Archivia per nonviolenza

Secondo Giordano sono un golpista, dalla cultura antica e nefasta, e lui è una vittima innocente. Mah!!!

Pubblicato su articoli pubblicati sul blog con i tag, , , , , , , , il 9 Maggio, 2008 da ramon mantovani

I compagni Franco Giordano e Roberto Musacchio hanno risposto alla mia intervista pubblicata su Liberazione del 3 maggio. Potete leggere su Liberazione di domenica 4 maggio a pagina 6.

www.liberazione.it/a_giornale_index.php?DataPubb=04/05/2008

A parte il tono vagamente insultante, che comunque mi lascia indifferente, vediamo gli scarsi argomenti usati contro di me.

Giordano dice che non ha mai proposto di sciogliere rifondazione comunista. Ha ragione. Nessuno l’ha proposto. Infatti non mi risulta che qualcuno abbia l’idea di fare ciò che fecero prima il PSIUP e poi Lotta Continua. Cioè sciogliersi e lasciare che ogni militante andasse per la propria strada. Ma avrei dovuto vivere in Australia, non leggere la stampa italiana e non guardare la televisione per non sapere che da un anno è in discussione il “superamento” di Rifondazione Comunista. Ci sono decine, dico decine, di articoli e dichiarazioni, oltre che di interventi pubblici, di Bertinotti e tanti altri dirigenti di Rifondazione, oltre che del direttore di Liberazione, che lo propongono. Che Giordano abbia usato cautela non proponendo mai il partito unico bensì la formula del “soggetto unitario e plurale”, frutto di un compromesso (da me non condiviso) per tenere insieme una maggioranza nella quale c’era chi voleva la federazione e chi il partito unico, è vero. Anche se ogni tanto ha parlato di soggetto unico o si è dichiarato d’accordo con chi ha proposto il partito unico. Ricordo un’intervista di Giovanni Berlinguer che lo proponeva esplicitamente e un commento di Giordano che si dichiarava completamente d’accordo. Non mi risulta che abbia mai nemmeno tentato di confutare ciò che diceva esplicitamente Bertinotti. L’ho sempre visto scagliarsi, secondo me giustamente, verso Diliberto e verso le proposte del Pdci, ma mai verso Mussi e tanti altri esponenti di Sinistra Democratica, che hanno sempre, e lo stanno facendo anche in questi giorni, detto che per loro l’unità della sinistra si fa facendo un partito unico e di ispirazione socialista. Insomma, a sentire Giordano, e Musacchio, che qualcuno volesse “superare” rifondazione è un’invenzione mia e di altri visionari prodotta allo scopo di dividere la maggioranza del partito. Per fortuna non tutti sono in malafede. Ed ecco che nella riunione della commissione politica del congresso di settimana scorsa, il compagno Peppe De Cristofaro ha detto che se ci fosse stato un buon risultato per la Sinistra Arcobaleno lui avrebbe proposto lo scioglimento (ha usato la parola scioglimento) di rifondazione comunista. Del resto era di pubblico dominio che decine di dirigenti e candidati di rifondazione avevano questa proposta da avanzare all’indomani delle elezioni. E milioni di telespettatori ricordano le affermazioni di Bertinotti sul partito unico e sul comunismo “corrente culturale” nel nuovo partito. Per giunta la costituente avrebbe dovuto partire subito, anche organizzativamente, e agli iscritti di rifondazione sarebbe spettato il diritto di decidere se ratificare o meno quanto già fatto. E vorrei ricordare che Giordano il giorno dopo le elezioni, sempre in televisione, quando Diliberto aveva già detto che lanciava la costituente comunista, ha ancora insistito dicendo che la Sinistra Arcobaleno “è un processo irreversibile”.

Tutto questo, e non un torbido complotto, ha prodotto la rottura della maggioranza del partito e gli esiti dell’ultimo Comitato Politico Nazionale. Sarebbe bene, anche per lui, che Giordano se ne facesse una ragione.

