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Basta con le mistificazioni! Rifondazione merita di essere rispettata!

Pubblicato su articoli pubblicati sul blog con i tag, , , , , , , , , il 26 Maggio, 2008 da ramon mantovani

Questo è il tempo delle decisioni, non delle recriminazioni o delle mistificazioni. E’ giusto e normale che il dibattito congressuale di un partito si dispieghi in modo che ognuno sostenga le proprie posizioni, cerchi di confutare le altre e cerchi di conquistare voti. Ma non è giusto e normale, o non dovrebbe esserlo, che il dibattito sia inquinato da mistificazioni, da doppie verità, da giravolte di ogni tipo.

Allora, anche a costo di essere ripetitivo e noioso, visto che si tenta di occultare il vero oggetto del contendere, torno a dire cosa è successo, come nasce e come deve svolgersi, secondo me, questo dibattito congressuale.

1) Di fronte al risultato elettorale non si può dire altro che tutto (TUTTO) il gruppo dirigente del partito è responsabile di una sconfitta e di un fallimento senza precedenti. Lo dico io per primo che pure avevo espresso, per tempo, numerose divergenze sia sulla nostra permanenza al governo sia sulla sinistra arcobaleno come assemblaggio di ceto politico con tre partiti dichiaratamente governisti. Ciò che è successo all’indomani delle elezioni nel partito è il frutto del tentativo, annunciato ampiamente, di avviare una costituente su base individuale (stampate e distribuite le tessere della sinistra arcobaleno) e delle dichiarazioni sull’accelerazione e sulla irreversibilità di tale operazione. E’ inutile tentare di occultare questo dato parlando di golpe, di resa dei conti e di personalismi vari. Semplicemente chi non era d’accordo con quella costituente (e io sono stato in prima fila), mai discussa in quei termini da nessuna parte nel partito e discussa invece con Mussi e diverse “personalità” che avrebbero lanciato l’operazione con un appello pubblico a farla subito, ha impedito che si facesse. Lo ha impedito in modo limpido, dichiarandolo esplicitamente, e permettendo così un dibattito ed una decisione democratica. Diversamente avremmo avuto una costituente sulla base del principio una testa un voto, alla quale avrebbero partecipato anche militanti di rifondazione, e il congresso del PRC sarebbe stato luogo di ratifica e valutazione di quanto già fatto. Il PRC si sarebbe diviso fra la costituente della sinistra e quella comunista (lanciata parallelamente dal Pdci) dissolvendosi definitivamente. Qui non ci sono processi alle intenzioni, bensì valutazioni politiche su intendimenti proclamati su tutti gli organi di stampa e su tutte le televisioni da Bertinotti, Giordano, Vendola, Migliore e diversi altri. Non credo di aver avuto le allucinazioni quando ad un TG ho visto Giordano il giorno dopo le elezioni dichiarare che “la Sinistra Arcobaleno è un processo irreversibile” e che “la faremo comunque con chi ci sta”. Capisco bene che il fatto che nel CPN sia stata impedita questa operazione abbia mandato su tutte le furie chi il CPN avrebbe voluto farlo due o tre settimane dopo il voto, a fatti compiuti. Ma non è accettabile, mi spiace, la mistificazione secondo la quale si sarebbero indicati capri espiatori allo scopo di sostituire il segretario con un altro o, peggio ancora, che si sarebbe promossa una resa dei conti. Quindi bisognerebbe smetterla di inquinare il dibattito con le teorie del complotto assumendosi la responsabilità dei propri atti e delle proprie proposte politiche.

2) Non ha senso presentare gli schieramenti usciti da quel CPN come innovatori e conservatori, come eredi delle innovazioni culturali e detrattori delle stesse, come il tradimento della maggioranza del congresso di Venezia. O meglio, ha un senso per chi vuole spostare la discussione dal punto politico del futuro del partito a quello della presunta coerenza con la migliore storia di rifondazione, ben sapendo che l’idea del superamento del partito non è popolare fra gli iscritti e che conviene chiamarli a schierarsi su altro. E’ bene che tutti sappiano che dall’ultimo congresso la mozione di maggioranza si è divisa e milita in ben quattro dei cinque documenti congressuali (tranne falce e martello), che la mozione 2 di Venezia si è divisa e milita in tre documenti (compresa la mozione Vendola), che due delle tre mozioni di Venezia sono uscite dal partito e si sono presentate alle elezioni. Come si fa, dopo un simile terremoto, a proclamare che da una parte ci sarebbero gli innovatori eredi del meglio di Venezia e dall’altra gli identitari, settari, chiusi e via insultando? Anche per questa ragione ho insistito per un congresso con un unico documento a tesi. Avremmo potuto dividerci e votare su diverse tesi alternative sul punto del futuro del partito e su quale unità della sinistra e discutere liberamente del resto, riconoscendo e valorizzando l’unità che pure c’è fra noi su tantissime cose. Non si è voluto solo per dimostrare che siamo divisi sulla cultura politica invece che sul superamento del partito. E siamo arrivati al punto che si accusa, a mezzo comunicato stampa, la mozione Acerbo di aver “copiato” da quella Vendola i temi dell’antimafia, della questione meridionale e non so cos’altro. Come se dovessimo avere posizioni diverse e contrapposte sull’antimafia!

