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La sinistra rischia di nascere vecchia

Pubblicato su articoli pubblicati sulla carta stampata con i tag, , , , , , , il 19 Gennaio, 2008 da ramon mantovani

Alla fine di novembre, in occasione della discussione sul welfare, vi fu l’occasione per aprire una crisi di governo e una reale verifica. Si è preferito votare un provvedimento indecente e rimandare la verifica a gennaio. Ora ci siamo. Ma Prodi, Padoa Schioppa e Damiano, intendono la verifica come “tagliando”, come aggiustamento, non certo come cambio di rotta. Intanto, il governo ha varato il 28 dicembre, un vergognoso decreto sulla “sicurezza” che io, come ha scritto Giuliano Pisapia nel suo articolo su Liberazione, considero impossibile votare. E’ presto per dire come andrà questa verifica, mi auguro che si concluda con una svolta nella politica del governo, ma dubito che possa andare bene. Per due motivi: 1) Il Partito democratico, Prodi e i ministri competenti pensano, al massimo, alla redistribuzione di qualche risorsa che ecceda le previsioni delle entrate dello Stato; non interventi strutturali come abbassare le tasse sul lavoro dipendente ed aumentarle al 20% per le rendite finanziarie. Infatti insistono nel dire che bisogna attendere la trimestrale di cassa, alla fine di marzo, per discutere quanti soldi redistribuire ai redditi bassi e al lavoro dipendente. Inoltre pensano, a quanto pare, a defiscalizzare gli aumenti contrattuali aziendali legati alla produttività, assestando così un ulteriore colpo mortale al contratto nazionale di lavoro. Non hanno alcuna intenzione di fare cose reali sulla precarietà e sulle altre grandi questioni, come le spese militari, l’ambiente e i diritti. 2) le forze della sinistra non dispongono di un’arma fondamentale per centrare l’obiettivo: la determinazione. E’ impensabile che, senza mettere in conto una possibile rottura con il governo, si possa condurre una trattativa degna di questo nome. E temo - anzi ne sono sicuro - che PCdI, Verdi, Sinistra Democratica e perfino una parte di Rifondazione Comunista considerino impossibile rompere con il governo. Vuoi per non compromettere la riforma elettorale, vuoi perchè - per tre dei quattro partiti di sinistra - l’appartenenza al centrosinistra è una scelta strategica e sovraordinatrice di ogni altra decisione, come è scritto a chiare lettere nella “carta d’intenti” della Sinistra e l’Arcobaleno. Comunque vadano le cose, almeno è prevista una consultazione referendaria sull’esito della verifica e sulla permanenza al governo. Nei prossimi giorni se ne discuterà più concretamente, per determinarne i tempi e il campo di partecipanti. Fatte queste considerazioni è chiaro, almeno per me, che le tante illusioni e suggestioni sulla rapida costruzione dell’unità a sinistra mostrano sempre più la corda. Non sono animato da pregiudizi o settarismi. Non penso che il partito al quale appartengo sia autosufficiente. Però vedo irrisolti tanti problemi che non si possono ignorare. A cominciare dal tema, grande come una casa, del governo. E non parlo solo del governo Prodi, parlo proprio dell’idea perniciosa, che alberga dentro e fuori i partiti, nel popolo di sinistra con o senza tessera, che la missione di una forza politica di sinistra, unita o unica che dir si voglia, sia quella di prendere tanti voti e possibilmente governare.