Ma io sarei anche colpevole di avere una cultura del sospetto, di tentare di demolire gli avversari con calunnie.

Francamente non saprei cosa rispondere a simili accuse. Tutta la mia vita testimonia il contrario. Mi sembra solo frutto della coda di paglia di Giordano. Dovrei pensare che sia un cretino se non si è accorto, dalla posizione privilegiata di segretario del partito, di cosa è accaduto nell’ultimo anno e durante la campagna elettorale. Ma non lo penso. Penso, invece, che Giordano avrebbe dovuto risparmiarsi nelle conclusioni al CPN le allusioni secondo le quali ci sarebbero stati veti al ritiro della delegazione di governo. Nelle riunioni alle quali ho partecipato non ho sentito nulla del genere e posso, al contrario, testimoniare una cosa. Nella riunione del gruppo alla camera, che fu la prima sede nella quale si discusse del voto di fiducia sul welfare, io proposi il voto contrario e fu Pegolo (della corrente dell’Ernesto) a proporre di votare la fiducia ritirando al contempo la delegazione del PRC dal governo. Giordano sedeva alla presidenza e una ventina di minuti dopo l’intervento di Pegolo fece un discorso conclusivo nel quale si disse contrario alle due proposte. Non so chi telepaticamente abbia potuto porre veti visto che non ricevette né fece telefonate. Mi permetto di avanzare un dubbio. Non credo che rifondazione potesse ritirare la delegazione di governo. Ma non per problemi interni. Bensì per il veto che sarebbe venuto da Mussi Pecoraro Scanio e Diliberto. Ma forse anche questo dubbio mi è stato suggerito dalla cultura del sospetto che si è improvvisamente impadronita della mia mente!

Quanto alle critiche sulla proposta di svolgere un congresso a tesi posso rispondere senza problemi.

Pensavo e penso che la cultura politica innovativa di rifondazione non si possa né si debba usare strumentalmente per metterla al servizio di una proposta politica, qualsiasi essa sia. Non capisco perché chi è d’accordo sulla nonviolenza dovrebbe essere per forza d’accordo sulla costituente di sinistra e viceversa. Del resto fra i più convinti sostenitori del superamento di rifondazione ci sono compagni che al congresso di Venezia votarono la mozione dell’Ernesto e contro la nonviolenza. Cosa farà Giordano al prossimo congresso? Espellerà Valentini dalla mozione, visto che teorizza che ci deve essere coerenza fra cultura politica e proposta? Mah!

In realtà, e mi spiace dirlo, Vendola e Giordano, invece che sugli errori degli ultimi due anni, vorrebbero che il congresso discutesse sulla cultura politica dividendosi fra innovatori e conservatori. Vendola lo ha detto esplicitamente più volte. Perciò, e solo perciò, hanno respinto una proposta di buon senso. E cioè di dividersi su una questione controversa come la costituente di sinistra e di discutere liberamente sull’analisi del voto, sulle modificazioni sociali, sulle lotte da fare e anche sulla cultura politica. Questo si sarebbe potuto fare con tesi emendabili, che inoltre avrebbero dato, ma forse sarebbe meglio dire ridato, la parola agli iscritti.

Invece andremo a un congresso a mozioni contrapposte. Ma in molti ci batteremo affiché siano emendabili.

ramon mantovani

sulla nonviolenza

Pubblicato su articoli pubblicati sulla carta stampata con i tag, , , , , , il 26 Gennaio, 2004 da ramon mantovani

