colombia

“La selva colombiana non è il Kosovo, se venissero troverebbero un bel benvenuto. Per i gringos sarebbe un nuovo Vietnam.” E’ il leggendario Manuel Marulanda, il comandante supremo delle Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane (FARC), che mi parla in un accampamento guerrigliero nel fitto della foresta amazzonica, durante la mia ultima visita in Colombia. Tirofijo, questo il suo soprannome che in spagnolo significa “mira precisa”, ha passato quaranta dei suoi settant’anni a fare il guerrigliero. Lo hanno dato per morto decine di volte, ma in realtà non sono mai riusciti nemmeno a sfiorarlo, visto che, insieme ai suoi ventimila guerriglieri e guerrigliere (le donne sono il quaranta per cento della forza combattente), non sta mai nello stesso posto più di qualche ora. Con l’indice disegna un cerchio sul tavolaccio di legno intorno al quale siamo stati, per più di cinque ore, a parlare di globalizzazione e del processo di pace: “Possono anche venire con i paracadutisti per tentare di circondarci, ma non staremo più dove ci hanno visto con il satellite. Saremo noi a colpirli – ed ecco che il dito traccia immaginarie frecce convergenti a raggiera sul cerchio – dove meno se l’aspettano. Non facciamo guerra di posizione, siamo una guerriglia mobile noi.” Le FARC sono pronte, insomma, a sostenere uno scontro di lunga durata con la ventilata forza multinazionale d’intervento, guidata dagli USA, che tentasse, con la scusa della lotta al narcotraffico, di liquidare la guerriglia comunista che combatte da quaranta anni e che oggi siede al tavolo delle trattative di pace con il governo colombiano di Andres Pastrana. Una trattativa difficile, non c’è che dire, visto che le FARC non accettano nessuna soluzione che non preveda profondissimi cambiamenti istituzionali ed economico sociali. “Loro non si accontenteranno certo di qualche riforma di facciata o di posti nelle istituzioni e nel governo. Abbiamo ben chiaro che qui i cambiamenti devono essere profondi. Del resto, ormai, una parte importante del mondo imprenditoriale, quella che vuole la pace, sa di dover pagare un prezzo alto in tema di riforme economiche, sa che la pace non sarà gratis per nessuno” – mi dice Victor G. Ricardo, l’Alto Commissario per la Pace, nominato dal Presidente Pastrana, nel suo ufficio super blindato situato dentro il Palazzo Presidenziale a Bogotà. Questa reciproca disponibilità e comprensione dovrebbero essere un buon viatico per un’effettiva e rapida soluzione del conflitto, eppure le cose non sono così semplici, purtroppo. Molti lavorano contro il processo di pace. Il governo degli USA, appena insediato il tavolo delle trattative, ha ufficialmente dichiarato di considerare indispensabile la sconfitta militare della “narcoguerriglia” ed ha varato un’impressionante piano di aiuti militari all’esercito colombiano. Allo stesso tempo, ufficiosamente, ha ventilato addirittura l’ipotesi di un intervento militare multinazionale esterno, sul quale si è discusso per mesi su tutta la stampa latino americana. Da una parte, quindi, Pastrana incontra Marulanda, gli assegna il controllo di un territorio grande come la Svizzera, dichiara che le FARC sono un soggetto politico e non narcotrafficanti, inizia una trattativa di pace, mentre dall’altra parte, gli USA ripropongono la via militare come unica soluzione al conflitto. L’obiettivo nel mirino degli USA non è certo il narcotraffico, bensì una Colombia che, magari insieme al Venezuela di Chavez, al turbolento Ecuador e a Panama (dove gli Stati Uniti hanno definitivamente perso il controllo del canale), si sottraesse alla loro egemonia politica e cercasse un modello economico sociale alternativo al neoliberismo. Non per caso la stampa vicina all’amministrazione Clinton ha ripetutamente parlato di un complotto ordito insieme da Castro, Chavez e Marulanda. La minaccia di intervento esterno è servita, per il momento, a saggiare il terreno e a provocare ulteriori tensioni fra il governo colombiano e quello peruviano di Fujimori, che si è subito dimostrato alquanto disponibile all’avventura militare. Senza dubbio la lotta al narcotraffico sarebbe un argomento spettacolare da usare come paravento per la soluzione militare. Potrebbe essere la seconda puntata dell’ingerenza senza mandato dell’ONU, dopo