3) Ha senso, invece, la autocandidatura di Nichi Vendola alla segreteria del partito. Ha senso perchè già da mesi si parlava di Vendola come leader del nuovo partito della sinistra. Ha senso perché Vendola aveva ricevuto una semi-investitura, come scritto da tutti i quotidiani imboccati dalla pletora di addetti stampa di Bertinotti e Migliore, all’assemblea degli “stati generali” dove l’applausometro l’aveva messo sul trono. Ha senso per superare i malumori dei tanti dirigenti della mozione Vendola per la candidatura di Bertinotti a premier in campagna elettorale. Ha senso per cavalcare la tigre del leaderismo e per ridurre militanti ed iscritti a tifosi passivi e plaudenti. Ha senso perché la dice lunga sulla natura del partito, o soggetto che dir si voglia, della sinistra che si vuole costituire. Una formazione ultrapoliticista, dominata da “personalità” in accordo e concorrenza fra loro, con un leader dalle mani libere per decidere le mosse da comunicare dalla televisione. Ha senso perché Vendola può raccogliere voti sulla sua persona che non andrebbero mai alla proposta della costituente che prevede il superamento di rifondazione comunista. Ha senso perché perpetua l’idea che il partito deve essere governato da una maggioranza identificata con un leader.

Ma non dovrebbe avere senso perché é una scorrettezza enorme anteporre le persone alle idee. Almeno in un partito antagonista che si prefigge di cambiare le cose e non di imitare il peggio della cultura politica maggioritaria oggi in Italia. Perché Vendola non può contemporaneamente fare il segretario del nostro partito e il presidente di una regione dove governa col Partito Democratico. A meno di non avere un inconfessabile accordo con il PD sul dopo congresso. Perché, per essere eletto segretario, dovrebbe avere il 51% dei voti e rifiutare ogni logica di gestione unitaria del partito.

La verità, secondo me, è che Vendola non pensa nemmeno lontanamente di fare il segretario del partito. Semplicemente ha messo a disposizione la sua popolarità per conquistare più voti per la mozione che propone la costituente di sinistra, e cioè il superamento di rifondazione comunista e la spaccatura della sinistra fra comunisti e neosocialisti.

4) Tutti vogliamo l’unità della sinistra. Ma quale unità? Per fare cosa? Non sono domande superflue. Se nel PRC vincesse la mozione Vendola si procederebbe, come ben scritto, ad una costituente della sinistra, ben sapendo che Verdi e Pdci non ne farebbero parte. In altre parole si realizzerebbe il progetto di Sinistra Democratica e si alimenterebbe l’altro progetto del Pdci. Rifondazione, come gran parte dei soggetti politico-sociali di movimento, sarebbero divisi e dilaniati dai due processi costituenti. Entrambe le costituenti sarebbero subalterne al Partito Democratico sia per vocazione, visto che sia Fava sia il Pdci vogliono un’alleanza strategica con il PD, sia per la debolezza intrinseca prodotta dalla divisione. Ma se Rifondazione continuasse ad esistere entrambe le costituenti sarebbero sterili e non potrebbero realizzarsi, giacché sono unite su un solo punto: che rifondazione debba sparire e che il suo patrimonio politico e non solo, possa essere diviso.

Detto questo, che comunque non è poco, resta da capire come e per cosa vale la pena di costruirla l’unità della sinistra.

Non basta dire che bisogna ricostruirla dal basso. Lo dicono tutti e senza alcune precisazioni può non voler dire niente.

E’ necessario ricostruire conflitto sociale, vertenze, esperienze di mutualità e di solidarietà attiva. E’ necessario coordinare forze politiche e sociali per essere efficaci nell’opposizione al governo Berlusconi. Questa è la strada per unire ciò che di sinistra rimane nel paese. Rifondazione c’è nei quartieri degradati, come ci sono centinaia di associazioni, gruppi, centri sociali, comitati di lotta. Non si tratta di tornare ai territori o di tornare a parlare alla “gente” per strada. Si tratta di dimostrare una coerenza fra ciò che si predica e si dice e ciò che si fa nelle istituzioni, visto che al governo non abbiamo ottenuto nulla. Si tratta di smetterla, in quei quartieri degradati, di fare tavole rotonde sull’unità della sinistra e di promuovere, invece, vertenze e lotte insieme ai gruppi e comitati. Si tratta, cioè, di unire la sinistra reale rispettando le identità di tutti e le culture di tutti. Ma è solo l’impegno sociale e la lotta ad essere il terreno per un confronto fertile ed anche per una effettiva contaminazione reciproca. Le tavole rotonde con chi dice che il comunismo deve sparire, magari per tornare a Riccardo Lombardi coma fa Ginsburg, come i dibattiti “per costruire un nuovo centrosinistra” come fa Fava insieme ad esponenti di Rifondazione, non costruiscono unità, bensì ulteriori divisioni e separatezza del ceto politico dalla società. Promuoviamo per un anno l’unità di chi vuole contestare il G8 del 2009, e facciamolo come facemmo con il Genoa Social Forum, ed avremo l’unità della sinistra in questo paese.

