 65% delle esportazioni cinesi sono costituite da merci prodotte da investimenti stranieri. Investimenti che sono stati attratti da salari bassissimi e da defiscalizzazioni totali o consistenti garantite per decenni. Le merci prodotte in Cina sono destinate ad altri mercati che possono raggiungere senza pagare dazi in conseguenza degli accordi WTO. Il risultato è che in Cina restano piccole briciole di quel grande aumento del PIL in nessun modo sufficienti per alimentare una qualsiasi redistribuzione della ricchezza. Per giunta le aziende pubbliche cinesi che si sono trovate a dover competere con imprese straniere anche sul mercato interno, hanno dovuto procedere alla ristrutturazione dell’organizzazione del lavoro licenziando decine di milioni di lavoratori i quali, sia detto per inciso, con il posto hanno perso anche assistenza sanitaria, casa e istruzione per i figli, visto che queste tutele sono garantite dalle imprese pubbliche e non direttamente dallo stato. D’altro canto è vero che in Cina il 7 o 8 % della popolazione si è arricchita, e non di poco. E il sette o l’otto per cento di ricchi consumatori in Cina vuol dire un centinaio di milioni di acquirenti di beni di lusso durevoli ed effimeri. Un vero boom economico. Peccato che decine di milioni di lavoratori industriali e centinaia di milioni di contadini hanno visto peggiorare enormemente le proprie condizioni di vita. Se tutto ciò è vero, ed è vero, non avremo affatto nel futuro una potenza economica concorrente con USA ed Europa, bensì un grande mercato integrato nella globalizzazione e controllato dal capitale multinazionale. E il governo cinese, che tutto ciò sa benissimo, ha cominciato a rispolverare il nazionalismo come unica risorsa per darsi autorevolezza e per tentare di tenere insieme un paese altrimenti destinato inesorabilmente alla disgregazione sociale ed anche territoriale. Per confutare, nell’economia globalizzata, il PIL come metro per giudicare il benessere economico e sociale avremmo potuto scegliere qualsiasi paese del sud o del nord del mondo. In ogni paese troviamo gli stessi problemi. Le cose sono andate così per molto tempo vanno così ancora oggi. Ma c’è una novità. Come si sa la economia globale da qualche tempio arranca. Le tempeste finanziarie sono fattori di grande instabilità e ci sarebbe stato bisogno di un rilancio di investimenti e di mobilitazione di capitali per uscire dalla crisi latente. Per questo nelle ultime tre sessioni del WTO hanno tentato di allargare il mercato a settori fino ad ora esclusivamente o prevalentemente pubblici nella maggioranza dei paesi del mondo: sanità, istruzione e beni pubblici (acqua in primis). Naturalmente il rilancio dell’economia sarebbe stato seguito da un gravissimo bilancio ecologico e sociale. Ma non ci sono riusciti. A Seattle si è presentato sulla scena un soggetto potentissimo che lo ha letteralmente impedito. Il movimento li ha perseguitati anche a Doha e Cancun. Tre sessioni negoziali completamente fallite. Non tanto per le manifestazioni di piazza quanto perché da Seattle in poi non c’è governo che possa andare al WTO a firmare accordi socialmente negativi senza doversela vedere con sindacati, movimenti e opinione pubblica interna ed internazionale. Qualcuno lamenta che agli accordi multilaterali si possono sostituire gli accordi bilaterali egualmente negativi e magari blatera della necessità di riformare e rendere trasparente il WTO. E’ facile rispondere che non è importante la natura multi o bilaterale degli accordi quanto il contenuto degli stessi. Perché non battersi affinché Italia ed Unione Europea stipulino accordi buoni e reciprocamente vantaggiosi con paesi del terzo mondo? Perché sognare che il WTO diventi trasparente e democratico chiedendogli di rinunciare alla sua essenza quando sarebbe più giusto battersi per distruggerlo restituendo all’UNCTAD le proprie competenze? Questa è una discussione aperta. Intanto battiamoci per impedire che la prossima sessione negoziale del WTO vada in porto con la privatizzazione e liberalizzazione di sanità, istruzione e beni pubblici e contestiamo gli accordi bilaterali negativi. Possiamo farcela. Pochi giorni fa i social forum dei paesi del Mercosur, con in testa i Sem terra brasiliani, hanno impedito un pessimo accordo bilaterale con l’Unione Europea che prevedeva, guarda caso, di inserire nel mercato liberalizzato acqua, sanità e sistemi formativi.

ramon mantovani

pubblicato su Carta nel dicembre 2004

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