Archivia per Marzo, 2008

Bertinotti, il governo e l’opposizione.

Pubblicato su articoli pubblicati sul blog con i tag, , , , , , , , il 31 Marzo, 2008 da ramon mantovani

Nel lungo forum fra Bertinotti e la redazione di Liberazione del 23 marzo

www.liberazione.it/a_giornale_index.php?DataPubb=23/03/2008

nell’ultimo paragrafo, che invito a leggere/rileggere, si affronta la questione del governo.

Bertinotti dice, a ragione, che era necessario tentare di dare una risposta alla domanda di cambiamento emersa nel quinquennio 2001 2006. Ma poi sostiene che è stato commesso l’errore di cercare di essere garantiti nel dettagliato programma invece che in un confronto sulle grandi opzioni strategiche. E’ una tesi interessante, che per la prima volta è espressa così chiaramente.

Io, però, non la condivido. Almeno per due motivi.

Il primo è che, banalmente, se avessimo cercato di fare un confronto strategico sui temi di fondo dell’economia ecc. l’alleanza sarebbe saltata immediatamente. Non credo che qualcuno coltivasse l’illusione che il Prodi e l’Ulivo liberisti si fossero convertiti ad una critica della globalizzazione e del liberismo. Il programma dettagliato, le famose 280 pagine, era l’unico modo per superare, facendo leva sull’opposizione che pure l’Ulivo aveva manifestato in cinque anni ad ogni provvedimento importante di Berlusconi, le resistenze ideologiche neoliberiste a misure chiaramente capaci di invertire la tendenza degli ultimi venti anni, e non solo degli ultimi cinque. Per dirla in altri termini se avessimo fatto un confronto strategico sulla precarietà non si sarebbe mai scritto in un programma più asciutto “siamo contrari alla legge 30”, ma avremmo avuto formulazioni vaghe e ambigue.

Il secondo è che avremmo negato, come poi è stato purtroppo praticato nei fatti, alla mobilitazione e al conflitto il ruolo centrale di motore politico del cambiamento possibile. E sarebbe stato profondamente incoerente con quanto scritto e votato al congresso di Venezia. Se avevamo detto che il governo era un tentativo, una possibilità, lo avevamo fatto per consapevolezza della natura liberista dei nostri futuri alleati di governo, e per l’idea che la nostra forza sarebbe stata sostanzialmente la sintonia con i conflitti e le lotte e non la capacità di convincere Prodi in un confronto strategico.

Ma su questo importante punto, il rapporto movimenti governo, torneremo più avanti. Intanto sarebbe opportuno chiedersi: è stato giusto pensare ad una legittimazione nostra, e della sinistra alternativa in generale, puntando sulla conquista di un’alta carica istituzionale invece di una ben più consistente presenza nel governo? Insomma, è stato più utile avere la Presidenza della Camera invece che due o tre ministri e tra questi quello del lavoro?

Se c’era, e c’era eccome, la consapevolezza che avremmo giocato la partita sulle questioni economico-sociali, perché inibirsi una posizione utile allo scopo, sacrificandola per ottenere la Presidenza della Camera?

Sia chiaro, lo dico a scanso di equivoci, l’idea che la sinistra comunista negli anni 2000 conquistasse un’alta carica istituzionale, non é banalmente riducibile a questione di poltrone o, peggio ancora, a personalismi. Ma la gerarchia applicata per fare la scelta definitiva non andrebbe indagata autocriticamente?

Veniamo, ora, a una questione fondamentale. Come e quando ha cominciato a logorarsi il rapporto del governo con il paese? Bertinotti dice:

“E però determinante

è stata la diversa permeabilità

del governo tra i poteri costituiti e

forti da un lato e le domande della società

dall’altro. E noi, che eravamo vicini

alle seconde, siamo stati schiacciati

dal progressivo allineamento del governo

alle istanze dei primi. E infatti, abbiamo

cominciato presto a suonare l’allarme,

anche con un carattere a volte

un po’ fantasioso. Il punto di crisi dove

si registra non casualmente? Giugno-luglio,

quando la trattativa tra le parti sociali

e il governo sulle questioni pensioni

e mercato del lavoro diventa la cartina

al tornasole per cui si capisce che il

governo, al di là del fatto che cade da

destra, ha visto il suo logoramento e la

sua crisi di consenso nel momento in

cui si è precluso la possibilità di indicare

una via di uscita, per esempio, dalla

crisi salariale contrastando la precarietà”.