5) Non basta salvare rifondazione. Tutti dicono che non è autosufficiente ma una cosa è riconoscerne i limiti e individuarne i difetti da correggere, e un’altra e considerarla un ferrovecchio di cui liberarsi rapidamente per liberare finalmente le forze della sinistra diffusa. Insisto nel dire che una parte importante del gruppo dirigente di rifondazione è come se avesse detto: abbiamo ambizioni e progettualità così grandi e così alte che rifondazione non basta, ci vuole un partito (o soggetto che dir si voglia) alla nostra altezza. Ieri mi è ricapitato fra le mani il testo di una mia lettera di solidarietà ai compagni di Firenze promotori dell’appello di novembre ai quali un anonimo dirigente della federazione aveva detto sul Corriere della Sera: “non bisogna avere paura di qualche centinaia di contrari, se si ha intenzione di parlare a milioni di possibili elettori”. Quanta boria, quanta presunzione, in queste parole! E’ proprio l’esempio lampante di quanto dicevo più sopra. Chi vuole parlare a milioni di elettori considera tanti compagni del partito, che oggi guarda caso sono in stragrande maggioranza a Firenze, dei poveri deficienti non all’altezza degli splendidi disegni di un gruppo dirigente illuminato. Salvo svegliarsi il 14 aprile senza i milioni di elettori e senza la fiducia e il rispetto dei compagni che il partito l’hanno costruito e fatto vivere per tanti anni.

Ma non basta salvare rifondazione. Perchè é stata snaturata troppo dal leaderismo e dal conformismo conseguente. Dall’istituzionalismo che ha determinato una situazione insostenibile: non sono più i rappresentanti nelle istituzioni a servire ai circoli e al partito per essere più incisivi ed efficaci bensì il contrario. Circoli e gruppi di iscritti al servizio dei consiglieri, degli assessori e dei parlamentari. E sarebbe ancor peggio se si affermasse l’idea che solo un nuovo leader può salvare il partito. Avremmo un partito al servizio di una persona e delle sue decisioni.

Ma non basta salvare rifondazione. Bisogna sapere che il partito deve riformarsi, deve ritrovare il senso di un’appartenenza, di una collegialità e di una democrazia che sono, evidentemente, entrate in crisi. Per fare questo non basterà il congresso, sarà necessario un lungo cammino, paziente e determinato.

Molti lamentano una presunta chiusura del dibattito di rifondazione. E’ ingiusto ed ingeneroso. Perché sottovalutare la necessità di un partito di discutere democraticamente del proprio futuro? Perché, dopo mesi di assurde assemblee e discussioni sulle forme di un contenitore senza contenuti, si vuole che novantamila iscritti a rifondazione non discutano anche di se stessi? Perché un qualsiasi gruppo può riunirsi e decidere quale proposta fare agli altri e se la stessa cosa la fa un partito diventa una perdita di tempo? Forse si preferisce che a decidere siano quattro leader oligarchi? O si pretende che un’associazione di trenta persone, che merita tutto il rispetto del mondo, decida e che gli altri debbano applicare? Non sarà che qualcuno pensa che chi è iscritto ad un partito non abbia il diritto di partecipare e decidere perché per lui c’è un leader che ci pensa? Non sarà che c’è chi pensa che non avere una tessera di partito renda migliori?

Quindi, se si pensa che il dibattito di un partito sia poco interessante non c’è nessun obbligo a seguirlo. Se si pensa che rifondazione non debba decidere di se stessa, per le ripercussioni che questo avrebbe su altri magnifici progetti, ci si chieda che progetti sono visto che non possono realizzarsi se non sulle spoglie di rifondazione. Se si crede che un partito sia obsoleto, inutile, vecchio e tendenzialmente stupido si sappia che non c’è nessun obbligo a farne parte.

Il Partito della Rifondazione Comunista è sempre stato aperto, ha eletto centinaia e centinaia di persone senza tessera pur essendo un partito piccolo, ha sempre tentato di dialogare alla pari con tutti. E’ stato un partito molto generoso ed unitario.

E’ ora che venga ripagato con la stessa moneta.

ramon mantovani

Bertinotti e il partito.

Pubblicato su articoli pubblicati sul blog con i tag, , , , , , , , il 3 Aprile, 2008 da ramon mantovani

Nel forum del 23 marzo su Liberazione

www.liberazione.it/a_giornale_index.php?DataPubb=23/03/2008

Bertinotti ha anche affrontato la questione del partito.

