Archivia per elezioni

Rilanceremo Rifondazione Comunista, senza paura della realtà, come sempre abbiamo fatto.

Pubblicato su articoli pubblicati sul blog con i tag, , , , , , , , il 17 Aprile, 2008 da ramon mantovani

La catastrofe è di tali proporzioni che mi ha lasciato attonito. Sapevo, e lo avevo detto e scritto, che l’idea della Sinistra e L’arcobaleno era sbagliata anche elettoralmente. Ma non prevedevo certamente un simile risultato. Non è quindi con la stupida presunzione di chi afferma con aria supponente: - “l’avevo detto io!” – che mi accingo a scrivere queste note. Rimane solo l’amarezza di non aver potuto discutere prima, per tempo, a causa di un atteggiamento, questo si presuntuoso, di chi presentava le proprie decisioni come le UNICHE POSSIBILI, di chi derideva le posizioni altrui (come le mie per esempio) come MINORITARIE e TESTIMONIALI (salvo svegliarsi martedì mattina avendo ridotto l’intera sinistra ad una testimonianza extraparlamentare), di chi continua imperterrito a parlare di nuove accelerazioni e di nuove scelte irreversibili.

Comunque, cerchiamo di ragionare.

Prima che compaiano studi approfonditi sui flussi elettorali bisogna affidarsi ad una osservazione superficiale. Credo però sufficiente per formulare almeno ipotesi. Ovviamente da verificare.

Le destre stravincono. Raccolgono tutti i propri voti potenziali (compresi quelli che nel 2006 si erano astenuti) e un cospicuo numero di elettori delusi dal centrosinistra.

La intrapresa politica fondata sulla espressione dei peggiori istinti di una società atomizzata e scossa dalla crisi è pienamente riuscita. Spicca, da questo punto di vista, il voto della Lega.

Al contrario, l’operazione del PD, che tentava di contendere alla destra i voti ispirati dalla paura e dall’insicurezza e quelli dei ceti abbienti benpensanti è completamente fallita. Solo l’idea, perniciosa e perdente, del VOTO UTILE CONTRO BERLUSCONI è stata in parte premiata unicamente con voti di sinistra, occultando parzialmente la totale inefficacia del progetto del PD.

La distanza, in voti assoluti e in percentuali, fra i due principali schieramenti, lo dimostra inequivocabilmente.

La Sinistra e L’Arcobaleno perde in ogni direzione. Quando si perdono quasi tre milioni di voti su quattro si troveranno le tracce dell’esodo in ogni dove. Ma credo si possa dire, non so in quale esatta misura, che la gerarchia sia: astensione, PD (compresa italia dei valori). Molto al di sotto, in diverse altre direzioni, compresa la Lega e perfino l’UDC. Non bisogna dimenticare il voto del Partito Comunista dei Lavoratori e di Sinistra Critica (316mila al senato e 376mila alla camera pari all’uno per cento) che sono tutti voti provenienti da Rifondazione. Che due piccolissime formazioni esordienti alle elezioni prendano più di un terzo di voti rispetto a quattro partiti con 140 parlamentari è qualcosa che dovrebbe far riflettere. E non si tratta solo della falce e martello, che pure ha avuto il suo ruolo, ma anche di un voto militante e giovanile di movimento che, nonostante la dimensione sostanzialmente irrilevante dal punto di vista elettorale, non può essere osservato con sufficienza dal punto di vista politico.

Al di là dei flussi credo sia necessario capire i motivi profondi di una tale perdita di voti.

