Archivia per parlamento

La crisi e la sinistra, la crisi della sinistra.

Pubblicato su articoli pubblicati sul blog con i tag, , , , , , , , , il 24 Gennaio, 2008 da ramon mantovani

Eccoci alla crisi.

Scrivo, e lo faccio apposta, a poche ore dal voto di fiducia del senato, quando ancora non si sa se Prodi lo affronterà veramente, uscendone vincente o sconfitto, o se si dimetterà un minuto prima per aprire la strada ad un Prodi bis o a un altro governo, istituzionale, tecnico o che so io.

Mi interessa, in questo momento, dire delle opinioni, e soprattutto porre domande, su questa esperienza di governo e su come si è arrivati a questo punto. Perché un bilancio e un giudizio su quanto è successo è importante per capire cosa fare ora.

Avevamo pensato, e non a torto, che una stagione di lotte connesse al movimento contro la globalizzazione e all’opposizione contro Berlusconi avevano creato le condizioni per tentare (ripeto: tentare) di invertire la tendenza. Si poteva instaurare un circolo virtuoso per cui provvedimenti in risposta alle domande dei movimenti sociali e sui diritti civili avrebbero sollecitato nuove domande più avanzate. In questo modo si sarebbe anche ridotta la separatezza fra politica e società.

Evidentemente le cose non sono andate così. Ma perchè?

Si può dire, come fanno molti a sinistra, che era un’illusione, che non c’era e non c’è alternativa ad una collocazione di opposizione. Che solo la denuncia dei problemi, la presenza nelle lotte, i voti coerenti in parlamento possono, nel lungo periodo, far accumulare le forze per cambiare le cose. Un giorno lontano, forse. Oppure si può dire che è colpa della legge elettorale, di Mastella e dei centristi, del Partito Democratico, della divisione della sinistra, della cedevolezza del governo nei confronti dei poteri forti e del Vaticano. E così via.

Io non concordo con nessuna di queste due tesi. Entrambe sono, per dirla con un termine gergale ma efficace, politiciste, anche se contengono molti elementi di verità. Entrambe, cioè, pensano che la chiave di volta di ogni situazione sia interna alla politica ufficiale, tanto se ti opponi in modo intransigente e declamatorio come se tenti di cambiare le cose dall’interno del governo. Entrambe finiscono inevitabilmente per essere subalterne al governo e ai poteri che lo sorreggono, così come finiscono per misurare i famosi “rapporti di forza” in termini elettoralistici. Entrambe, infine, osservano i movimenti dall’alto, come se i movimenti non nascessero per cambiare le cose subito bensì per smascherare il capitalismo o per delegare qualcuno a “fare il possibile” nelle istituzioni. Io invece credo che il “tentativo” sia diventato ben presto un “non possiamo fare altrimenti”, che gli obiettivi di cambiamento siano inesorabilmente divenuti “riduzione del danno” e che “l’internità” ai movimenti sia stata sostituita dal classico “dialogo”. Ovviamente le cose sono molto complesse ma io penso che si poteva, in autunno, fare un bilancio sincero sul “tentativo”, dire chiaramente a tutti che non si poteva più andare avanti così, vincolarsi ad una consultazione di massa sulla permanenza o meno al governo e andare fino in fondo. Almeno si sarebbe dimostrato che i contenuti sono più importanti della collocazione politica, che esiste una forza che prova davvero a cambiare le cose ma che se non ci riesce non cambia discorso, non racconta balle, non prende decisioni “interpretando” il volere e i sentimenti della propria gente ed è capace di avere il coraggio di rimettere la decisione più importante ad un referendum. Così facendo si sarebbe aperta una vera e grande discussione sia sui contenuti della politica del governo sia sullo stesso tema del rapporto della sinistra con il governo e con il potere. E sono convinto che sarebbe stata una discussione dall’esito non scontato. Forse c’era ancora la possibilità di cambiare la rotta del governo. Per saperlo, però, bisognava provarci davvero mettendo nel conto anche una possibile rottura.

Mi sbaglierò, ma se tutto questo non è stato fatto è perchè si è pensato ad una unità della sinistra salvifica e senza basi reali, che ha funzionato da freno invece che da motore per i movimenti e le lotte.

E così siamo travolti da una crisi nata con gli arresti domiciliari della moglie di Mastella, dalle più oscene manovre di palazzo, per cui se Prodi si salvasse saremmo ancora più subalterni e se ci fosse un governo istituzionale ci lacereremmo ancora di più fra di noi. Per non parlare, poi, di eventuali elezioni anticipate che ci precipiterebbero in una discussione sulla lista unica, sul simbolo e soprattutto sull’alleanza o meno con il Partito Democratico.