Secondo me questa descrizione, a parte il “carattere fantasioso” che non so cosa voglia dire, non fa una grinza. Infatti, a luglio, decidemmo nel Comitato Politico Nazionale, che avremmo avviato una fase di lotta e che nell’autunno avremmo chiamato centinaia di migliaia di persone a decidere sulla nostra permanenza o meno al governo.

Come mai non se ne è fatto nulla? Come mai proprio a giugno arriva il “fate presto fate presto” ad unire quattro partiti tre dei quali erano totalmente ostili alla sola idea che col governo si potesse rompere? Come mai si accetta, nei fatti, che il governo tratti con le parti sociali sulla base di una posizione non discussa né condivisa al suo interno? Come mai si convoca una grande manifestazione, alla quale Verdi e Sinistra Democratica non aderiscono, e la si presenta come la prova che il popolo vuole l’unità e non come la base della propria forza per dire a Prodi: “o applichi il programma o te ne vai a casa!”?

Ho posto queste domande più volte, ma non ho mai ottenuto nessuna risposta convincente.

Eppure non eravamo nel 98, avevamo dalla nostra la richiesta di coerenza programmatica e un forte movimento sindacale e politico contro la precarietà. Certo saremmo andati incontro a numerose difficoltà, è innegabile. Ma in politica ci sono momenti topici nei quali fare una cosa invece che un’altra non è un dettaglio e non è rinviabile. Ci sono scelte che cambiano tutto. Scegliere di non rompere il quadro politico mentre, come dice lo stesso Bertinotti, si consumava la crisi del rapporto tra la società e il governo, ci ha fatto trovare dalla parte sbagliata della barricata. E, come se non bastasse, nella crisi della politica più in generale, ci siamo ritrovati tra quelli che dicono una cosa e ne fanno un’altra. Cosa che mentre per altri è normale per noi si rivela sempre esiziale.

Come siamo arrivati a questo punto?

Bertinotti dice:

“La discussione sul perché non ce l’abbiamo

fatta è una discussione che, anche

qui senza imbarazzo, possiamo cercare

di fare. Certamente il rapporto tra

noi e i movimenti, noi e la società è il

terreno prioritario che deve essere indagato

a questo proposito. Non penso ci

sia un deficit solo da un lato; penso che

ci sia una connessione da reindagare e

dobbiamo farlo, perché adesso attraverseremo

l’opposizone; non possiamo dismettere,

perché andremo all’opposizone,

il terreno della ricerca sul rapporto

tra la riforma della società e il governo.

Non perché consideriamo il governo il

vertice della politica, ma perché è una

questione che non possiamo derubricare.

Dobbiamo stare a sinistra e riscostruire

la sinistra; ma non possiamo far

sì che la sinistra diventi semplicemente

la possibilità della denuncia e della protesta.

Questo è un pericolo che è scritto

nel necessario e sacrosanto passaggio all’opposizione.

Ma questo pericolo va

contrastato. Non è di sinistra chi urla di

più o chi denuncia con più aggressività

l’avversario.”

Qui Bertinotti elude totalmente il tema, se la cava dicendo che bisogna reindagare e poi passa alla raccomandazione che non bisogna essere testimoniali perchè è il principale pericolo insito nella collocazione di opposizione. Mah!

Capisco bene che in un forum non si scrivono saggi complessi, ma mi sembra pochino.

Non so Bertinotti, che parla ambiguamente di “deficit non solo da un lato”, ma molti dirigenti che si dichiarano d’accordo con lui, disquisiscono da mesi della crisi dei movimenti, della loro inefficacia, parzialità ed impoliticità. Secondo me è una pura fuga dalla realtà. Noi saremmo stati sconfitti al governo perché venuta meno la spinta dei movimenti? Vorrei ricordare che le lotte No-Tav, No-Dal Molin, i metalmeccanici, i no all’accordo nel referendum-imbroglio dei sindacati, le manifestazioni contro la precarietà del 2006 e del 2007 ecc ecc, testimoniano il contrario. Ovviamente nella sinistra politica, sindacale e sociale, c’è stata e c’è una posizione secondo la quale il tentativo del governo era sbagliato in partenza. Non c’è da scandalizzarsi. Lo considero normale. Ma chiedo? Non aderire alla manifestazione contro Bush e dare l’impressione che con il governo non si sarebbe mai rotto ha aiutato a battere, nelle lotte e nei movimenti, una posizione classicamente estremista? La nostra internità al movimento doveva o no essere scelta come prevalente rispetto alle dinamiche del quadro politico, secondo quanto stabilito da anni di pratica e da ben due congressi?

