il silenzio zapatista

        Mi scusi. Potrebbe darmi qualche contatto utile per poter intervistare il subcomandante Marcos? –

        Guardi, è del tutto inutile, l’EZLN da mesi non parla più con nessuno, né emette comunicato alcuno. –

        Scusi se insisto. Ma lei che lo conosce personalmente non potrebbe metterci una buona parola? –

Disarmante questo mio colloquio con un giornalista di un’importante testata! Disarmante ma illuminante. Lasciamo perdere il vizio del giornalismo italiano di credere che tutto sia fasullo, aggirabile, manipolabile. Illuminante perché il silenzio fa effetto. Sono sicuro che il giornalista in questione pensi tuttora che io gli abbia fatto uno sgarbo, ma in realtà ha dovuto prendere atto del silenzio zapatista. Come tutti noi, del resto. Già, perché il silenzio non è preannunciato, non è spiegato, non è una semplice modalità di comunicazione. Non è quel silenzio che nella musica è tanto importante quanto le note per comporre la melodia. Non è una pausa di riflessione. Non è un rifugiarsi nel proprio mondo. Non è una fuga. Insomma, se devo proprio azzardare un’interpretazione, penso che non si tratti di silenzio. Gli zapatisti hanno parlato con la marcia ed hanno parlato nel parlamento, con tanto di passamontagna. Forse molti hanno rapidamente dimenticato la portata dell’evento. Forse molti hanno pensato che, dopo che Fox ha presentato il progetto di legge che rifletteva gli accordi di San Andres, e che il parlamento lo ha stravolto, gli zapatisti, pur avendolo rifiutato categoricamente, avrebbero avviato una qualche forma di trattativa più o meno sotterranea. Forse qualcuno si aspettava che, dichiarazioni dopo dichiarazioni con le loro brave interpretazioni maliziose, si sarebbe arrivati ad un qualche compromesso. Ma le cose non sono andate così. Il silenzio amplifica potentemente le parole pronunciate nella marcia, nel parlamento e quelle contenute nelle righe del comunicato con il quale l’EZLN ha rigettato la legge approvata da una maggioranza trasversale. Perché dire altro? Perché riprendere la parola per farsela stravolgere? Perché ripetersi sminuendo il significato delle parole già pronunciate? Forse la parola verrà aggiornata quando ci sarà un’effettiva novità. Forse quando la Corte Costituzionale si pronuncerà sulla suddetta legge, valutando il ricorso opposto da centinaia di comunità indigene e non. Forse. E poi quel silenzio è in realtà un invito a prendere la parola, ad assumere una posizione precisa. Eh si! Perché Marcos ha sempre insistito sulla parzialità dell’esperienza dell’EZLN. L’universalità, e la popolarità, di quell’esperienza è dovuta alla consapevolezza di praticare una lotta contro la globalizzazione, non contro il solo governo messicano. Tocca a tutti prendere parola. Non serve a nulla tacere aspettando il prossimo illuminante discorso o articolo di Marcos. Che non è né vuole essere il leader di un nuovo partito, ma che non per questo rinuncia a porre radicalmente domande che pretendono risposte. Gli indigeni che si ribellano al NAFTA, che chiedono una riforma costituzionale assolutamente incompatibile con gli interessi delle multinazionali, che si aprono cercando un dialogo mondiale invece che resistere chiudendosi in se stessi, che rifiutano la “solidarietà” interessata di chi in realtà vuole semplicemente provare a “dirigerli”, sono un gran contributo nella lotta contro il neoliberismo e contro la globalizzazione capitalistica. Io penso davvero che senza la rivolta del gennaio 94 il movimento dei movimenti non ci sarebbe stato, almeno nelle forme in cui si è reso visibile. Intendiamoci, non perché Marcos lo abbia inventato. Il movimento è il prodotto della globalizzazione, più o meno come il movimento operaio fu il prodotto della rivoluzione industriale. Solo che nel movimento operaio sorsero correnti di pensiero, le più disparate, ma nuove. Anarchici, socialisti utopisti, luddisti, socialisti scientifici ecc. In questo movimento, invece, è come se ci fossero morti che vogliono mangiarsi i vivi. Che vogliono sovrapporre le loro teorie obsolete, i loro schemi e perfino le loro pratiche organizzative ad un movimento che non può rientrarci, pena la morte per noia ed inefficacia. Gli zapatisti non vogliono essere un modello, né vogliono imporre alcunché, ma chiedono a gran voce, anche col silenzio, la rifondazione della sinistra. Questo ci ha detto Marcos l’ultima volta che una delegazione di Rifondazione l’ha incontrato, a Città del Messico qualche giorno dopo la marcia. Se devo essere sincero non credo che parlare di “crisi del movimento”, confondendo le strutture imperfette dei social forum, per giunta italiane, con il movimento mondiale, sia la strada giusta per rispondere a quella domanda. E qui sottoscrivo il punto B dell’articolo di Pierluigi Sullo, in pieno. Non è il movimento ad essere in crisi, casomai lo sono culture, modelli e pratiche incapaci di rifondarsi veramente. Ma forse questa crisi è l’inizio di una risposta alla domanda che gli zapatisti hanno posto al mondo, oltre che a se stessi.

 

ramon mantovani

 

pubblicato su Carta nel luglio del 2002

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