lettera a pierluigi sullo e a marcos

Caro Pedro Luis, compagno interista, non credo ti libererai facilmente della zapatizzazione del tuo nome che, in fondo, è una sorta di onorificenza.

Caro Sup, hermano, i dizionari ce li avevi chiesti tu e ci preoccupa che li abbiate usati come spessore per i tavoli del comando zapatista. Non tanto per i dizionari che si potrebbero usare anche per accendere il fuoco o per infiniti altri usi, quanto per il mobilio zapatista visto che i due dizionari sono libri enormi.

Carissimi, grazie per aver dato vita a questo dialogo. Ce n’era bisogno. Hai ragione, Pedro Luis, a dire che le cose non vanno bene. E non vanno bene proprio nel momento in cui potrebbero andare benissimo. A pensarci bene ci sono state tante ottime novità. Per esempio: il movimento no global (o altermundista che dir si voglia) è talmente vivo ed ha espresso una tale forza che molti, e tra questa grandi organizzazioni sindacali e sociali, hanno voluto entrarci accettandone la logica, se non la disciplina, che infatti non c’è; altri hanno dovuto almeno farci i conti e fingere di trovarsi d’accordo con i suoi contenuti; Le lotte di Scanzano e Acerra, dei ferrotranvieri di Milano e della Fiat di Melfi, insieme a tante altre hanno dimostrato che si può non solo resistere ma anche vincere e cambiare le cose dal basso, senza aspettare successi elettorali; il movimento ha sviluppato mille esperienze, pratiche ed idee che, anche se non hanno gli onori delle cronache giornalistiche (tranne che su Carta e pochissimi altri), costituiscono un patrimonio prezioso per il futuro. E non voglio parlare della impopolarità della guerra in Iraq nel mondo e del fallimento di ben tre negoziati del WTO sulla privatizzazione di salute, istruzione e beni pubblici come l’acqua. Quando mai abbiamo accumulato tanti fattori positivi nel recente passato? Eppure le cose vanno male. Intendiamoci, io penso che il movimento sia figlio della globalizzazione capitalistica, che sia un fenomeno strutturale e che la cifra per capirlo stia nella sua natura globale, internazionale. Quindi non temo la “crisi” di cui periodicamente si parla, il riflusso e l’estinzione di un movimento che invece mi sembra in crescita e in espansione. Le cose vanno male perché forse, qui in Italia, ricompare di nuovo la politica dei due tempi, perché “il movimento è grande ma ci vuole lo sbocco politico” oppure “il movimento pone giuste domande e la politica deve dare le risposte”, perché sulle spalle del movimento ci sono tanti vecchi (non saggi) che vorrebbero piegarlo alle loro teorie irrealizzate nel passato e morte oggi, perché anche nel movimento c’è chi è ossessionato dalla “visibilità” (sui mass media) del suo gruppo, e capita perfino che quando vince, e tutti alzano la sua bandiera, invece di rallegrarsi aggrotta le sopracciglia e si preoccupa per la perduta funzione di avanguardia, con relativa visibilità. Perché invece di considerare elezioni e governo solo come una delle tante cose di cui occuparsi, sembra che per molti siano il fine ultimo della storia. In questo modo la cacciata di Berlusconi e delle sue politiche ultraliberiste e di guerra, così come il problema di cosa verrà dopo Berlusconi, invece che un’opportunità per far valere la forza del movimento e delle lotte, stanno diventando un fardello insopportabile da portare sulle spalle, un macigno sulla nostra strada di