La verità è che, nei fatti, e non solo nei fatti visto che diversi esponenti di Rifondazione hanno più volte detto che con il governo non avremmo mai rotto, si è scelto di tornare al rapporto classico di un partito che pretende di rappresentare, nella sfera più alta della politica, la società e il movimento.

Ora Bertinotti dice che ci sarà una fase di opposizione. Non così dicono altri della Sinistra Arcobaleno, ma non fa niente, non è questo il dato importante.

Il problema è e rimane il tema del governo. Perché si può fare l’opposizione in molti modi.

Sinceramente mi sembra che la Sinistra Arcobaleno non abbia affatto sciolto questo nodo.

Come ho già scritto più volte, tre dei quattro partiti e un pezzo sempre più consistente di Rifondazione, pensano e dicono che l’alternativa sia fra una sinistra di governo e una sinistra residuale e testimoniale. Del resto piangono continuamente addossando a Veltroni la crisi di governo e la scelta di andare da solo alle elezioni. Non dico che queste posizioni siano imbattibili, anzi penso che siano vecchie e sterili. Ma sarebbe meglio dire che il pericolo principale per la sinistra, sempre, è essere cambiata dal potere. E’ diventare un pezzo inutile del potere. Invece che mettere al centro il presunto pericolo di diventare testimoniali o addirittura di sparire. Sarebbe meglio rilanciare il progetto politico che abbiamo elaborato ai tempi di Genova, che non è incompatibile con nessuna unità a sinistra, sempre che ci sia un partito organizzato ed autonomo che lo pratichi.

Ma sul partito e sul suo non scioglimento o superamento ci sarà una terza puntata di queste mie modeste riflessioni.

segue…

ramon mantovani

Bertinotti e le scelte irreversibili.

Pubblicato su articoli pubblicati sul blog con i tag, , , , , , , , il 27 Marzo, 2008 da ramon mantovani

Liberazione di domenica scorsa ha pubblicato un lungo forum tra la redazione del quotidiano e Fausto Bertinotti.

http://www.liberazione.it/a_giornale_index.php?DataPubb=23/03/2008

Si tratta di un testo denso di posizioni, analisi e proposte, molto interessante, sia per l’esplicitazione di tesi già note ma mai presentate in forma così netta, sia per i silenzi più o meno consapevoli che contiene.

Non pretendo, con queste note, di affrontare tutti i temi proposti da Bertinotti, ma solo iniziare a discutere di alcune questioni, secondo me significative. Ovviamente concentrandomi su quelle cose che non condivido o condivido di meno.

Per comodità di esposizione indicherò, a puntate, parole e concetti che, seppur ricorrenti in diverse parti del testo, costituiscono la spina dorsale del discorso di Bertinotti, e su queste svilupperò le mie modeste riflessioni.

Cominciamo con “irreversibilità”.

Bertinotti apre e chiude, il suo lungo ragionamento, con il concetto di irreversibilità del processo unitario della Sinistra e l’Arcobaleno.

A mio modesto avviso questa insistenza contiene contemporaneamente una debolezza intrinseca del progetto e una potente arroganza intellettuale, che del resto è propria dei progetti deboli.

Come è noto si fonda sulla suggestione secondo la quale la sinistra sarebbe sull’orlo della sparizione e costretta ad un processo unitario senza alternative.

Non c’è alcun elemento analitico, né nel testo preso in esame né nelle precedenti elaborazioni, che dimostri la tesi dell’ultima spiaggia sulla quale si troverebbe la sinistra. A meno che non si esamini solo l’aspetto elettorale. Ed anche da questo punto di vista in Europa esistono molti esempi che dimostrano che le cose non stanno così.