Dopo aver detto che negli ultimi venti anni la sinistra si è fatta prevalentemente centro e che la stessa nozione di sinistra “si è frantumata in mille schegge”, e dopo aver citato Pintor per sostenere che la priorità è rimeritarsi la fiducia della propria gente, Bertinotti parla di “un nuovo inizio”. Ecco la citazione:

“Adesso è un nuovo inizio per la

sinistra e, se non riusciamo a darne conto,

non ce la possiamo fare, perché veniamo,

oltre che dalla sconfitta del ’900,

anche da una sconfitta del nostro tempo.

L’esperienza di Rifondazione è meritevole,

ma è parte di questa sconfitta

anche se è senza colpe. Per questo, io

credo che nel processo unitario a sinistra

ognuno deve dire per sé cosa tiene

e cosa lascia. Cioè: Rifondazione per

Rifondazione, Pdci per il Pdci, i Verdi

per i Verdi, stessa cosa per Sd e la sinistra

diffusa. Bisogna che proviamo a fare

questo esercizio per il nuovo inizio e

il collegamento con la propria gente”.

Sconfitta? Nuovo inizio? Sinistra diffusa?

Lo dico davvero senza intenti polemici, ma questi concetti sono stati alla base della svolta della bolognina.

Hanno la forza suggestiva di dar conto di uno stato d’animo ben presente in molti, se non in tutti.

Che, con il trionfo del capitalismo, siamo stati sconfitti è sotto gli occhi di tutti. Che fare? Una cosa nuova capace, magicamente, di renderci migliori e più forti. Con chi? Ma Con la sinistra diffusa, naturalmente!

Queste cose, però, hanno il grave difetto, a mio parere, di essere tanto generiche quanto incapaci di affrontare i veri problemi che abbiamo di fronte, Anzi, di più, essendo una fuga dai problemi, al di là delle suggestioni fugaci, finiscono con l’aggravarli.

Di che sconfitta parliamo? Anche partendo dal punto di vista di Bertinotti (e della parziale citazione di Pintor), cioè dalla constatazione che si è persa la fiducia della propria gente, bisognerebbe interrogarsi maggiormente sul perché, piuttosto che indicare, in modo assolutamente tautologico, che bisogna riguadagnare la fiducia persa.

Per anni, Bertinotti in testa, abbiamo analizzato le nuove contraddizioni, e le nuove forme delle vecchie contraddizioni, prodotte dalla globalizzazione capitalistica. Partendo dalla constatazione della sconfitta storica del movimento operaio del 900, tanto nella sua versione comunista come in quella socialista e socialdemocratica, abbiamo individuato nel nascente movimento contro la globalizzazione il luogo e la stessa possibilità che l’anticapitalismo tornasse ad essere un’opzione politica e non solo un campo di ricerca culturale o un terreno di pura testimonianza. E’ per questo, e non per una moda, che abbiamo parlato dei limiti del partito politico novecentesco. Limiti di dimensione nazionale e limiti nel rapporto gerarchico con i movimenti sociali, locali o globali, intrinseco all’idea della conquista del potere (o, peggio ancora, del governo). E’ così che abbiamo innovato, e rotto con precisi punti della tradizione comunista e della sinistra. Basti pensare alla caduta del governo Prodi nel 98, alla nostra internità nel movimento mondiale e italiano, a Genova, alla pratica della disobbedienza civile e sociale, all’idea del baricentro sociale della nostra attività, alla critica del potere di ispirazione zapatista e così via.

Io credo che avevamo incominciato a ricostruire un rapporto di fiducia con la nostra gente. Che misuravamo nelle dinamiche di movimento, nella vittoria di tante lotte all’inizio degli anni 2000, nei segni di crisi delle politiche neoliberiste e nella coscienza, sempre più diffusa, fra le popolazioni del carattere mistificatorio delle magnifiche sorti della globalizzazione. Parlo della sovranità alimentare, della questione ambientale globale, della precarietà e dell’emarginazione come elementi costitutivi del nuovo capitalismo, dell’offensiva conservatrice ideologica di un nuovo oscurantismo autoritario e di altro ancora.

Avevamo, tutti, evitato accuratamente di essere fuorviati dalla misurazione elettorale di questo processo. Altrimenti, essendo passati dal 8,3% al 4,3%, avremmo dovuto dar ragione a Cossutta, e non avendo avuto impennate negli anni successivi che pure sono stati densi di conflitti, bensì un recupero lento e faticoso, avremmo dovuto evitare come la peste di imbarcarci in un’esperienza di governo.

Avevamo, cioè, pensato che si era incominciato un cammino. Per molti versi assolutamente nuovo per un partito politico. Ma non era un nuovo inizio, era l’inveramento della rifondazione comunista. Un cammino i cui tempi non dovevano essere scanditi dalla contingenza politica, elettorale o meno, ma dalla ri/costruzione del movimento anticapitalista mondiale. Un cammino dalla grande vocazione strategica e contraddistinto dalla necessità di sperimentare in mare aperto, contaminandosi con altre culture ed esperienze in seno al movimento.

Con ciò non voglio sorvolare sui limiti della forma partito, tema sul quale Bertinotti si è esercitato e sul quale tornerò, ma rimettere le cose in piedi.

