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la guerra dopo l’11 settembre

Pubblicato su articoli pubblicati sulla carta stampata con i tag, , , , , il 26 Agosto, 2002 da ramon mantovani

L’attentato dell’11 settembre alle torri gemelle e al Pentagono ha certamente aperto una nuova fase. Ma quale? Siamo alla presenza di un rilancio degli Stati Uniti come unica superpotenza mondiale? Siamo entrati in una fase di scontro di civiltà che obbliga l’Europa, il Giappone e la stessa Russia a subire l’egemonia americana? Siamo alla vigilia di una nuova politica “isolazionista”, tradizionalmente repubblicana, che spiega l’insofferenza verso la stessa NATO, se in gioco ci sono i puri interessi USA? Oppure viviamo una nuova fase della globalizzazione capitalistica? Non è facile rispondere a queste domande, perché ognuna contiene una risposta implicita aderente ad una parte della realtà. Che vi sia un rilancio della superpotenza americana è fuor di dubbio. Dall’attacco subito si traggono le giustificazioni e le ragioni per riproporre la potenza americana come gendarme mondiale. Ma con l’evocazione di uno scontro di civiltà interreligioso il gendarme promuove schieramenti a geometria variabile che, sebbene indubitabilmente guidati dagli USA, restano indispensabili al perseguimento degli obiettivi strategici che mirano all’edificazione di un nuovo ordine mondiale fondato sul comando del G8 e del sistema di alleanze conseguente. E’ pur vero che nell’attuale contingenza recessiva e di crisi finanziaria si riaccendono gli spiriti isolazionisti repubblicani e che negli USA vengono difesi puri interessi imprenditoriali locali, soprattutto in settori maturi, che a loro volta provocano contraddizioni con gli stessi alleati. Così com’è vero che dopo l’attacco subito gli USA tendono a “fare da se” più che a mediare nell’ambito della NATO con gli alleati più recalcitranti. C’è un punto, però, che rimette ognuno di questi aspetti nel suo ruolo preminentemente secondario. Si tratta della chiave con la quale si può interpretare correttamente ogni atto sullo scenario geopolitico: l’instabilità. L’instabilità non è una conseguenza non voluta, è il fine e al tempo stesso il maggior strumento di governo reale del mondo. La globalizzazione finanziaria e produttiva è di per se stessa produttrice di profonda instabilità sul terreno economico-finanziario. Gli assetti geopolitici usciti dalla guerra fredda, il ruolo degli stati, gli equilibri del consiglio di sicurezza dell’ONU, sono tutti oggettivamente punti di resistenza rispetto al pieno dispiegarsi degli interessi delle grandi multinazionali. Costituiscono un quadro da rompere e non da modificare lentamente. Con tutta evidenza nel corso degli anni novanta e in questo primo scorcio di secolo si è lavorato alla destabilizzazione d’alcune aree regionali: balcani, medio oriente, africa nera, america latina, Caucaso. Con l’11 settembre tutto ciò viene accelerato e reso globale e, coerentemente, gli Stati Uniti guidano un processo teso a creare alta tensione sulla base della quale implementare il ruolo politico del G8 a scapito dell’ONU e di qualsiasi altro organismo politico regionale come l’Unione Europea, sempre più ridotta a mercato liberalizzato. L’ingresso a pieno titolo della Russia nel G8 e la sua graduale integrazione nella NATO preludono ad un ulteriore passo nella costruzione del nuovo ordine così come l’ingresso della Cina nel WTO e il prossimo ingresso della Russia preludono ad una nuova, e come già si vede turbolenta, fase della globalizzazione economica. Instabilità e guerra permanente di tipo nuovo (Kossovo ed Afghanistan) sono la cifra del governo politico reale del mondo oggi. Solo così si spiega la voluta destabilizzazione di tutto il medio oriente sia con la cancellazione del processo di pace israelo-palestinese, sia con i ventilati attacchi all’Iraq. Al contrario di quanto pensano molti osservatori gli USA sono interessati a rimettere in discussione il loro rapporto con i cosiddetti paesi arabi moderati. Mentre scrivo non so se ci sarà o meno un attacco in grande stile all’Iraq contro il parere di Egitto, Giordania ed Arabia Saudita, ma intanto il solo annuncio serve a scuotere tutto il medio oriente e tende a costringere ogni paese a cercare una propria nuova collocazione nel mondo globalizzato. Anche qui troppe rendite di posizione dei paesi arabi moderati, che sono costate ai palestinesi non meno delle aggressioni israeliane, costituiscono un ostacolo al pieno dispiegarsi della globalizzazione. Basta volgere uno sguardo anche distratto all’America Latina dove è stato interrotto il processo di pace in Colombia e dove già si parla di un nuovo colpo di stato contro Chavez, dove le turbolenze sociali prodotte dalla crisi finanziaria attuale sono semplicemente represse nel sangue, per capire che l’instabilità è un dato generale e non circoscritto al medio oriente. Insomma, la guerra e la vocazione autoritaria delle organizzazioni che presiedono alla globalizzazione ci accompagneranno per una lunga fase e sono ben più gravi che semplici manovre per il controllo di un oleodotto o di un giacimento energetico. Per questo, e non solo per motivi etici, la discriminante contro la guerra è vitale per il movimento che si oppone alla globalizzazione, così come per qualsiasi discorso sul dialogo fra le sinistre in Italia e in Europa.