Si può, ovviamente, attribuire un grado di importanza diverso all’elemento elettorale e all’efficacia della rappresentanza nelle istituzioni parlamentari, ma non fino al punto di considerare questa questione come dirimente per la vita della sinistra.

Se, come abbiamo detto per anni, il baricentro dell’attività politica doveva essere la società, se il movimento mondiale altermondista e i movimenti sociali dovevano essere il luogo della collocazione politica della sinistra e di rifondazione in particolare, se bisognava considerare come elementi secondari le istituzioni e lo stesso governo, la suggestione del pericolo di vita per la sinistra appare come una svolta enorme. Per il semplice motivo che i movimenti non stanno affatto male e che è l’esperienza di governo (non solo in astratto ma nel concreto della pratica del governo Prodi, come vedremo meglio più avanti) ad aver messo in crisi Rifondazione e più in generale la sinistra.

Se esiste questa crisi, ed esiste, non si deve ad una maledizione, ad un accidente, ma a precise scelte che andrebbero indagate autocriticamente invece che ignorate o relegate nel mondo delle scelte obbligate che non si potevano non fare. La svolta consiste proprio nel rimettere al centro la questione istituzionale ed elettorale, nel fuggire dai problemi reali e nel formulare una proposta tanto suggestiva quanto vaga e vuota di contenuti. La nuova sinistra (il concetto di nuova sinistra è per altro vecchio come il mondo) non può nascere, date le premesse, che da un gesto volontaristico di gruppi dirigenti illuminati che lo impongono ai propri diretti, per loro natura arretrati, identitari, recalcitranti e primitivi, facendo appello ad un popolo di “non iscritti” e di “sinistra diffusa” di occhettiana memoria. Un gruppo di illuminati dirigenti, che ha capito tutto e che assume su di se la responsabilità di scelte irreversibili è il massimo dell’arroganza.

E’ come se Bertinotti e i suoi seguaci dicessero: basta, questo partito non va bene, ha troppi difetti, è troppo limitato. Ora ce ne vuole uno alla nostra altezza. Noi costruiamo, con scelte e gesti irreversibili, il luogo nel quale tutti saranno obbligati a confrontarsi. Chi non è d’accordo non capisce, è arretrato, è identitario, è zavorra. Non può essere portatore di una proposta diversa, giacché siamo sull’ultima spiaggia e non c’è alternativa.

Da quando c’è consapevolezza della portata della globalizzazione e dell’importanza del movimento mondiale che vi si oppone, c’è stata un’elaborazione e una pratica di Rifondazione che non ha trovato smentite. Non ci siamo sentiti all’ultima spiaggia, quando nel 99, abbiamo avuto poco più del 4% dei voti, né quando nel 2001 abbiamo eletto 11 deputati (anche a causa delle liste civetta degli attuali partner della Sinistra Arcobaleno). Da allora i movimenti sono cresciuti o no? E noi siamo stati dentro o fuori? La vera svolta innovatrice di Rifondazione è stata la rottura con il governo Prodi e la scelta di collocarsi nella società e nei movimenti.

Anch’io, come Bertinotti, penso che sia stato giusto “tentare” la coalizione e il governo per provare a invertire la tendenza degli ultimi venti anni di liberismo e di guerra. Ma non è vero che l’innovazione arriva con il congresso di Venezia, come rivendicato da Bertinotti. Anzi, sebbene nei testi il tema del governo fosse posto correttamente, già a Venezia si assiste, nella maggioranza del partito, alla rivincita di quelli che parlavano sempre di movimento ma che nei corridoi, ridendo, dicevano: è finita la ricreazione si torna a far politica! O di quelli che esplicitamente citavano la non violenza come rottura con una parte del movimento, in sintonia con il coro proveniente dai salotti buoni che salutava la svolta di Bertinotti come la rottura con l’estremismo e il massimalismo della fase precedente. O di quelli, ancora, che scientemente facevano finta di lottare contro lo stalinismo per rimuovere, invece, ogni dissenso, senza mettere in discussione le forme moderne dello stalinismo a cominciare dal soffocante leaderismo che ha sempre contraddistinto la direzione di Bertinotti.