Considero, infatti, una svolta politicista, un vero capovolgimento di linea, il discorso di Bertinotti alla prima assemblea di Sinistra Europea.

Ma come? Eravamo così in buona salute, noi e i movimenti, da tentare la strada impervia del governo e dopo un anno, quando si comincia a constatare una crisi, invece di prendere il toro per le corna, visto che la crisi era chiaramente provocata dalla delusione per le politiche del governo, sulla base di un banale cattivo risultato alle amministrative, si parla di rischio vitale per la sinistra, si abbandona nei fatti il progetto strategico di cui sopra, si propone un nuovo inizio, di andare oltre rifondazione e di fare tutto in fretta e furia?

Per parte mia rivendico ciò che scrissi nel giugno 2007, pubblicato anche qui sul blog.

http://ramonmantovani.wordpress.com/2007/06/

Ma vorrei aggiungere oggi, che le cose sono molto più chiare, che non aver affrontato per tempo il tema della permanenza al governo, a causa della cultura governista degli altri della Sinistra Arcobaleno, ha finito con il ridurre anche il progetto unitario, che da moltiplicatore annunciato di consensi (il 15% come minimo si proclamava!) si è trasformato in riduttore di voti e di consensi sociali.

Siccome penso che un partito sia soprattutto un progetto strategico collettivo, e non una semplice forma di organizzazione autoreferenziale, conseguentemente ritengo che solo in ragione di un profondo cambio di strategia si possa ritenere necessario andare oltre il partito stesso. Ed infatti Bertinotti questo ha proposto e propone anche in campagna elettorale.

Si dirà, contro l’evidenza dei fatti, che si vuole perseguire la stessa strategia, che nell’esercizio del “dire per sé cosa si tiene e cosa si lascia” rifondazione investirà il meglio di se stessa nel nuovo partito e vincerà una battaglia egemonica.

Vediamo cosa vuole tenere e cosa lasciare Bertinotti e soprattutto perché:

“Facendo un esercizio drastico, io penso

che vada portato nel processo di costruzione

della Sinistra Arcobaleno il rinnovamento

politico-culturale che è vissuto

dentro Rifondazione Comunista,

dalla rottura di fondo con la cultura

dello stalinismo fino alla nonviolenza,

passando per l’immersione nei movimenti.

Cosa va abbandonato? La cultura

organizzativa in cui abbiamo lasciato

imprigionare questa innovazione. Il

nostro rinnovamento culturale si è prodotto

sul terreno delle culture politiche

e non sul terreno delle forme di organizzazione

della politica. Dobbiamo

sperimentare forme di organizzazione

che consentano una riconnessione sentimentale

con il tuo popolo, sennò non

ce la facciamo e l’organizzazione funziona

come intercapedine e si ferma lì.

Faccio un’autocritica rispetto al periodo

della mia direzione di Rifondazione:

rivendico il coraggio innovativo del

congresso di Venezia, ma, curiosamente,

visto che noi veniamo dalle culture

critiche ed eretiche del movimento operaio

e abbiamo assorbito la lezione del

femminismo e della cultura di genere,

c’è stato anche un errore politico. Parlo

per me: ho pensato che si potesse fare

l’innovazione politico-culturale solo

pagando il prezzo di non toccare il paradigma

organizzativo.”

Argomenti interessanti, che però non condivido per niente.

Io non credo che antistalinismo, nonviolenza e l’ambigua formula “immersione nei movimenti” siano il nocciolo fondamentale dell’esperienza di Rifondazione Comunista da investire in un processo unitario. Non perché non siano effettivamente elementi innovativi. Bensì perché non sono dirimenti e possono essere messi al servizio di progetti strategici ben diversi fra loro. Una cosa è, infatti, avere un’analisi della globalizzazione che parla della necessità di mettere in discussione il concetto di potere (figuriamoci di governo) e di conquista del potere, e con esso la violenza intrinseca ai rapporti sociali e politici, proponendo la nonviolenza come forma più efficace e più alta di antagonismo. Un’altra è predicare la nonviolenza quasi come elemento etico e fondante l’identità politico- culturale, con il quale leggere il potere e il mondo contemporaneo. Dico che è un’altra cosa perché, sebbene non incompatibile con un radicale antagonismo, non lo garantisce affatto. Non è un caso, infatti, che Bertinotti abbia avuto tanti riconoscimenti maliziosi su questo punto da molti che hanno visto nella “svolta nonviolenta” un abbandono dell’estremismo e del massimalismo (leggi dell’antagonismo e della radicalità) di Rifondazione. Non penso che Bertinotti sia colpevole di questo, eppure dovrebbe porsi il problema della lettura prevalente che si fa di questa cosa anche nell’ambito della Sinistra Arcobaleno.

Il concetto di “immersione nei movimenti”, parimenti, è compatibile con qualsiasi linea o progetto politico. Chi volete che dica che bisogna starne fuori? Che bisogna ignorarli? Il problema è se sono essi il centro della politica, se sono dotati di progettualità propria, o se sono il classico sommovimento nel quale stare per indirizzarlo, per dirigerlo e possibilmente per conquistarne il consenso. Ho già detto che Bertinotti, su questo, usa una formula ambigua, ma come non vedere che la maggioranza della Sinistra Arcobaleno, compresi oramai diversi di Rifondazione, ripropongono la formula più classicamente novecentesca del rapporto fra politica e sociale, fra politica e movimenti?