Ognuno può verificare empiricamente, interrogando i propri conoscenti, che le motivazioni sono state tante, diverse, e in molti casi contradditorie. Delusione per la condotta al governo, sia nella versione del “tanto siete inutili” che in quella più diffusa (credo) del “siete diventati uguali agli altri”. Da questa scaturisce l’astensione ed anche il voto per il PD per la paura di Berlusconi, ed all’Italia dei Valori. Segue quella tanto infondata quanto esistente del “avete disturbato l’azione di governo e siete la vera causa della sua caduta”. Da questa scaturisce il voto al PD. C’è, ed anche forte, il non essersi riconosciuti nel nome, nel simbolo e nel leader della SA. Da questa scaturisce l’astensione e il voto per la falce e martello. Ovviamente le prime due motivazioni sono numericamente molto grandi, ma non bisogna sottovalutare che la terza, sebbene numericamente minore, ha investito i militanti e i più politicizzati che sono sempre il motore della campagna elettorale.

Con un’Italia devastata socialmente, con un governo pessimo del quale facevamo parte, con le lotte e i movimenti presenti ma impossibilitati a vincere e nemmeno a farsi ascoltare, con l’insidia della nascita del PD (che troppi cretini dicevano avrebbe aperto grandi spazi elettorali a sinistra) la sinistra, e Rifondazione in particolare, si è trovata in una tipica e classica situazione di empasse. In un vicolo cieco.

Invece di affrontare con realismo la situazione, di aprire una vera trattativa con Prodi mobilitando tutte le forze disponibili, anche scontando di perdere una parte di consensi, ma conservando gli altri, si è scelto di scappare dai problemi e di avviare la costruzione di un nuovo partito tanto generico quanto moderato. Per giunta mortificando le identità, soprattutto quella comunista, e facendo tutto in modo oligarchico.

Così facendo si sono persi consensi in tutte le direzioni.

Insisto! Nessuno mi toglie dalla testa che la rottura con Prodi sul welfare avrebbe scontato la perdita di molti voti, ma anche la mobilitazione nella lotta di una parte del paese che ci avrebbe capiti benissimo e che non ci avrebbe abbandonati alle elezioni.

Di fronte a tutto questo, oggi, tutto si può fare tranne che continuare, come un pugile suonato, a ripetere che la Sinistra Arcobaleno è il futuro.

Sono rimasto davvero molto colpito dal fatto che Bertinotti, Giordano, Vendola e Migliore abbiano riproposto ossessivamente il superamento di Rifondazione e la costruzione di un nuovo partito anche dopo il risultato elettorale, nonostante il Pdci abbia dichiarato chiusa l’esperienza SA lanciando la costituente comunista, con l’evidente scopo di lucrare sullo scioglimento di rifondazione, nonostante i Verdi vadano al congresso con la discussione che verterà sull’alleanza (forse perfino ingresso) col PD o sul rilancio alle europee del simbolo storico del Sole che Ride, e nonostante moltissimi di Sinistra Democratica siano andati nel PD perfino in campagna elettorale ed altrettanti si apprestino a farlo presto nelle prossime settimane.

Veramente non credo alle mie orecchie!

E’ per questo che non bisogna permettergli di produrre altri fatti irreversibili.

Rifondazione Comunista esiste, ferita, con i suoi difetti e limiti, ma esiste.

Ci sono decine di migliaia di compagne e compagni che non si rassegnano, che non hanno nessuna intenzione di consegnare al PdCI e ad altri i resti militanti ed anche elettorali che deriverebbero dalla morte di Rifondazione. Che hanno saputo coniugare l’identità comunista con l’innovazione politico-culturale, che non hanno una vocazione di potere, che sono immersi in tutte le lotte del paese.

Che sanno che il risultato elettorale non riflette il vero stato delle cose e che c’è rimedio a tutto questo.

Perciò rilanceranno, rilanceremo, Rifondazione Comunista riprendendo il cammino del nostro progetto, mortificato e contraddetto dall’esperienza di governo, e produrremo unità nei movimenti ed anche fra le forze politiche fondandola sui contenuti, sulle cose, e non più sulle illusioni salottiere.

ramon mantovani

dichiarazione sui risultati elettorali

Pubblicato su articoli pubblicati sulla carta stampata con i tag, , , , , il 14 Aprile, 2008 da ramon mantovani

ho rilasciato alla stampa la seguente dichiarazione:

“Quattro partiti prendono un milione di voti e diventano extraparlamentari.