Ma questa è un’altra discussione. Intanto vediamo che succede…

ramon mantovani

la direzione, la verifica e l’infame decreto sicurezza

Pubblicato su articoli pubblicati sul blog con i tag, , , , , , , , il 16 Gennaio, 2008 da ramon mantovani

La verifica prende corpo. Dopo la riunione della direzione del PRC (si possono leggere il resoconto di Angela Mauro su Liberazione di martedì 15 e l’odg conclusivo sul sito di rifondazione) il quadro è più chiaro. C’è una bozza di piattaforma unitaria dei 4 partiti di sinistra (appena reperisco un link lo inserisco qui) sulla quale sarà avviata prestissimo una consultazione di massa. La piattaforma è, a mio giudizio, un buon testo, sufficiente nei contenuti affinché la verifica sia reale. La consultazione verterà non solo sul testo per dire se va bene o no ma anche e soprattutto per individuare fra tutti i contenuti della piattaforma le priorità e i punti irrinunciabili. Infatti, il documento approvato dalla direzione recita: “E’ necessario che il partito, nel corso della consultazione, stabilisca, tra i tanti punti che saranno presenti, quali sono quelli decisivi perché, ove accolti, la verifica si possa considerare positiva”. Questo è un punto importante affinché la consultazione sia incisiva. Rimane il problema che ho sollevato anche in una parte del mio intervento in direzione e nel mio precedente articolo su questo blog. Se è un bene che ci sia una buona piattaforma unitaria della sinistra sarebbe necessario che ci fosse un preciso impegno di tutti e quattro i partiti nel considerare la verifica aperta anche all’esito della rottura. Penso che altrimenti la verifica si concluderà inevitabilmente in un brodino generico per mantenere in vita il governo ad ogni costo. Se da una parte Rifondazione ha assunto questo impegno come è scritto chiaramente nell’odg della direzione: “la verifica che abbiamo chiesto e dal cui esito finale dipenderà il prosieguo del percorso nella maggioranza e nel governo” dall’altra non c’è traccia di simili posizioni da parte degli altri tre partiti. Né mi risulta che sia stata posta formalmente questa questione in nessuna delle riunioni unitarie di questi ultimi giorni. Non lo dico per puntiglio bensì perché dovrebbe essere chiaro a tutti che, se c’è una piattaforma comune ed una trattativa con Prodi condotta unitariamente, dovrebbe esserci anche la sufficiente determinazione ad andare fino in fondo. Comunque spero che nel corso della consultazione, negli ordini del giorno dei circoli, dei comitati federali ecc. sia ben presente questa questione, oltre alle priorità programmatiche. Alla fine di questo processo la direzione del Partito trarrà una sintesi della consultazione e discuterà le date e le modalità del referendum che avrà la parola definitiva sulla nostra permanenza o meno al governo. Ovviamente ci sarà l’occasione per tornare su questo punto. Nel corso della direzione è emerso, durante il dibattito perché Giordano non aveva fatto alcun cenno nella relazione, il problema del secondo decreto sicurezza varato dal governo il 28 dicembre. Sui contenuti del decreto ho già detto che sono completamente d’accordo con l’articolo di Giuliano Pisapia pubblicato su Liberazione del 29 dicembre. Ho conseguentemente chiesto che ci fosse un mandato ai gruppi parlamentari a votare contro tale decreto. Proposta rifiutata con però la decisione di percorrere il tentativo di modifica del decreto alla Camera e di rimandare la decisione finale, sul voto da esprimere, ad una riunione dei gruppi parlamentari e della direzione. Continuo a pensare che il decreto sia inemendabile e che si sia seguita una linea completamente sbagliata ispirata dall’idea della “riduzione del danno”. Fin dal primo momento ebbi modo di dire negli organismi competenti che era un errore gravissimo aver votato in consiglio dei ministri un decreto varato la sera stessa di un orribile fatto di cronaca, sulla spinta delle richieste di Veltroni e dei sindaci sceriffi, Cofferati e Dominici in testa. In politica ogni atto è figlio del contesto nel quale si colloca e delle intenzioni di chi lo produce. Quel decreto, oltre a stravolgere pesantemente lo stato di diritto del nostro paese e ad avere contenuti discriminatori verso i cittadini comunitari immigrati, si proponeva esplicitamente di cavalcare l’ingiustificato allarme sociale sulla sicurezza e di lisciare il pelo alle peggiori pulsioni razziste. Tralascio di esprimere giudizi sulle modificazioni del decreto apportate dal Senato e fra le quali spicca l’idea perniciosa di aggiungere una norma contro le discriminazioni e le violenze sugli omosessuali. Come se introdurre una norma antidiscriminatoria per una categoria sociale potesse essere scambiata con le discriminazioni per un’altra! E’ noto che, per giunta, questa bella idea si è realizzata con un errore contenuto nel testo (secondo me non casuale) che la rendeva totalmente inefficace. Evito, per carità di patria, di soffermarmi sul come si sia arrivati poi alla Camera ad annunciare un voto favorevole al decreto, esattamente un giorno prima che fosse chiaro che il Presidente della Repubblica non avrebbe firmato il decreto, con il conseguente ritiro del decreto da parte del governo. Rimane il fatto che di nuovo il nostro ministro il 28 dicembre ha votato il testo di un nuovo decreto ulteriormente e gravemente peggiorato rispetto al primo. E rimane il fatto che, insieme ad altre/i compagne/i continuerò a proporre in tutte le sedi di votare contro, costi quello che costi.