la guerra NATO del Kosovo. Un altro tassello della costruzione di un nuovo ordine unipolare del mondo a guida nordamericana. A ben vedere, però, ci vorrebbe un notevole sforzo di fantasia per manipolare i mass media fino al punto di presentare una vera e propria guerra come la soluzione del problema del narcotraffico. La politica della repressione militare, infatti, in tutti questi anni, condotta con enorme dispendio di mezzi e risorse finanziarie, non ha dato esito alcuno, ed anzi ha visto coinvolti nel narcotraffico proprio quelli che dicevano di combatterlo. Il Presidente Samper ha finito la sua carriera da ricercato nel territorio USA in quanto narcotrafficante. Alte gerarchie militari colombiane sono state colte con le mani nel sacco mentre trasportavano a Miami, a bordo di aerei militari, ingenti quantitativi di cocaina. Perfino membri della legazione diplomatica statunitense a Bogotà e consiglieri militari USA sono stati smascherati dall’FBI come organizzatori del traffico di stupefacenti. Certo, la guerriglia ha sempre ammesso di tassare l’attività connessa alle coltivazioni illecite, al pari di tutte le altre attività economiche, nei territori che controlla. Ma è cosa ben diversa dall’organizzazione del narcotraffico su vasta scala. In ogni caso si è dichiarata pronta a sostenere, e a produrre in prima persona, piani per la sostituzione delle coltivazioni di coca e di oppio purché siano finanziati garantendo ai contadini la commercializzazione dei prodotti alternativi. Avvelenare i campi rendendoli sterili per anni, se non per decenni, come si è fatto per molto tempo e si continua a fare, oltre a rappresentare un enorme danno ecologico, riduce gli incolpevoli contadini alla fame e spinge i produttori di coca a deforestare ulteriormente la selva, per continuare a coltivare l’unico prodotto che ha un mercato e permette la sopravvivenza. E’ proprio su questo versante, quello della lotta effettiva al narcotraffico, che l’Europa e le stesse Nazioni Unite potrebbero giocare un ruolo decisivo. Questa è la richiesta ufficiale delle due parti, ma le cose si stanno complicando. Le FARC chiedono che gli aiuti finanziari siano destinati al tavolo delle trattative in modo che entrambe le parti possano discutere e decidere del loro utilizzo. Il governo Pastrana, invece, che ha recentemente presentato agli USA e all’Unione Europea il “Plan Colombia”, una richiesta di sostegno finanziario dotata di un progetto di utilizzo articolato anche a livello militare, li vuole gestire da solo. E’ evidente che la destinazione dei fondi al tavolo di pace rafforzerebbe la trattativa, mentre un utilizzo degli stessi per riarmare l’esercito finirebbe con l’incentivare la prosecuzione delle ostilità. La guerra, infatti, continua, nonostante l’installazione del tavolo di trattative. La guerriglia, che pure ha proclamato recentemente un limitato cessate il fuoco unilaterale nel periodo natalizio, non si fida, sia perché teme l’intervento esterno sia perché il governo non si è dimostrato ancora in grado di controllare effettivamente l’esercito e quella parte della borghesia colombiana che, avendo tutto da perdere con una pace definitiva, continuano a foraggiare e coprire i paramilitari. Questi ultimi, da quando è cominciata la trattativa di pace, hanno notevolmente intensificato le loro attività, compiendo stragi di contadini inermi, uccidendo personalità del mondo della cultura che sostenevano la soluzione politica del conflitto, minacciando gli uomini di Pastrana impegnati nella trattativa con le FARC e l’ELN. Per i guerriglieri, e per tutta la sinistra colombiana, brucia ancora troppo il precedente processo di pace. Sarebbe dovuto culminare nella democratizzazione del paese e, invece, si concluse con lo sterminio di quattromila esponenti politici e sindacali, parlamentari compresi. Nonostante tutte le difficoltà, però, sia la guerriglia sia i negoziatori del governo sembrano intenzionati ad andare avanti. Tutti sanno che Pastrana ha fretta, giacché il suo mandato durerà ancora solo un anno e mezzo, mentre le FARC sono in condizione di far valere, sul tavolo delle trattative, la loro capacità di resistere più a lungo di quanto non abbiano potuto altri movimenti guerriglieri latino americani. Tutti sanno che il governo dovrà presto concedere