sulla guerra in Kosovo

Questa guerra, comunque si concluda, ha già raggiunto alcuni obiettivi non dichiarati, ma non per questo invisibili. Prima di tutto, nel corso delle celebrazioni per il 50° anniversario della NATO, quest’ultima si è autoproclamata gendarme del mondo. Si è sancito ufficialmente a Washington, da parte di tutti i governi membri, che la NATO potrà intervenire fuori dei propri confini anche senza nessun mandato dell’ONU. Si tratta di una codificazione scritta di quanto già avvenuto con la guerra contro la Yugoslavia, appunto. Sarebbe stato molto difficile far passare, fra tutti i paesi membri, un simile concetto senza aver costruito il contesto della “guerra umanitaria”. All’ONU, intanto, si sostituisce il G 7, vero luogo della decisione e della costruzione di mediazioni politico diplomatiche. In questo modo il Consiglio di sicurezza diventa il notaio che fornisce una legittimità formale a quanto già prodotto, sul campo, dalla NATO e discusso dal G 7. L’ONU, quindi, non può che uscire, da tutta questa vicenda, fortemente ridimensionata. La NATO e il G 7, quindi, diventano tendenzialmente il governo reale del mondo. Sono entrambi dominati dagli americani e al tempo stesso rappresentano gli interessi integrati di quello che possiamo ben chiamare capitalismo globale. L’egemonia USA in tutto questo processo non va scambiata con un dominio del capitalismo americano contro o sopra il capitalismo europeo. Non esistono più, infatti, i presupposti economici per una contraddizione che una volta si sarebbe definita classicamente come una contraddizione interimperialistica. Possiamo affermare che le contraddizioni che pur esistono, e a volte in modo molto duro, non si sviluppano sul piano macroeconomico, globale, bensì sul terreno microeconomico. Penso alle regioni ricche e competitive contrapposte a quelle povere, per esempio quelle in via di deindustrializzazione. Entrambi questi due tipi di regioni devono competere con le loro simili nel mondo. Ma la competizione fra le une e le altre avviene nel quadro della globalizzazione, assunto come realtà indiscutibile ed immodificabile, ed anzi in via di espansione e di intensificazione. Se così non fosse, i governi europei non avrebbero mai accettato la guerra come terreno di costruzione del governo reale della NATO e del G 7, ed anzi avrebbero sviluppato una propria iniziativa nei Balcani, avendo numerose regioni europee, in particolare italiane, interesse ad una stabilità certa in tutta la regione balcanica, e non certo alla instabilità che la guerra produrrà inevitabilmente. L’egemonia americana è fondata su due presupposti fondamentali. Gli USA possiedono un sistema sociale e una cultura diffusa assolutamente congeniali alla nuova dimensione globale del capitale, e hanno a disposizione la forza militare e tecnologica sufficiente a rivendicare la leadership nel processo di costruzione del nuovo ordine imperiale. Un ordine unipolare non nel senso “amerikano”, bensì nel senso “occidentale” e capitalistico. I governi europei, in maggioranza schiacciante socialisti, che potevano risultare un impedimento o perlomeno un freno sulla strada dell’affermazione del nuovo ordine, con questa guerra sono stati trasformati abilmente in un vantaggio. Per due motivi. Il primo è, con tutta evidenza, il consenso che hanno garantito all’operazione, che nessun governo di destra non avrebbe mai potuto raccogliere. Il secondo è averli pienamente iscritti nella prospettiva del governo unipolare del mondo. Con buona pace dell’Europa politica e democratica, che in questo modo subisce un colpo durissimo e rischia di essere piegata e ridotta a macroregione del più vasto mercato liberalizzato e a semplice pilastro, sul piano politico militare, del dominio occidentale e capitalistico sul mondo. Le conseguenze sul piano delle politiche economiche e sociali saranno nefaste e non si faranno attendere a lungo. La guerra ha poi, di fatto, già raggiunto un altro obiettivo: l’umiliazione della Russia e la sua riduzione a potenza regionale. Non c’è mai stata, da parte della NATO, la volontà di colpire mortalmente la Russia. Alla confusa e dilettante classe dirigente russa si lascia aperta la porta di servizio affinché, una volta digerito il colpo, si acconci ad entrare nel governo unipolare. Del resto il primo passo in questa direzione è stato fatto poco tempo fa con l’allargamento ad est della NATO, quando la Russia, dopo aver lungamente protestato, minacciato e sbraitato, alla fine si