Da questa idea discende che coi movimenti si “dialoga” riservandosi il compito di “dare risposte”. Quelle compatibili con il quadro politico, ovviamente. Da questa idea deriva una dimensione soprattutto istituzionale e unicamente nazionale dell’agire politico. Tornando così alle ossessioni elettorali. Rimango dell’idea che sia necessario verificare l’utilità della sinistra nella capacità di essere dentro i movimenti, a cominciare da quello mondiale contro la globalizzazione, e nella pratica sociale, considerando le istituzioni luoghi secondari dell’agire politico. Continuo a pensare che, se c’è una rottura definitiva da consumare con la storia e la tradizione della sinistra, è quella del rapporto con il potere, come ha insegnato a tutto il mondo l’esperienza zapatista. Queste idee non sembra abbiano avuto molta fortuna l’8 e il 9 dicembre, all’assemblea della sinistra. Finché non avranno maggior fortuna rimarrà il rischio che anche l’unico partito che le ha sposate, almeno teoricamente, svanisca in una sinistra con più voti (forse), ma certamente nata vecchia.

ramon mantovani

pubblicato il 18 gennaio 2008 su Carta

lettera a pierluigi sullo e a marcos

Pubblicato su articoli pubblicati sulla carta stampata con i tag, , , , , , il 26 Ottobre, 2004 da ramon mantovani

Caro Pedro Luis, compagno interista, non credo ti libererai facilmente della zapatizzazione del tuo nome che, in fondo, è una sorta di onorificenza.

Caro Sup, hermano, i dizionari ce li avevi chiesti tu e ci preoccupa che li abbiate usati come spessore per i tavoli del comando zapatista. Non tanto per i dizionari che si potrebbero usare anche per accendere il fuoco o per infiniti altri usi, quanto per il mobilio zapatista visto che i due dizionari sono libri enormi.