Io continuo a pensare che il progetto della Sinistra Europea, dell’unità di soggettività politiche e sociali interne al movimento e con un unico referente internazionale, nella quale le identità culturali non erano negate, ma anzi rilanciate in un’effettiva contaminazione reciproca, fosse la strada maestra per superare i limiti del partito politico del 900 e per mettere in campo la forza necessaria a continuare la battaglia contro il capitalismo contemporaneo. Praticamente, pochi mesi di questa sperimentazione devono aver convinto Bertinotti ed altri che non avrebbe prodotto la “massa critica” sufficiente. Così in un battibaleno si è rovesciato tutto. Dai contenuti fondanti l’unità si è passati all’unità senza contenuti per fare subito un partito del 15%. Immersi nella disastrosa esperienza di governo si è promossa l’unità fra forze che hanno esplicitamente il governo come orizzonte della propria esistenza, che si sono sempre orgogliosamente dichiarate altra cosa dai movimenti, considerati spesso estremistici e impolitici, e che, per questo, per anni hanno insultato e attaccato senza tregua Rifondazione.

Non so quale sarà il risultato elettorale della Sinistra Arcobaleno, ma so con precisione che se sarà negativo si dirà che ci si è salvati grazie alle scelte irreversibili, e se sarà positivo si dirà che è un premio per le scelte irreversibili.

Un imbroglio colossale!

Rifondazione ha camminato per anni in solitudine nel quadro politico e dentro tutti i movimenti. L’esistenza di Rifondazione Comunista non è incompatibile con nessun progetto di unità, sempre che l’unità sia coerente con il nostro cammino e non sia, invece, considerata come un impedimento per l’unità stessa. Del resto, a parte l’evanescente Sinistra Democratica, non sembra che i Verdi o il PdCI abbiano molta voglia di sparire. Anzi, altri gesti irreversibili finirebbero solo con il mettere fine a Rifondazione Comunista in favore di una forza di ispirazione socialista e con una crescita del PdCI.

Alla faccia delle meravigliose sorti dell’unità!

Perciò non ci deve essere alcuna scelta irreversibile!

Spetta solo agli iscritti al PRC decidere del proprio futuro senza che nessuno li scippi del diritto di votare su proposte chiare al congresso.

La formula “soggetto unitario e plurale”, dietro alla quale si è celato un accordo oligarchico di vertice fra opzioni completamente diverse, deve essere messa da parte in favore della chiarezza.

Chi vuole andare oltre Rifondazione, chi vuole abbandonare il comunismo, non può pensare di continuare ad imbrogliare le carte praticando scelte irreversibili senza sottoporle al vaglio democratico.

Per quel che vale la mia opinione penso che il congresso li smentirà e li batterà.

continua….

ramon mantovani

Lettera aperta in risposta a Gian Antonio Stella

Pubblicato su articoli pubblicati sul blog con i tag, , , , , , , , , , , il 19 Marzo, 2008 da ramon mantovani

Egregio Dottor Stella,

mi sono guadagnato un suo commento sul Corriere Della Sera a proposito del mio articolo pubblicato su Liberazione in memoria di Raul Reyes.

http://archiviostorico.corriere.it/2008/marzo/12/elegia_smemorata_del_compagno_Ramon_co_9_080312096.shtml

La ringrazio per l’attenzione.

Il suo articolo, però, suona piuttosto ironico (forse) ed indignato.

Lei mi addebita la colpa di non aver citato Ingrid Betancourt nel mio pezzo. E’ una critica che capisco, ma che, con il suo permesso, non condivido.

Non posso tralasciare il tono del suo articolo che esprime pregiudizi: letture di fumetti, “n’ zacco rivoluzzionaria”, l’immancabile citazione del caso Ocalan e la presunta vena romantica che mi avrebbe ispirato.

Vede, Dott. Stella, io non pretendo che lei conosca le mie posizioni molto critiche nei confronti di chi, a sinistra, coltiva un’idea romantica delle guerriglie latinoamericane, né che abbia capito che aiutare Ocalan a raggiungere l’Italia (su sua richiesta e non su mia iniziativa) fosse un tentativo per aprire un processo di pace. Solo mi sarei aspettato, da lei che considero un giornalista serio, maggior rispetto. Ma non fa niente.

Mi limito a dire che il suo articolo è esemplare per superficialità. Del resto la stampa italiana è ben nota nel mondo per osservare la politica internazionale attraverso il buco della serratura della politichetta italiana.