è rassegnata ad essere invitata di serie B nel seno stesso dell’Alleanza Atlantica. Certo questo processo è irto di pericoli. Non è detto, infatti, che tutto vada come previsto. La situazione potrebbe scappare di mano. Ma fino ad oggi tutto sembra, nonostante le apparenze, sotto controllo. In fondo è presumibile che la Russia diventi presto membro permanente di quello che, infatti, spesso già si riunisce come G 8, e che torni a mandare il proprio ambasciatore nell’ambito del parternariato della NATO. In ogni caso, di fronte all’umiliazione la Russia potrebbe reagire con una spinta nazionalistica, di cui si vedono tutti i presupposti, che potrebbe perfino sfociare in un aperto antagonismo contro l’occidente foriero di crisi anche gravissime, ma assolutamente incapace di rappresentare un’alternativa al capitalismo globale, del quale rimarrebbe succube. Qualcosa di simile, non certamente uguale, al processo che ha portato alla formazione del fondamentalismo islamico nell’ambito dei paesi musulmani. Insomma, non è pensabile che si costruisca un antagonismo tra NATO e un altro campo, analogo a quello che ha opposto il campo socialista agli Stati Uniti. La Cina, infatti, trascinata per i capelli nella crisi yugoslava (è ben difficile credere all’errore), si limita a chiedere una chiusura onorevole del caso, con un’inchiesta e la punizione dei colpevoli, cerca di tenersi al riparo da ingerenze future nei suoi affari interni, ma non si sogna nemmeno di rinunciare all’obiettivo proclamato di entrare nel WTO per integrarsi definitivamente, e a pieno titolo, nella globalizzazione capitalistica. C’è poi un altro obiettivo anch’esso raggiunto con questa guerra. Si tratta di qualcosa di assolutamente nuovo che meriterà di essere ben analizzato molto a fondo. Mi riferisco alla dimensione ideologica di questo conflitto. Non parlo di propaganda, di disinformazione e di manipolazione dei mass media, tutte cose oramai tristemente collegate a diversi conflitti passati. Penso alla “guerra giusta”, “umanitaria”, della “civiltà occidentale” contro la barbarie. Cose largamente penetrate a fondo nel tessuto sociale e nell’ambito stesso di quella che una volta avremmo definito “intellettualità democratica”. E’ il volano che permette al progetto di costruzione del governo capitalistico mondiale di dispiegarsi pienamente, di mobilitare il consenso necessario a giustificare la guerra e il nuovo ordine imperiale, di assegnare ai paesi ricchi il ruolo di protagonisti assoluti. E’ qualcosa che fa venire alla luce ciò che la metamorfosi della formazione sociale devastata dal neoliberismo ha prodotto silenziosamente per almeno un ventennio. Questo capitalismo e la sua ideologia neoliberista, lo abbiamo detto molte volte, sono, per loro natura, escludenti sia a livello globale sia nelle regioni continentali, nei paesi ricchi e in quelli poveri. Oggi compare una forza ideologica inusitata a spiegare che ciò che è incompatibile con il mercato, o che si permette di resistere in ragione di un’idea retriva o progressista, è semplicemente barbaro, irrazionale, pericoloso e per questo perseguibile. I problemi sociali tornano ad essere problemi d’ordine pubblico, i movimenti di liberazione progressisti tornano ad essere catalogati come terroristi, i dittatori che garantiscono l’integrazione dei loro territori nella globalizzazione alleati e quelli che per svariati motivi vi resistono barbari da schiacciare. Certo, siamo in presenza di un quadro sconfortante. Ha proprio ragione il Subcomandante Marcos a parlare del neoliberismo come di una quarta guerra mondiale contro l’umanità. Tuttavia, il carattere intrinsecamente escludente del capitalismo contemporaneo provoca contraddizioni che non possono avere risposta e soluzione nel quadro attuale. Così, non si può non vedere che in Europa, almeno, le culture pacifiste e realmente democratiche hanno dimostrato d’essere più vive di quanto molti si aspettavano. Nell’Europa dell’Est è possibile che si affermino forze comuniste e di sinistra capaci di non cedere alle lusinghe del nazionalismo. Nel mondo, forse, la speranza che molti avevano mal riposto nella magnifica sorte dei governi socialdemocratici europei, comincia ad incrinarsi per lasciare il posto all’idea di un nuovo internazionalismo. Dopo questa guerra tutto è più difficile. Che non diventi impossibile dipende anche da noi. 

 

ramon mantovani

 

pubblicato su Liberazione nel maggio 1999 

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