ramon mantovani

pubblicato su Liberazione nell’agosto 2002

sulla globalizzazione

Pubblicato su articoli pubblicati sulla carta stampata con i tag, , , , , il 26 Settembre, 1998 da ramon mantovani

La crisi delle “tigri asiatiche”, per anni indicate come modello e come punto di riferimento per la competizione internazionale, si è oggi inequivocabilmente allargata all’America Latina, alla Russia, e comincia ad interessare Wall Street e l’Europa. Si parla apertamente del rischio di una fase recessiva a livello mondiale, che avrebbe esiti semplicemente catastrofici sul terreno economico e sociale. Nel corso di questo periodo sono successe alcune cose nuove ed interessanti. Innanzi tutto gli USA sono corsi in sostegno del Giappone e di altre piazzeforti capitalistiche. Questa è una cosa che fino a qualche anno fa sarebbe stata impensabile. In altri tempi il capitalismo statunitense avrebbe gioito della crisi giapponese, avrebbe avuto l’occasione e lo spazio per espandersi ai danni dell’avversario. Oggi, invece, una crisi giapponese investe direttamente il capitalismo americano fino al punto di trascinarlo con se nel baratro. E’ la globalizzazione! E’, in altre parole, un capitalismo che non si può più definire americano o giapponese, bensì mondiale. Di fronte ad una crisi di questa portata il governo reale dell’economia, quello tecnocratico ed autoritario del FMI, della Banca Mondiale, dell’OCSE e del G 8, risponde con la riproposizione della ricetta neoliberista: meno stato e più mercato (privatizzazioni e distruzione dello stato sociale), liberalizzazione dei mercati e flessibilità del lavoro. La vicenda russa di questi giorni è fin troppo esemplificativa di questa realtà. Le società transnazionali (oggi 40000 contro le 600 di 20 anni fa) pretendono il ruolo che loro spetta nel mondo capitalistico. Vogliono cioè comandare liberandosi degli intralci della democrazia e della sovranità dei popoli (come dimostra ampiamente la vicenda dell’Accordo Multilaterale sugli Investimenti). In un mondo fatto in questo modo la NATO è, ogni giorno che passa, sempre di più lo strumento di dominio del capitalismo globale e dei paesi che si fanno interpreti degli interessi dello stesso e che raggruppano la stragrande maggioranza dei consumatori di ricchezze. L’ONU, ed ogni altro luogo che abbia una qualsiasi parvenza di democrazia e di eguaglianza fra i popoli (come il Tribunale Penale Internazionale) sono oggetto di boicottaggio, quando non di attacchi diretti da parte degli USA e di altri paesi ricchi (in prima fila il governo inglese di “centrosinistra”). Insieme a queste tendenze terribilmente negative cominciano ad esserci spiragli positivi. L’Europa resiste meglio di altri alla crisi ed oggi deve decidere se applicare il neoliberismo che ossessivamente propone il FMI o se cercare un diverso modello economico di sviluppo e di relazioni con il terzo e quarto mondo. La stessa discussione in Italia su “svolta o rottura” è esattamente riferita alla strada che tenterà il governo Prodi rispetto al bivio in cui si trova tutta l’Europa. Intanto il governo francese si è opposto all’AMI, bloccandolo, ed oggi dice per bocca di Jospin che: “E’ ben chiaro oggi che l’euro è un fattore di stabilità e un elemento di protezione, ma occorre andare più lontano. Ieri l’Asia, oggi la Russia, domani forse l’America latina: le crisi finanziarie ci ricordano che il capitalismo è una forza che va ma non sa dove va. La missione dei socialisti è di controllarne il corso, regolarlo e trasformarlo perché vi sia più giustizia”. Più o meno l’opposto di quel che dicono Ciampi e Prodi proprio in questi giorni. Per parte sua il Movimento dei non allineati discute della proposta del governo sudafricano di “lanciare un’offensiva globale per sconfiggere la povertà assumendosi la responsabilità per il proprio sviluppo economico” e di “ assumerci l’incarico di definire un nuovo ordine mondiale di prosperità e di sviluppo in cui regni l’uguaglianza tra tutte le nazioni della terra”. Si comincia cioè a discutere di alternativa globale al modello capitalistico vigente e vincente, e non in ristretti circoli intellettuali o d’avanguardia. Cominciano a farlo governi e movimenti di massa, oltre che un crescente numero di forze comuniste e di sinistra. Del resto sarebbe stato impensabile che i comunisti e la sinistra antagonista continuassero imperterriti, anche se qualcuno continua a farlo, a non vedere cosa è e come funziona concretamente il capitalismo contemporaneo, riproponendo impossibili alternative nazionali o addirittura nazionalistiche.

 

ramon mantovani

 

pubblicato su Liberazione nel settembre 1998