Nel corso del dibattito sulla nonviolenza diversi compagni hanno tirato in ballo l’esperienza zapatista per sostenere tesi diverse, e contrapposte fra loro. Intanto è necessario ricordare che l’insurrezione armata zapatista del 1 gennaio 74 (accompagnata da una vera e propria dichiarazione di guerra) fu alquanto sanguinosa. Il negoziato politico fu permesso da una tregua (tuttora formalmente in corso) e non da una dichiarazione di pace con conseguente disarmo dell’EZLN (che è tuttora armato). Come si possa scrivere nel documento che convoca il prossimo convegno di Venezia sulla nonviolenza che “con lo zapatismo si concretizza una dislocazione dell’opzione nonviolenta su un terreno generale e politico” non so proprio. In realtà i guerriglieri dell’EZLN si sono caratterizzati per una spietata critica dell’organizzazione militare, per il rifiuto della mistica rivoluzionaria (tanto cara ai cubani). Da qui viene un loro fondamentale contributo a cancellare l’idea (rivelatasi perniciosa con l’esperienza storica) che la lotta armata fosse la forma più alta e radicale di rivoluzione. Essi, come altri che non hanno avuto tanto acume critico sulla natura dell’organizzazione militare e le cui proposte di negoziato politico sono state travolte dalla guerra e dalla repressione (Colombia e Kurdistan per fare solo due esempi), preferiscono un processo di pace alla guerra, ma sono costretti a contemplare la guerra come una inevitabile eventuale necessità. Dico queste cose, essendo io stesso meravigliato di dover fare queste precisazioni che dovrebbero essere scontate, perché mi pare che il dibattito sulla nonviolenza abbia in molti casi preso una piega “ideologica” che non mi piace, per il semplice motivo che rischia di promuovere un’adesione, o un rifiuto, acritici a “valori” e “principi” astratti più che una necessaria critica dura e spietata dell’idea della violenza e del potere che il movimento operaio, fattosi stato o meno, hanno avuto storicamente. Al contrario di Curzi e Gagliardi, che nel loro articolo del 18 gennaio dicono “c’è stata un’epoca della nostra storia nella quale la violenza delle armi ci è apparsa non solo una risposta necessaria alla violenza del potere, ma anche la risposta più radicale, più in se rivoluzionaria, più efficace… Non si tratta certo oggi di proiettare su questo passato le idee che abbiamo maturato nel presente…” io penso che, invece, proprio quella concezione della violenza vada rinnegata alla luce delle “idee maturate oggi”. E non perché è cambiata la fase e siamo nell’epoca della guerra permanente e della spirale che la oppone al terrorismo. Bensì per il semplice motivo che in tutto il nostro passato il necessario, ed ineludibile, uso delle armi è stato accompagnato da quella concezione nefasta della violenza e del potere. Un’idea mutuata dall’avversario che ha finito con il trasformare molte esperienze rivoluzionarie in sistemi oppressivi. A sentire Curzi e Gagliardi avevano ragione allora e ragione oggi. Troppo comodo. Insomma, penso sia assolutamente giusto dichiararsi nonviolenti e proporre un’idea di politica, di democrazia e di relazioni sociali improntate alla nonviolenza rompendo radicalmente con il proprio passato, con la mistica rivoluzionaria e con l’idolatria dello stato. Ma penso sarebbe un madornale errore di presunzione eurocentrica e di idealismo acritico pensare che nel mondo ogni resistenza armata necessaria debba essere annoverata ed ineluttabilmente risucchiata nella spirale guerra terrorismo. Gli zapatisti insegnano. Ma il tema della violenza è intimamente legato al tema del potere. Tema troppo vasto per le mie modeste capacità, anche se qualcosa voglio dire. Anche su questo sono stati tirati in ballo gli zapatisti. Giustamente, visto che hanno solennemente proclamato di non voler prendere il potere in nome del popolo e con le armi, visto che rifiutano categoricamente di voler agire come un’avanguardia. Chi li critica accusandoli di eludere il tema, a mio avviso si sbaglia di grosso. Essi hanno proposto nel negoziato modificazioni costituzionali e legislative che potrebbero profondamente