Infine, lo stalinismo e l’antistalinismo.

Atteso che sugli “errori ed orrori” siamo d’accordo tutti, almeno spero, voglio dire alcune cose in modo provocatorio.

Chiedere a una platea, congressuale per esempio, di votare su una proposta generica e volutamente ambigua, riservando ad una ristretta cerchia oligarchica impegnata a darsi coltellate dietro le quinte, sulle liste elettorali per esempio, le vere decisioni, ha a che vedere con lo stalinismo o no? O è un male inevitabile della forma partito?

Il leadersimo, anche se è un prodotto di questi tempi e del sistema massmediologico, quando non è sottoposto a critica e non si tenta nemmeno di superarlo nel tempo, ha a che vedere con lo stalinismo o no? O è anch’esso un male prodotto necessariamente dalla forma partito?

Bertinotti avrebbe ragione ad autocriticarsi, avendo pensato di poter fare “l’innovazione solo pagando il prezzo di non toccare il paradigma organizzativo”. Ma non è vero che le cose sono andate così. E’ vero che il paradigma organizzativo, formalmente, non è stato toccato. Il problema è che è stato svuotato senza che fosse sostituito con uno più democratico o, almeno, migliore e più coerente con il progetto strategico che via via è stato costruito.

A un certo punto Bertinotti ha teorizzato che bisognasse implementare l’informalità nella discussione e nei processi decisionali. Ricorderà che mi sono opposto, senza successo, a questa sua idea. Il risultato è stato un incremento del leaderismo, un clima di conformismo crescente, e la crisi di credibilità e soprattutto di autorevolezza degli organismi preposti, nel paradigma, a prendere decisioni e ad assumersi responsabilità.

Ora, cosa può spingere un segretario di un partito a pensare che si possa cambiare linea, strategia e cultura politica di un partito “solo” senza riformare l’organizzazione? Sarò esagerato, forse, ma l’unica risposta plausibile mi sembra: perché pensa che il partito è irriformabile!

Tutto l’assunto di Bertinotti sul rapporto innovazione politico-culturale e partito è da rovesciare.

La rilevanza dell’innovazione nel campo della libera ricerca è una cosa, ma in politica le analisi, le svolte, e le stesse idee che Bertinotti ha avuto l’indiscutibile merito, anche se non esclusivo, di produrre, fuori del partito organizzato sarebbero rimaste inerti e non avrebbero avuto alcuna rilevanza. Sarebbero rimaste articoli su qualche rivista o forse non sarebbero nemmeno nate. Sarebbero, cioè, rimaste testimoniali. L’organizzazione non è una “intercapedine”, è lo strumento per agire ed anche per decidere. La connessione fra una politica (perfino un leader) e il popolo non è mai impedita o intralciata dall’organizzazione di partito. Casomai è resa tendenzialmente stabile e non esposta ai rovesci che può subire o, peggio, agli errori personali del leader.

Per questo, invece della comoda informalità, sarebbe stato meglio dedicarsi ad un lavoro paziente per mettere mano alle degenerazioni dell’organizzazione, ai personalismi e ai carrierismi, alla sbagliata divisione del lavoro, al carattere monosessuato della stessa organizzazione e così via.

E’ profondamente ingeneroso verso decine di migliaia di militanti pensare che non siano stati capaci di riformare la propria casa a causa dell’errore del capo, che non si era posto il problema e che oggi si autocritica.

Io penso che i problemi evidenti, connessi alla crisi ed alla irripetibilità dei modelli dei partiti di massa o di avanguardia del novecento, stiano tutti di fronte a noi. Rimarranno e si aggraveranno se si darà vita ad una forza politica leaderista ed incerta su questioni come il governo, sia che abbia una forma federata o unificata.

Credo che Rifondazione Comunista, con tutti i suoi limiti e difetti, non debba perdere se stessa perché è il luogo, lo spazio politico, migliore per procedere anche ad una profonda riforma dell’organizzazione politica, da mettere a disposizione in qualsiasi processo unitario che ne rispetti l’identità e l’autonomia.

fine

ramon mantovani

Bertinotti, il governo e l’opposizione.

Pubblicato su articoli pubblicati sul blog con i tag, , , , , , , , il 31 Marzo, 2008 da ramon mantovani

Nel lungo forum fra Bertinotti e la redazione di Liberazione del 23 marzo

www.liberazione.it/a_giornale_index.php?DataPubb=23/03/2008

nell’ultimo paragrafo, che invito a leggere/rileggere, si affronta la questione del governo.

Bertinotti dice, a ragione, che era necessario tentare di dare una risposta alla domanda di cambiamento emersa nel quinquennio 2001 2006. Ma poi sostiene che è stato commesso l’errore di cercare di essere garantiti nel dettagliato programma invece che in un confronto sulle grandi opzioni strategiche. E’ una tesi interessante, che per la prima volta è espressa così chiaramente.