Se il gruppo dirigente irresponsabile che ha portato a questo disastro insiterà sulla linea della sinistra arcobaleno sarà travolto dai militanti e dagli iscritti di rifondazione comunista.

Sarebbe bene per loro e per il partito che si dimettessero immediatamente.

E’ stata l’esperienza di governo a deludere gli elettori e ad allontanarci dai movimenti e dalle lotte.

Bisogna ripartire da rifondazione e ripartiremo da rifodazione, anche cercando una unità seria con altre forze mettendo da parte l’idea elettoralistica e subalterna al partito democratico della sinistra e l’arcobaleno”.

ramon mantovani

Bertinotti e il partito.

Pubblicato su articoli pubblicati sul blog con i tag, , , , , , , , il 3 Aprile, 2008 da ramon mantovani

Nel forum del 23 marzo su Liberazione

www.liberazione.it/a_giornale_index.php?DataPubb=23/03/2008

Bertinotti ha anche affrontato la questione del partito.

Dopo aver detto che negli ultimi venti anni la sinistra si è fatta prevalentemente centro e che la stessa nozione di sinistra “si è frantumata in mille schegge”, e dopo aver citato Pintor per sostenere che la priorità è rimeritarsi la fiducia della propria gente, Bertinotti parla di “un nuovo inizio”. Ecco la citazione:

“Adesso è un nuovo inizio per la

sinistra e, se non riusciamo a darne conto,

non ce la possiamo fare, perché veniamo,

oltre che dalla sconfitta del ’900,

anche da una sconfitta del nostro tempo.

L’esperienza di Rifondazione è meritevole,

ma è parte di questa sconfitta

anche se è senza colpe. Per questo, io

credo che nel processo unitario a sinistra

ognuno deve dire per sé cosa tiene

e cosa lascia. Cioè: Rifondazione per

Rifondazione, Pdci per il Pdci, i Verdi

per i Verdi, stessa cosa per Sd e la sinistra

diffusa. Bisogna che proviamo a fare

questo esercizio per il nuovo inizio e

il collegamento con la propria gente”.

Sconfitta? Nuovo inizio? Sinistra diffusa?

Lo dico davvero senza intenti polemici, ma questi concetti sono stati alla base della svolta della bolognina.

Hanno la forza suggestiva di dar conto di uno stato d’animo ben presente in molti, se non in tutti.

Che, con il trionfo del capitalismo, siamo stati sconfitti è sotto gli occhi di tutti. Che fare? Una cosa nuova capace, magicamente, di renderci migliori e più forti. Con chi? Ma Con la sinistra diffusa, naturalmente!

Queste cose, però, hanno il grave difetto, a mio parere, di essere tanto generiche quanto incapaci di affrontare i veri problemi che abbiamo di fronte, Anzi, di più, essendo una fuga dai problemi, al di là delle suggestioni fugaci, finiscono con l’aggravarli.

Di che sconfitta parliamo? Anche partendo dal punto di vista di Bertinotti (e della parziale citazione di Pintor), cioè dalla constatazione che si è persa la fiducia della propria gente, bisognerebbe interrogarsi maggiormente sul perché, piuttosto che indicare, in modo assolutamente tautologico, che bisogna riguadagnare la fiducia persa.

Per anni, Bertinotti in testa, abbiamo analizzato le nuove contraddizioni, e le nuove forme delle vecchie contraddizioni, prodotte dalla globalizzazione capitalistica. Partendo dalla constatazione della sconfitta storica del movimento operaio del 900, tanto nella sua versione comunista come in quella socialista e socialdemocratica, abbiamo individuato nel nascente movimento contro la globalizzazione il luogo e la stessa possibilità che l’anticapitalismo tornasse ad essere un’opzione politica e non solo un campo di ricerca culturale o un terreno di pura testimonianza. E’ per questo, e non per una moda, che abbiamo parlato dei limiti del partito politico novecentesco. Limiti di dimensione nazionale e limiti nel rapporto gerarchico con i movimenti sociali, locali o globali, intrinseco all’idea della conquista del potere (o, peggio ancora, del governo). E’ così che abbiamo innovato, e rotto con precisi punti della tradizione comunista e della sinistra. Basti pensare alla caduta del governo Prodi nel 98, alla nostra internità nel movimento mondiale e italiano, a Genova, alla pratica della disobbedienza civile e sociale, all’idea del baricentro sociale della nostra attività, alla critica del potere di ispirazione zapatista e così via.