trasformare lo Stato messicano, aprendo le porte ad una democratizzazione integrale della società e delle istituzioni e sollecitando un rivoluzionamento delle relazioni sociali dal basso. Per non parlare della consapevolezza del tema della globalizzazione e della effettiva dislocazione dei poteri reali in ambito sovra nazionale. La scelta di promuovere l’autogoverno delle comunità indigene applicando la legge concordata col governo e tradita dal parlamento come se fosse in vigore, la scelta di mantenere in vita l’Esercito per difendere questa esperienza da eventuali repressioni violente ma assegnandogli un ruolo secondo rispetto agli istituti dell’autogoverno, la scelta di dichiarare chiusa ogni possibilità di dialogo con i partiti e con le istituzioni messicane, sono tentativi di riproporre la lotta nella fase attuale e di innescare un processo più vasto nella società messicana, che porti ad una rivolta e che consolidi i rapporti con tutte le altre esperienze di lotta contro il neoliberismo nel mondo. Penso che anche qui l’EZLN insegni. Non come insegna un modello. Bensì per i problemi che affronta e per la direzione del cammino. Considero caricature coloro che pensano di essere zapatisti in Italia perché capaci di imitarne il linguaggio salvo poi sentirsi ed agire come avanguardie ossessionate dall’idea ultraborghese di “visibilità” sui mass media. Se del 4 ottobre bisogna parlare se ne parli per questo più che per l’uso dei caschi che in diverse altre occasioni si sono rivelati utilissimi per difendere le teste in azioni nonviolente. Ma, per favore, non si metta la sordina alla sacrosanta critica a tanti capi, capetti e leaderini che nel movimento, e nel nostro partito, pensano ed agiscono in funzione della “visibilità” propria personale o di gruppetto o di corrente. Sono altrettanto nocivi per l’unità del movimento e per la sua credibilità di certi scriteriati comportamenti in piazza. E sarebbe bene non trovassero premi, magari in occasione di qualche elezione prossima ventura. Già! Perché non basta proclamare l’erroneità della concezione del potere che il movimento operaio ha avuto per decenni, non basta dirsi antistalinisti, per mettersi al riparo dagli errori tossici che sono sotto gli occhi di tutti quelli che hanno occhi per vederli. Alludo al politicismo che pervade le relazioni del PRC e anche di molti del movimento con il centro sinistra e allo stato interno del nostro partito dove correnti, trasformismi e competizioni personalistiche hanno la meglio sulla democrazia interna. Quanta violenza è insita, anche se non praticata fisicamente, nelle relazioni interne al movimento e nel partito fra gruppi e persone che giocano a “farsi fuori”, a “distruggersi”, ad “eliminarsi”? Quanto stalinismo c’è in chi è sempre immancabilmente d’accordo con il segretario del partito, e che non esita a “fare la guerra” a chi osa avere posizioni personali diverse e critiche mentre scende a qualsiasi compromesso con le correnti organizzate nella pura logica di una piccola spartizione di un piccolo potere? A parte gli opportunismi, i cinismi e i trasformismi personali, che ci sono, è evidente che la concezione del partito e delle relazioni interne ad un soggetto rivoluzionario sono figlie di una storia e di una concezione del potere che ha fatto fallimento. I difetti di ognuno di noi esistono ed esisteranno, parlo di presunzioni, di personalismi, di ambizioni e di istinti prevaricatori. Sarebbe catastrofico affrontarli moralisticamente, e tuttavia bisognerebbe fare in modo che l’organizzazione (vale per il partito come per una qualsiasi associazione o sindacato) non li premi e non li renda efficaci nella conquista di posizioni privilegiate. Io penso, non da ora, che sarebbe necessaria una vera riforma del partito fondata sulla preminenza del collettivo e sulla assoluta delimitazione e fissazione delle responsabilità personali. Ho visto crescere questa esperienza nei Giovani Comunisti dai quali ho imparato moltissimo. Ho visto e vedo nel partito un processo inverso.   

 

ramon mantovani

 

pubblicato su Liberazione nel gennaio 2004