ramon mantovani

intervista su Liberazione

Pubblicato su articoli pubblicati sulla carta stampata con i tag, , , , , il 29 Novembre, 2007 da ramon mantovani
Mantovani: «Occasione persa per il Prc
la verifica di gennaio potevamo farla ieri»
 
Intervista al deputato di Rifondazione: «La fiducia ha rotto il rapporto con i precari
Al congresso dovremo discutere di questa nostra esperienza di governo. E degli errori»
 

Ramon Mantovani, martedì nella riunione del gruppo del Prc, dopo la relazione del segretario Franco Giordano, hai chiesto di parlare per primo e hai fatto mettere ai voti la richiesta di voto contrario alla fiducia al governo. Ci riassumi le tue motivazioni?
Intanto, l’atto del governo è di definitiva rottura con una parte importante del Paese e in particolare con milioni di precari. Poi, questo atto è profondamente antidemocratico perché umilia il Parlamento. Infine, il non rispetto del programma e soprattutto delle promesse fatte dallo stesso Prodi nell’intera campagna elettorale sulla lotta alla precarietà alimenta e aggrava la crisi della politica, presentandola come un imbroglio.

E cosa sarebbe successo se si fosse votato contro la fiducia?
La mia proposta non aveva il senso di esprimere solo un malessere, era una proposta politica. Se fosse stata accettata, il solo annuncio del voto contrario del Prc avrebbe provocato la vera verifica: ciò che si vorrebbe fare in gennaio si poteva fare ieri. E se vale per ieri lo spauracchio di Berlusconi, varrebbe ancor di più in gennaio. Insomma: anche una crisi di governo avrebbe potuto risolversi con un impegno al rispetto del programma. Mentre chi avesse voluto non rispettare il programma avrebbe avuta intera la responsabilità delle conseguenze. Credevo avessimo imparato che nei rapporti con Prodi e con il Pd non c’è trattativa seria che non preveda anche la rottura.

E’ stata data per il sì deciso a maggioranza la motivazione del «vincolo sociale», vista l’alternativa dell’entrata in vigore dello scalone Maroni: non ti convince?
Se una crisi si fosse risolta con un rilancio sulla base del programma, ciò non sarebbe stato vero. In ogni caso, mi pare che far passare invece un accordo neo-corporativo sulla precarietà che rilancia lo spirito della legge 30 abbia conseguenze sociali ben più gravi dello stesso scalone.

C’è chi pensa che a sinistra si voglia anche guadagnare tempo, per recuperare un margine d’autonomia strategica, vista la discussione sulla riforma della legge elettorale: sarebbe sbagliato?
I tempi in politica sono importantissimi. Io mi sono attenuto alla linea che avevamo scelto e che ci ha portato a votare tante cose che non condividevamo in attesa dello scontro sociale che abbiamo sempre considerato la chiave di volta della possibilità di fare una buona politica di governo. Perciò avevamo deciso di collocare in questo autunno una consultazione di massa sulla presenza o meno nel governo: che non per caso non si è fatta. Adesso e solo adesso si doveva trarre un bilancio. Capisco le preoccupazioni sulla questione delle riforme elettorali e istituzionali ma temo che l’essere stati umiliati sul terreno sociale sia un indebolimento anche della nostra capacità di pesare su queste scelte. Comunque, ai milioni di precari schiaffeggiati dal governo non si può dire «abbiate pazienza ma dobbiamo fare la legge elettorale»: questa è proprio la separatezza della politica dalla società che abbiamo sempre detto di combattere.

Voto favorevole, dunque, solo per disciplina collettiva?
Ho sempre pensato che i voti in Aula debbano esprimere la volontà della maggioranza del collettivo. Sono contrario alle testimonianze individualiste. Del resto mi sono battuto contro Vendola e Crucianelli quando ruppero la disciplina di gruppo sul governo Dini, come contro Cossutta e Diliberto che lo fecero sulla fiducia a Prodi nel 1998. Proprio per questo sono stato io a chiedere che fosse garantito un comportamento univoco, altrimenti anch’io mi sarei sentito libero di votare contro la fiducia.

Come si mette, ora, per il Prc?
Mi batterò perché continui il progetto di tutti questi anni, che ha sempre contemplato la possibilità della rottura con il governo. Credo che il congresso debba discutere approfonditamente di questa esperienza, di quanto ci sta cambiando, di quali errori abbiamo commesso. Discutere di unità della sinistra con una formula ambigua che pretende di contenere tutto, dal partito unico all’unità d’azione, impedisce agli iscritti di poter veramente decidere sul proprio futuro. Io sono per l’unità della sinistra, ma non per qualsiasi unità. E temo che le scelte di questi giorni e il non avere fatto la consultazione siano anche il frutto della paura di far saltare i rapporti con gli altri partiti della sinistra: che hanno esplicitamente l’obiettivo di costruire una sinistra alleata del Pd e di governo.
A. D’A. L.

29/11/2007