Io credo che avevamo incominciato a ricostruire un rapporto di fiducia con la nostra gente. Che misuravamo nelle dinamiche di movimento, nella vittoria di tante lotte all’inizio degli anni 2000, nei segni di crisi delle politiche neoliberiste e nella coscienza, sempre più diffusa, fra le popolazioni del carattere mistificatorio delle magnifiche sorti della globalizzazione. Parlo della sovranità alimentare, della questione ambientale globale, della precarietà e dell’emarginazione come elementi costitutivi del nuovo capitalismo, dell’offensiva conservatrice ideologica di un nuovo oscurantismo autoritario e di altro ancora.

Avevamo, tutti, evitato accuratamente di essere fuorviati dalla misurazione elettorale di questo processo. Altrimenti, essendo passati dal 8,3% al 4,3%, avremmo dovuto dar ragione a Cossutta, e non avendo avuto impennate negli anni successivi che pure sono stati densi di conflitti, bensì un recupero lento e faticoso, avremmo dovuto evitare come la peste di imbarcarci in un’esperienza di governo.

Avevamo, cioè, pensato che si era incominciato un cammino. Per molti versi assolutamente nuovo per un partito politico. Ma non era un nuovo inizio, era l’inveramento della rifondazione comunista. Un cammino i cui tempi non dovevano essere scanditi dalla contingenza politica, elettorale o meno, ma dalla ri/costruzione del movimento anticapitalista mondiale. Un cammino dalla grande vocazione strategica e contraddistinto dalla necessità di sperimentare in mare aperto, contaminandosi con altre culture ed esperienze in seno al movimento.

Con ciò non voglio sorvolare sui limiti della forma partito, tema sul quale Bertinotti si è esercitato e sul quale tornerò, ma rimettere le cose in piedi.

Considero, infatti, una svolta politicista, un vero capovolgimento di linea, il discorso di Bertinotti alla prima assemblea di Sinistra Europea.

Ma come? Eravamo così in buona salute, noi e i movimenti, da tentare la strada impervia del governo e dopo un anno, quando si comincia a constatare una crisi, invece di prendere il toro per le corna, visto che la crisi era chiaramente provocata dalla delusione per le politiche del governo, sulla base di un banale cattivo risultato alle amministrative, si parla di rischio vitale per la sinistra, si abbandona nei fatti il progetto strategico di cui sopra, si propone un nuovo inizio, di andare oltre rifondazione e di fare tutto in fretta e furia?

Per parte mia rivendico ciò che scrissi nel giugno 2007, pubblicato anche qui sul blog.

http://ramonmantovani.wordpress.com/2007/06/

Ma vorrei aggiungere oggi, che le cose sono molto più chiare, che non aver affrontato per tempo il tema della permanenza al governo, a causa della cultura governista degli altri della Sinistra Arcobaleno, ha finito con il ridurre anche il progetto unitario, che da moltiplicatore annunciato di consensi (il 15% come minimo si proclamava!) si è trasformato in riduttore di voti e di consensi sociali.

Siccome penso che un partito sia soprattutto un progetto strategico collettivo, e non una semplice forma di organizzazione autoreferenziale, conseguentemente ritengo che solo in ragione di un profondo cambio di strategia si possa ritenere necessario andare oltre il partito stesso. Ed infatti Bertinotti questo ha proposto e propone anche in campagna elettorale.