costruzione del movimento e di democrazia dal basso. Insomma c’è proprio qualcosa che non va. E qui mi interessa riallacciarmi a certe cose che hai scritto, caro Pedro Luis, circa il disinteresse di troppi verso il Movimento del Nuovo Municipio e verso gli ultimi scritti di Marcos. In realtà si ciancia tanto di democrazia dal basso, di nuovo protagonismo sociale, di società civile ma quando vivono esperienze concrete, magari difettose o parziali (chi non è parziale oggi?) ma reali, le si osserva dall’alto come se fossero accessori e non il cuore della politica. E ancora una volta rispunta l’idea di politica come tecnica di potere, necessariamente efficiente e veloce. Colpi di scena, manovre, infinite dichiarazioni sulle agenzie di stampa e nei talk show televisivi possono perfino essere utili accessori se non diventano essi stessi LA POLITICA. Perché a quel punto chi non vi può accedere è costretto alla passività, a fare il tifo per un leader e a sperare che LA POLITICA non si dimentichi di te o non ti sacrifichi per qualche “fine superiore”. Ecco, io ho letto con molta curiosità e ammirazione lo scritto di Marcos di agosto. Scusa Sup se parlo bene di te, ma il fatto è che quella descrizione così “scettica e appassionata” dell’esperienza delle giunte del buon governo vale molto di più di tanti saggi e documenti politici. Non solo perché una spietata descrizione di certi errori dimostra che è possibile non fare solo l’autocritica … degli altri. Non solo perché c’è la bella notizia che una legge rifiutata da governo, partiti e parlamento può essere applicata lo stesso, a dispetto di tutti, anche se fra tante difficoltà. Ma soprattutto, almeno così è parso a me, perché tutto è scandito da un tempo proprio, non imposto dall’alto. E così si può vedere quanto laborioso fosse il silenzio, quanto sia possibile obbedire comandando e quanto realistica e capace di costruire quella ribellione che tanti ancora vedono solo come un romantico fuoco di paglia. Mi ha particolarmente colpito la descrizione degli inconvenienti che derivano dalla rapida rotazione dei membri delle giunte del buon governo come una scelta e non come un errore. Un “errore voluto”. Il potere richiede specializzazione, divisione del lavoro politico per delega ed efficienza. Ma uccide la democrazia, la partecipazione ed impone i propri tempi, la propria velocità alla società. L“errore voluto” mi sembra imporre al potere, anche al più piccolo potere, i tempi della democrazia e della efficacia. E’ forse questa una delle questioni relative alla “velocità del sogno”? Se ci sono inconvenienti pazienza, del resto l’uccisione della democrazia, la passivizzazione delle persone e delle comunità non sono inconvenienti più grandi? Certo, già vedo con la mia fervida immaginazione molti fare spallucce e dire: beh! Che c’entra qui in Italia mica siamo in Messico, tantomeno siamo comunità indigene. Veramente io stesso per storia politica e per collocazione personale potrei essere interessato a fare spallucce e cavarmela dicendo una cosa in cui credo fermamente: gli zapatisti non sono da imitare, da scimmiottare. Ma nonostante sia stato a lungo dirigente di partito e sia parlamentare non sono diventato intellettualmente disonesto fino a questo punto. Il problemino c’è anche per noi qui in Italia. E mi piacerebbe davvero tanto discutere quali “errori voluti” progettare per il futuro.