Carissimi, grazie per aver dato vita a questo dialogo. Ce n’era bisogno. Hai ragione, Pedro Luis, a dire che le cose non vanno bene. E non vanno bene proprio nel momento in cui potrebbero andare benissimo. A pensarci bene ci sono state tante ottime novità. Per esempio: il movimento no global (o altermundista che dir si voglia) è talmente vivo ed ha espresso una tale forza che molti, e tra questa grandi organizzazioni sindacali e sociali, hanno voluto entrarci accettandone la logica, se non la disciplina, che infatti non c’è; altri hanno dovuto almeno farci i conti e fingere di trovarsi d’accordo con i suoi contenuti; Le lotte di Scanzano e Acerra, dei ferrotranvieri di Milano e della Fiat di Melfi, insieme a tante altre hanno dimostrato che si può non solo resistere ma anche vincere e cambiare le cose dal basso, senza aspettare successi elettorali; il movimento ha sviluppato mille esperienze, pratiche ed idee che, anche se non hanno gli onori delle cronache giornalistiche (tranne che su Carta e pochissimi altri), costituiscono un patrimonio prezioso per il futuro. E non voglio parlare della impopolarità della guerra in Iraq nel mondo e del fallimento di ben tre negoziati del WTO sulla privatizzazione di salute, istruzione e beni pubblici come l’acqua. Quando mai abbiamo accumulato tanti fattori positivi nel recente passato? Eppure le cose vanno male. Intendiamoci, io penso che il movimento sia figlio della globalizzazione capitalistica, che sia un fenomeno strutturale e che la cifra per capirlo stia nella sua natura globale, internazionale. Quindi non temo la “crisi” di cui periodicamente si parla, il riflusso e l’estinzione di un movimento che invece mi sembra in crescita e in espansione. Le cose vanno male perché forse, qui in Italia, ricompare di nuovo la politica dei due tempi, perché “il movimento è grande ma ci vuole lo sbocco politico” oppure “il movimento pone giuste domande e la politica deve dare le risposte”, perché sulle spalle del movimento ci sono tanti vecchi (non saggi) che vorrebbero piegarlo alle loro teorie irrealizzate nel passato e morte oggi, perché anche nel movimento c’è chi è ossessionato dalla “visibilità” (sui mass media) del suo gruppo, e capita perfino che quando vince, e tutti alzano la sua bandiera, invece di rallegrarsi aggrotta le sopracciglia e si preoccupa per la perduta funzione di avanguardia, con relativa visibilità. Perché invece di considerare elezioni e governo solo come una delle tante cose di cui occuparsi, sembra che per molti siano il fine ultimo della storia. In questo modo la cacciata di Berlusconi e delle sue politiche ultraliberiste e di guerra, così come il problema di cosa verrà dopo Berlusconi, invece che un’opportunità per far valere la forza del movimento e delle lotte, stanno diventando un fardello insopportabile da portare sulle spalle, un macigno sulla nostra strada di costruzione del movimento e di democrazia dal basso. Insomma c’è proprio qualcosa che non va. E qui mi interessa riallacciarmi a certe cose che hai scritto, caro Pedro Luis, circa il disinteresse di troppi verso il Movimento del Nuovo Municipio e verso gli ultimi scritti di Marcos. In realtà si ciancia tanto di democrazia dal basso, di nuovo protagonismo sociale, di società civile ma quando vivono esperienze concrete, magari difettose o parziali (chi non è parziale oggi?) ma reali, le si osserva dall’alto come se fossero accessori e non il cuore della politica. E ancora una volta rispunta l’idea di politica come tecnica di potere, necessariamente efficiente e veloce. Colpi di scena, manovre, infinite dichiarazioni sulle agenzie di stampa e nei talk show televisivi possono perfino essere utili accessori se non diventano essi stessi LA POLITICA. Perché a quel punto chi non vi può accedere è costretto alla passività, a fare il tifo per un leader e a sperare che LA POLITICA non si dimentichi di te o non ti sacrifichi per qualche “fine superiore”. Ecco, io ho letto con molta curiosità e ammirazione lo scritto di Marcos di agosto. Scusa Sup se parlo bene di te, ma il fatto è che quella descrizione così “scettica e appassionata” dell’esperienza delle giunte del buon governo vale molto di più di tanti saggi e documenti politici. Non solo perché una spietata descrizione di certi errori dimostra che è possibile non fare solo l’autocritica … degli altri. Non solo perché c’è la bella notizia che una legge rifiutata da governo, partiti e parlamento può essere applicata lo stesso, a dispetto di tutti, anche se fra tante difficoltà. Ma soprattutto, almeno così è parso a me, perché tutto è scandito da un tempo proprio, non imposto dall’alto. E così si può vedere quanto laborioso fosse il silenzio, quanto sia possibile obbedire comandando e quanto realistica e capace di costruire quella ribellione che tanti ancora vedono solo come un romantico fuoco di paglia. Mi ha particolarmente colpito la descrizione degli inconvenienti che derivano dalla rapida rotazione dei membri delle giunte del buon governo come una scelta e non come un errore. Un “errore voluto”. Il potere richiede specializzazione, divisione del lavoro politico per delega ed efficienza. Ma uccide la democrazia, la partecipazione ed impone i propri tempi, la propria velocità alla società. L“errore voluto” mi sembra imporre al potere, anche al più piccolo potere, i tempi della democrazia e della efficacia. E’ forse questa una delle questioni relative alla “velocità del sogno”? Se ci sono inconvenienti pazienza, del resto l’uccisione della democrazia, la passivizzazione delle persone e delle comunità non sono inconvenienti più grandi? Certo, già vedo con la mia fervida immaginazione molti fare spallucce e dire: beh! Che c’entra qui in Italia mica siamo in Messico, tantomeno siamo comunità indigene. Veramente io stesso per storia politica e per collocazione personale potrei essere interessato a fare spallucce e cavarmela dicendo una cosa in cui credo fermamente: gli zapatisti non sono da imitare, da scimmiottare. Ma nonostante sia stato a lungo dirigente di partito e sia parlamentare non sono diventato intellettualmente disonesto fino a questo punto. Il problemino c’è anche per noi qui in Italia. E mi piacerebbe davvero tanto discutere quali “errori voluti” progettare per il futuro.

Ciao Sup, e se hai bisogno di qualche altro spessore per il tavolo del comando non esitare a chiedere. Alfio ed io provvederemo come sempre.

Ciao Pedro Luis, e grazie. La nostra squadra, l’ultima internazionale rimastaci, sostenendo le comunità zapatiste ci ha regalato lo scudetto più bello. O no?

 

ramon mantovani     

 

pubblicato su Carta nell’ottobre 2004