Si dirà, contro l’evidenza dei fatti, che si vuole perseguire la stessa strategia, che nell’esercizio del “dire per sé cosa si tiene e cosa si lascia” rifondazione investirà il meglio di se stessa nel nuovo partito e vincerà una battaglia egemonica.

Vediamo cosa vuole tenere e cosa lasciare Bertinotti e soprattutto perché:

“Facendo un esercizio drastico, io penso

che vada portato nel processo di costruzione

della Sinistra Arcobaleno il rinnovamento

politico-culturale che è vissuto

dentro Rifondazione Comunista,

dalla rottura di fondo con la cultura

dello stalinismo fino alla nonviolenza,

passando per l’immersione nei movimenti.

Cosa va abbandonato? La cultura

organizzativa in cui abbiamo lasciato

imprigionare questa innovazione. Il

nostro rinnovamento culturale si è prodotto

sul terreno delle culture politiche

e non sul terreno delle forme di organizzazione

della politica. Dobbiamo

sperimentare forme di organizzazione

che consentano una riconnessione sentimentale

con il tuo popolo, sennò non

ce la facciamo e l’organizzazione funziona

come intercapedine e si ferma lì.

Faccio un’autocritica rispetto al periodo

della mia direzione di Rifondazione:

rivendico il coraggio innovativo del

congresso di Venezia, ma, curiosamente,

visto che noi veniamo dalle culture

critiche ed eretiche del movimento operaio

e abbiamo assorbito la lezione del

femminismo e della cultura di genere,

c’è stato anche un errore politico. Parlo

per me: ho pensato che si potesse fare

l’innovazione politico-culturale solo

pagando il prezzo di non toccare il paradigma

organizzativo.”

Argomenti interessanti, che però non condivido per niente.

Io non credo che antistalinismo, nonviolenza e l’ambigua formula “immersione nei movimenti” siano il nocciolo fondamentale dell’esperienza di Rifondazione Comunista da investire in un processo unitario. Non perché non siano effettivamente elementi innovativi. Bensì perché non sono dirimenti e possono essere messi al servizio di progetti strategici ben diversi fra loro. Una cosa è, infatti, avere un’analisi della globalizzazione che parla della necessità di mettere in discussione il concetto di potere (figuriamoci di governo) e di conquista del potere, e con esso la violenza intrinseca ai rapporti sociali e politici, proponendo la nonviolenza come forma più efficace e più alta di antagonismo. Un’altra è predicare la nonviolenza quasi come elemento etico e fondante l’identità politico- culturale, con il quale leggere il potere e il mondo contemporaneo. Dico che è un’altra cosa perché, sebbene non incompatibile con un radicale antagonismo, non lo garantisce affatto. Non è un caso, infatti, che Bertinotti abbia avuto tanti riconoscimenti maliziosi su questo punto da molti che hanno visto nella “svolta nonviolenta” un abbandono dell’estremismo e del massimalismo (leggi dell’antagonismo e della radicalità) di Rifondazione. Non penso che Bertinotti sia colpevole di questo, eppure dovrebbe porsi il problema della lettura prevalente che si fa di questa cosa anche nell’ambito della Sinistra Arcobaleno.

Il concetto di “immersione nei movimenti”, parimenti, è compatibile con qualsiasi linea o progetto politico. Chi volete che dica che bisogna starne fuori? Che bisogna ignorarli? Il problema è se sono essi il centro della politica, se sono dotati di progettualità propria, o se sono il classico sommovimento nel quale stare per indirizzarlo, per dirigerlo e possibilmente per conquistarne il consenso. Ho già detto che Bertinotti, su questo, usa una formula ambigua, ma come non vedere che la maggioranza della Sinistra Arcobaleno, compresi oramai diversi di Rifondazione, ripropongono la formula più classicamente novecentesca del rapporto fra politica e sociale, fra politica e movimenti?

Infine, lo stalinismo e l’antistalinismo.