Io, però, non la condivido. Almeno per due motivi.

Il primo è che, banalmente, se avessimo cercato di fare un confronto strategico sui temi di fondo dell’economia ecc. l’alleanza sarebbe saltata immediatamente. Non credo che qualcuno coltivasse l’illusione che il Prodi e l’Ulivo liberisti si fossero convertiti ad una critica della globalizzazione e del liberismo. Il programma dettagliato, le famose 280 pagine, era l’unico modo per superare, facendo leva sull’opposizione che pure l’Ulivo aveva manifestato in cinque anni ad ogni provvedimento importante di Berlusconi, le resistenze ideologiche neoliberiste a misure chiaramente capaci di invertire la tendenza degli ultimi venti anni, e non solo degli ultimi cinque. Per dirla in altri termini se avessimo fatto un confronto strategico sulla precarietà non si sarebbe mai scritto in un programma più asciutto “siamo contrari alla legge 30”, ma avremmo avuto formulazioni vaghe e ambigue.

Il secondo è che avremmo negato, come poi è stato purtroppo praticato nei fatti, alla mobilitazione e al conflitto il ruolo centrale di motore politico del cambiamento possibile. E sarebbe stato profondamente incoerente con quanto scritto e votato al congresso di Venezia. Se avevamo detto che il governo era un tentativo, una possibilità, lo avevamo fatto per consapevolezza della natura liberista dei nostri futuri alleati di governo, e per l’idea che la nostra forza sarebbe stata sostanzialmente la sintonia con i conflitti e le lotte e non la capacità di convincere Prodi in un confronto strategico.

Ma su questo importante punto, il rapporto movimenti governo, torneremo più avanti. Intanto sarebbe opportuno chiedersi: è stato giusto pensare ad una legittimazione nostra, e della sinistra alternativa in generale, puntando sulla conquista di un’alta carica istituzionale invece di una ben più consistente presenza nel governo? Insomma, è stato più utile avere la Presidenza della Camera invece che due o tre ministri e tra questi quello del lavoro?

Se c’era, e c’era eccome, la consapevolezza che avremmo giocato la partita sulle questioni economico-sociali, perché inibirsi una posizione utile allo scopo, sacrificandola per ottenere la Presidenza della Camera?

Sia chiaro, lo dico a scanso di equivoci, l’idea che la sinistra comunista negli anni 2000 conquistasse un’alta carica istituzionale, non é banalmente riducibile a questione di poltrone o, peggio ancora, a personalismi. Ma la gerarchia applicata per fare la scelta definitiva non andrebbe indagata autocriticamente?

Veniamo, ora, a una questione fondamentale. Come e quando ha cominciato a logorarsi il rapporto del governo con il paese? Bertinotti dice:

“E però determinante

è stata la diversa permeabilità

del governo tra i poteri costituiti e

forti da un lato e le domande della società

dall’altro. E noi, che eravamo vicini

alle seconde, siamo stati schiacciati

dal progressivo allineamento del governo

alle istanze dei primi. E infatti, abbiamo

cominciato presto a suonare l’allarme,

anche con un carattere a volte

un po’ fantasioso. Il punto di crisi dove

si registra non casualmente? Giugno-luglio,

quando la trattativa tra le parti sociali

e il governo sulle questioni pensioni

e mercato del lavoro diventa la cartina

al tornasole per cui si capisce che il

governo, al di là del fatto che cade da

destra, ha visto il suo logoramento e la

sua crisi di consenso nel momento in

cui si è precluso la possibilità di indicare

una via di uscita, per esempio, dalla

crisi salariale contrastando la precarietà”.

Secondo me questa descrizione, a parte il “carattere fantasioso” che non so cosa voglia dire, non fa una grinza. Infatti, a luglio, decidemmo nel Comitato Politico Nazionale, che avremmo avviato una fase di lotta e che nell’autunno avremmo chiamato centinaia di migliaia di persone a decidere sulla nostra permanenza o meno al governo.

Come mai non se ne è fatto nulla? Come mai proprio a giugno arriva il “fate presto fate presto” ad unire quattro partiti tre dei quali erano totalmente ostili alla sola idea che col governo si potesse rompere? Come mai si accetta, nei fatti, che il governo tratti con le parti sociali sulla base di una posizione non discussa né condivisa al suo interno? Come mai si convoca una grande manifestazione, alla quale Verdi e Sinistra Democratica non aderiscono, e la si presenta come la prova che il popolo vuole l’unità e non come la base della propria forza per dire a Prodi: “o applichi il programma o te ne vai a casa!”?

Ho posto queste domande più volte, ma non ho mai ottenuto nessuna risposta convincente.