Ciao Sup, e se hai bisogno di qualche altro spessore per il tavolo del comando non esitare a chiedere. Alfio ed io provvederemo come sempre.

Ciao Pedro Luis, e grazie. La nostra squadra, l’ultima internazionale rimastaci, sostenendo le comunità zapatiste ci ha regalato lo scudetto più bello. O no?

 

ramon mantovani     

 

pubblicato su Carta nell’ottobre 2004

Una Risposta to “lettera a pierluigi sullo e a marcos”

  1. […] https://ramonmantovani.wordpress.com/2004/10/26/lettera-a-pierluigi-sullo-2/   Anni e anni di esperienza di autogoverno si congiungono con la ricerca di relazioni feconde con le lotte che in Messico nascono e si sviluppano fuori delle compatibilità economiche e politiche del sistema, fino all’ultima campagna elettorale presidenziale. L’EZLN promuove una propria campagna (la Otra Campaña) con l’obiettivo esplicito di riunire in un unico movimento tutte le esperienze di lotta e tutte le organizzazioni politiche anticapitalistiche disperse ed isolate sul territorio messicano. Inizia un lungo viaggio di Marcos e di una delegazione zapatista con centinaia di incontri in tutto il Messico. Ed inizia il tormentone elettorale. Il PRD sembra (secondo i sondaggi) poter vincere le elezioni e, ovviamente, l’EZLN diventa l’obiettivo polemico di quanti lo accusano di fare il gioco del PAN visto che si ostina a dichiararsi indifferente alle elezioni. Anche in Italia, molti che da tempo si sono completamente disinteressati del Messico e soprattutto dell’esperienza zapatista, ivi comprese le aggressioni subite dagli zapatisti ad opera del PRD, alzano la voce per dire che la posizione dell’EZLN è impolitica, infantile, estremista, settaria e così via. Giacché, per loro, tutto il mondo è paese, e la politica in Messico va capita attraverso gli schemini italo-europei, è scandaloso che l’EZLN non aiuti Andres Manuel Lopez Obrador (il candidato alla presidenza del PRD) a vincere le elezioni. Che Lopez Obrador non abbia nulla da dire sulla questione indigena e meno ancora sulle aggressioni che fanno i caudillos del suo partito in Chiapas contro gli zapatisti, che faccia una campagna elettorale ultracentrista, che non si capisca quale sia la differenza fra i tre candidati su questioni fondamentali a tutti costoro non importa nulla. Bisogna schierarsi e basta. Il PRD vince le elezioni ma con sofisticati e giganteschi brogli la vittoria viene assegnata al PAN. Lopez Obrador non accetta il risultato elettorale e milioni di messicani lo seguono in una mobilitazione che durerà mesi provocando una crisi istituzionale di proporzioni inusitate. E’ Marcos a pubblicare la denuncia più circostanziata dei brogli, unitamente ad un’analisi del sistema politico messicano difficilmente confutabile. Si tratta di un sistema chiuso ad ogni riforma democratica, come ha dimostrato la legge indigena. Non può esserci un futuro che non venga dal basso della società. Sembra rendersene conto anche Lopez Obrador che ad una delegazione parlamentare italiana, lo dico per testimonianza diretta, dice che in Messico c’è un potere mafioso (sono parole sue) che non permetterà mai alla sinistra di andare al governo e che bisogna costruire un movimento popolare capace di dare spallate al sistema dal basso. Aggiunge anche che è stufo di sentire gli appelli dei partiti socialisti europei alla calma, alla ragionevolezza e al realismo e che si rifiuterà di incontrarli ancora. Ma il PRD non sembra seguire Lopez Obrador su questa strada. La contesa nel partito, dopo un congresso drammatico, è tuttora aperta. Intanto l’EZLN continua la sua Altra Campagna, tra alterni successi, visto che una parte dei gruppi che vi avevano partecipato in un primo momento se ne distaccano per ingrossare le fila del movimento promosso da Lopez Obrador. E promuove diverse iniziative, anche di carattere internazionale, come il primo incontro continentale dei movimenti indigeni. Il discorso di Marcos di cui ci occupiamo in questo articolo conclude, credo, un percorso tracciando un bilancio e soprattutto mettendo l’accento sul problema più importante: il rapporto della sinistra con il potere. Un problema irrisolto, vista l’esperienza storica. Ma sul quale vale davvero la pena di considerare l’esperienza zapatista dismettendo una volta per tutte la presunzione eurocentrica secondo la quale gli indigeni sono meritevoli di solidarietà ma non hanno nulla di interessante da dire. Ovviamente io penso che gli zapatisti non siano un modello, tanto meno che siano l’avanguardia da seguire. Ma insisto nel dire che i temi del potere, dell’autogoverno reale, della democrazia diretta, della critica dell’organizzazione militare, della critica del realismo elettoralista, della necessità di un movimento mondiale, siano temi imprescindibili per la rifondazione comunista e più in generale per ridare un senso alla parola sinistra. Non credo ci voglia molto a capire come il potere sia stato in grado di digerire la sinistra in europa e di quanta indigestione di potere abbia fatto la sinistra. Forse, al di la delle ossessioni elettorali (che non sono solo dei partiti ma anche di gran parte delle organizzazioni sociali), è necessario aprire una discussione lunga e approfondita senza la paura di rompere con comodi luoghi comuni del passato e senza illudersi che l’aggettivo nuovo (che non per caso gli zapatisti, pur essendo una realtà assolutamente nuova rispetto alle precedenti esperienze, non usano mai) possa risolvere i nostri problemi. […]

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