anche all’ELN una parte del territorio per coinvolgerlo definitivamente nel processo di pace. Ma oramai si sussurra, più o meno apertamente, che il posto di Pastrana potrebbe essere conquistato, alle prossime elezioni, da uno dei negoziatori più in vista, il Senatore conservatore Valencia Cossio. La qual cosa costituirebbe una garanzia per la continuazione del negoziato. Anche l’ELN sarebbe prossimo ad ottenere il riconoscimento che merita nel processo di pace, con la smilitarizzazione unilaterale da parte del governo di un’ampia zona nel nord del paese. Insomma, fra mille difficoltà interne ed esterne, con tutte le complicazioni che abbiamo descritto, questo processo di pace sembra davvero reale. Per il definitivo successo manca ancora una condizione che, per il momento, ancora non si vede all’orizzonte: un aiuto da parte dell’Europa. I negoziatori del governo da tempo sostengono il bisogno di un coinvolgimento dell’Unione Europea con l’obiettivo esplicito di controbilanciare il ruolo degli Stati Uniti d’America. La stessa cosa dicono le FARC e l’ELN. Recentemente l’intero tavolo del negoziato tra FARC e governo, compresi i rappresentanti della Confindustria colombiana e gli esperti economico sociali della guerriglia, ha visitato numerosi paesi europei, tra cui l’Italia, per studiarne i sistemi istituzionali e sociali, al fine dichiarato di utilizzare l’esperienza europea, in materia di democrazia e di diritti sociali, come base per elaborare soluzioni originali per la nuova Colombia che dovrebbe nascere con la pace. Diversi parlamenti di paesi UE hanno preso posizione a favore della trattativa. La Commissione esteri della Camera dei deputati italiana ha votato, all’unanimità, una risoluzione che impegna il governo italiano sia a contrastare un’eventuale internazionalizzazione del conflitto colombiano, sia a partecipare direttamente nella trattativa di pace, nei modi e nelle forme gradite alle parti in causa. Quello che manca è una politica e un piano di aiuti finanziari dell’Unione Europea. Del resto il diplomatico spagnolo rappresentante dell’UE a Bogotà si è più volte dichiarato impossibilitato a sviluppare iniziative che non siano microprogetti di cooperazione. Tutte buone azioni, ma che non hanno nessuna influenza sul corso delle cose in Colombia. Gli mancano perfino istruzioni politiche da parte di Javier Solana, il responsabile della politica estera comune europea, relativamente al processo di pace. Eppure la Colombia dovrebbe essere un paese estremamente interessante per l’Europa. Evidentemente c’è, anche in questo caso, una timidezza dovuta alla solita mancanza di coesione europea quando si tratta di intraprendere iniziative non gradite agli Stati Uniti. Per giunta l’Unione Europea, fino ad oggi, ha condiviso pienamente la politica nordamericana in materia di lotta al narcotraffico e potrebbe, nel caso diventasse operativo il progetto di intervento militare esterno guidato dagli USA, perfino appoggiarlo politicamente. Questa vicenda, come altre, non riguarda solo la Colombia e l’America Latina. E’ davvero uno dei banchi di prova per verificare cosa sarà l’Europa nel futuro.  

 

ramon mantovani

 

pubblicato su LIMES nel marzo del 2000

Una Risposta to “colombia”

  1. Monsieur Mantovani:

    Comment pouvez-vous écrire que les FARC, oui, procèdent à des enlèvements, mais ne font pas exploser des bombes contre les civils ? Faut-il vous rappeler la voiture piégée contre le club El Nogal le 6 février 2003 (36 morts et 100 blessés), où avait lieu une noce ? Et les bonbonnes de gaz piégées qui ont détruit l’Eglise de Bojaya le 2 mai 2002, avec pour bilan 119 fidèles brûlés vifs. Je pourrais citer des centaines d’autres exemples. Voyez mon blog: http://www.jacquesthomet.unblog.fr
    Les enlèvements sont des crimes, et pas des anecdotes. Le colonel Mendieta vient de passer dix ans enchaîné, y compris pour faire ses besoins en rampant dans la boue puisqu’il est paralysé des jambes.
    Vous rendez hommage dans votre blog à Raul Reyes, le bourreau de toutes ces victimes. J’espère que la justice passera, pour vous comme pour tous les complices de ces pseudo-révolutionnaires des FARC, qui vivent de la cocaïne, et des rançons de leurs otages.
    Jacques Thomet

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