Atteso che sugli “errori ed orrori” siamo d’accordo tutti, almeno spero, voglio dire alcune cose in modo provocatorio.

Chiedere a una platea, congressuale per esempio, di votare su una proposta generica e volutamente ambigua, riservando ad una ristretta cerchia oligarchica impegnata a darsi coltellate dietro le quinte, sulle liste elettorali per esempio, le vere decisioni, ha a che vedere con lo stalinismo o no? O è un male inevitabile della forma partito?

Il leadersimo, anche se è un prodotto di questi tempi e del sistema massmediologico, quando non è sottoposto a critica e non si tenta nemmeno di superarlo nel tempo, ha a che vedere con lo stalinismo o no? O è anch’esso un male prodotto necessariamente dalla forma partito?

Bertinotti avrebbe ragione ad autocriticarsi, avendo pensato di poter fare “l’innovazione solo pagando il prezzo di non toccare il paradigma organizzativo”. Ma non è vero che le cose sono andate così. E’ vero che il paradigma organizzativo, formalmente, non è stato toccato. Il problema è che è stato svuotato senza che fosse sostituito con uno più democratico o, almeno, migliore e più coerente con il progetto strategico che via via è stato costruito.

A un certo punto Bertinotti ha teorizzato che bisognasse implementare l’informalità nella discussione e nei processi decisionali. Ricorderà che mi sono opposto, senza successo, a questa sua idea. Il risultato è stato un incremento del leaderismo, un clima di conformismo crescente, e la crisi di credibilità e soprattutto di autorevolezza degli organismi preposti, nel paradigma, a prendere decisioni e ad assumersi responsabilità.

Ora, cosa può spingere un segretario di un partito a pensare che si possa cambiare linea, strategia e cultura politica di un partito “solo” senza riformare l’organizzazione? Sarò esagerato, forse, ma l’unica risposta plausibile mi sembra: perché pensa che il partito è irriformabile!

Tutto l’assunto di Bertinotti sul rapporto innovazione politico-culturale e partito è da rovesciare.

La rilevanza dell’innovazione nel campo della libera ricerca è una cosa, ma in politica le analisi, le svolte, e le stesse idee che Bertinotti ha avuto l’indiscutibile merito, anche se non esclusivo, di produrre, fuori del partito organizzato sarebbero rimaste inerti e non avrebbero avuto alcuna rilevanza. Sarebbero rimaste articoli su qualche rivista o forse non sarebbero nemmeno nate. Sarebbero, cioè, rimaste testimoniali. L’organizzazione non è una “intercapedine”, è lo strumento per agire ed anche per decidere. La connessione fra una politica (perfino un leader) e il popolo non è mai impedita o intralciata dall’organizzazione di partito. Casomai è resa tendenzialmente stabile e non esposta ai rovesci che può subire o, peggio, agli errori personali del leader.

Per questo, invece della comoda informalità, sarebbe stato meglio dedicarsi ad un lavoro paziente per mettere mano alle degenerazioni dell’organizzazione, ai personalismi e ai carrierismi, alla sbagliata divisione del lavoro, al carattere monosessuato della stessa organizzazione e così via.

E’ profondamente ingeneroso verso decine di migliaia di militanti pensare che non siano stati capaci di riformare la propria casa a causa dell’errore del capo, che non si era posto il problema e che oggi si autocritica.

Io penso che i problemi evidenti, connessi alla crisi ed alla irripetibilità dei modelli dei partiti di massa o di avanguardia del novecento, stiano tutti di fronte a noi. Rimarranno e si aggraveranno se si darà vita ad una forza politica leaderista ed incerta su questioni come il governo, sia che abbia una forma federata o unificata.

Credo che Rifondazione Comunista, con tutti i suoi limiti e difetti, non debba perdere se stessa perché è il luogo, lo spazio politico, migliore per procedere anche ad una profonda riforma dell’organizzazione politica, da mettere a disposizione in qualsiasi processo unitario che ne rispetti l’identità e l’autonomia.

fine

ramon mantovani