Il suo giornale, Dott. Stella, si occupa molto, e giustamente, di Ingrid Betancourt, ma non molto delle decine di sindacalisti che ogni anno vengono uccisi in Colombia, delle decine di suoi colleghi giornalisti massacrati o fatti sparire dai paramilitari e dagli apparati dello Stato colombiano, delle decine di parlamentari colombiani che sono espressione diretta dei narcotrafficanti, e così via.

Con ciò non voglio dire che, per questo, si debba essere acritici con le FARC. Ma, se permette, scrivere dell’uccisione di un amico e, per me, compagno, non necessariamente deve essere corredato da prese di posizione per rassicurare coloro che della Colombia conoscono solo la vicenda Betancourt.

Se vuole sapere la mia opinione su Ingrid Betancourt io penso che sia inaccettabile il suo sequestro, e che si debba fare ogni sforzo affinché riacquisti la libertà e si riapra un processo di pace in Colombia.

Io, nel mio piccolo, l’ho fatto. Può, se vuole verificare ciò che ho fatto senza clamori di stampa, chiedere ai sottosegretari agli esteri con delega all’America Latina dei governi Berlusconi e Prodi. Può chiedere alla Comunità di Sant’Egidio. A Pierferdinando Casini (in qualità di Presidente della Camera e dell’Unione Interparlamentare Mondiale). Può chiedere a diversi Ambasciatori italiani in Colombia e nei paesi limitrofi.

In tanti anni di tentativi, per riaccendere un processo di pace e per ottenere la liberazione di Ingrid Betancourt, chiunque ci abbia provato può testimoniare dell’opera di Alvaro Uribe per impedirli e boicottarli. Anche l’uccisione di Raul Reyes, come ha osservato la famiglia di Ingrid Betancourt, è arrivata puntuale per boicottare ogni trattativa.

Ovviamente lei è libero di pensare che Uribe sia uno statista democratico, ma le consiglio di leggere quanto ha scritto su Newsweek il suo collega statunitense Joseph Contreras. Ovviamente può pensare che Marulanda sia un terrorista e narcotrafficante, ma le consiglio di leggere quanto ha scritto Ettore Mo sul Corriere Della Sera dopo averlo incontrato, anche grazie alla richiesta che io feci a Raul Reyes, visto che Marulanda per stile e per motivi di sicurezza è sempre stato restio a concedere interviste.

Io continuo a pensare che in Colombia ci sia un conflitto armato di natura politica. Che Uribe sia diretta espressione degli ambienti paramilitari e narcos. Che mettere le FARC sulla lista delle organizzazioni terroristiche sia un atto che perpetua il conflitto. Che i sequestri siano speculari alle sparizioni e uccisioni e siano ingiustificabili e disumani. Ma penso anche che un processo di pace sia l’unica soluzione per mettere fine a tanta barbarie. Ed ho testimoniato che Raul Reyes a questo lavorava.

La storia, purtroppo, è ricca di esempi di conflitti nei quali sono stati usati metodi disumani da tutte le parti in lotta. Nelson Mandela, Ben Gurion, Arafat, Ben Bella ed altri sono stati accusati di terrorismo per i metodi di lotta che usavano. Le FARC sequestrano, è vero, ma non hanno mai messo bombe in luoghi frequentati da civili come hanno fatto le organizzazioni dei signori sopra citati. Le ripeto che i sequestri sono inaccettabili, ma non le sembra che sia meglio lavorare per un processo di pace piuttosto che ripetere stancamente e strumentalmente che i sequestri sono disumani tacendo sui misfatti dello stato colombiano?

Mi scusi per il ritardo con il quale le rispondo, ma ero in Spagna e non tutti i giorni ho potuto leggere il Corriere Della Sera. In compenso ho letto El Pais, che ogni giorno, anche quello successivo alle elezioni politiche, dopo la prima dedica almeno dieci pagine alla politica internazionale. Con articoli informati ed interessanti, anche se spesso da me non condivisi. Giornale sul quale la notizia dei dieci sindacalisti assassinati in Colombia dall’inizio dell’anno è comparsa. E sul quale non dedicano paginate e servizi sulle storie di letto di questo o quel capo di stato estero.

Cordiali saluti.

ramon mantovani