Eppure non eravamo nel 98, avevamo dalla nostra la richiesta di coerenza programmatica e un forte movimento sindacale e politico contro la precarietà. Certo saremmo andati incontro a numerose difficoltà, è innegabile. Ma in politica ci sono momenti topici nei quali fare una cosa invece che un’altra non è un dettaglio e non è rinviabile. Ci sono scelte che cambiano tutto. Scegliere di non rompere il quadro politico mentre, come dice lo stesso Bertinotti, si consumava la crisi del rapporto tra la società e il governo, ci ha fatto trovare dalla parte sbagliata della barricata. E, come se non bastasse, nella crisi della politica più in generale, ci siamo ritrovati tra quelli che dicono una cosa e ne fanno un’altra. Cosa che mentre per altri è normale per noi si rivela sempre esiziale.

Come siamo arrivati a questo punto?

Bertinotti dice:

“La discussione sul perché non ce l’abbiamo

fatta è una discussione che, anche

qui senza imbarazzo, possiamo cercare

di fare. Certamente il rapporto tra

noi e i movimenti, noi e la società è il

terreno prioritario che deve essere indagato

a questo proposito. Non penso ci

sia un deficit solo da un lato; penso che

ci sia una connessione da reindagare e

dobbiamo farlo, perché adesso attraverseremo

l’opposizone; non possiamo dismettere,

perché andremo all’opposizone,

il terreno della ricerca sul rapporto

tra la riforma della società e il governo.

Non perché consideriamo il governo il

vertice della politica, ma perché è una

questione che non possiamo derubricare.

Dobbiamo stare a sinistra e riscostruire

la sinistra; ma non possiamo far

sì che la sinistra diventi semplicemente

la possibilità della denuncia e della protesta.

Questo è un pericolo che è scritto

nel necessario e sacrosanto passaggio all’opposizione.

Ma questo pericolo va

contrastato. Non è di sinistra chi urla di

più o chi denuncia con più aggressività

l’avversario.”

Qui Bertinotti elude totalmente il tema, se la cava dicendo che bisogna reindagare e poi passa alla raccomandazione che non bisogna essere testimoniali perchè è il principale pericolo insito nella collocazione di opposizione. Mah!

Capisco bene che in un forum non si scrivono saggi complessi, ma mi sembra pochino.

Non so Bertinotti, che parla ambiguamente di “deficit non solo da un lato”, ma molti dirigenti che si dichiarano d’accordo con lui, disquisiscono da mesi della crisi dei movimenti, della loro inefficacia, parzialità ed impoliticità. Secondo me è una pura fuga dalla realtà. Noi saremmo stati sconfitti al governo perché venuta meno la spinta dei movimenti? Vorrei ricordare che le lotte No-Tav, No-Dal Molin, i metalmeccanici, i no all’accordo nel referendum-imbroglio dei sindacati, le manifestazioni contro la precarietà del 2006 e del 2007 ecc ecc, testimoniano il contrario. Ovviamente nella sinistra politica, sindacale e sociale, c’è stata e c’è una posizione secondo la quale il tentativo del governo era sbagliato in partenza. Non c’è da scandalizzarsi. Lo considero normale. Ma chiedo? Non aderire alla manifestazione contro Bush e dare l’impressione che con il governo non si sarebbe mai rotto ha aiutato a battere, nelle lotte e nei movimenti, una posizione classicamente estremista? La nostra internità al movimento doveva o no essere scelta come prevalente rispetto alle dinamiche del quadro politico, secondo quanto stabilito da anni di pratica e da ben due congressi?

La verità è che, nei fatti, e non solo nei fatti visto che diversi esponenti di Rifondazione hanno più volte detto che con il governo non avremmo mai rotto, si è scelto di tornare al rapporto classico di un partito che pretende di rappresentare, nella sfera più alta della politica, la società e il movimento.

Ora Bertinotti dice che ci sarà una fase di opposizione. Non così dicono altri della Sinistra Arcobaleno, ma non fa niente, non è questo il dato importante.

Il problema è e rimane il tema del governo. Perché si può fare l’opposizione in molti modi.

Sinceramente mi sembra che la Sinistra Arcobaleno non abbia affatto sciolto questo nodo.

Come ho già scritto più volte, tre dei quattro partiti e un pezzo sempre più consistente di Rifondazione, pensano e dicono che l’alternativa sia fra una sinistra di governo e una sinistra residuale e testimoniale. Del resto piangono continuamente addossando a Veltroni la crisi di governo e la scelta di andare da solo alle elezioni. Non dico che queste posizioni siano imbattibili, anzi penso che siano vecchie e sterili. Ma sarebbe meglio dire che il pericolo principale per la sinistra, sempre, è essere cambiata dal potere. E’ diventare un pezzo inutile del potere. Invece che mettere al centro il presunto pericolo di diventare testimoniali o addirittura di sparire. Sarebbe meglio rilanciare il progetto politico che abbiamo elaborato ai tempi di Genova, che non è incompatibile con nessuna unità a sinistra, sempre che ci sia un partito organizzato ed autonomo che lo pratichi.

Ma sul partito e sul suo non scioglimento o superamento ci sarà una terza puntata di queste mie modeste riflessioni.

segue…

ramon mantovani